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Roccalvecce, sogno romantico fra Viterbo ed Orvieto

La Teverina Viterbese è un angolo di Tuscia attualmente alla ribalta per la presenza di Civita di Bagnoregio, luogo straordinario che catalizza l’attenzione del turismo internazionale con la sua immagine surreale di “città che muore”. All’improvviso questa terra a lungo sconosciuta ed appartata sta vivendo una sorta di lenta rinascita sotto il segno non tanto del turismo “mordi e fuggi” (che continua a concentrarsi esclusivamente a Civita e a Bomarzo) ma soprattutto di investimenti in terreni e casali come non si era mai visto prima da queste parti. Tutto dun tratto si è “scoperto” che qui si nascondeva uno dei paesaggi più spettacolari d’Italia, la Valle dei Calanchi, oggi meta di un escursionismo avventuroso fra scenari mozzafiato o magnifico “quadro” naturale da gustare comodamente da Civita. Ci si è poi resi conto che la Teverina accanto a queste cose eccezionali (Civita e i Calanchi) offre anche un bel paesaggio agrario, a tratti addirittura “nobile”, florido di vigne, seminativi, frutteti, pascoli ed uliveti e punteggiato da numerosi borghi per lo più intatti a livello urbanistico, seppur spesso malmessi o addirittura abbandonati.

Teverina-Campagna ai piedi di Roccalvecce 2 RCRLB

Teverina-Campagna fra Roccalvecce e Grotte S. Stefano 1 RCRLB.JPG

E quando ai tempi d’oggi il turismo arriva su un territorio “vergine”, man mano esso finisce inevitabilmente con l’essere esplorato: i “temerari” che si spostano dai percorsi “obbligati”, e non si limitano a visitare la sola Civita, si trovano a “scoprire” altri borghi degni d’una attenzione finora mai data loro; la graziosa Civitella d’Agliano, anch’essa affacciata sui calanchi, o più a sud il borgo fantasma di Celleno sono forse quelli più “noti”.

Teverina-Panorama presso Piantorena con S. Angelo 2 RCRLB

Persi poi nelle valli nascoste di questo territorio morfologicamente capriccioso riposano tanti altri piccoli villaggi d’antico aspetto, talvolta nemmeno segnati sulle carte eppure capaci di stupire il visitatore. È il caso di Roccalvecce, solitaria frazione di Viterbo, persa fra le splendide colline della Teverina centrale: siamo a metà strada fra la blasonata Valle dei Calanchi ed il contrastato mondo di forre e altopiani della Bassa Teverina. Roccalvecce si innalza su un piccolo sprone arrotondato con sue casette in tufo sovrastate in modo imperioso dal Palazzo-Castello Costaguti. Intorno uno scenario d’incanto, fra campi coltivati, boschi e balze rocciose.

Roccalvecce-Veduta da lontano da Celleno RCRLB

Roccalvecce-Veduta dal basso 1 RCRLB

Pochissimi gli abitanti stabili di questo microcosmo urbano: fra loro il marchese Giovangiorgio Afan de Rivera, giovane proprietario del castello, che ha ereditato dal padre la passione per questa dimora storica, e, trasferitosi qui da Roma, l’ha trasformata in un elegante b&b dove poter trascorrere soggiorni romantici e all’insegna della quiete e dell’enogastronomia di qualità.

Roccalvecce-Veduta nella nebbia 1 RCRLB

Quasi come un mecenate del XXI secolo, Giovangiorgio ha puntato molto sulle potenzialità paesaggistiche di Roccalvecce, promuovendo al palazzo attività ed eventi di carattere culturale ed artistico di alto livello, impostando l’offerta turistica sul “modello toscano”, con l’unione di cultura, architettura e paesaggio. Insieme ad altri residenti sta inoltre avviando un progetto di ospitalità diffusa alla quale Roccalvecce sembra naturalmente vocato.

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza 2 RCRLB

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza 3 RCRLB

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza 4 RCRLB

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza RCRLB

Il Palazzo Costaguti sorge sul sito di un castrum romano, sorto a sua volta su un insediamento etrusco. Nel corso del Medioevo venne edificata una rocca (nota come la “Rocca del Veccio”) che prima venne occupata dal potente Comune di Viterbo e poi passò fra le mani di diversi signori, fra cui il condottiero Ponzio, al servizio dei Monaldeschi di Bagnorea (Bagnoregio): terra di “capitani di ventura” la Valle del Tevere fra Basso Medioevo e Rinascimento, come testimonia la vicenda del famoso Bartolomeo d’Alviano. In seguito giunsero i Gatti di Viterbo, successivamente i Colonna di Roma e i Chigi di Siena che se ne divisero il possesso, sino al definitivo acquisto, nel corso del Seicento, da parte dei Costaguti, patrizi genovesi residenti a Roma.

Roccalvecce-Palazzo Costaguti RCRLB

Oggi il Palazzo Costaguti è la sola “impresa” presente a Roccalvecce. Qui non ci sono più attività commerciali. Un ufficio postale aperto in determinati giorni è l’unico servizio. Tuttavia, le potenzialità del posto balzano all’occhio di chi si “intenda” di piccoli borghi.

Roccalvecce-Fontana del Lavatoio RCRLB

Roccalvecce-Fontana 1 RCRLB

Per chi se ne innamori, infatti, Roccalvecce può suggerire qualche affare, comprando cioè immobili a prezzi davvero irrisori se pensiamo al valore al mq di Civita di Bagnoregio. Eppure questo ideale flusso di investimenti qui stenta a delinearsi: e non perché Roccalvecce sia meno bella o meno interessante di Civita (certo non è altrettanto ristrutturata, curata e valorizzata, non c’è dubbio), ma perchéin effetti – non la conosce nessuno. È anche il prestigio a fare il valore immobiliare di un luogo, non soltanto la sua oggettiva bellezza.

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Ad ogni modo ciò fa paradossalmente di Roccalvecce un paese speciale e privilegiato. Non ci sono i vip di Civita o i fricchettoni di Calcata, gli intellettuali di Pienza o gli inglesi e gli americani di San Quirico d’Orcia e San Gimignano. Eppure i suoi panorami sono altrettanto magnifici: a Roccalvecce anche la persona economicamente “normale” può ambire alla bellezza più cristallina. E non è poco.

Roccalvecce-Panorama 3 RCRLB

Inoltre questo borgo è un rifugio: per artisti in cerca di nuove ispirazioni, per anime angosciate, per chi brama solitudine romantica. Nessuno ti verrà a disturbare a Roccalvecce perché nessuno sa che esiste. Certo non è il primo l’ultimo dei paesi in Italia con queste caratteristiche di marginalità e al contempo valenza paesaggistica ma la sua peculiarità è il non essere de facto un luogo isolato: in mezzora scarsa si arriva a Viterbo o all’autostrada; in un’ora e un quarto si è a Roma

Roccalvecce-Scorcio 1 RCRLB

Insomma, è strano che Roccalvecce – malgrado sia in fondo vicina alla Capitale e proprio ad un tiro di schioppo da Orvieto – sia ancora così negletta, e questo ce la dice lunga sul ritardo della Tuscia in fatto di promozione turistica. Ma forse questo può essere un vantaggio. Luoghi come Roccalvecce potrebbero sperimentare un turismo diverso. Eco-compatibile di sicuro ma non solo. Questo piccolo punto sullo stradario, circondato da ogni ben di Dio in fatto di arte, storia, natura, paesaggio ed enogastronomia, potrebbe divenire una comunità ideale di ricercatori di cose autentiche e di radici profonde. Quelle radici che lungi dal voler essere ricoperte da frivoli cliché alla moda (pensiamo alla Calcata resa “indiana” negli anni passati) vorrebbero essere riscoperte da che nel passato vuol ritrovare le ragioni e i modi di un futuro eticamente ed umanamente accettabile.

Roccalvecce-Panorama 6 RCRLB

Roccalvecce-Scorcio panoramico 4 RCRLB

Roccalvecce-Panorama 4 RCRLB

Roccalvecce come regno di un’utopia culturale e sociale? Chissà. Intanto, più concretamente, potrebbe ambire a trasformarsi in piccola “signoria del bello”. Basta ammirarla dal cimitero di Sant’Angelo, uno dei luoghi più evocativi del Lazio, per capire che stiamo parlando di qualcosa di speciale. Roccalvecce si innalza dalla sua collinetta ad ellisse affacciata su un territorio completamente intatto di boschi e coltivi che prosegue indisturbato sino ai Cimini.

Roccalvecce-Veduta 6 RCRLB

Roccalvecce-Veduta 9b RCRLB

In mezzo, forre, valloni e l’enigmatica “Pietra dell’Anello” a dar vita a questo scenario da vedutismo sette-ottocentesco. Prima di scendere in paese, dunque, Roccalvecce va guardata e salutata da qui: fatelo, la visiterete sorridendole di gratitudine. 

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori: marzo, aprile, maggio e giugno; ottobre, novembre e primi di dicembre.

Strutture consigliate: b&b Castello Costaguti

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La Piramide di Bomarzo

A nord della Capitale, nella quiete della Valle del Tevere, il borgo medievale di Bomarzo si staglia severo sopra uno sperone di pietra vulcanica. Nota per il suo meraviglioso ed unico “Parco dei Mostri”, l’antica Polimartium cela nel suo ubertoso ed incantevole territorio non pochi siti archeologici di grande rilievo. Fra i Comuni di Bomarzo, Vitorchiano e Soriano nel Cimino, i fitti boschi che rivestono forre ed altopiani rivelano all’escursionista curioso vere e proprie sorprese, come ad esempio gli insediamenti rupestri di Monte Casoli e Corviano, e le rovine di Santa Cecilia e di San Nicolao.

Veduta di Bomarzo

Ma ciò di cui vogliamo parlare in questa sede è il percorso che culmina nella visita della cosiddetta “Piramide di Bomarzo”. Ebbene sì, nel Lazio e più precisamente nel cuore della Tuscia è stata recentemente ritrovata una vera e propria piramide dalla forma tronca le cui origini sono tuttora enigmatiche. Situato a poca distanza dal centro storico, il singolare monumento si adagia su un piccolo terrazzo a strapiombo sulla Valle del Fosso Castello dominata da alte falesie di prismi di peperino. Il sentiero più bello per raggiungerlo (segnato bianco-rosso) diparte dal campo di calcio appena fuori dall’abitato nuovo, sulla strada per Viterbo: il tracciato, in discesa, offre quasi immediatamente un eccezionale colpo d’occhio sulla vallata, sul borghetto di Chia e, con una piccola deviazione, sul solitario castello che fu preso a dimora da Pier Paolo Pasolini, il quale tanto amava codesti luoghi che definì “il paesaggio più bello del mondo”.

La magnifica Valle del Fosso Castello

Si passa poi per Santa Cecilia e le sue tombe a sagoma umana, si toccano grossi massi in parte scolpiti ed infine, con camminata a tratti esposta, si arriva ad un bivio da cui – prendendo a sinistra – si sale brevemente al pianoro della piramide. Una vetusta quercia trova sostegno nell’enorme pietra, alta circa 16 metri, sulla quale sapienti scalpellini realizzarono diverse gradinate che culminano in un altare sacrificale sommitale. La piramide è conosciuta anche come “Masso del Predicatore”, nome in verità ricorrente anche per altri macigni simili che si affastellano in particolare nella zona di San Nicolao.

Scalette scolpite nella pietra lungo il sentiero

Alcuni studiosi fanno risalire l’opera al VII secolo a. C., e quindi al periodo etrusco, ma la capacità di scolpire massi era già propria di una civiltà preistorica che, si pensa, abitasse queste zone fin dal 4000 a. C., quella cioè dei Rinaldoniani: citata anche nel Vecchio Testamento, questa leggendaria popolazione – dalla straordinaria statura – ricavava le proprie abitazioni e i propri sepolcri nella nuda roccia delle rupi che sovrastano i corsi d’acqua di cui la Teverina Viterbese è ricchissima.

La Piramide di Bomarzo

La finalità di quest’arte rupestre era anche un’altra: quella di creare marcatori territoriali e punti d’osservazione astrale, come luoghi cioè sacri ed astrali. Non molto tempo fa il reperto era sommerso dalla terra e dalla vegetazione ma negli ultimi anni, grazie all’impegno benemerito di alcuni volontari e in particolare di Salvatore Fosci, esso ha recuperato tutta la sua suggestione, benché lo scavo in realtà non sia ancora completo e si possa ipotizzare una sua prosecuzione sotto il basamento attuale. La funzione sacrificale della “piramide” è deducibile dalla presenza di canali di scolo e vasche di raccoglimento di liquidi.

Vista su Mugnano nei pressi della Piramide

L’aspetto odierno del monumento è però il risultato di modifiche effettuate nel corso dei secoli, soprattutto nel Medioevo, al quale fra l’altro risalgono numerosi siti della zona come la già citata Santa Cecilia con i resti dell’omonima chiesa e il suo cimitero. Ciò è deducibile dalla differenza delle tecniche di lavorazione visibili sulla piramide, ognuna relativa appunto ad una determinata epoca (preistorica, etrusca, medievale), il che fa pensare ad un continuo riutilizzo dell’ara (intorno a cui sono peraltro visibili delle croci), secondo una sorta di sincretismo religioso fra le varie popolazioni succedutesi nel territorio.

Le rovine di Santa Cecilia

In quest’ottica ritorna alla mente il vicinissimo “Parco dei Mostri” (chiamato anche, non a caso, “Sacro Bosco”) che appare come un recupero della spiritualità pagana filtrata attraverso la cultura ermetica del Cinquecento, in una sorta di “manierismo primitivista” ben consapevole della lezione dell’arte rupestre che caratterizza queste splendide e misteriose vallate (per un approfondimento sul parco rimandiamo alla nostra guida Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito).