Le Terre della Farnesiana

Tra Tarquinia e Allumiere, all’estremità nord-occidentale dei Monti della Tolfa e della Valle del Mignone, si estende una delle aree più integre e suggestive del Lazio. Sono le cosiddette “Terre della Farnesiana”, cuore della Maremma Laziale, antico possedimento dei Farnese (circa 10.000 ha), che ivi, tra il XVI e il XVII secolo, sfruttarono le miniere di allume della Tolfa.

Panorama sulla Maremma Viterbese

Praticamente sconosciuta ai più, questa zona regala emozioni intense in un viaggio senza tempo. Distese infinite di grano e pascoli, ondulate e sinuose come fossero dipinte, verdissime all’inizio della primavera, gialle e riarse in estate, contrastano fortemente con le scure macchie delle rocciose colline tolfetane.

Paesaggio nella Valle del Mignone

Un paesaggio tipicamente maremmano, ove la presenza umana, che apparentemente si limita a qualche raro casolare (risalenti per lo più alla riforma agraria degli anni ’50 del Novecento), è in realtà forte e visibile nel lavoro del campi, curati con estrema dedizione. Siamo nella terra degli Etruschi, il cui mito è sempre nell’aria, inafferrabile e misterioso, ma anche dei “butteri”, leggendari personaggi che qui da generazioni governano mandrie di vacche maremmane, sempre a cavallo, custodi indomiti del proprio territorio.

Chiesetta della Farnesiana

Cuore di questo angolo magnifico di Lazio è il borgo della Farnesiana, situato in una località pittoresca e composto da un gruppo di casette in parte dirute e in parte restaurate, un’enigmatica chiesa neogotica in rovina e un grosso casolare dalla forma tozza e spartana. Si tratta dell’antico villaggio di minatori e allevatori dei Farnese, caduto in abbandono col cessare delle attività estrattive presso Allumiere, ed oggi trasformato in agriturismo.

Vasca e case della Farnesiana

Proseguendo verso mare in una campagna che si fa sempre più ampia, ci attende un’altra sorpresa: le rovine della “città morta” di Cencelle (per saperne di più si consiglia la guida di Emanuele Zampetti, “Le città perdute del Lazio e i loro segreti”, Eremon Edizioni). La sua eloquente immagine di “terra murata” ci riporta a quel fenomeno dell’incastellamento alto-medievale che fu intenso nell’entroterra viterbese, malgrado oggi rimangano in piedi pochi dei siti edificati all’epoca. Venne fondata nell’anno 854 per volontà di Leone IV (perciò nota anche col nome di “Leopoli”) e ad opera degli abitanti di Centumcellae (l’attuale Civitavecchia) in fuga dalle incursioni saracene, i quali tuttavia dopo soli 35 anni, cessato il pericolo, l’abbandonarono per tornare sul mare. Nei secoli successivi Cencelle fu parzialmente ripopolata ma la pressione di centri potenti vicini come Corneto (Tarquinia) e Viterbo tese sempre a schiacciarla, finché nel Quattrocento l’abbandono divenne assoluto e ineluttabile.

Gabbiani in volo a Cencelle

A Cencelle il senso di romantica desolazione delle Terre della Farnesiana giunge al proprio culmine: il visitatore si trova infatti a curiosare fra queste vetuste pietre praticamente da solo, con tutt’attorno un paesaggio solenne, per certi versi surreale, in forte contraddizione la ben più prosaica centrale di Civitavecchia che spicca non lontana sull’orizzonte marino. Di Cencelle non è rimasto quasi nulla, ma quel poco lascia immaginare una città che fu viva, vissuta. Oggi l’area della “città morta” necessita di interventi mirati di consolidamento e restauro: si parla da anni di un recupero in chiave turistica del sito, e auspichiamo che ogni progetto che lo vedrà protagonista rispetterà comunque la bellezza del luogo senza inutili stravolgimenti.

Veduta di Cencelle da lontano

Ma le sorprese delle Terre della Farnesiana non finiscono qui. Da Cencelle una sterrata porta alla base della collina di Ripa Maiala. Si tratta di un enorme masso allungato di trachite, per tre quarti circa coperto dalla macchia e invece da un lato strapiombante con una scoscesa parete dall’aspetto discontinuo, in quanto incisa da grotte e crepacci; negli immediati pressi si vede un’altra rupe solitaria, dalla forma vagamente cupolare. Morfologie di questo tipo non sono rare sulla Tolfa e anzi si ripetono, in maniera peraltro più marcata, nella zona del Sasso (Cerveteri), ove svettano i famosi Sassoni di Furbara. Salendo a Ripa Maiala, ci si dimentica quasi di essere nel XXI secolo: non una casa che non sia contadina, non una costruzione fuori posto, la maremmana “Tuscia felix” si lascia ammirare in tutto il suo splendore.

Campagna della Farnesiana

Il comodo sentierino intanto offre vedute sensazionali su Cencelle che da qui appare molto simile, come urbanistica, con la sua corona di torri (purtroppo mozze), al celebre borgo di Monteriggioni, fra Siena e Firenze. Ci si inerpica via via in un paesaggio asperrimo, con una moltitudine di massi che punteggiano la campagna, e che sembrano esser stati lanciati da chissà dove. Si giunge infine alla base di Ripa Maiala, ove non è difficile veder volteggiare coppie di enormi rapaci (si parla del biancone e del lanario), che qui nidificano nonostante l’invadente presenza di cacciatori ed arrampicatori. La zona era frequentata fino a qualche decennio fa addirittura dal capovaccaio, che oggi sopravvive soltanto in Sardegna.

Ai piedi di Ripa Maiala

Da Ripa si apre all’improvviso un panorama delizioso verso un gruppo di verdi alture tolfetane, che erano state invisibili fino a quel momento; in mezzo, un’ampia vallata intatta e d’una bellezza primordiale, in un contrasto fra rocce e foreste assolutamente meraviglioso. Il sole inizia poi a calare e le prime luci crepuscolari indorano la rupe, accentuando i profili delle colline e dei campi, che in controluce appaiono come un immobile “mare di terra”. Cala così la sera e ce ne andiamo dalle Terre della Farnesiana, sperando di tornare al più presto, già però con la malinconia e con la consapevolezza di avervi lasciato un pezzo del nostro cuore.

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