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Castel Cardinale presso Tuscania

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Uno scorcio di Castel Cardinale, fra Tuscania e Viterbo. Situato in un paesaggio altamente suggestivo, si tratta di uno dei “manieri perduti” più segreti e sconosciuti del Lazio, poiché invisibile dalle strade principali e da qualsiasi altura o cittadina circostante. Per saperne di più sulla sua storia e sul come arrivarci, si consiglia la lettura della nostra guida: “I castelli perduti del Lazio”

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Castel Cardinale, un maniero segreto fra Viterbo e Tuscania

L’immensa pianura ondulata che si estende fra Viterbo, Tuscania e Tarquinia si presenta disseminata di resti di fortilizi, che danno l’idea di come e quanto fosse presidiata militarmente durante tutto il Medioevo. Fra i tanti spicca Castel Cardinale, luogo noto agli agricoltori della zona anche con il nome di “Castello del Marchese”, poiché ricadente in una vecchia tenuta nobiliare, oggi divenuta una grande azienda zootecnica.

Castel Cardinale-Facciata 3 RCRLB

Il castello si eleva a protezione di un piccolo fosso che corre quasi parallelo alla Strada Chirichea, la lunga sterrata che collega la Via Tuscanese e la Via Vetrallese sfiorando le rovine di Castel di Salce. La peculiarità di Castel Cardinale è tuttavia il fatto di non essere stato edificato sull’orlo di una rupe, come la maggior parte degli altri manieri della zona – quali ad esempio il vicino Castel d’Asso o il più distante Castello di San Giovenale -, bensì sulla sommità di una collinetta.

Castel Cardinale-Veduta 7 RCRLB

Misteriose e solitarie, le rovine di Castel Cardinale, in blocchi di tufo bruno su base arenacea, colpiscono immediatamente il visitatore sensibile per la loro bellezza enigmatica, conferitagli sia dalla posizione insolita dell’incastellamento sia dalle pittoresche forme architettoniche e dalla particolare situazione ambientale: il colle ove esse si stagliano, coronato da alti pini, si mostra circondato da verdi prati a loro volta bordati dalla folta vegetazione che avvolge il corso d’acqua.

Castel Cardinale-Veduta da lontano 1 RCRLB

L’assoluto silenzio del luogo, dolcemente spezzato dal gorgogliare del ruscello, aggiunge stupore in chi ammiri il rudere, ponendolo quasi fuori dal tempo. Tali caratteristiche rendono senza dubbio Castel Cardinale uno dei siti più curiosi, affascinanti fra quelli descritti nella nostra guida “I Castelli perduti del Lazio” (ove sono presenti le indicazioni su come arrivarci), la cui “segretezza” è oltre modo avvalorata dalle pressoché inesistenti fonti documentarie, che ci costringono a fare mere supposizioni sulla sua storia.

Castel Cardinale-Scorcio 1 RCRLB

L’altura ove sorge l’edificio, con le sue grotticelle, lascia pensare ad un sito di origine etrusca (o addirittura villanoviana), e del resto in tutta la campagna circostante si vedono cavità più o meno ampie, oggi utilizzate come ripostigli o fienili. Il toponimo “cardinale” potrebbe invece lasciar pensare alla sua appartenenza ad una famiglia con un esponente di rango, oppure a quell’Egidio Albornoz che tanto peso ebbe nelle vicende trecentesche di Tuscania. A parte i dubbi sul nome, quel che è molto probabile è che si tratti di un castrum longobardo di fondazione alto-medievale, rientrante nella rete di fortilizi di cui abbiamo parlato all’inizio.

Castel Cardinale-Mura laterali 2 RCRLB

L’aspetto attuale del castello, a pianta irregolare con porzione semicircolare, sembra tuttavia il risultato di successivi rimaneggiamenti, che dal punto di vista architettonico lo accomunano a certe soluzioni di tipo tuscanese, databili fra il XII e il XIII secolo. All’interno, alti e massicci spezzoni di mura permettono di immaginare che vi fosse un possente e panoramico maschio centrale, mentre nulla rimane degli altri edifici.

Castel Cardinale-Mura laterali 1 RCRLB

Meglio conservate le mura perimetrali, dalle quali spicca lo splendido torrione affianco alla porta d’accesso, che è l’elemento più caratteristico di Castel Cardinale. L’ampiezza dei volumi ricostruibili ipoteticamente osservando gli avanzi dei vani interni fa credere che il castello in un determinato periodo avesse anche una funzione residenziale. In ogni caso, Castel Cardinale fu abbandonato più o meno alla metà del Quattrocento, dopo essere stato legato alle vicende del Conte di Toscanella (l’odierna Tuscania) Angelo Broglio da Lavello, detto “Tartaglia”, spregiudicato condottiero di ventura che seppe ritagliarsi un’estesa signoria fra la Maremma ed il Tevere, giungendo a conquistare anche Tarquinia, Sutri ed Acquapendente: cadde allora sotto lo sguardo malevolo del papa e degli Sforza, da cui fu fatto arrestare e decapitare ad Aversa nell’ottobre del 1421.

Castel Cardinale-Campagna 1 RCRLB

L’impatto visivo straordinario offerto dalla perfetta integrazione fra le antiche rovine ed il paesaggio agreste fa di Castel Cardinale un luogo non soltanto di profonda suggestione ma anche di enormi potenzialità turistiche: allo stato attuale, però, la mancanza totale di indicazioni stradali è il segno di una mancata volontà di valorizzare il monumento in tal senso; anzi, i folli progetti di eolico, fotovoltaico e biomasse che insistono nella zona (malgrado i danni già compiuti qui dalla speculazione energetica) lasciano supporre che una consapevolezza dell’importanza di questo paesaggio e dei siti archeologici ivi contenuti sia purtroppo ancora lontana nelle amministrazioni locali e soprattutto in quella regionale, che da alcuni anni rilascia autorizzazioni con una leggerezza a dir poco inquietante. Speriamo di non dover presto celebrare i vasti ed intatti orizzonti di Castel Cardinale come una cartolina dal passato.


Borghi e paesaggi “segreti” della Ciociaria (parte 3: da Roccasecca a Terelle)

Dopo aver assaporato la seconda parte di questo lungo viaggio alla scoperta della Ciociaria, eccoci al terzo appuntamento, che ci condurrà ad esplorare la porzione in assoluto più “segreta” e probabilmente più incontaminata della Provincia di Frosinone. Ci eravamo fermati a Roccasecca, paese noto per le vicende legate a San Tommaso d’Aquino, del quale resta viva memoria negli imponenti ruderi del Castello dei Conti d’Aquino e, tutt’attorno, di un borgo medievale, dove si trova la casa in cui – secondo la tradizione – sarebbe nato il santo.

Roccasecca-Castello dei Conti d'Aquino, veduta 1 RCRLB

La località offre molto da vedere e meriterebbe una trattazione a parte (per maggiori informazioni si faccia riferimento alla nostra guida “I castelli perduti del Lazio”), ma noi, volendoci in questa sede concentrare sui luoghi più sconosciuti, seguiamo le indicazioni per Colle San Magno, con bellissime viste sul Castello dei Conti d’Aquino e sulla ridente Piana del Melfa.

Roccasecca Vecchia-Panorama sulla Piana del Melfa RCRLB

Colle San Magno ha conservato una chiara fisionomia medievale, con resti di torri e mura, e merita sicuramente una passeggiata così come il dirimpettaio borghetto di Cantalupo, sorta di micro mondo rimasto immutato nel tempo (ma ormai disabitato), che offre una stupenda veduta di Colle San Magno e dei monti circostanti.

Colle S. Magno-Veduta 3 RCRLB

Dai due paesini partono inoltre sentieri meravigliosi, sia in direzione del Cairo, fra vecchie miniere, altopiani carsici, remoti villaggi rurali di montagna, sia verso la vetta del sovrastante Monte Asprano, in cui si incontra la mulattiera proveniente dal castello di Roccasecca Vecchia che prosegue al Santuario di Santa Maria Assunta in Cielo (dove avviene l’antichissimo rito del “Bacio della Madonna”) e infine ai ruderi del Castellaccio di Castrocielo (anche qui, per saperne di più, si consiglia la nostra guida “I castelli perduti del Lazio”). 

Valle del Liri-Panorama dal Castellaccio di Castrocielo RCRLB

Torniamo ora a Roccasecca e ci spostiamo di una manciata di chilometri raggiungendo Caprile. Frazione di Roccasecca, è un piccolo, caratteristico borgo affacciato su una bellissima campagna coltivata: dal paese un suggestivo sentierino porta al rupestre Romitorio di Sant’Angelo (o San Michele Arcangelo), documentato fin dal 991, dov’è un curioso affresco della Crocefissione raffigurante Longino con in mano una fune (anziché una lancia) e con ai piedi le cioce, le tipiche calzature in cuoio (di cavallo o d’asino) da cui prende appunto il nome la “Ciociaria”.

Caprile-Veduta dall'alto 1 RCRLB

In zona è un altro importante cenobio rupestre: una mulattiera che parte ai piedi di Roccasecca (nei pressi di un muraglione megalitico d’epoca romana che forma una bella cascata sul Melfa), conduce infatti all’Eremo dello Spirito Santo, che stupisce il visitatore per gli svariati accorgimenti tecnici di chi lo abitò, atti ad assicurarsi acqua e insolazione sufficienti.

Roccasecca-Eremo dello Spirito Santo 2 RCRLB

Quest’ultimo eremo, molto amato dai fedeli ciociari, è sovrastato dall’enorme caverna che rapisce lo sguardo, in alto a sinistra, all’imbocco delle famoso “Tracciolino”, storica strada borbonica di collegamento fra la Valle del Liri e il Cominense (e, a quel tempo, le fonderie di Atina) che ora percorreremo interamente. Si tratta di un percorso automobilistico spettacolare, fra i più emozionanti dell’intero Lazio, che, con curvilinei spesso estremi, percorre interamente le selvagge Gole del Melfa in un susseguirsi di scorci magnifici, fra orride rupi e viste mozzafiato sullo smeraldino torrente.

Valle del Melfa-Gole 1 RCRLB

Non mancano però nemmeno i resti di costruzioni più antiche, che documentano l’utilizzo di questa naturale via di comunicazione anche in epoca romana: lo confermano fra l’altro alcuni testi di Cicerone, originario della vicina Arpino, il quale pare fosse solito attraversare il vallone – secondo altri tracciati ovviamente – a dorso di mulo per andare a trovare l’amico-editore Pomponio Attico. Presto una deviazione piuttosto tortuosa porta allo sperduto paese di Santopadre: molto belli i vicoli del borgo, in parte circondato da mura medievali, che oggi sta favorendo di timidi tentativi di recupero; la passeggiata termina ad uno spiazzo con una torretta cilindrica (purtroppo avvicinata da un brutto serbatoio) ove si gode un panorama straordinario sulla Valle del Melfa e il massiccio del Cairo che vale di per sé la visita.

Santopadre-Panorama sulle Gole del Melfa

Ridiscesi al “Tracciolino”, si prosegue fra scorci impareggiabili che sembrano volerci portare fuori dal mondo. Dopo una decina di chilometri, tuttavia, la stradina, spesso chiusa fra altissime pareti di roccia o ripidi versanti completamente diversi fra loro (verdi di fitte leccete quelli esposti a nord, aridi e cespugliosi quelli a sud), sbuca quasi all’improvviso in una grande e soleggiata pianura: siamo così giunti nella Valle di Comino, che si scopre man mano che ci avviciniamo a Casalvieri.

Casalattico-Panorama 2 RCRLB

Si ha immediatamente la sensazione di trovarsi in una regione “a parte” rispetto al resto della Ciociaria. Molti aspetti paesaggistici infatti già preannunciano il Molise mentre alcuni dettagli architettonici ricordano l’Abruzzo o addirittura l’entroterra campano. La Val di Comino, del resto, è una plaga di notevole interesse culturale, una specie di perno fra Italia centrale e meridionale, e sta vivendo una vera e propria rinascita sotto il segno del turismo di qualità grazie all’interessamento di molti investitori stranieri. Quel che riempie gli occhi è il contrasto struggente fra le dolci e policrome colline coltivate (grano, uliveti, vigneti, frutteti, ecc.) o lasciate al pascolo e le possenti montagne, innevate per molti mesi all’anno, che circondano la vallata.

Alvito-Castello Cantelmo, veduta 2 RCRLB

Inoltre, la placida atmosfera contadina che si respira ovunque rimanda ad un mondo antico, semplice e se vogliamo umile, lontano anni luce dalla Ciociaria moderna e industrializzata dei centri principali del Frusinate e del Cassinate. Purtroppo, però, anche questo “piccolo paradiso” ha subìto negli ultimissimi anni aggressioni sconsiderate, a partire dall’edilizia incontrollata per poi passare al fotovoltaico a terra che anche qui – come in tutto il resto del Lazio (e non solo naturalmente) – ha lasciato il proprio disastroso segno. Di certo si può dire che nelle amministrazioni comunali, provinciali e regionali non sono finora risultati abbastanza chiari né l’importanza culturale-ambientale né il potenziale turistico della Val di Comino, che da sempre appare come un territorio ai margini di tutto e abbandonato a se stesso, non supportato cioè a adeguate politiche di tutela-valorizzazione-promozione.

Alvito-Panorama 1 RCRLB

Ad ogni modo è l’agricoltura a difendere come può il paesaggio e le radici cominensi, dando fra l’altro prodotti preziosi come il Cabernet doc e i fagioli cannellini dop di Atina e in generale olio extravergine d’oliva, formaggi e tartufi di ottima qualità assieme alle tipiche produzioni dolciarie, senza dimenticare le eccellenze dell’artigianato locale (pizzo e merletto, strumenti musicali tradizionali, lavorazione della pietra, ecc…). Gioielli naturalistici come il Lago di Posta Fibreno, infine, arricchiscono una valle che non smette di stupire.

Lago di Posta Fibreno-Veduta da Posta Fibreno 2 RCRLB

Terminata questa riflessione, facciamo una pausa a Casalvieri, che inaspettatamente ci accoglie con un centro storico piccolissimo ma ricco di nobili palazzetti e dettagli artistici che rimandano al Barocco.

Casalvieri-Portali RCRLB

Ma, come vedremo per tutti gli altri borghi dell’itinerario (eccetto Atina), è purtroppo lo spopolamento il vero protagonista della scena: situazione ancor più marcata nella vicina Casalattico, dove fra i pochissimi abitanti merita una menzione il sig. Domenico “il campanaro”, il quale, se siete fortunati, vi condurrà sulla cima del campanile del paese che tuttora vanta un meccanismo ottocentesco per l’attivazione della campana e da cui si spazia su un panorama incantevole.

Casalattico-Chiesa, panorama dal campanile 1 RCRLB

Si può salire anche alla frazione di Montattico proseguendo su una stradina che accompagna nel cuore segreto del massiccio del Cairo offrendo panorami sensazionali sull’intera Val di Comino, immensa scacchiera di coltivi suddivisi da vecchie siepi, per poi terminare sul solitario Campo del Popolo: è un altopiano carsico punteggiato da alcune masserie in pietra dedite all’allevamento bovino e dove sorge anche un rifugio in cui, previo richiesta, è possibile pernottare.

Mti del Cairo-Campo del Popolo RCRLB

La località è un buon punto di partenza per intraprendere escursioni alla scoperta di montagne ricche di fascino e mistero per l’antichissima presenza umana e per una ruralità arcaica che ha lasciato tracce suggestive e enigmatiche (pozzi, cisterne, muraglioni spesso disposti in forma geometrica, ecc…) ma anche per i resti della Seconda Guerra mondiale che qui ebbe episodi importanti e cruenti (il tragico fronte di Cassino sulla Linea Gustav). Da Casalattico conviene poi fare una divagazione verso nord in direzione di Alvito, bella cittadina disposta a terrazze e frazionata in tra parti alle pendici del Monte Albano. All’apice della frazione di Castello, la più alta, sorge la poderosa fortezza dei Cantelmo, ora ridotta a pittoresco rudere, dai cui spalti si gode di uno dei panorami più belli della Ciociaria sulla stupenda valle cominense.

Alvito-Castello Cantelmo 1 RCRLB

Da qui si può anche allungare il tragitto e raggiungere San Donato Val di Comino, “cuore turistico” della valle e borgo fra i più curati della Provincia di Frosinone, non a caso insignito della “Bandiera Arancione del Touring Club d’Italia” ed accolto nel “Club dei Borghi più Belli d’Italia”. Alle spalle del paese si innalzano i Monti della Meta, mondo incontaminato e selvaggio dove vivono il camoscio, il lupo e l’orso bruno marsicano, all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

S. Donato V. di Comino-Case con pergolato RCRLB

Il paese è sempre più meta di turisti, anche stranieri, ed oltre ad essere una bellissima meta per le vacanze ha anche una posizione strategica per visitare il resto della Val di Comino con i suoi piccoli borghi dalle splendide viste panoramiche, fra cui merita una menzione speciale Picinisco, paese in cui soggiornò lo scrittore David Herbert Lawrence traendone profonda ispirazione per il romanzo “La ragazza perduta”, mentre pregni d’interesse antropologico e culturale sono anche i minuscoli centri di Settefrati (a monte è il veneratissimo Santuario della Madonna di Canneto), San Biagio Saracinisco, Acquafondata e Cardito con suo lago, questi ultimi proprio al confine col Molise. Più in direzione di Cassino, in una zona verdissima e appartata, sono infine Viticuso e Vallerotonda il cui paesaggio è purtroppo stato rovinato da una scellerata centrale eolica che ha letteralmente massacrato il crinale del Monte Maio.

Picinisco-Panorama sulla Val di Comino RCRLB

Tornati a Casalvieri riprendiamo la strada per Atina, la capitale “politica” del Cominense, il cui centro storico vale sicuramente una pausa per ammirarne i vicoli biancheggianti e fioriti, le piazzette porticate e pregevoli monumenti come il trecentesco Palazzo Ducale e la Cattedrale di Santa Maria Assunta dai due campanili gemelli.

Atina-Portale con vecchia insegna 2 RCRLB

Poi si riparte sulla SP259 verso la tappa successiva del nostro viaggio: Belmonte Castello, piccolo villaggio arroccato e sormontato dai resti di un rocca medievale. Il paesino non ha molto da offrire ma le montagne che si ergono alle sue spalle e la pianura ai suoi piedi offrono un quadro rurale e pastorale d’altri tempi. Da Belmonte una strada d’alta quota porta a Terelle, meta finale del nostro itinerario, che comunque può essere raggiunta – più comodamente – anche proseguendo in direzione di Cassino e deviando, alle porte della città, prima per la frazione Caira e poi per Terelle.

Terelle-Casaletto abbandonato RCRLB

Si tratta dell’ennesimo borgo panoramico ed immerso in una natura intatta. Il centro storico conserva i resti di un castello, ma la maggiore attrazione di Terelle è il magnifico castagneto monumentale, ancor oggi fonte di ricchezza per la popolazione locale: si consiglia di visitarlo in autunno per ammirarne il fantastico foliage.

Terelle-Castagneto monumentale RCRLB

Finisce così la nostra terza parte di questo lungo viaggio dedicato alla Ciociaria, ai suoi borghi meno conosciuti e ai suoi paesaggi da riscoprire. La quarta ed ultima parte partirà da Cassino e andrà ad esplorare l’area anti-appenninica dei Monti Aurunci, Ausoni e Lepini, proprio al confine con la Provincia di Latina, un territorio fra mari e monti dai forti contrasti ambientali e dal deciso sapore mediterraneo che conferma l’incredibile varietà paesistica e culturale della Ciociaria.

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato: 3-4 giorni se ci si limita alla visita dei paesi.
Periodi migliori: ottobre-novembre-dicembre e aprile-maggio-giugno per i colori della campagna; ottobre e maggio-giugno-luglio per le eventuali escursioni in montagna.

I castelli perduti della Tuscia

English version

L’itinerario percorre da sud a nord la Tuscia Romana e Viterbese, attraversando paesaggi unici nel loro genere, che custodiscono l’identità autentica del Lazio. L’Etruria meridionale è il territorio che ha lasciato i resti più cospicui della civiltà degli Etruschi, ma il nostro cammino si svolge alla ricerca del meno celebrato passato medievale, che qui tuttavia ha lasciato un’impronta indelebile, non raramente sovrapponendosi proprio a quello etrusco. Il patrimonio di “rovine storiche” della Tuscia è inestimabile: si parla di centinaia di siti, dall’epoca villanoviana ed etrusca a quella romana, medievale e rinascimentale, non tutti né conosciuti né tanto meno catalogati; ruderi quasi sempre immersi in ambienti agresti e naturali di rara e silenziosa bellezza, che riportano il visitatore indietro nel tempo. Noi ci limiteremo comunque ai monumenti più rilevanti e facilmente visitabili.

Gregge nella Campagna Romana presso Settevene

 L’itinerario parte come gli altri da Roma, puntando a Nord lungo la Via Cassia. Dopo una mezz’ora scarsa, si giunge al bivio di Settevene, ove si seguono le indicazioni per Trevignano Romano. Subito ci si immette in un’incantevole campagna, dove i ruderi di torri e casali punteggiano i campi, con le greggi che fanno capolino attorno a qualche quercia isolata: sembrerebbe di rivivere i vecchi dipinti della Campagna Romana del Settecento, ma le moderne fattorie ci  riportano al presente facendo capire come le attività agro-pastorali siano indispensabili alla conservazione di questo prezioso paesaggio, proprio alle porte della Capitale.

Scorcio panoramico dalla Rocca di Trevignano

Siamo ora nel Parco Regionale dei Laghi di Bracciano e Martignano e in breve scendiamo nella grande caldera vulcanica, che appare di colpo coll’azzurro del Lago Sabatino. Altri quindici minuti e si giunge a Trevignano Romano, ove ci attende la prima tappa del nostro viaggio. Dal piccolo e pittoresco borgo di pescatori si sale con una piacevole passeggiata alla duecentesca Rocca dei Prefetti di Vico, vero mosaico di pietre tufacee e basaltiche, che offre un panorama indimenticabile sul Lago di Bracciano cinto da verdi colline.

Rocca dei Prefetti di Vico

Si riparte prima in direzione di Bracciano (da non perdere la visita al Castello Orsini-Odescalchi), costeggiando ancora il bordo inferiore del bacino lacustre in uno scenario da cartolina, e poi, all’altezza di Manziana, si seguono le indicazioni per la Riserva Naturale di Monterano, che si raggiunge in un quarto d’ora circa.

Paesaggio di Monterano Vecchia

Monterano Vecchia è una delle “città fantasma” più suggestive d’Italia e uno dei “luoghi magici del Lazio”: il suo straordinario paesaggio, in cui sublime appare il connubio fra rovine storiche e ambiente naturale, è stato più volte utilizzato nei decenni passati come set cinematografico ed oggi rappresenta una delle mete predilette dagli escursionisti romani; anche qui si ammira un castello in rovina, anzi sarebbe meglio parlare di una dimora nobiliare, ossia il Palazzo Ruspoli, ingentilito ad opera del Bernini da un’elegante fontana sormontata da un leone.

Palazzo Ruspoli a Monterano Vecchia

Si prosegue per Tolfa, immettendosi in una strada solitaria che si insinua in un paesaggio oltre modo stupendo: stiamo attraversando i selvaggi Monti della Tolfa, ove le testimonianze etrusche e medievali si accavallano, giacendo nascoste nei boschi e dimenticate da tutto e tutti; qui il tempo sembra essersi fermato e soltanto rudi cavalli e vacche dalle grandi corna arcuate solcano i pascoli sassosi, movimentando uno scenario che altrimenti apparirebbe immobile.

Veduta di Rota, fra Tolfa e Monterano

A Tolfa ci attende l’austera Rocca Frangipane, edificata nella grigia pietra trachitica locale: il fortilizio, di origine probabilmente longobarda, offre un panorama spettacolare.

Panorama dalla Rocca Frangipane

Da Tolfa il nostro itinerario può seguire due direzioni, entrambe ricollegabili a Tuscania, che più avanti sarà un’altra tappa fondamentale: la prima deviazione ci porta verso mare, tramite una strada di eccezionale valore paesaggistico che oltrepassa Allumiere, scende al borgo rurale della Farnesiana e poi passa ai piedi delle vicine rovine di Cencelle, città-fortezza che giace abbandonata in una campagna immensa e appare sin da lontano coi suoi mozziconi di torri.

Rocca di Tolfa

Infine si sbuca sulla Via Aurelia raggiungendo Tarquinia, che con i suoi monumenti medievali e la sua necropoli etrusca patrimonio Unesco vale senz’altro una sosta attenta. Si riprende il cammino sulla Via Tarquiniense dirigendosi verso Tuscania fra verdi praterie e campi di grano (purtroppo oggi a rischio a causa di scellerati progetti di fotovoltaico a terra): più o meno a metà strada, presso l’antica fattoria di Montebello (indicazioni sulla destra), si trovano i castelli dell’Ancarano e di Pian Fasciano, proprio uno di fronte all’altro a dominio delFiume Marta, che scorre placido in una valle solitaria e dell’aspetto arcaico.

Fattoria nell'Altopiano della Tuscia

Da Tuscania invece si può raggiungere, procedendo verso la Cassia lungo la Via Vetrallese, la Roccaccia di Respampani, posta nell’omonima, vastissima tenuta della Regione Lazio. Torniamo ora a Tolfa e seguiamo l’alternativa al tragitto appena descritto (che può comunque essere percorso in un secondo momento): si riscende in direzione di Canale Monterano e si ritorna al bivio per Manziana sulla Via Claudia-Braccianese, che si segue verso Nord (girare a sinistra). Si oltrepassa il “borgo ideale” di Oriolo Romano, qualificato dal bel Palazzo Altieri, e poi si entra in Provincia di Viterbo, arrivando dopo qualche decina di chilometri a Blera, paese di origine etrusca e di aspetto cinquecentesco, immerso in un territorio ricchissimo di testimonianze d’epoca villanoviana, etrusca, romana e medievale.

Sulle rive del Torrente Vesca, fra Civitella Cesi e San Giovenale

Pochi luoghi come questi sanno offrire la perfetta convivenza fra natura e vestigia del passato: il Parco Regionale Marturanum (nel Comune di Barbarano Romano, altro borgo fortificato tutto da gustare) è la più comoda porta d’accesso a codesto intrigante e romantico mondo fatto di larghi orizzonti e antiche rovine. Da Blera si prendono le indicazioni per il piccolo villaggio di Civitella Cesi, e poco prima di giungervi una stradina sulla destra porta al Castello di San Giovenale e all’omonima importante area archeologica, isolati su un pianoro che si interrompe a strapiombo sulla meravigliosa Valle del Vesca, alle pendici settentrionali dei Monti della Tolfa.

Castello di San Giovenale

Da Blera si torna sulla Cassia e si va a Viterbo, dove si seguono i cartelli per la zona termale: nelle vicinanze alcune indicazioni (fare attenzione!) conducono al sito di Castel d’Asso, insediamento medievale sorto su un abitato etrusco, di cui rimangono addirittura tombe a camera con iscrizioni nella misteriosa lingua dei Tirreni.

Porta e torre del rivellino a Castel d'Asso

Si ritorna verso il Capoluogo e poco dopo si prende la Via Tuscanese che conduce a Tuscania. A circa metà strada una sterrata sulla sinistra conduce ad una fattoria rossa e poi allo sperduto Castel Cardinale, situato in una proprietà privata.

Veduta di Castel Cardinale

Questa è una delle tappe più belle del nostro itinerario: il maniero, legato a curiose storie locali, si erge all’apice di una dolce collinetta posta inaspettatamente sul fondo di una valle tufacea, a poca distanza da un torrente. Il silenzio e la sobrietà della campagna donano un tocco in più al castello, che si distingue per un grosso torrione che ne affianca l’ingresso.

Palazzo dei Papi a Viterbo

Si giunge poi a Tuscania, che merita di certo una visita in virtù della notevole ricchezza monumentale e delle particolari atmosfere del centro storico. Qui una speciale menzione va al palazzo fortificato del Rivellino, ormai ridotto a rudere, che assieme alle magnifiche basiliche romaniche di Santa Maria Maggiore e di San Pietro, nonché alla silente vallata del Marta, forma il magnifico complesso paesistico che si ammira dal Belvedere di Torre di Lavello, una delle più amate “cartoline” della Tuscia.

Tuscania, panorama dalla Torre di Lavello con il Rivellino e le due basiliche romaniche

Da Tuscania si prende per Marta e il Lago di Bolsena e quasi giunti al paese sulla sinistra una stradina porta al poco visibile Castell’Araldo, di origini templari. Anche qui il paesaggio è bellissimo, anzi, per meglio dire, lo sarebbe se non si vedessero le enormi torri eoliche recentemente installate nelle vicinanze, che incombono spaventose e rumorose. Tali “mostri d’acciaio” purtroppo segnano gravemente questa parte del percorso, e incidono anche su un altro stupendo sito nei diretti pressi di Marta, vale a dire il Castello di Monte Leano, riconoscibile per una pittoresca torre spezzata, conosciuta come la “Forchetta del Diavolo”. E’ davvero scandaloso che il patrimonio paesaggistico inestimabile della Tuscia abbia dovuto subire uno scempio simile: le energie rinnovabili sono importanti e vanno promosse, ma non possono diffondersi in un modo indiscriminato e sproporzionato, ai danni delle zone più belle ed intatte con vocazioni ben diverse da quella industriale!

Campanile del Castello di Monte Leano

Da qui, seguendo prima la Verentana e poi la strada per Montalto, si potrebbe effettuare una lunga deviazione verso mare alla ricerca di altri due siti interessanti, ossia Castellardo presso Canino e Castelvecchio nei dintorni di Arlena di Castro: tuttavia, la difficoltà di trovare effettivamente le due località sconsiglia il tragitto a chi non abbia gusti avventurosi e a chi tema di fare un buco nell’acqua. Certo più comodo è procedere verso il meraviglioso Lago Volsino, sulle cui sponde si scende in pochi minuti, risalendo poi pian piano l’orlo dell’immensa caldera vulcanica fino ad entrare a Montefiascone, patria del celebre vino “Est! Est! Est!”. La cittadina è dominata dalle scure rovine della Rocca dei Papi, che a sua volta offre un panorama ineguagliabile sulle sottostanti colline, tutte coltivate a vite e ulivo, nonché ovviamente sul grande lago, oltre il quale appaiono all’orizzonte i profili del Monte Amiata e delle alture sul confine tosco-laziale (verso mare, invece, la “barriera” delle pale eoliche è desolante e mette malinconia in chi conosce com’era fino a poco tempo fa questo paesaggio…).

Lago di Bolsena con l'Isola Bisentina

Dopo Montefiascone  si consiglia di allungare la gita puntando a Bolsena, “città dei Miracoli di Santa Cristina”, ove all’apice dello scuro borgo medievale, fra i più splendidi del Lazio, si eleva la Rocca dei Monaldeschi, fino a pochi decenni fa in rovina ma oggi recuperata a scopi museali.

Rocca Monaldeschi a Bolsena

Da Bolsena si ridiscende la Via Cassia verso Sud e si torna nella parte bassa di Montefiascone, che si lascia non prima di aver visitato la romanica Chiesa di San Flaviano, formata da due corpi sovrapposti e adornata da pregevoli affreschi; più avanti sempre dalla statale si imbocca (cartelli per Celleno e Bagnoregio) la tranquilla strada campestre che porta al bivio di Ferento.

Particolare nella Valle dei Calanchi di Bagnoregio

Proseguendo verso Nord si entra nell’ampia sub-regione della Teverina, coi suoi vigneti, frutteti, prati e burroni, ma soprattutto con i suoi borghi medievali dall’indiscusso fascino, fra cui troneggia la famosa Civita di Bagnoregio, instabile isola di tufo sul mare argilloso della “fantastica” Valle dei Calanchi. Anche nella Teverina non mancano torri e fortilizi in rovina, fra cui citiamo almeno il Castello di Corviano, presso l’omonima area archeologica rupestre, e il Castello di Chia, che fu ultima dimora del regista Pier Paolo Pasolini.

Castello di Corviano

Da Vitorchiano o Bomarzo, ennesimi “borghi-gioiello” della Teverina, si prende la veloce superstrada per Orte e poi si procede verso Gallese e Civita Castellana, avvicinandosi al Fiume Tevere. Si sbuca sulla Via Flaminia all’altezza della località di Borghetto e della ferrovia, su cui troneggiano le enigmatiche rovine della Rocca di San Leonardo, dalla bruna pietra tufacea, su cui aleggiano leggende e misteri.

Castello di Borghetto

Da Borghetto si risale la Via Flaminia verso Roma, con immediata retrospettiva, grandiosa, del maniero detto anche “di Andosilla”. Giunti ai piedi di Civita Castellana, che merita certamente una visita per il Duomo cosmatesco e per il Forte San Gallo, si prosegue verso Sud sulla statale attraversando un paesaggio prima tutto forre e strapiombi e poi dolce ed ondulato, su cui si impone alla vista l’isolato Monte Soratte: campi di grano e casali turriti, prati con greggi al pascolo e querce isolate formano una sorta di “quadro vivente”.

Campagna sulla Via Amerina

Ci troviamo ormai nel cuore dell’ampia sub-regione dell’Agro Falisco, uno dei territori più singolari del Lazio, che ripropone quel paesaggio pittoresco della Campagna Romana settentrionale, caratterizzato appunto dall’alternanza fra placidi pascoli e profondi burroni, che già entusiasmò il Goethe e altri illustri viaggiatori del passato, ma che oggi inspiegabilmente è caduto nel dimenticatoio, causa probabilmente lo scadimento culturale in atto da decenni nel nostro Paese: anzi, il proliferare vergognoso del fotovoltaico a terra e progetti assurdi di centrali eoliche pongono attualmente a serio rischio anche questo irripetibile patrimonio ambientale e culturale! Dopo poco si gira a destra per Faleria, borgo semi-spopolato con castello, che si raggiunge non prima di aver gustato la verde campagna nella quale si nasconde, ormai interamente avvolto da rovi e rampicanti, il  Castello di Paterno.

Veduta di Calcata

Si attraversa quindi la parte nuova di Faleria e si prosegue per Calcata fino a un bivio con piccolo cartello turistico, ove si svolta a destra su una sterrata che porta al sito del Castello di Foiano, posto in posizione spettacolare al margine di un’esile altopiano stretto fra due canyon. Si ritorna sulla strada principale, si tocca Calcata Nuova e si scende subito al piccolo villaggio di Calcata Vecchia che appare improvvisamente tutto raccolto su uno sperone tufaceo, in uno scenario naturale magnifico ove alcune forre si intrecciano ammantate da boschi. Il rustico e affascinante paesino, compreso nel Parco Regionale della Valle del Treja, è abitato fin dagli anni Settanta da numerosi artisti internazionali, e da solo vale un viaggio, anche per goderne l’atmosfera surreale, un po’ fuori dal mondo. Anche da qui, con un sentierino segnato che attraversa il Fiume Treja, è possibile raggiungere un insediamento medievale abbandonato: è il Castello di Santa Maria, di cui rimane soltanto una tozza torre ma che offre un’ottima vista su Calcata Vecchia.

Torre dell'Isola Conversina

C’è da dire che l’intero Agro Falisco, solcato anticamente dalla romana Via Amerina, è ricco di resti di torri e manieri, spesso difficili da raggiungere per via dell’intricata vegetazione: un recente opuscolo in dotazione presso sede del parco, nella piazzetta di Calcata, ne fornisce una mappa piuttosto dettagliata. I siti più interessanti si addensano in particolare intorno a Nepi e Castel Sant’Elia (Torre di Isola Conversina, Castello di Porciano, Castel d’Ischi, Castel Filissano), le quali dal canto loro conservano monumenti e opere d’arte medievale e rinascimentale di grande valore. Da Nepi si può tornare in pochi minuti sulla Via Cassia all’altezza di Settevene, chiudendo ad anello questo nostro lungo itinerario. Per informazioni dettagliate sulla storia dei manieri in rovina della Tuscia e sul come raggiungerli si faccia riferimento alla nostra guida I Castelli perduti del Lazio e i loro segreti.

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

2-3 giorni

Periodi migliori:

ottobre-novembre-dicembre e aprile-maggio-giugno per i colori della campagna

Dove dormire:

Tolfa-Agriturismo Fontana del Papa


I castelli perduti del Lazio e i loro segreti (2011)

Leggende popolari, l’arte e la letteratura, e in tempi più recenti il cinema, hanno raccontato i manieri in rovina come luoghi magici e misteriosi, consegnandoli per sempre all’immaginario collettivo. Nel Lazio i ruderi di rocche, castelli e fortezze costituiscono un elemento importante nel patrimonio monumentale: e non potrebbe essere altrimenti in una regione sempre al centro delle vicende umane, che a lungo dovette proteggere la “città eterna” da invasioni d’ogni sorta e che al contempo fu teatro dei feroci scontri fra le casate della nobiltà capitolina. La guida, nel tracciare un itinerario dedicato ai “fortilizi perduti” del Lazio, vuol porre in evidenza la loro straordinaria varietà architettonica e paesaggistica: dalle solitarie e silenziose rocche della Tuscia, con i loro panorami mozzafiato, ai ruvidi e turriti castelli della Sabina e del Cicolano, spesso incastonati in scenari fiabeschi; dalla sognante e malinconica Ninfa, persa in un angolo stupendo dell’Agro Pontino, alle possenti fortezze della Ciociaria, situate alle pendici di maestose montagne. Percorrere questo Lazio spesso “dimenticato” equivale a riscoprire una terra dal fascino incomparabile, che offre una miriade di paesaggi “antichi” in cui le rovine storiche sono un elemento costante. La guida, scritta da due profondi conoscitori del territorio laziale, fornisce indicazioni precise e dettagliate su come raggiungere i luoghi, spesso isolati ed altrimenti difficili da visitare; particolare attenzione è inoltre conferita ai dintorni e alle possibilità escursionistiche dei siti descritti, nonché alle tradizioni artigianali, al folklore e ai prodotti enogastronomici delle diverse zone, al fine di suggerire veri e propri itinerari turistici di uno o più giorni.

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