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Scorcio “agro-urbano” di Rieti

Rieti-Scorcio 1 RCRLB.JPG

Uno splendido scorcio autunnale di Rieti dai campi che costeggiano il Fiume Velino e che in parte tutt’oggi bordano il suo centro storico. Sottovalutata per decenni, Rieti sta vivendo negli ultimi tempi una “rinascita” all’insegna della qualità della vita e del turismo “lento”. Piste ciclabili e passeggiate urbane ed extraurbane disegnano il quadro di una città “a misura d’uomo” dove l’edificato e gli spazi agricoli e naturali convivono in un rapporto armonioso seppur assai delicato.

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Vicolo di Labro

Labro-Vicolo

Un vicolo di Labro, uno dei borghi più affascinanti del Lazio. Situato ai confini con l’Umbria, nell’Alta Sabina, il piccolo paese domina un paesaggio fiabesco, che spazia dal Terminillo al Lago di Piediluco. Le case in pietra, ornate da fiori e rampicanti, creano un ambiente urbano omogeneo ed eccezionalmente curato. In autunno vi si ammirano scenari mozzafiato per via dei colori della vegetazione dei monti e delle piante domestiche.


Abbazia di San Pastore

Abbazia di S. Pastore-Veduta

Uno scorcio dell’austera Abbazia di San Pastore, presso Contigliano, nella Valle Santa di Rieti. Si tratta di un complesso fondato nel XIII secolo dai monaci cistercensi, esperti nelle bonifiche di aree palustri come allora si presentava la piana reatina. Il monumento è stato recentemente restaurato in modo impeccabile da un privato della zona: è sede di un agriturismo ed ospita cerimonie ed eventi. Nei pressi dell’abbazia è il tracciato del Cammino di Francesco.


Paesaggio presso Colli sul Velino

Paesaggio presso Colli sul Velino

Lo splendido paesaggio agreste della Valle Santa di Rieti presso Colli sul Velino. Uno scenario di altissimo valore estetico e culturale di cui si parla ancora troppo poco. Noi lo abbiamo attraversato interamente durante la prima tappa del Cammino di Francesco!


Il Lazio, la “terra dei laghi”

Il Lazio non è certo conosciuto come una “terra di laghi”. Ciò rappresenta un vero e proprio paradosso in quanto la grande varietà e quantità di specchi d’acqua presenti in questo territorio le fa tenere un primato nazionale: si spazia dai laghi costieri a quelli vulcanici, dai bacini artificiali ai laghi glaciali, da quelli sorgivi e carsici a quelli palustri e residuali. Ogni lago è circondato da un paesaggio a sé, dalle caratteristiche ben precise che meritano di essere preservate, conosciute ed apprezzate, in quanto, al di là del fattore-acqua in sé, si tratta di ambienti tanto belli quanto delicati, ricchi non solo dal punto di vista della flora e della fauna ma anche sotto l’aspetto storico, culturale, agricolo.

Il Lago Albano, uno dei più famosi del Lazio

Il Lago Albano, uno dei più famosi del Lazio

Nei pressi o direttamente sulle sponde di questi laghi si trovano infatti coltivazioni di tipo tradizionale nonché borghi e siti archeologici, a testimoniare naturalmente che gli insediamenti vicini alle risorse idriche si perdono nella memoria dei tempi. E non può essere un caso se la civiltà di Roma (ma anche quella etrusca) nacque proprio in una terra così colma di riserve d’acqua, sia fluviali che lacustri.

Il Lago di Bolsena con l'Isola Bisentina

Il Lago di Bolsena con l’Isola Bisentina

Anche intorno ai laghi artificiali – che oggi offrono scenari inediti e favolistici -, sorti da quelli che un tempo furono dei fiumi, troviamo i segni di una storia vetusta.

Lago del Turano, panorama da Antuni

Lago del Turano, panorama da Antuni

Iniziamo proprio dai bacini realizzati a scopo idroelettrico. Da ovunque si provenga, i laghi del Salto e del Turano, nel Reatino, offrono delle vedute inconsuete ed inaspettate che si lasciano scoprire man mano che le sinuose strade si fanno largo fra boschi fittissimi e scorci rocciosi. Abitati che ci raccontano degli incastellamenti alto-medievali per poi aprirsi in queste grandi distese d’acqua che con le loro continue ramificazioni rimandano ai fiordi del Nord-Europa, mentre i castelli e le rocche in rovina che ogni tanto fanno la loro comparsa ricordano certi paesaggi scozzesi.

Castel di Tora-Panorama verso Antuni

Castel di Tora, panorama sul Lago del Turano ed Antuni

Lago del Turano-Paesaggio

Il Lago del Turano visto da Colle di Tora

Lago del Salto-Diga della centrale idroelettrica

Lago del Salto, diga della centrale idroelettrica

Lago del Salto-Panorama dalla diga

Lago del Salto, panorama crepuscolare dalla diga

Rocca Vittiana-Panorama sul Lago del Salto

Panorama sul Lago del Salto da Rocca Vittiana

Poggio Poponesco-Panorama sulla Valle del Salto

La Valle del Salto dalla Rocca di Poggio Poponesco

L’ultimo della “famiglia”, fra quelli reatini, lo Scandarello, emerge nella più distesa conca di Amatrice e dona una vista assai suggestiva della catena della Laga. Pochi chilometri a nord di Roma, in una delle prime riserve naturali del Lazio, si allarga il bacino di Nazzano, considerato come un “lago”, ma che è in realtà un’ampia ansa del Tevere sbarrata da una diga. Scendendo poi verso sud, in Ciociaria, nella grande piana del Liri, troviamo il Lago di San Giovanni Incarico, circondato da fertili campi coltivati. Al confine col Molise inoltre il Lago di Cardito si apre fra montagne maestose.

Lago di Scandarello-Veduta dalla Salaria

Veduta del Lago di Scandarello dalla Via Salaria

Lago di Nazzano

Lago di Nazzano

Passando ai laghi carsici, essi si presentano nelle più diverse forme e dimensioni, a seconda dell’altitudine e della morfologia del territorio. Il più esteso è senza dubbio il Lago di Canterno, a poca distanza da Fiuggi, pittoresco per l’effetto dato dai Monti Ernici che, soprattutto al tramonto, vi si specchiano con le loro alte cime rosate e coperte di neve d’inverno.

Lago di Canterno-Scorcio dalla rive

Il Lago di Canterno con la Rotonaria

Il Lago di Canterno è anche noto per il fatto di cambiare sensibilmente forma e grandezza nel corso degli anni, ciò che lo fa definire come un “lago fantasma”.

Lago di Canterno

Lago di Canterno

Lago di Canterno

Lago di Canterno

Lago di Canterno-Scorcio

Pescatore sul Lago di Canterno

Lago di Canterno visto da Trivigliano

Lago di Canterno visto da Trivigliano

Più defilati ma ancor più affascinanti i laghetti che punteggiano i grandi altopiani del Cicolano, a monte del già citato Lago del Salto: ossia i laghi di Rascino, Petrella, Aquilente, Cornino che formano uno dei complessi ambientali più straordinari del Lazio. Non lontano, lo sperduto Lago della Duchessa, amatissimo dagli escursionisti, costituisce un unicum nella regione: forse residuo di un remoto ghiacciaio, sorge in una spettacolare conca rocciosa dall’aspetto ostico e selvaggio dove è facile avvistare grifoni in volo.

Lago di Rascino

Lago di Rascino

Lago di Rascino-Masseria

Antico casale nei pressi del Lago di Rascino

Lago della Duchessa-Grifone in volo

Grifone in volo sul Lago della Duchessa

Ancora nel Reatino troviamo altri tesori naturalistici. La boscosa Val Velina è punteggiata da numerosi bacini di piccole dimensioni: i più importanti sono il Lago di Cotilia, caratterizzato da acque solfuree (c’è una stazione termale), e quello di Paterno, che occupa una dolina ed è impreziosito dai ruderi di una villa romana.

Lago di Paterno

Lago di Paterno

Sorgenti di Cotilia

Sorgenti di Cotilia

Più a nord, al confine con la Provincia di Perugia, fra i Sibillini e la Laga, troviamo infine i Pantani di Accumoli, piccoli specchi d’acqua che impreziosicono immense praterie. Fra i Monti Ausoni e il Mar Tirreno, in Provincia di Latina, solo di sfuggita dalla Via Flacca si nota il Lago di San Puoto, legato ad una leggenda di una città perduta sommersa. In un contesto completamente diverso, nel cuore dei verdi Monti Lucretili, i due graziosi Lagustelli di Percile (Fraturno e Marraone), sono meta di rilassanti gite. Camminando invece sulle cime carsiche dell’anti-Appennino e del pre-Appennino (in particolare sui Monti Lepini) è facile imbattersi nei tanti volubri che nonostante le modeste dimensioni costituiscono degli habitat ricchissimi per rettili, anfibi e insetti rari.

Campo di Segni

Laghetto sul Campo di Segni

Quasi sempre di natura sostanzialmente carsica, i laghi sorgivi sono sicuramente una delle più belle sorprese del Lazio. Molto differenti fra loro, confermano la straordinaria ricchezza d’acqua della regione. Si passa dall’ameno Lago di Giulianello, risorgenza vulcanica ai piedi dei Colli Albani, alle magnifiche sorgenti di Ninfa e Posta Fibreno: sul primo si adagiano le famose rovine di una città medievale, formando un quadro di romantica bellezza; il secondo è celebre fin dall’antichità per un’isola galleggiante citata da Cicerone (la “rota”) ed oggi è particolarmente apprezzato per le acque incredibilmente limpide e per l’atmosfera di grande relax; è navigato da un tipo di semplice imbarcazione detta “naue”. Indimenticabile il panorama dall’omonimo paese di Posta Fibreno.

Lago di Giulianello

Lago di Giulianello

Laghetto di Ninfa con il Castello Caetani

Laghetto di Ninfa con il Castello Caetani

Lago di Posta Fibreno-Veduta da Posta Fibreno

Il Lago di Posta Fibreno visto dall’omonimo paese

Lago di Posta Fibreno-Isola galleggiante

L’Isola galleggiante sul Lago di Posta Fibreno

Lago di Posta Fibreno-Naue al crepuscolo

Lago di Posta Fibreno, una “naue” al crepuscolo

Riflessi al tramonto sul Lago di Posta Fibreno

Riflessi al tramonto sul Lago di Posta Fibreno

Limpidezza delle acque del Fibreno

Limpidezza delle acque del Fibreno

Lago di Posta Fibreno, vegetazione ripariale

Lago di Posta Fibreno, vegetazione ripariale

La Conca di Rieti, oltre ad offrire un paesaggio rurale fra i più intatti della regione, è sempre stata generosa d’acqua in quanto attraversata dal Fiume Velino, rifornito da imponenti sorgenti. Fino a non molti decenni fa la piana era soggetta ad alluvioni finché gli ultimi interventi in epoca fascista non conclusero una lunga serie di opere di bonifica iniziate peraltro con decisione sin dagli antichi Romani, che prosciugarono il Lacus Velinus, dando vita, com’è noto, alla celebre Cascata delle Marmore. Residui di questo antico bacino sono i tre laghi palustri di Ventina, Lungo e Ripasottile, che oggi è possibile visitare facilmente grazie ad una rete di sentieri naturalistici e piste ciclabili.

Lago di Ripasottile

Lago di Ripasottile

Lago di Ventina

Lago di Ventina

Lago di Ventina-Ninfee

Lago di Ventina, ninfee

Laghi Lungo e Ripasottile da Rivodutri

Laghi Lungo e Ripasottile da Rivodutri

Tornando al Basso Lazio, possiamo ammirare una lunga serie di laghi costieri: più a nord troviamo quelli compresi nel Parco Nazionale del Circeo (di Fogliano, dei Monaci, di Caprolace, di Paola) che offrono vedute immagini senza tempo con paludi, bovini al pascolo e scorci mozzafiato sui Monti Lepini, sulle splendide dune e sul promontorio del Circeo. Nel loro entroterra numerosi altri specchi d’acqua potrebbero essere annoverati come i residui delle Paludi Pontine ma finora purtroppo quasi mai sono stati resi noti ed accessibili (Laghetto Granieri, Laghi del Vescovo, laghi di Mazzocchio e San Carlo, ecc…). Spostandoci nel Sud Pontino, il frastagliato Lago di Fondi è il fulcro di una vasta produzione ortofrutticola e da qualche anno è divenuto un’area protetta. Ancora più a mezzogiorno, verso Sperlonga (e dirimpetto al già citato Lago di San Puoto), è il semisconosciuto Lago Lungo da cui si ha una vista insolita e stupenda del Circeo che da qui appare come un’isola.

Lago di Fondi

Lago di Fondi

Il Lago di Paola con lo sfondo del Circeo

Il Lago di Paola con lo sfondo del Circeo

Il Lago di Paola visto dal Circeo

Il Lago di Paola visto dal Circeo

Infine i laghi vulcanici, la vera peculiarità del Lazio, che detiene in questo caso un primato addirittura europeo. Sono quattro i complessi vulcanici nella regione: Laziale, Sabatino, Cimino-Vicano, Volsino, ognuno dei quali ha dato luogo ad un certo numero di laghi.

Lago Albano, veduta da Via dei Laghi

Il Lago Albano dalla Via dei Laghi, scorcio celebre nei dipinti del Grand Tour

Lago Albano-Tramonto

Tramonto sul Lago Albano

Lago di Nemi-Scorcio presso Nemi

Un altro scorcio più volte rappresentato nei dipinti: il Lago di Nemi dalla passeggiata verso Genzano

Lago di Nemi, tramonto su Genzano

Lago di Nemi, tramonto su Genzano

Lago di Nemi, scorcio delle rive da Nemi

Lago di Nemi, scorcio delle rive da Nemi

Lago di Nemi, veduta da Genzano

Lago di Nemi, veduta da Genzano

Mentre i laghi dei Colli Albani, cioè quelli di Castel Gandolfo e Nemi, presentano un paesaggio per lo più boscoso e in alcuni punti aspro, la maggior parte dei laghi dell’Alto Lazio mostrano invece un territorio caratterizzato anche da ampie e dolci colline coltivate o lasciate al pascolo: è il caso dei laghi di Bolsena e Bracciano e dei più piccoli, ma incantevoli, bacini di Martignano, Monterosi, Mezzano. Costituisce una sorta di “via di mezzo” fra le due tipologie citate lo splendido Lago di Vico, nel cuore dei Monti Cimini, protagonista di vaste coltivazioni di nocciole.

Alba sul Lago di Bolsena

Alba sul Lago di Bolsena

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Marta

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Marta

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Bolsena

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Bolsena

Lago di Bolsena, crepuscolo presso Marta

Lago di Bolsena, crepuscolo presso Marta

Lago di Bolsena-Scorcio con rete

Rete di pescatori a Bolsena

Lago di Bolsena-Pescatore in partenza RCRLB

Pescatore in partenza

Lago di Bolsena, gabbiano in acqua a Marta

Lago di Bolsena, gabbiano in acqua a Marta

Lago di Bolsena-Tramonto sull'Isola Bisentina

Lago di Bolsena, tramonto verso l’Isola Bisentina

Lago di Bolsena, veduta da Montefiascone

Lago di Bolsena, veduta da Montefiascone

I laghi vulcanici del Lazio sono quelli che più sono stati interessati da un’antica civilizzazione: resti latini, romani ed etruschi ne fanno un patrimonio archeologico immenso. Nel corso del Rinascimento, queste zone videro il proliferare di ville, giardini e residenze nobiliari.

Lago di Vico

Lago di Vico

Lago di Vico

Lago di Vico

Lago di Vico-Veduta

Il Lago di Vico visto dalla pedana per il parapendio nei pressi di San Martino al Cimino

Celebri sono le ville dei Castelli Romani, soprattutto intorno a Frascati; non meno fulgida, ed oggetto di rinnovato interesse, l’epoca delle signorie dei Farnese, degli Orsini e dei Lante-Della Rovere che hanno lasciato eccezionali testimonianze artistiche intorno ai laghi di Bracciano, Vico e Bolsena.

Lago di Bracciano

Lago di Bracciano

Lago di Bracciano, tramonto presso Anguillara

Lago di Bracciano, tramonto presso Anguillara

Lago di Bracciano, scorcio da Trevignano

Lago di Bracciano, scorcio da Trevignano

Un’ultima chicca sono i “laghi di confine”, vera curiosità per gli appassionati di geografia. Parliamo sostanzialmente di due laghi principali: il Lago di Alviano e Lago di San Casciano de’ Bagni, entrambi artificiali, “in condominio” rispettivamente con l’Umbria (Provincia di Terni) e con la Toscana (Provincia di Siena). Si tratta di luoghi meravigliosi per il dolcissimo paesaggio collinare: rientrano nella regione Lazio rispettivamente le loro rive occidentali e meridionali.

Lago di Alviano-Scorcio

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di San Casciano de' Bagni

Lago di San Casciano de’ Bagni

Concludiamo così questo viaggio attraverso i laghi del Lazio, con la speranza di aver fatto conoscere meglio quest’infinita ricchezza ambientale e culturale di cui si parla ancora poco. Per approfondimenti sui misteri, le tradizioni, le leggende che avvolgono i laghi del Lazio si rimanda alle nostre guide “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito” e “I Castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.


Lungo il Cammino di Francesco, da Rieti ad Assisi

Introduzione

Quello che segue è il resoconto della tappa centrale del Cammino di San Francesco, da Rieti ad Assisi, trekking di 100 km da noi percorso dall’8 al 16 luglio 2013. Questo piccolo viaggio a piedi inizia nel Lazio per poi portarci alla scoperta di una porzione importante dell’Umbria, regione per tanti aspetti affine alla nostra: è infatti interessante notare come, al di là delle attuali suddivisioni amministrative, il paesaggio, il dialetto, l’enogastronomia e molti altri elementi mantengano una continuità lungo il percorso (seppure, è ovvio, da paese a paese e da valle a valle si possano riscontrare differenze). A ben vedere, del resto, si attraversa quello che fino al 1927 rappresentava un unico apparato amministrativo: la Provincia di Perugia, che a sua volta fu il cuore dell’ex Stato della Chiesa, con le sue peculiarità un po’ dimenticate ma ancora interessanti per rintracciare le vere identità dei territori in questione.

Rieti-Mura medievali

E in un’epoca di rivendicazioni pseudo-politiche, regionalistiche e localistiche (Grande Sud, Ladinia, ecc…) o sfacciatamente secessionistiche (Padania), non fa male secondo noi ricordare anche le identità di zone e di popolazioni dell’Italia Centrale di cui si parla sempre poco, se non nel contesto di banali stereotipi turistici (da un lato l’Umbria omologata e schiacciata dal concetto astratto, ma tanto caro ai tour operator e alle riviste patinate, di “Umbria & Tuscany” e dall’altro il Lazio annichilito dietro all’immagine ora celebrata ora bersagliata di Roma). Nel nostro viaggio invece, come si vedrà, conosceremo l’Umbria più vera, l’Umbria profonda dei minuscoli borghi sperduti e spopolati, grigie pietre preziose incastonate nelle foreste, dove vivere è oggi un atto di eroismo oltre che di fede nella propria terra; o quell’estremo lembo di Lazio che custodisce una delle più belle vallate montane d’Italia, la Piana Reatina, che per quanto bella sembra però condannata a rimanere “trasparente”.

Rieti-Chiesa di S. Agostino

Punto di partenza è appunto Rieti, l’antico “umbelicus Italie”, la sabina Reate, oggi città “umbro-laziale” per eccellenza: come detto, siamo in una delle zone più splendide della regione, la “Valle Santa”, cosiddetta per i suoi conventi francescani, custodi di una parte fondamentale della storia di San Francesco. Ma tale “santità”, nei fatti, è forse data anche dal suo incantevole paesaggio, ora aspro e montuoso ora dolcissimo e variopinto, su cui ci si potrebbe dilungare molto nella descrizione. Cercheremo allora di essere sintetici: grano, grano e grano, oro splendente e abbagliante ai nostri occhi, che, puntinato qua e là dai rossi papaveri, non ci ha abbandonato mai; e poi gli onnipresenti girasoli, anch’essi sorridenti e smaglianti, o i pioppi cipressini che hanno “suonato” per noi ad ogni soffio di vento… Un tripudio di colori, dal giallo dei coltivi al verde dei pascoli e dei boschi, dallo smeraldo del Fiume Velino… all’azzurro del cielo (quando la tempesta o la nebbia, terminato il loro necessario lavoro, gli hanno permesso di farsi vedere)… Un miscuglio fra Monet e Corot che ci ha emozionato e meravigliato ad ogni metro.

Rieti-Vicolo dell'Arco di S. Lucia

Teniamo a precisare che il nostro Cammino è avvenuto in modo del tutto “laico”: nostro unico scopo era quello di vivere un’esperienza di libertà e di semplicità a contatto con la natura e con la cultura genuina dei nostri borghi storici. In ogni caso, l’accrescimento spirituale, seppure a modo nostro, è stato comunque protagonista. E non avrebbe potuto non esserlo, visto che tuttora molti degli scenari da noi ammirati sembrano infusi dello spirito francescano di pace e semplicità, nonché d’amore e rispetto per la natura e per il prossimo: tutti valori che – al di là di una fede nei dogmi che può esserci o meno – costituiscono il meglio della nostra cultura occidentale e restano insegnamenti irrinunciabili per la formazione di ogni persona (e di una società) “sana”.

Convento di Fonte Colombo-Panorama

Anche il percorso “ufficiale” ha subìto da parte nostra notevoli variazioni. Avendo pochi giorni a disposizione, abbiamo evitato il giro “a corona” della Valle Santa, che prevede la visita dei Santuari di Greccio, Poggio Bustone, Fonte Colombo e La Foresta, luoghi che peraltro conoscevamo già bene. Durante l’itinerario, poi, alcuni immancabili contrattempi ci hanno costretto ad accorciare (o allungare) le tappe previste (tratte dal sito http://www.viadifrancesco.it). A proposito: fatta eccezione per il meteo, per alcuni giorni sfavorevole, le nostre difficoltà sono state per lo più dettate da nostri errori di valutazione sui tracciati o sui carichi da portare negli zaini. Speriamo che la loro ammissione da parte nostra possa essere d’aiuto, per non ripeterli, a chi volesse intraprendere il Cammino. In altri casi, l’incuria o la carenza dei segnavia ci ha creato grossi problemi nel trovare il sentiero giusto… e ciò, come vedrete, soprattutto fra Trevi e Foligno dove ci siamo temporaneamente persi e abbiamo fatto un incontro assai spiacevole… Auspichiamo che le istituzioni preposte sappiano garantire una segnaletica adeguata, operando una periodica manutenzione!

Conca di Rieti-Veduta dai Mti Sabini

Un’ultima cosa da dire è che non è stato di certo un Cammino fatto per noia o per “incontrare gente”. A parte che teniamo personalmente in grande considerazione la solitudine, ma davvero di gente non ne abbiamo incontrata praticamente mai, fatta eccezione per un paio di coppie di ragazzi e un gruppo di austriaci nella fase finale, da Spoleto in poi. Da Rieti a Spoleto non abbiamo incontrato un solo escursionista o pellegrino e abbiamo camminato completamente in solitaria. Ciò ha accresciuto la possibilità di immergerci completamente in un’atmosfera sospesa, come mai ci era capitato finora: l’attraversamento della Valle Santa e – dopo una sfortunata parentesi lungo una strada asfaltata – quello della Val Nerina rimarranno indimenticabili per i loro irreali, lunghi silenzi in cui i nostri stessi passi sembravano i protagonisti della scena.

Rieti-Duomo, campanile

La forma del diario, che abbiamo scelto per raccontare questa nostra esperienza, è quella che secondo noi riesce a coniugare meglio la volontà di divulgazione delle bellezze dei luoghi e quella di espressione delle nostre sensazioni personali. Buona lettura e… buon viaggio!

L’arrivo a Rieti in auto, 7 luglio 2013

Giornata molto particolare. Dopo aver raggiunto il Passo del Tancia attraverso le dolcissime colline sabine e poi fitti boschi di lecci, abbiamo trascorso circa quattro ore in macchina (e non) aspettando che finisse di tuonare. Anzi, ad essere precisi, lo spettacolo che ci è stato offerto è stato quello di una vera e propria “pioggia di fulmini”. Peccato, perché il posto, dominato dalla medievale e solitaria Osteria del Tancia, meritava di essere esplorato. Compreso infine che la situazione non sarebbe migliorata, si è preferito proseguire per Rieti, che da lì si raggiunge per la bella Val Canera.

Rieti-Porta Conca

La sera, poi, ci ha accolto calorosamente l’amica Rita Giovannelli, vera istituzione del turismo reatino, la quale ci ha ospitato in una delle sue graziose case adibite a b&b, che sorge al di sopra di antichi ambienti semi-sotterranei. Dopo la cena, una bellissima passeggiata per le vie di una Rieti che non conoscevamo e che non smette di stupire. Si va poi a dormire: domani inizia il nostro “Cammino di Francesco”.

Prima tappa: da Rieti a Settecamini, 8 luglio 2013. Settecamini, ore 22.00

Partenza poco dopo l’alba in vista di possibili temporali, poi effettivamente verificatisi: è stato magico “assaporare” le prime luci del mattino con le sue sensazioni uniche.

1-Rieti-Statua di S. Francesco

Abbiamo imboccato la ciclabile che subito ci ha regalato scorci deliziosi, in uno sfumare armonioso e progressivo della città in favore della campagna.

1-Campagna alle porte di Rieti

1-Pista Ciclabile prima Chiesa Nuova 1

Abbiamo seguito sempre la ciclabile, superando la frazione di Chiesa Nuova e proseguendo sempre lungo un canale, fino a sostare ai piedi di Colle Aluffi, in un angolo “paradisiaco” della pianura, ove il Velino scorre placido e smeraldino.

1-Pista Ciclabile dopo Chiesa Nuova 2

1-Chiesa Nuova (Rieti)-Campanile

1-Chiesa Nuova (Rieti)-Veduta

1-Gamberi di fiume

1-Pista Ciclabile ai piedi di Colle Aluffi

1-Terria (Rieti)-Veduta

1-Campagna presso Colle Aluffi

1-Fiume Velino presso Colle Aluffi

Vi è un’area di sosta, tenuta benissimo, con acqua potabile, e qui ci hanno fatto visita due cagnolini affamati ai quali abbiamo dato qualcosa del nostro pranzo… Tornando al “Cammino”, ci siamo resi conto che camminiamo più veloci di quanto credevamo, il che ci ha permesso di rallentare un po’ il passo e di goderci l’incantevole paesaggio della Valle Santa, ricco di grano, granturco e girasoli e punteggiato da suggestivi casali.

1-Campagna fra Chiesa Nuova e Colle Aluffi

1-Grano e papaveri

In certi punti la campagna è una vera “cartolina” e in generale dona sensazioni profonde di gioia e pace, secondo lo spirito più puro di San Francesco. Infine, l’assolato tratto finale verso Settecamini sperduti fra i campi e sotto l’incombere dell’ennesimo temporale dell’ora di pranzo (e che oggi si prolungherà fino a sera), favorendo negli ultimi 200 m. del provvidenziale passaggio della proprietaria del casale in cui alloggiamo.

1-RN Laghi Lungo e Ripasottile-Cartelli

1-Paesaggio temporalesco presso Settecamini MINLB - Copia

1-Settecamini, portali

Quindi riposo pomeridiano e serale con pennichella nell’attesa, come ieri, della fine della “solita” pioggia di fulmini, terminata la quale ci siamo potuti permettere soltanto una brevissima passeggiata crepuscolare nella campagna circostante. Tirando le somme, prima tappa pressoché perfetta, anzi troppo facile, almeno secondo le nostre preoccupazioni iniziali. Meno male! Ora ci godiamo la casa e la cena, col sottofondo di un gruppo folk-rock degli anni ’70 (i Crosby, Stills, Nash & Young). Domani mattina si riparte presto verso la non lontana Piediluco.

Seconda tappa: da Settecamini a Piediluco, 9 luglio 2013. Piediluco, ore 22.00

Oggi tappa più difficile di ieri come lunghezza e dislivelli, ma comunque breve e gradevole. La partenza da Settecamini rimarrà indimenticabile. L’omonimo borgo abbandonato, vicino al casale dove alloggiavamo, pareva abitato da spettri e provocava una strana sensazione mista di repulsione ed attrazione.

2-Settecamini. veduta nella nebbia

Complice anche la situazione metrologica: la nebbia fitta ricopriva i campi di grano e girasole, che sembravano infiniti; la guazza dal canto suo creava sulle spighe piccolissime gocce, mentre fra una spiga e l’altra si scorgevano ragnatele biancheggianti, anch’esse coi fili ricoperti di umidità.

2-Agro Reatino-Casaletto nella nebbia

2-Palo e uccelli nella nebbia

2-Cartelli del Cammino di Francesco

Il silenzio inquietante e l’atmosfera rarefatta ed estremamente solitaria rendevano quei momenti quasi surreali, sicuramente più “letterari” che “reali”, se con quest’ultimo termine siamo ormai abituati a considerare esperienze quotidiane prive di ogni poesia e significato emotivo.

2-Grano e girasoli nella nebbia

Dopo esser passati vicinissimi al Lago di Ripasottile, però, man mano la nebbia ha iniziato a diradarsi, lasciando scoprire un ubertoso paesaggio: ci trovavamo proprio al bordo settentrionale della Valle di Rieti.

2-Riserva Laghi Lungo e Ripasottile

2-Campagna nella nebbia

2-Canale presso Villa d'Assio

2-Paesaggio presso Villa d'Assio 2

Giunti a Villa d’Assio, un minuscolo villaggio completamente ristrutturato e trasformato in resort, siamo tornati indietro malgrado i dati in nostro possesso lo indicassero come punto di passaggio obbligato dell’itinerario odierno verso la Strada Provinciale 79.

2-Campagna a Villa d'Assio

La zona, del resto, è priva dei segnavia del Cammino di San Francesco, in quanto non facente parte della tappa canonica, che invece va a Piediluco da Poggio Bustone.

2-Strada presso Villa d'Assio

2-Strada presso Colli sul Velino

2-Chiesa di Colli sul Velino

Riusciremo a imboccare la SP79 soltanto a Colli sul Velino dopo attimi di nervosismo. Ci si preannuncia così il tratto più “trafficato” della strada, di cui esiste un tronco secondario più tranquillo per i pedoni che scende comunque alla Madonna della Luce, luogo di riferimento importante dell’itinerario odierno.

2-Paesaggio presso Colli sul Velino 1

2-Paesaggio presso Colli sul Velino 2

In fin dei conti il traffico è ben poco, e scendendo da Colli si apre un paesaggio da dipinto del Rinascimento, con i borghi arroccati, le montagne boscose, gli ariosi campi coltivati o lasciati al pascolo, in un armonioso e vivace alternarsi fra giallo e verde: verdi sono i monti e alcuni coltivi, mentre gialli sono sia i pascoli sia i grandi campi di grano che in questi giorni stanno allietando il nostro cammino.

2-Labro-Cartello comunale

Dopo un tratto piuttosto assolato (è l’ora di punta) giungiamo finalmente alla già citata piccola chiesa-santuario della Madonna della Luce, dove riposiamo qualche minuto e facciamo rifornimento d’acqua.

2-Santuario della Madonna delle Lacrime

Poi l’ultimo strappo verso il lago, passando affianco ad una grossa ed antica fattoria sulla destra o oltrepassando subito dopo il confine regionale (e provinciale) fra Lazio e Umbria (e cioè fra Rieti e Terni).

2-Paesaggio presso la Madonna delle Lacrime

2-Labro-Veduta

2-Piediluco-Rocca

Raggiungiamo finalmente il campeggio sotto un cielo improvvisamente iracondo, e non appena finito di montare la tenda, ecco l’immancabile “pioggia di fulmini” che già ci aveva falcidiato i due giorni precedenti. Dopo una chiacchierata con alcuni locali, riparati sotto la veranda del camping, ci facciamo una pennichella in tenda, abitudine che è in questi giorni divenuta “classica” tanto quanto i temporali.

2-Piediluco-Portale

2-Piediluco-Vicolo con rete da pesca

2-Piediluco-Chiesa di S. Francesco, campanile

2-Piediluco-Veduta

Poi, terminato il finimondo, si parte per una bellissima passeggiata a Piediluco (purtroppo la Chiesa di San Francesco è chiusa per restauri) con simpatica cenetta in una trattoria dal nome stranissimo. Infine, stremati, si va a dormire.

Terza tappa: da Piediluco a Ferentillo, 10 luglio 2013. Ferentillo, ore 22.00

La tappa di oggi si è rivelata più dura di quel che pensavamo: non solo perché l’abbiamo allungata di 5 km, dovendosi fermare l’itinerario ufficiale ad Arrone, ma anche a causa del sole cocente e della malaugurata scelta di “tagliare” per la Forca dell’Arrone: quasi 10 km di asfalto a saliscendi sotto l’arsura estiva potevano arrecarci danni piuttosto seri.

3-Partenza dal campeggio

3-Segnavia e cartello stradale

Ad attenuare i dolori è lo splendido scenario naturale ed agreste che si scorge sia in direzione retrospettiva, verso il sempre più lontano Lago di Piediluco, sia nello scendere verso la Val Nerina dove, guardando sulla destra, appare un paesaggio di “mezza montagna” ricco di boschi e uliveti e punteggiato da antichi casali e villaggi rurali.

3-Paesaggio presso la Forca dell'Arrone

3-Sulla Forca dell'Arrone

3-Val Nerina-Vista verso Arrone

3-Arrivo alla frazione Castiglioni

3-Castiglioni-Veduta

L’arrivo ad Arrone è in ogni caso stato liberatorio: spesa ad un minimarket e salita al Convento di San Francesco, che però troviamo chiuso e in stato di triste abbandono.

3-Arrone-Veduta

3-Arrone-Cartello Borghi più belli d'Italia

3-Arrone-Convento di S. Francesco

3-Arrone-Convento di S. Francesco, portale

Qui consumiamo un breve pranzetto a base di pizza e mortadella e succo di mela… Poi crema di caffè in un bar della parte bassa (da visitare il borgo medievale alto!), mentre ci rendiamo conto che uno di noi sta rischiando un’insolazione, aggravata da piaghe da ustione dietro il collo e le orecchie! Alla farmacia prendiamo un’alta protezione che si rivelerà ottima e fondamentale per la prosecuzione del cammino di oggi, senza eccessivi danni. Si continua in direzione di Ferentillo, che vogliamo assolutamente raggiungere per accorciare la tappa di domani, dopo le fatiche estenuanti di oggi.

3-Val Nerina dopo Arrone

3-Val Nerina fra Arrone e Ferentillo

3-Segnavia alternativi

All’inizio si cammina sotto alte rupi col Fiume Nera alla nostra sinistra e poi man mano il paesaggio si allarga, ricordando ad un certo punto, col suo aspetto selvaggio e pittoresco, i dipinti dei fiamminghi del Cinquecento: alte montagne interamente ricoperte di querce lasciamo in alcuni punti intravedere piccole pareti di roccia e grotte più o meno ampie. I lecci poi scompaiono per far spazio ai fitti uliveti e questi, a loro volta, digradano dolcemente ai prati del fondovalle, ornati da pioppi, salici ed alberi da frutto e sorvegliati dai caratteristici casali della zona, costruiti con la tipica pietra rosa umbra e spesso ospitanti una torre colombaia.

3-La valle si allarga

3-Ferentillo si avvicina

Giunti ai piedi di Ferentillo, il paese ci appare, d’un tratto, suddiviso in due distinti borghi (anzi tre, se contiamo l’abitato sviluppatosi in pianura, da qui poco visibile) entrambi sormontati da un castello in rovina che scende a mozziconi seguendo la ripida morfologia del declivio roccioso.

3-Campagna alle porte di Ferentillo

Tutt’attorno la valle rivela una corona di minuscoli borghi rimasti inalterati nel tempo (e in parte recentemente ristrutturati). Ecco: se la Valle Santa col suo tripudio di colori e la dolcezza delle sue forme poteva ricordate Monet, la Val Nerina qui sembra proprio uno di quegli aspri paesaggi interrotti da balze e ruscelli che si vedono come sfondo dei dipinti di certi fiamminghi o di molti autori del Rinascimento italiano come il Perugino o il Pinturicchio.

3-L'arrivo a Ferentillo

Saliamo quindi a Precetto, il borgo sulla nostra destra, e costeggiamo un’alta falesia (frequentata da arrampicatori di tutta Italia) fino ad arrivare, finalmente, al b&b che avevamo prenotato. Qui doccia e riposo per riparare alla fatica e alle scottature [nda: a proposito, un consiglio fraterno ai nostri lettori: non sottovalutate mai il sole estivo durante escursioni così lunghe, altrimenti davvero potreste correre il rischio non solo di rovinarvi la vacanza, ma anche – ed è la prospettiva ben peggiore – di finire in ospedale]. Dopo il riposo, passeggiata rilassante nel centro storico di Precetto, uno dei due paeselli che appunto formano “Ferentillo”, oggi parzialmente in restauro e noto per le sue misteriose mummie… Questa sera, invece, cenetta deliziosa alla trattoria del b&b, ricavato in un ambiente suggestivo – probabilmente un vecchio mulino – fatto di pietra e travi a vista: ordiniamo, oltre al resto, ciriole alla ternana e pizzichetti al guanciale e cipolla (molto buoni). Dopo cena, una corsa a prendere l’acqua per domani, sotto un cielo plumbeo vicinissimo alla pioggia… A terra una miriade di lumache che facendo i “salti mortali” si cerca di non schiacciare. Ora ci rimettiamo a dormire e domani si riparte con meta Ceselli.

Quarta tappa: da Ferentillo a Ceselli, 11 luglio 2013. Ceselli, ore 20.30

Tappa semplice e rilassante, non solo per la brevità del percorso, appena 10 km, ma per la tranquillità del sentiero, sterrato ed immerso nel verde. Partiamo da Ferentillo con calma dopo un lauta colazione. Lasciamo al locandiere la tenda e i sacchi a pelo: ci siamo resi conto che campeggiare era assurdo in questo tipo di viaggio, dove il riposo è essenziale. Gli zaini fra l’altro ora sono più leggeri (ma comunque non leggerissimi) e il cammino più fattibile.

4-Ferentillo-Segnavia del Cammino

4-Matterella-Veduta alla ripartenza

La Val Nerina è sempre bellissima ed ora si presenta abbastanza stretta, fra rupi incise da grotte e monti d’un verde cupo ma splendente. Oltrepassiamo Macenano, frazione di Ferentillo, dove prendiamo chi un caffè chi una gassosa in un’ex-antica osteria da poco recuperata: il barista ci intrattiene circa le difficoltà di vivere in un piccolo borgo sempre più spopolato e, a sua detta, privato dei servizi essenziali; qui incontriamo anche gli occhi innocenti di un bambino, prossimo alle scuole medie, che viene rimproverato dal barista (forse suo padre, forse suo zio, non si sa) che lo “accusa” di essere un “ozioso” e un “somaro”, ma al quale risponde di avere in pagella ben “due 9 e due 10”…

4-Il borgo di Macenano

4-Osteria di Macenano

Divertiti dai personaggi del posto – fra cui molte anziane signore che ci salutano, ci sorridono e ci augurano buon viaggio (pensando probabilmente che siamo pazzi) –, riprendiamo gli zaini e quindi il cammino: la Val Nerina si fa particolarmente solitaria e pittoresca. Presto compare sulla nostra sinistra, sul versante opposto della valle, l’Abbazia di San Pietro che si adagia elegantemente su un terrazzo ornato da cipressi e circondato da fitte selve: la struttura ricorda in parte l’Abbazia di Santa Scolastica a Subiaco e quella di Farfa, entrambe, pure, benedettine.

4-Abbazia di S. Pietro in Valle-Veduta

Dopo un ulteriore tratto in ambiente sempre bucolico, ecco comparire le case di Ceselli e dei vari borghi arroccati sulle alture circostanti, secondo la tipologia di insediamenti già vista a Ferentillo, che richiama in modo esemplare il fenomeno dell’incastellamento alto-medievale, qui probabilmente di matrice longobarda (siamo nel cuore del antico Ducato di Spoleto).

4-Segnavia del Cammino 2

4-Segnavia del Cammino 1

A questo punto vale una riflessione: il “Cammino” ci sta facendo scoprire un’Umbria “segreta” e quasi arcaica, senza dubbio lontana anni-luce dalle località più famose e turistiche della regione. Qui è Appennino vero, sperduto e spopolato, con i vecchietti con la “scoppoletta” e le signore coi vestiti a fiorellini che ancora lavano i panni insieme nei fontanili lungo le strade. Qui è l’Italia pastorale d’un tempo, ormai inevitabilmente in via d’estinzione, scomparendo la quale perderemo una parte importante della nostra cultura contadina e delle nostre tradizione più autentiche.

4-Casolare abbandonato

Qui è insomma ancora visibile una traccia di come vivevano i nostri nonni e i loro avi, e tutto ciò durerà per poco, in quanto le istituzioni (e interessi “superiori” ben intuibili) mirano con evidenza a far morire i piccoli paesi e gli stili di vita semplici e non consumistici, in una parola “umani”, ad essi connessi. A meno che i giovani non sappiano recuperare le tradizioni e renderle vive e attuali. Abbandonando magari il vestiario, mantenendo tuttavia saperi e mestieri. Ma questo è un altro discorso. Intanto ci rendiamo conto che siamo gli ultimi ad ammirare certe scene, che fra vent’anni o anche meno saranno definitivamente collocate nel passato.

4-Libellule

4-Cammino fra Ferentillo e Macenano

4-Fiume Nera presso Ceselli

4-La valle si allarga verso Ceselli

Ad ogni modo l’arrivo a Ceselli è piacevole e il riposo pomeridiano conseguente assolutamente necessario, non prima di aver fatto un pranzetto nella cucina della casa, con pane, formaggio e pomodoro.

4-Segnavia a Ceselli

Nel tardo pomeriggio facciamo spesa all’unico alimentari del paesino (con orari assolutamente variabili, per non dire disponibile “al bisogno” tramite una telefonata), un giro per i vicoli del borgo medievale (deserto) e poi cenetta con spaghetti allo sgombro, pane sciapo e prosciutto, senza farci mancare una birretta.

4-Ceselli-Arco nel borgo

4

4-Ceselli-Via di Spoleto

4-Panorama da Ceselli

La quiete è ora assoluta, ci sentiamo rilassati. Domani sveglia all’alba: affronteremo la tappa in teoria “più dura” del Cammino, ma in passato abbiamo fatto ben di peggio e non siamo certo preoccupati. Da Spoleto in poi sarà tutto più turistico e “movimentato”. Fin qui abbiamo camminato sempre in solitaria, senza mai incontrare nessuno. Dobbiamo comunque dire che il tratto della Val Nerina, che ci apprestiamo malinconicamente a salutare, è stato – e sicuramente rimarrà – quello più avventuroso e ricco di sorprese. Davvero una meravigliosa esperienza. Ora finiamo di preparare le nostre cose e ce ne andiamo a dormire presto.

Quinta tappa: da Ceselli a Spoleto, 12 luglio 2013. San Giacomo di Spoleto, ore 22.15

Stasera la stanchezza prevale sula voglia di scrivere. Tappa emozionante e faticosa, sperduti fra i monti dell’Umbria.

5-Piccolo villaggio dopo Ceselli

5-L'Alta Val Nerina

5-Sentiero esposto

5-Frazioni rurali

5-Un altro borgo perduto fra i boschi

5-Minuscolo borgo di montagna

5-Segnavia presso Sensati

5-Segnavia sulla pietra

Sensati-Casa in rovina MINLB

Continua la scoperta di una regione dai mille volti: dalle tante bellezze ma anche dalle tante, inaspettate contraddizioni.

5-Passo di Castelmonte

5-Si intravede la Valle Umbra

L’arrivo a Monteluco di Spoleto è splendido. Dopo la solitudine estrema dell’Alta Val Nerina e del Valicodi Castelmonte, eccoci di nuovo immersi nella “società”. Interessante è parlare con quelli del posto, sempre gentili e certe volte un po’ pazzi… Ma i “turisti” non sono da meno… Abbiamo infatti conosciuto sul Ponte delle Due Torri, un suonatore di flauto traverso tedesco, un po’ avvinazzato, che definisce il pubblico di “Spoleto Alta” (cioè del centro storico) con “la puzza sotto il naso”…

5-Arrivo all'Eremo di Monteluco

5-Segnavia nella lecceta di Monteluco

5-Discesa verso Spoleto

5-Le colline di Spoleto

5-Spoleto-Ponte delle Due Torri e Rocca d'Albornoz

Il pomeriggio abbiamo quindi sommato all’escursione, iniziata all’alba, un bel trekking urbano per le vie di Spoleto, attualmente piena di gente per il “Festival dei Due Mondi”.

5-Spoleto-Duomo, facciata

Questo è anche il motivo per cui non abbiamo trovato un alloggio (tutto prenotato!), sicché siamo costretti ad allungare fino al sobborgo di San Giacomo, estrema periferia di Spoleto, che raggiungiamo accompagnati dal proprietario del b&b. Egli ci accoglie in modo generoso e simpatico, facendoci assaggiare i suoi prodotti di norcineria, davvero unici e squisiti (nonché genuini visto che dormiremo come sassi), accompagnati da un ottimo vino rosso locale (probabilmente il famoso “Sagrantino”). La sera continua a base di insaccati locali e pomodori e poi caffè e dolcetto ad un bar di San Giacomo, piccolo paese della Valle Umbra, con un borgo medievale malmesso ora in via di ristrutturazione. Domani tappa breve e facile, anche perché, partendo da qui, l’accorceremo parecchio. Buonanotte.

Sesta tappa: da San Giacomo di Spoleto a Campello sul Clitunno, 13 luglio 2013, ore 23.00

Stamattina il proprietario del b&b ci dà un passaggio fin dove inizia l’aperta campagna, già in vista del borgo di Poreta, che appare sullo sfondo circondato da colline ricoperte da ulivi. Nel punto in cui veniamo lasciati però non ci sono segnavia di alcun tipo, ma non possiamo sbagliare perché l’abitato di Poreta è proprio di fronte a noi, diviso in una parte alta e in una bassa.

6-Paesaggio presso Poreta

6-Poreta-Veduta
6-Poreta-Scorcio

Raggiungiamo e attraversiamo quella bassa, molto graziosa con diversi casali ristrutturati, e siamo saliti su quella alta, assai suggestiva in quanto mantiene pressoché inalterato l’impianto dell’incastellamento longobardo.

6-Cartelli a Poreta Alta

6-Poreta Alta-Panorama 1

Da qui la vista spazia sulla Valle Spoletana e Umbra, nel complesso ancora bella da vedere nonostante nella zona ai piedi di Poreta risulti deturpata da due grosse cave e da un brutto “parco” fotovoltaico a terra. Il paesaggio collinare, che ben si apprezza durante la salita al borgo, è invece splendido ed intatto.

6-Poreta Alta-Panorama 2

Da Poreta ripartiamo (dopo un caffè nell’agriturismo che occupa il borghetto) in direzione di Campello Alto ma sopraggiunge un forte caldo che, arrivati nel villaggio di Lenano, proprio ad un passo dal suddetto paesino, ci costringe (per evitare i danni subiti ad Arrone) a chiamare la proprietaria del b&b che abbiamo prenotato a Campello Basso per venirci a prendere e portarci nella nostra camera. A Campello Alto saliremo nel tardo pomeriggio (magnifico tramonto), dopo una passeggiata alle vicine Fonti del Clitunno e un aperitivo, offerto dal proprietario del b&b, a base di bruschette letteralmente annaffiate del gustoso olio locale mentre i nostri calici vengono riempiti di Grechetto e Sagrantino…

6-Campello Alto-Veduta

6-Campello Alto-Panorama

La sera ceniamo in una pizzeria degli immediati dintorni, la cui pizza però si rivelerà poco digeribile ed infausta per la notte.

6-Un bicchiere di Sagrantino

Oggi siamo sempre rimasti sereni, malgrado il momento sotto il sole sia pesato un po’. Domani tappa più corta del canonico, che dovrebbe rivelarsi facile e che ci condurrà a Trevi. Ormai Assisi è vicina.

Settima tappa: da Campello sul Clitunno a Trevi, 14 luglio 2013, ore 23.00

Dopo un inizio un po’ difficoltoso nel trovare il sentiero segnato, la tappa di oggi si è rivelata molto piacevole. A Pissignano c’è stato un po’ di nervosismo poiché l’unico sentiero segnato, quello del CAI, si inerpica sulla collina superando numerosi terrazzamenti ad ulivo in un ambiente piuttosto arso e assolato.

7-Veduta all'alba da Campello sul Clitunno

7-Campello sul Clitunno-Chiesa in rovina

Chiediamo informazioni a un signore in un camioncino che ci indica una scorciatoia, seguendo la quale più tardi ci ricongiungeremo al “Cammino di Francesco” ufficiale.

7-Pissignano Alto-Torre

7-Valle Umbra-Paesaggio presso Pissignano

7-Si intravede Trevi

L’itinerario (che evidentemente corre più basso di quanto pensavamo: ma la segnaletica dov’è?!) si svolge poi tutto a mezza costa con piccoli sali-scendi, attraversando svariati villaggi di strada e case sparse. Forte è il profumo della campagna, fra timo, rosmarino e finocchio selvatico, mentre lo sguardo è rasserenato dal volo delle farfalle e dal celeste del cielo estivo. Ad un dosso, ove appunto ritroviamo i segnavia giallo-blu (era ora!), si inizia a vedere Trevi e la gioia sale.

7-Segnavia del Cammino

7-Santuario sulle colline

Siamo felici di raggiungere una meta così bella dove poter passare il pomeriggio e la notte: ci sentiamo anche abbastanza stanchi poiché, a differenza della prima fase del “Cammino”, i segnavia in questa zona sono scarsi e tutto ciò è snervante quando si hanno da macinare chilometri sotto il sole estivo a 30°C e si vuole evitare l’ora di punta (e una conseguente insolazione).

7-L'arrivo a Trevi

Appena arrivati a Trevi, visitiamo la Madonna delle Lacrime e poi, nel pomeriggio, le varie chiese di Trevi, godendo inoltre di affascinanti panorami che spaziano su tutta la Valle Umbra.

7-Trevi-Piazza

7-Trevi-Panorama

Le antiche mura di Trevi sono ricoperte di fiori di capperi e baciate da un sole meraviglioso.

7-Trevi-Scorcio

7-Trevi-Selciato

7-Trevi-Capperi in fiore

In serata, stupenda cenetta nella piazza del paese, e due passi fra i vicoli; infine si va a dormire in vista della tappa di domani (Foligno) che si preannuncia dura dovendoci avvicinare, per la prima volta dall’inizio del “Cammino”, ad una vera e propria città, con tutti gli ostacoli che normalmente ne conseguono per i camminatori…

Ottava tappa: da Trevi a Foligno, 15 luglio 2013, ore 23.00

La tappa di oggi è quella che più ha presentato problemi di ogni tipo. Il primo tratto dopo Trevi è rimasto bucolico e piacevole.

8-Trevi-Veduta
8-Convento di S. Francesco, cartello
8-Panorama dal Convento di S. Francesco
8-Un  breve tratto nel bosco

Si cammina ancora attraversi fitti uliveti e piccoli villaggi di strada: facciamo sosta ad uno di essi, dove la simpatica signora di un bar ci fa i complimenti per la nostra “impresa” e un mini-sconto per i nostri caffè.

8-Colline fra Trevi e Foligno

8-Pieve rurale fra Trevi e Foligno

Da qui in poi i segnavia iniziano ad essere assolutamente latenti. A leggere la descrizione sembra che il percorso sia quello giusto, ma per la prima volta dall’inizio del “Cammino” non ci sentiamo più letteralmente “accompagnati”… Ci inoltriamo in aperta campagna, ove i segnavia sono ormai rarissimi fino ad un bivio, presso il quale troviamo un segnavia messo in modo impreciso e quindi ingannevole.

8-Sentiero fra Trevi e Foligno

Seguiamo infatti lo stradello sbagliato: presto la campagna inizia inspiegabilmente a degradare, con i rumori di un cementificio, campi incolti e rifiuti sempre più numerosi, e con lo sfondo di una zona industriale, fino a ritrovarci… improvvisamente… in un campo-rom!!! Ce ne accorgiamo troppo tardi, sicché dobbiamo sorbirci la visione inaspettata e sconsolante di un terreno bruciato dove i bambini corrono e giocano fra le roulotte e l’immondizia e dove le persone fanno i propri bisogni in mezzo alla strada, come attestano numerosi loro “resti fisiologici”…. Increduli e “leggermente” infastiditi (le maledizioni si sprecano nei confronti degli autori della segnaletica nella zona!), facciamo subito dietro-front, salutiamo una “mamma-rom” incinta e torniamo al famigerato bivio dove ovviamente prendiamo l’altro viottolo che sale lievemente fra gli ulivi già in vista di Foligno, o meglio della sua periferia-sud.

8-Segnavia del Cammino di Francesco presso Foligno

8-S. Eraclio-Torre

Un tratto assolato su un’asfaltata a sali-scendi fra case ed ulivi ci porta ad un sobborgo di Foligno, Sant’Eraclio, dove passava l’antica Via Flaminia; qui facciamo una pausa-pranzo con una pizzetta e ripartiamo seguendo una sorta di pista ciclabile che in realtà è un marciapiede con su il disegno della bicicletta: dopo 2 km di traffico ed afa giungiamo finalmente nel centro storico di Foligno, ove, ormai all’ora di punta (e di pranzo), prendiamo la camera dell’ostello e mangiamo un po’ di pizza in una vicina rosticceria.

8-Foligno-Bandiera e campanile del Duomo

Poi riposo pomeridiano (davvero indispensabile dopo l’epopea di oggi) e giro serale per il centro, ricco di monumenti, con passaggio nella piazza dove San Francesco vendette le merci del padre per ricavarne i soldi per il restauro di San Damiano presso Assisi.

8-Foligno-Scorcio dalla piazza

8-Foligno-Costruzioni medievali

8-Foligno-Bandiera

In serata bella cenetta alla trattoria dell’ostello e poi a dormire, stremati. Domani ultima tappa e già sentiamo la malinconia di un’avventura stupenda che sta per finire.

Nona tappa: da Spello ad Assisi, 16 luglio 2013, ore 23.00

Finalmente ad Assisi! Però, che fatica… La tappa di oggi si è rivelata devastante perché concepita male dagli autori della segnaletica, con dislivelli praticamente inutili e segnavia in contrasto con la descrizione presa dal sito ufficiale del “Cammino” e in buona parte completamente inesistenti!

9-Spello-Scorcio dalla Stazione 1

9-Spello-Scorcio dalla Stazione 2

9-Spello-Scorcio

Arriviamo a Spello in treno per evitare i problemi di ieri nella periferia di Foligno. Superiamo il borgo in salita gustandoci le sue splendide case dai balconi fioriti e facendo piccole soste per ammirare le copiose vestigia romane e un magnifico dipinto del Pinturicchio (molto attivo a Spello assieme al Perugino) ed infine sbuchiamo da Porta Montanara. Da qui i segnavia ci costringono ad una salitaccia fra gli ulivi assolati con magnifica vista retrospettiva di Spello e della Valle Umbra.

9-Scorcio di Spello

9-Valle Umbra-Segnavia del Cammino di S. Francesco presso Spello

9-Valle Umbra-Campagna presso Spello

L’umore è alto malgrado la fatica: abbiamo ancora energie da vendere. Il Cammino del resto ci ha insegnato molte cose come il fatto che la fatica in certi casi viene sempre ricompensata e come le acquisizioni spirituali ed esistenziali, che si hanno con tali esperienze, vadano messe al di sopra dei problemi momentanei e risolvibili. Ad ogni modo, la salita continua, inoltrandosi nella macchia e poi, ad un passetto, trasformandosi in una lentissima discesa, sempre nel bosco, nella quale i segnavia man mano si diradano fino a diventare del tutto assenti…

9-Bosco fra Spello e Assisi

Da qui cerchiamo di orientarci ma il nostro sentiero sbuca sull’asfalto molto prima di Assisi. Oltrepassiamo la frazione di Viole, dove una sosta per bere e mangiare qualcosa è ormai indispensabile: è infatti l’ora di punta e fanno 32°C, c’è parecchia umidità e i chilometri già percorsi, coi loro dislivelli, si fanno sentire…

9-L'Arrivo nel Comune di Assisi

9-Pieve di collina presso Viole di Assisi

L’ultimo tratto è dunque su asfalto e sotto il sole cocente: un tizio gentile si ferma con la macchina e ci chiede se vogliamo un passaggio; noi ci guardiamo in faccia e subito ci capiamo, rispondendogli che dobbiamo entrare ad Assisi a piedi!

9-Sguardo su S. Maria degli Angeli

9-L'apparizione di Assisi

L’arrivo alla città di Francesco è emozionante, anche se la fatica e la sete paiono voler rivaleggiare con la gioia. Il pomeriggio riposiamo e facciamo un giro per la cittadina e, a seguire, un’abbondante cena in un ristorante panoramico.

9-Il cartello di Assisi

9-L'ingresso alla città di Francesco

9-Assisi-Basilica di S. Francesco

Spira stasera un vento tiepido meraviglioso. Tutto è bellissimo. Il tramonto sulla città è stato spettacolare. Ora la Basilica Superiore si staglia di fronte a noi illuminata contro il cielo nero. Ma la cosa più splendida e indescrivibile sono le nostre sensazioni private, che né la semplice penna né alcuna parola “prestabilita” può pienamente descrivere.

9-Panorama al tramponto su Assisi

Ripensiamo continuamente alla nostra piccola “impresa”. Quel che è certo, sintetizzando, è che nel camminare giorni e giorni di seguito si conosce più se stessi, ci si sente davvero vivi, si prende confidenza col proprio corpo, si scopre la vera essenza delle cose. E’ stato un “vero viaggio”. Non importa se breve come distanze, non importa se vicino casa, se nel proprio Paese, ma sono stati 100 km vissuti nel più profondo dell’animo.

9-Basilica di S. Chiara, campanile

Abbiamo conosciuto davvero i territori attraversati, con le loro bellezze, spesso con le loro solitudini, talvolta con tutti i loro problemi, venendo a contatto realmente con le genti che li abitano, sempre (o quasi) accolti con grande benevolenza, comprensione e qualche volta ammirazione. Ci rendiamo conto solo ora che questo per noi è stato forse il primo “vero viaggio” della nostra vita. Del resto, camminando non si vive appieno soltanto la destinazione, bensì il tragitto diviene la parte fondamentale. Non è la meta ma “il durante” a rimanerti dentro. E’ un capovolgimento dell’anti-viaggio rappresentato dal “mordi e fuggi” dei week end nelle capitali estere sui voli “low cost” a fare “shopping”, a visitare mega-musei rinomati (magari esibendo un look “fashion”), a mangiare in locali “trendy”…

9-Tramonto ad Assisi

Questo non è viaggiare, è consumare: è l’ennesimo tassello di quel processo di lavaggio del cervello di massa propugnato dal capitalismo iper-consumista e globalizzante che tende a costruire una società di “automi”, stereotipi e pregiudizi, status symbol, modi prestabiliti di vivere e pensare (e parlare!), allontanando il più possibile le persone dalla scoperta di se stessi e dal contatto col territorio, di cui oscuri interessi economici hanno così la possibilità di fare ciò che vogliono. E non è un caso se le persone che più ricorrono ai week end “mordi e fuggi” nelle grandi metropoli sono proprio quelle che meno conoscono e meno amano le zone in cui risiedono. In questo senso, percorrere a piedi – e quindi a monitorare – un territorio contribuisce a salvaguardarlo. Buona notte.

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

8-9 giorni

Periodo migliore:

settembre-ottobre e maggio-giugno-prima metà di luglio per trovare le condizioni climatiche e paesaggistiche ottimali. Novembre è bellissimo ma attenzione alle giornate corte e al rischio di pioggia.

Dove dormire:

Rieti – B&B La Terrazza Fiorita


Rieti Sotterranea, la magia di una scoperta

Inauguriamo oggi con questo interessante articolo di Rita Giovannelli i contributi di amici e collaboratori esterni al blog. Andremo alla scoperta di un aspetto poco noto di Rieti, elegante cittadina dell’Alto Lazio vicina al confine umbro, conosciuta più per le piste da sci del vicino Terminillo che per le sue valenze storiche, artistiche e culturali: le quali, oltre ad essere notevoli, hanno radici antichissime, risalenti all’epoca sabina e dunque pre-romana. Buona lettura e un grazie all’amica Rita!

Il campanile romanico del Duomo di Rieti

“Io credo che la causa prima di tutte le cose sia stata l’acqua e che essa abbia in sé una mente divina che tutto produce, e che, non diversamente dal modo con cui per noi inumidisce le piante, così dall’abisso, mandate fuori le sorgenti fino al cielo, formò con l’umida mano le stelle e tutto il rimanente splendore del cielo” (Talete di Mileto).

Porta Conca

Questa è la risposta che il più importante tra i sette uomini, famosi per la loro sapienza, dà a Giovanni Boccaccio nel Proemio delle Genealogie deorum gentilium , interrogato sul dio pagano più antico. Anche Goethe ricorda Talete in un significativo passo del secondo atto del Faust  dove il filosofo ionico esclama: …“ E’ dall’acqua che tutto scaturisce! E’ nell’acqua che tutto si conserva! Oceano, dacci la tua azione esterna. Se tu non mandassi le nuvole, se tu non gonfiassi i ruscelli, se tu non guidassi i torrenti, se tu non portassi acqua ai grandi fiumi, che sarebbero i monti, che le pianure e il mondo? Sei tu che conservi la vita più florida”. Per apprezzare gli straordinari benefici dell’acqua, la valle di Rieti, sembra essere il luogo elettivo.  Qui il predominio dell’uomo sulla natura è rappresentato dalla bonifica fatta dal console Manio Curio Dentato nel III secolo a.C. La fecondità della terra è rappresentata dalla straordinaria ubertosità del territorio reatino. Infine il paesaggio, mai pura espressione naturalistica ma creato dal lavoro, dalla fatica e dalla fantasia dell’uomo. Un Eden, quello della valle di Rieti, considerata una delle più belle d’Europa per l’architettura del paesaggio, dove l’uomo ha agito con mano d’artista e dove dopo l’abbandono dell’agricoltura può ritornare per ritrovare: un ruscello, un fiume pulito, le rive  un lago ma anche  uno stagno abbellito da ninfee in un percorso paesaggistico dove  i torrenti, i canali, gli spazi arborei consentono incontri ravvicinati con la fauna,  dove i paesaggi artificiali che egli ha tracciato non devono andare perduti, uno spazio da offrire ai visitatori più attenti per passeggiare alla ricerca di positive suggestioni.

Conca di Rieti-Veduta dai Mti Sabini

Ricca di torrenti e sorgenti, la pianura dominata dal monte Terminillo è considerata la zona più ricca di acqua d’Europa. Grazie alla canalizzazione delle sorgenti del Peschiera, mirabile opera di ingegneria idraulica, realizzata negli anni Trenta, fornisce infatti l’85 per cento delle acque consumate a Roma. La ricchezza delle acque, caratteristica del territorio, è riscontrabile nella città di Rieti ma anche nei dintorni, nel rapido fluttuare dei corsi d’acqua di campagna e nei numerosi segnali stradali che indicano la strada per i laghi, sparsi nella pianura. Il fiume Velino attraversa la città con acque così trasparenti che un pescatore dalla vista acuta può vedere la sua preda prima che il pesce abbocchi all’esca. Liberata dalle acque dai romani con un’opera di ingegneria idraulica, la zona divenne famosa per la fertilità dei campi. Tanto erano fertili i campos rosae  dell’agro reatino che Cicerone li paragonò a quelli della valle di Tempe, nel nord della Tessaglia in Grecia, celebrata dai poeti greci come uno dei luoghi favoriti da Apollo e dalle Muse. Alla fertilità della valle di Rieti fece riferimento anche  lo storico Flavio Vopisco che definì i campi reatini,  Italiae sumen. Il concetto della fertilità del territorio ricorre anche nell’ Umbilicus Italiae , ombelico d’Italia, segnalato da Plinio nelle Naturalis Historia ed identificato nel lago di Cotilia da Marco Terenzio Varrone. “Ombelico d’Italia” è l’appellativo dato in seguito  alla città di Rieti, considerata al centro geografico della penisola italica.

Ingresso di Rieti Sotterranea

L’ acqua in particolare ed il sale sono stati gli ingredienti della storia della città che resero necessaria la costruzione del  viadotto romano che scopriremo durante l’itinerario sotterraneo. La passeggiata inizia da piazza Cavour, all’inizio del nuovo ponte sul Velino tra le acque del quale si  osservano i resti del ponte romano, costruito nel III secolo a.C. Il cartello che invita alla scoperta della Rieti Sotterranea,  mostra una sezione della via Roma, nel passato via Salaria l’antica via del sale, sostenuta da una serie di archi crescenti costruiti dai romani per evitare allagamenti ed impaludamenti della consolare.

Rieti sotterranea

La denominazione dell’importante arteria si deve alla sua funzione originaria che consentiva alle popolazioni dell’entroterra sabino e dell’agro reatino di raggiungere Roma per rifornirsi di sale nel Foro Boario, trasportato qui dalle saline della foce del Tevere ed alle popolazioni del Piceno di trasportare il sale e numerosi prodotti verso la capitale. Il sale è stato l’oro bianco dell’antichità, essenziale per la conservazione del cibo, oltre che per il loro condimento, indispensabile per pagare i soldati, un vero e proprio genere di lusso per chi abitava lontano dalle coste. Nelle Naturalis Historia Plinio affermava che non era possibile concepire una vita civilizzata senza di esso. I romani furono i primi a capirne la necessità e il valore tant’è che costruirono la più antica via consolare, che congiungeva Roma a Porto d’Ascoli e bonificarono la piana reatina. La strada attraversava la città di Rieti, la cui valle era occupata dalle acque del lacus Velinus. Croce e delizia del territorio reatino, l’acqua ha reso sempre difficile la vita della popolazione locale, costretta a combattere con il fiume Velino che nel passato usciva spesso dagli argini. Oggi l’acqua di Rieti produce vantaggi e benefici straordinari per gli abitanti di Roma, che hanno a disposizione più di 500 litri di acqua al giorno pro-capite provenienti dalle sorgenti dell’acquedotto Peschiera-Capore, situato in località Cittaducale a pochi chilometri da Rieti, principale fonte di approvvigionamento idrico per Roma.

Rieti sotterranea

Per la capitale si tratta di un grande vantaggio se si pensa che parigini e londinesi possono usufruire di meno della metà della quantità citata con una differenza sostanziale dovuta al fatto di utilizzare acqua purificata della Senna e del Tamigi. I romani al contrario utilizzano acque che hanno caratteristiche potabili naturali provenienti direttamente dalla sorgente. Pochi a Roma percepiscono questo vantaggio e neppure conoscono le difficoltà affrontate dalla popolazione reatina per difendersi dall’abbondanza delle acque che affiorano copiose in prossimità della città di Rieti. Inizialmente l’antica via Salaria doveva giungere a  Rieti e solo successivamente venne prolungata fino all’Adriatico, forse in seguito all’assoggettamento del Piceno avvenuto nel 268 a.C. Le modifiche e l’ampliamento dell’originario percorso richiesero un notevole dispendio di energie e di risorse economiche, se si pensa che per aprirsi un varco in direzione del mare, i romani furono costretti a realizzare subito dopo l’abitato di Interocrium,  Antrodoco, tagli verticali nelle rocce che ancora oggi caratterizzano le “gole del Velino. Questi ed altri interventi, di sostanziale importanza, furono necessari per rendere la Salaria, la principale via di comunicazione per l’intero territorio sabino, utilizzabile in qualsiasi periodo dell’anno.

Rieti sotterranea

La zona compresa tra il bordo della collina sulla quale si era sviluppata Rieti e l’alveo del Velino infatti, era costantemente impaludata a causa dell’abbondanza delle acque del fiume,  nel periodo delle piogge ed in primavera per lo  scioglimento delle nevi delle montagne circostanti. Questa fascia di terreno di circa 200 metri di profondità sulle riva destra del fiume poteva essere superata solamente grazie alla costruzione di una strada di collegamento tra il ponte ed il foro situato parte più alta della collina, superando il dislivello mediante la realizzazione di un viadotto inclinato ad arcate di notevole impegno costruttivo e grandioso effetto architettonico. Il primo arco di questa struttura era rappresentato dal ponte romano che consentiva alla via Salaria di superarare il fiume Velino.  Questo ponte in origine ad un solo arco, sembra essere stato rimaneggiato nel corso del I secolo d.C., con tutta probabilità durante l’epoca Claudia. Superato il ponte, a sinistra si incontra via del Porto. In loco era ubicato l’attracco più importante del tratto urbano del fiume Velino, sistemato a valle del ponte romano e quindi più protetto dalle piene del fiume. Una piccola ansa, arretrata rispetto all’argine, veniva colmata dalle acque del Velino, nei periodi di piena, acqua che frequentemente si addentrava per diversi metri lungo la strada trasformandola in canale navigabile. In loco la presenza di alcuni archi ribassati è testimone dei continui aumenti di livello delle rive del fiume, tesi ad evitare l’annoso problema delle inondazioni delle case, che rendevano difficile la vita agli abitanti della zona.

Rieti-Mura medievali

L’acqua trasformava così la città Rieti, con stretti canali, formati da case-torre costruite verticalmente al viadotto romano, in una piccola “Venezia di acqua dolce” per poi tornare per brevi periodi alla praticabilità delle sue strade. Una interazione in continua evoluzione del rapporto città- acqua- fiume- viadotto romano. Un rapporto di odio ed amore dove tutti hanno trovato vantaggi quotidiani e problemi da risolvere. Oggi dopo i lavori di sistemazione del Velino degli anni Trenta, con nuove arginature, costruzioni di muraglioni ed interramenti delle zone basse, dopo la costruzione delle dighe che hanno formato i laghi Salto e Turano, l’acqua non costituisce più una minaccia per la popolazione ma un bene da salvaguardare ed uno strumento di studio attraverso il quale comprendere le vicende del passato. A metà di via del Porto si incontra la parte retrostante di palazzo Napoleoni che presenta dei grandi archi tamponati nei muri. Gli archi, nel passato fungevano da darsene alle barche che trasportavano le merci nei magazzini mercantili dei palazzi gentilizi reatini. All’interno del palazzo un pannello mostra una ricostruzione della Reate romana tra il IV-II secolo a.C.  Più antica di Roma, Reate, risalente all’VIII secolo a.C., fu un’importante città dei Sabini. Deriva il suo nome da Rea, madre di tutti gli dei o, secondo un’altra versione, da Rea Silvia, genitrice di Romolo e Remo. Nei sotterranei di palazzo Napoleoni, è raggiungibile attraverso locali di epoca seicentesca, quattrocentesca e medievale, uno dei fornici del viadotto romano. L’insieme degli ambienti costituisce l’asse del percorso di visita attualmente  proposto ai turisti ed agli esperti, per gli importanti lavori effettuati negli anni dai proprietari e per la perfetta conservazione del fornice.

Rieti sotterranea

Da qui si giunge nei sotterranei di Palazzo Vecchiarelli il più prestigioso della città, costruito da Carlo Maderno. L’architetto con misurato gioco di fantasia operato per armonizzare il proprio intervento con gli edifici preesistenti, ideò per la corte interna una architettura scenografica capace di esaltare le qualità dell’insieme ottenendo al contempo una maggiore profondità dello spazio. La corte con portico e loggia fronteggiati da una  bella fontana e quinte sceniche, considerata il “teatro di pietra”, si è rivelata possedere un’ottima acustica. Realizzata sopra possenti volte appoggiate in parte su grandi pilastri, in parte su strutture medievali preesistenti ed in parte sul vicolo Coarone, la corte nasconde un complesso sotterraneo ricco di fascino e di storia all’interno del quale si possono vedere  un pozzo di origine medievale   ancora funzionante ed un muro con balcone sostenuto da mensole di pietra. Negli ambienti sotterranei del palazzo si osservano le Sculture Sonore di Immacolata Datti  realizzate con l’utilizzo di materiali eterogenei ed impiego di tecniche varie. Ritornando sulla via del Porto si può ammirare l’ambiente di palazzo Rosati che mostra un fornice seminterrato ma ben conservato. Il muro  laterale di contenimento a monte dell’arco, realizzato in opera quadrata, mette in evidenza il piano di inclinazione della via consolare dalle rive del fiume Velino fino alla rupe di travertino. La visita della Rieti Sotterranea si conclude negli ambienti della casa torre di via Pellicceria dove è possibile ammirare i resti della rupe di travertino dove si è sviluppata l’antica Reate. Da qualche tempo è possibile visitare la Rieti Sotterranea attraverso visite guidate organizzate in loco. INFO e Prenotazioni:  www.rietidascoprire.it  tel. 347 7279591 oppure 0746-296949.

APPUNTI DI VIAGGIO

DOVE DORMIRE: B&B “La Terrazza Fiorita”