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I miracoli di Santa Cristina a Bolsena

Bolsena sorge alle pendici dei Monti Volsini, sul versante nord-orientale dell’omonimo grande lago vulcanico. Si offre ai turisti provenienti da ogni parte del mondo con un borgo medievale-rinascimentale fra i più suggestivi e ricchi d’arte del Lazio, distinguibile sin da lontano per l’aspetto compatto ed il colore bruno delle abitazioni. La storia di Bolsena è remota: già in epoca preistorica lungo il litorale si trovava un insediamento palafitticolo mentre nel periodo tardo-villanoviano si sviluppò una serie di piccoli villaggi, strettamente subordinati alla vicina Velzna – l’odierna Orvieto – una delle città più ricche e potenti della federazione etrusca.

Scorcio con rete da pescatore sul lungolago di Bolsena

In seguito, dopo la sua conquista da parte dei romani di Velzna (III sec. a. C.), l’antico centro fu pressoché abbandonato e la popolazione si trasferì nel sito di quella che sarebbe man mano divenuta la fiorente Volsinii “nuova”, di cui si ammirano cospicui avanzi. Se nel periodo etrusco-romano Bolsena aveva favorito della Via Cassia per lo sviluppo dei suoi commerci, nell’Alto Medioevo fu proprio la consolare a decretarne in un certo senso la rovina, esponendola a varie scorrerie di eserciti barbarici: dopo il dominio longobardo Bolsena finì col ricadere sotto l’orbita della vicina Orvieto, che vi eresse il castello. Successivamente però, con lo sviluppo dei traffici sulla Via Francigena (che percorreva pressappoco il tracciato della vecchia Cassia), la città conobbe una rinascita, divenendo così oggetto di feroce contesa tra la famiglia Monaldeschi della Cervara e la Chiesa, per poi passare definitivamente, a partire dalla seconda metà del Quattrocento, al Patrimonio di San Pietro.

Bolsena-Scorcio del borgo

All’epoca medievale risale la Collegiata di Santa Cristina, eretta nel XI secolo in stile romanico, ma restaurata alla fine del Quattrocento con la costruzione dell’elegante facciata rinascimentale. L’austero interno, a tre navate con colonne in parte di derivazione romana, conserva numerose opere d’arte: varie tele del XVII e del XVIII secolo, alcune terrecotte e ceramiche policrome di scuola robbiana raffiguranti vicende del martirio della Santa Patrona (Cappella di San Michele) e, nella Cappella di Santa Cristina, bellissimi affreschi del XIV e XV secolo, anch’essi incentrati sullo stesso tema. Il tempio rappresenta senza dubbio il monumento più noto di Bolsena poiché vi sono legate le leggende su Santa Cristina ed i miracoli che qui la tradizione vuole si siano verificati. Si racconta che nel 292 d.C. Cristina, la giovane figlia di un prefetto romano accanito persecutore dei cristiani, si convertì alla nuova fede. Il padre, infuriato e deciso a punire la giovinetta, la sottopose ad orribili torture e poi ordinò che ella fosse gettata nelle acque del lago con un masso legato al collo. Tuttavia questo anziché andare a fondo galleggiò, facendo salva così la fanciulla e indicandone a tutti gli astanti l’indiscutibile santità; ma l’atrocità dei supplizi subiti non permise a Cristina di sopravvivere, e pochi giorni dopo finì col morirne.

Bolsena-Rocca Monaldeschi

La pietra miracolosa venne però conservata e divenne presto l’altare che sarebbe stato protagonista, dieci secoli dopo, di un altro fatto straordinario. La Collegiata è infatti nota per il Miracolo del Corpus Domini, avvenuto secondo la tradizione nel 1263, quando un certo Pietro da Praga, un prete boemo che stava recandosi a Roma in pellegrinaggio, decise di sostare a Bolsena e di celebrare la Santa Messa sull’altare di Cristina. Poiché egli in cuore nutriva dubbi sulla transustanziazione, la mano divina (e forse lo spirito della Santa) volle respingerli e durante la cerimonia l’ostia consacrata balzò sull’altare e stillò sangue, con grande commozione dei fedeli presenti.

Bolsena-Basilica di S. Cristina, impronte della Santa

La pietra di Santa Cristina, macchiata dall’ostia sanguinante, è custodita nella barocca Cappella del Miracolo, da cui si accede poi alla Grotta di Santa Cristina, che custodisce una pietra con impresse le orme della Martire (ella l’avrebbe calpestata prima di essere spinta nelle acque del lago) e da cui diparte un esteso ed oscuro complesso di catacombe, risalenti ai secoli II-V d.C., dove si trova il sarcofago con le spoglie della Santa.

Bolsena-Collegiata di S. Cristina

Il ricordo di tali sacri prodigi è rievocato ogni anno da eventi e manifestazioni popolari di eccezionale fascino. In primo luogo la festa del Corpus Domini, originariamente istituita l’11 agosto 1264 da Urbano IV in memoria del miracolo della Collegiata: il 18 giugno una maestosa infiorata trasforma il borgo medievale, che viene attraversato da una colorita processione. La sera del 23 e la mattina del 24 luglio si svolge invece l’emozionante celebrazione dei “Misteri di Santa Cristina”. Di origine medievale, si tratta di una rappresentazione delle vicende e del martirio di Santa Cristina, e ha per molti versi un carattere macabro: le scene dei dieci misteri vengono infatti raffigurate dal vivo, e per ognuna di esse una fanciulla viene fintamente sottoposta alle varie torture subite dalla Santa durante il suo martirio. Per maggiori notizie sui misteri e le curiosità di Bolsena si rimanda alla nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.

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Rieti Sotterranea, la magia di una scoperta

Inauguriamo oggi con questo interessante articolo di Rita Giovannelli i contributi di amici e collaboratori esterni al blog. Andremo alla scoperta di un aspetto poco noto di Rieti, elegante cittadina dell’Alto Lazio vicina al confine umbro, conosciuta più per le piste da sci del vicino Terminillo che per le sue valenze storiche, artistiche e culturali: le quali, oltre ad essere notevoli, hanno radici antichissime, risalenti all’epoca sabina e dunque pre-romana. Buona lettura e un grazie all’amica Rita!

Il campanile romanico del Duomo di Rieti

“Io credo che la causa prima di tutte le cose sia stata l’acqua e che essa abbia in sé una mente divina che tutto produce, e che, non diversamente dal modo con cui per noi inumidisce le piante, così dall’abisso, mandate fuori le sorgenti fino al cielo, formò con l’umida mano le stelle e tutto il rimanente splendore del cielo” (Talete di Mileto).

Porta Conca

Questa è la risposta che il più importante tra i sette uomini, famosi per la loro sapienza, dà a Giovanni Boccaccio nel Proemio delle Genealogie deorum gentilium , interrogato sul dio pagano più antico. Anche Goethe ricorda Talete in un significativo passo del secondo atto del Faust  dove il filosofo ionico esclama: …“ E’ dall’acqua che tutto scaturisce! E’ nell’acqua che tutto si conserva! Oceano, dacci la tua azione esterna. Se tu non mandassi le nuvole, se tu non gonfiassi i ruscelli, se tu non guidassi i torrenti, se tu non portassi acqua ai grandi fiumi, che sarebbero i monti, che le pianure e il mondo? Sei tu che conservi la vita più florida”. Per apprezzare gli straordinari benefici dell’acqua, la valle di Rieti, sembra essere il luogo elettivo.  Qui il predominio dell’uomo sulla natura è rappresentato dalla bonifica fatta dal console Manio Curio Dentato nel III secolo a.C. La fecondità della terra è rappresentata dalla straordinaria ubertosità del territorio reatino. Infine il paesaggio, mai pura espressione naturalistica ma creato dal lavoro, dalla fatica e dalla fantasia dell’uomo. Un Eden, quello della valle di Rieti, considerata una delle più belle d’Europa per l’architettura del paesaggio, dove l’uomo ha agito con mano d’artista e dove dopo l’abbandono dell’agricoltura può ritornare per ritrovare: un ruscello, un fiume pulito, le rive  un lago ma anche  uno stagno abbellito da ninfee in un percorso paesaggistico dove  i torrenti, i canali, gli spazi arborei consentono incontri ravvicinati con la fauna,  dove i paesaggi artificiali che egli ha tracciato non devono andare perduti, uno spazio da offrire ai visitatori più attenti per passeggiare alla ricerca di positive suggestioni.

Conca di Rieti-Veduta dai Mti Sabini

Ricca di torrenti e sorgenti, la pianura dominata dal monte Terminillo è considerata la zona più ricca di acqua d’Europa. Grazie alla canalizzazione delle sorgenti del Peschiera, mirabile opera di ingegneria idraulica, realizzata negli anni Trenta, fornisce infatti l’85 per cento delle acque consumate a Roma. La ricchezza delle acque, caratteristica del territorio, è riscontrabile nella città di Rieti ma anche nei dintorni, nel rapido fluttuare dei corsi d’acqua di campagna e nei numerosi segnali stradali che indicano la strada per i laghi, sparsi nella pianura. Il fiume Velino attraversa la città con acque così trasparenti che un pescatore dalla vista acuta può vedere la sua preda prima che il pesce abbocchi all’esca. Liberata dalle acque dai romani con un’opera di ingegneria idraulica, la zona divenne famosa per la fertilità dei campi. Tanto erano fertili i campos rosae  dell’agro reatino che Cicerone li paragonò a quelli della valle di Tempe, nel nord della Tessaglia in Grecia, celebrata dai poeti greci come uno dei luoghi favoriti da Apollo e dalle Muse. Alla fertilità della valle di Rieti fece riferimento anche  lo storico Flavio Vopisco che definì i campi reatini,  Italiae sumen. Il concetto della fertilità del territorio ricorre anche nell’ Umbilicus Italiae , ombelico d’Italia, segnalato da Plinio nelle Naturalis Historia ed identificato nel lago di Cotilia da Marco Terenzio Varrone. “Ombelico d’Italia” è l’appellativo dato in seguito  alla città di Rieti, considerata al centro geografico della penisola italica.

Ingresso di Rieti Sotterranea

L’ acqua in particolare ed il sale sono stati gli ingredienti della storia della città che resero necessaria la costruzione del  viadotto romano che scopriremo durante l’itinerario sotterraneo. La passeggiata inizia da piazza Cavour, all’inizio del nuovo ponte sul Velino tra le acque del quale si  osservano i resti del ponte romano, costruito nel III secolo a.C. Il cartello che invita alla scoperta della Rieti Sotterranea,  mostra una sezione della via Roma, nel passato via Salaria l’antica via del sale, sostenuta da una serie di archi crescenti costruiti dai romani per evitare allagamenti ed impaludamenti della consolare.

Rieti sotterranea

La denominazione dell’importante arteria si deve alla sua funzione originaria che consentiva alle popolazioni dell’entroterra sabino e dell’agro reatino di raggiungere Roma per rifornirsi di sale nel Foro Boario, trasportato qui dalle saline della foce del Tevere ed alle popolazioni del Piceno di trasportare il sale e numerosi prodotti verso la capitale. Il sale è stato l’oro bianco dell’antichità, essenziale per la conservazione del cibo, oltre che per il loro condimento, indispensabile per pagare i soldati, un vero e proprio genere di lusso per chi abitava lontano dalle coste. Nelle Naturalis Historia Plinio affermava che non era possibile concepire una vita civilizzata senza di esso. I romani furono i primi a capirne la necessità e il valore tant’è che costruirono la più antica via consolare, che congiungeva Roma a Porto d’Ascoli e bonificarono la piana reatina. La strada attraversava la città di Rieti, la cui valle era occupata dalle acque del lacus Velinus. Croce e delizia del territorio reatino, l’acqua ha reso sempre difficile la vita della popolazione locale, costretta a combattere con il fiume Velino che nel passato usciva spesso dagli argini. Oggi l’acqua di Rieti produce vantaggi e benefici straordinari per gli abitanti di Roma, che hanno a disposizione più di 500 litri di acqua al giorno pro-capite provenienti dalle sorgenti dell’acquedotto Peschiera-Capore, situato in località Cittaducale a pochi chilometri da Rieti, principale fonte di approvvigionamento idrico per Roma.

Rieti sotterranea

Per la capitale si tratta di un grande vantaggio se si pensa che parigini e londinesi possono usufruire di meno della metà della quantità citata con una differenza sostanziale dovuta al fatto di utilizzare acqua purificata della Senna e del Tamigi. I romani al contrario utilizzano acque che hanno caratteristiche potabili naturali provenienti direttamente dalla sorgente. Pochi a Roma percepiscono questo vantaggio e neppure conoscono le difficoltà affrontate dalla popolazione reatina per difendersi dall’abbondanza delle acque che affiorano copiose in prossimità della città di Rieti. Inizialmente l’antica via Salaria doveva giungere a  Rieti e solo successivamente venne prolungata fino all’Adriatico, forse in seguito all’assoggettamento del Piceno avvenuto nel 268 a.C. Le modifiche e l’ampliamento dell’originario percorso richiesero un notevole dispendio di energie e di risorse economiche, se si pensa che per aprirsi un varco in direzione del mare, i romani furono costretti a realizzare subito dopo l’abitato di Interocrium,  Antrodoco, tagli verticali nelle rocce che ancora oggi caratterizzano le “gole del Velino. Questi ed altri interventi, di sostanziale importanza, furono necessari per rendere la Salaria, la principale via di comunicazione per l’intero territorio sabino, utilizzabile in qualsiasi periodo dell’anno.

Rieti sotterranea

La zona compresa tra il bordo della collina sulla quale si era sviluppata Rieti e l’alveo del Velino infatti, era costantemente impaludata a causa dell’abbondanza delle acque del fiume,  nel periodo delle piogge ed in primavera per lo  scioglimento delle nevi delle montagne circostanti. Questa fascia di terreno di circa 200 metri di profondità sulle riva destra del fiume poteva essere superata solamente grazie alla costruzione di una strada di collegamento tra il ponte ed il foro situato parte più alta della collina, superando il dislivello mediante la realizzazione di un viadotto inclinato ad arcate di notevole impegno costruttivo e grandioso effetto architettonico. Il primo arco di questa struttura era rappresentato dal ponte romano che consentiva alla via Salaria di superarare il fiume Velino.  Questo ponte in origine ad un solo arco, sembra essere stato rimaneggiato nel corso del I secolo d.C., con tutta probabilità durante l’epoca Claudia. Superato il ponte, a sinistra si incontra via del Porto. In loco era ubicato l’attracco più importante del tratto urbano del fiume Velino, sistemato a valle del ponte romano e quindi più protetto dalle piene del fiume. Una piccola ansa, arretrata rispetto all’argine, veniva colmata dalle acque del Velino, nei periodi di piena, acqua che frequentemente si addentrava per diversi metri lungo la strada trasformandola in canale navigabile. In loco la presenza di alcuni archi ribassati è testimone dei continui aumenti di livello delle rive del fiume, tesi ad evitare l’annoso problema delle inondazioni delle case, che rendevano difficile la vita agli abitanti della zona.

Rieti-Mura medievali

L’acqua trasformava così la città Rieti, con stretti canali, formati da case-torre costruite verticalmente al viadotto romano, in una piccola “Venezia di acqua dolce” per poi tornare per brevi periodi alla praticabilità delle sue strade. Una interazione in continua evoluzione del rapporto città- acqua- fiume- viadotto romano. Un rapporto di odio ed amore dove tutti hanno trovato vantaggi quotidiani e problemi da risolvere. Oggi dopo i lavori di sistemazione del Velino degli anni Trenta, con nuove arginature, costruzioni di muraglioni ed interramenti delle zone basse, dopo la costruzione delle dighe che hanno formato i laghi Salto e Turano, l’acqua non costituisce più una minaccia per la popolazione ma un bene da salvaguardare ed uno strumento di studio attraverso il quale comprendere le vicende del passato. A metà di via del Porto si incontra la parte retrostante di palazzo Napoleoni che presenta dei grandi archi tamponati nei muri. Gli archi, nel passato fungevano da darsene alle barche che trasportavano le merci nei magazzini mercantili dei palazzi gentilizi reatini. All’interno del palazzo un pannello mostra una ricostruzione della Reate romana tra il IV-II secolo a.C.  Più antica di Roma, Reate, risalente all’VIII secolo a.C., fu un’importante città dei Sabini. Deriva il suo nome da Rea, madre di tutti gli dei o, secondo un’altra versione, da Rea Silvia, genitrice di Romolo e Remo. Nei sotterranei di palazzo Napoleoni, è raggiungibile attraverso locali di epoca seicentesca, quattrocentesca e medievale, uno dei fornici del viadotto romano. L’insieme degli ambienti costituisce l’asse del percorso di visita attualmente  proposto ai turisti ed agli esperti, per gli importanti lavori effettuati negli anni dai proprietari e per la perfetta conservazione del fornice.

Rieti sotterranea

Da qui si giunge nei sotterranei di Palazzo Vecchiarelli il più prestigioso della città, costruito da Carlo Maderno. L’architetto con misurato gioco di fantasia operato per armonizzare il proprio intervento con gli edifici preesistenti, ideò per la corte interna una architettura scenografica capace di esaltare le qualità dell’insieme ottenendo al contempo una maggiore profondità dello spazio. La corte con portico e loggia fronteggiati da una  bella fontana e quinte sceniche, considerata il “teatro di pietra”, si è rivelata possedere un’ottima acustica. Realizzata sopra possenti volte appoggiate in parte su grandi pilastri, in parte su strutture medievali preesistenti ed in parte sul vicolo Coarone, la corte nasconde un complesso sotterraneo ricco di fascino e di storia all’interno del quale si possono vedere  un pozzo di origine medievale   ancora funzionante ed un muro con balcone sostenuto da mensole di pietra. Negli ambienti sotterranei del palazzo si osservano le Sculture Sonore di Immacolata Datti  realizzate con l’utilizzo di materiali eterogenei ed impiego di tecniche varie. Ritornando sulla via del Porto si può ammirare l’ambiente di palazzo Rosati che mostra un fornice seminterrato ma ben conservato. Il muro  laterale di contenimento a monte dell’arco, realizzato in opera quadrata, mette in evidenza il piano di inclinazione della via consolare dalle rive del fiume Velino fino alla rupe di travertino. La visita della Rieti Sotterranea si conclude negli ambienti della casa torre di via Pellicceria dove è possibile ammirare i resti della rupe di travertino dove si è sviluppata l’antica Reate. Da qualche tempo è possibile visitare la Rieti Sotterranea attraverso visite guidate organizzate in loco. INFO e Prenotazioni:  www.rietidascoprire.it  tel. 347 7279591 oppure 0746-296949.

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Il fascino della Viterbo medievale

Posta nel cuore della Penisola italiana e nota per aver ospitato il primo interminabile “conclave” nella storia della Chiesa (1268-1271), Viterbo è stranamente ancora poco frequentata dal turismo culturale. La vicinanza con Roma, che tende a mettere in secondo piano tutto ciò che si trovi nei suoi diretti dintorni, di certo pesa in modo determinante. Eppure la “Città dei Papi” offre un complesso monumentale di grande interesse, con tracce artistiche forse ritenute “minori” ma continue ed omogenee che danno un tono nobile al paesaggio urbano.

Illuminazione artistica in Piazza San Lorenzo

Straordinario è soprattutto il fascino dei suoi quartieri medievali, in particolare quello di San Pellegrino, che costituiscono un unicum in Italia per l’integrità del tessuto urbanistico e dell’edilizia civile risalenti al Duecento. Epoca, questa, che rappresentò il momento di massimo splendore nelle vicende viterbesi (la città al tempo superava per abitanti la stessa Roma, viceversa ormai in decadenza): oltre alle opere promosse dai pontefici (che vi si trasferirono per 24 anni, a partire da Alessandro IV), la città si arricchì non solo di eleganti palazzi ma anche di numerose case-torri, tuttora visibili a chi abbia la voglia di girare per il centro storico “con il naso all’in su”; innumerevoli torri spuntano pure dalla cinta muraria, che avvolge interamente la città storica.

Scorcio di Piazza San Pellegrino

Ne scaturì un’urbanistica “a riccio” che ha pochi paragoni nel nostro Paese per lo stato di conservazione, e che può quasi competere con la ben più famosa San Gimignano o con la più vicina Tarquinia. Peccato solo che nessuna delle antiche torri sia attualmente visitabile (offrirebbero di sicuro panorami meravigliosi), cosa che la dice lunga sul ritardo della città a livello di valorizzazione turistica del patrimonio storico; a ciò si aggiunge il fatto – a nostro avviso di una gravità inaudita – che il centro storico non sia stato ancora inserito nella lista del patrimonio dell’umanità Unesco, da addebitare evidentemente alla mancanza di un’adeguata volontà politica indirizzata a tal fine.

Case-torri

Tuttavia, al di là di queste considerazioni, occorre ammettere che a Viterbo un’attenta salvaguardia del patrimonio architettonico storico nei caotici anni del dopoguerra ha permesso di mantenere quel che altrimenti sarebbe stato distrutto o alterato. E’ anzi da ricordare che una parte di quel che oggi ammiriamo è stato addirittura ricostruito dopo i danni dell’ultimo conflitto mondiale, secondo il concetto di “dov’era e com’era”, segno di un senso civico e di un profondo attaccamento alla propria città e alle proprie radici da parte dei Viterbesi (come testimonia anche l’evento della Macchina di Santa Rosa) di cui si parla poco: sentimenti che rischiano di non essere tramandati se non ci si sofferma mai a sottolinearne gli effetti positivi, come appunto l’averci lasciato un patrimonio storico, artistico, culturale ed estetico di inestimabile valore.

Lampione con piccione e rampicante

Ad ogni modo, fuori da una facile espressione retorica, perdendosi nel cuore della Viterbo medievale si ha la sensazione di un autentico “tuffo” nel Medioevo, perché spesso le case, i vicoli e i palazzetti sono rimasti più o meno gli stessi, con i tipici profferli viterbesi che salgono al primo piano delle abitazioni formando talora lunghe balconate squisitamente scolpite dagli antichi mastri scalpellini locali. E poi le numerose piazze, vera peculiarità di Viterbo, come l’ampia e scenografica Piazza di San Lorenzo col merletto gotico della loggetta papale, la più raccolta Piazza del Gesù (cuore della città due-trecentesca), la quieta e alberata Piazza della Morte ed infine l’indimenticabile scenario quasi “cinematografico” di Piazza San Pellegrino (per averne una completa visione occorre salire all’apice del sagrato della chiesetta), che costituiscono, tutte, spazi urbani di eccezionale pregio giunti a noi praticamente immutati.

Piazza San Lorenzo

Piazze quasi sempre accompagnate a fontane, perché Viterbo fu una delle prime città del Medioevo europeo a fornire acqua pubblica ai propri abitanti. Sono tutte diverse ed è piacevole fermarsi ad osservarne i particolari, fra i quali non manca mai il leone, simbolo di Viterbo. Poi il suono dolce dell’acqua invita al riposo: magari a leggere un buon libro, o più prosaicamente a prendersi un té, un caffé o un aperitivo, comodamente seduti con lo sguardo rapito verso una torre o verso la fontana stessa o, d’inverno, alla ricerca del sole che filtra fra i freddi palazzi di peperino.

Fontana in Piazza del Gesù

Ma a Viterbo, se si vuole, si cammina molto. Città perfetta per il trekking urbano, perché i saliscendi sono continui e il centro storico inaspettatamente vasto. Da non perdere la panoramica traversata da San Pellegrino al quartiere di Pianoscarano (altro gioiello di urbanistica medievale, sebbene purtroppo assai malandato e in via di lento recupero), che permette di comprendere la complicata orografia della città, formata da colli e vallette interne.

Loggia dei Papi

Le chiese di Viterbo, dal canto loro, per lo più di aspetto romanico o gotico, spoglie e grigie di peperino, rispecchiano fedelmente il carattere di spiccata austerità dugentesca: da non perdere Santa Maria della Verità, San Francesco, Santa Maria Nuova, San Sisto, San Giovanni in Zoccoli e il Duomo. Spesso vi si affiancano chiostri che paiono trascinare fuori dal mondo, spingendo alla meditazione, oppure vi si nascondono cripte pregne di spiritualità e mistero.

Chiesa di Santa Maria Nuova

Le aggiunte quattro-cinquecentesche invece, donano al tessuto prevalentemente medievale quell’eleganza stilistica propria della Tuscia farnesiana che si ammira in Piazza del Plebiscito con il porticato Palazzo dei Priori, sede del Comune, mentre l’altissima Torre Civica sancisce la fusione armoniosa fra Età di Mezzo e Rinascimento.  Da qui l’itinerario prosegue per le vie dello shopping mostrando altre testimonianze urbanistiche e architettoniche pregevoli come Piazza delle Erbe, la stupenda Casa Poscia (che la tradizione vuole dimora della”Bella Galiana”, personaggio leggendario viterbese), fino a Piazza Fontana Grande, che, come si evince da nome, sfoggia una monumentale e magnifica fontana, pure risalente al XIII secolo: essa, insieme alle altre, contribuì al mito di “Viterbo città delle belle donne e delle belle fontane”.

Torre civica

Anche l’atmosfera generale, più “reale” e “vissuta” rispetto a molte cittadine medievali toscane ed umbre (che l’assalto turistico sta trasformando in “Disneyland della cultura”, in testa San Gimignano ed Assisi), contribuisce a far immergere il visitatore in un ambiente “diverso”, pacato ed austero, spesso addirittura solitario in pieno giorno, che non ci si aspetterebbe oggi da una città dalle caratteristiche simili. Vi si trovano botteghe di artigiani, artisti ed antiquari e sempre più rivendite di prodotti tipici, ma niente cinghiali imbalsamati con gli occhiali da sole, negozi di chincaglierie, bottiglie di vino ed olio “tipici” (di scarsissima qualità) da souvenir.

Palazzo degli Alessandri e torri medievali

Viterbo è infatti incredibilmente fuori da qualsiasi flusso di massa (e quindi esente da usi turistici banalizzanti) ma non crediamo che rimarrà sconosciuta a lungo. Sempre più visitatori, anche e soprattutto dall’estero, giungono nel capoluogo della Tuscia attratti da questo spirito di “riscoperta” e ciò potrebbe portare finalmente la città ad una nuova fase di prestigio. E ce n’è bisogno, perché il patrimonio edilizio è vasto e fragile, e senza investimenti finalizzati a restaurarlo esso cadrà facilmente a pezzi: le cattive condizioni di Pianoscarano e dei quartieri minori ne sono un monito.

Palazzo Farnese, bifora

Ma terminiamo la nostra passeggiata. Al tramonto le piazze viterbesi diventano ombrose e le stradine laterali che scendono o salgono dalle vie principali hanno qualcosa di misterioso e inconsueto, come se percorrendole ci fosse già la promessa di una qualche emozionante sorpresa. Dai profferli, dalle finestre e dai balconi sembra che ad un tratto possano affacciarsi i volti visti nella Cappella Mazzatosta della Chiesa di Santa Maria della Verità. Suonano le campane delle tante chiese, le rondini svettano veloci mentre i piccioni fanno capolino sui coppi delle vecchie case. Il peperino emana odori particolari, che sanno di antico, e il crepuscolo lo indora, laddove la luce arriva, cangiandone il colore da grigio cenere in marrone vivo. Su tutto, poi, d’improvviso, si getta il silenzio.

Piazza San Pellegrino

E solo in quel momento ci si accorge di quanto sia vivo il legame con l’enigmatico mondo etrusco, di come il Medioevo qui non abbia negato la civiltà più remota. Così le cose appaiono di colpo più piccole, le tenebre si insinuano ovunque, i portali e gli archetti prendono le sembianze di grotte e cunicoli. La città medievale si tramuta inaspettatamente in una specie di necropoli: e probabilmente, sotto le case i tunnel e le cantine sono etruschi. La fantasia allora prende il sopravvento e il Duecento magico di Viterbo ci permette di chiudere gli occhi e di tornare a sognare un mondo sospeso ove l’immaginabile è possibile.


Il Castello di Fumone e la tragica storia del “Marchesino”

Circondato da boschi ed uliveti, il tranquillo borgo medievale di Fumone si offre al visitatore tutto arroccato attorno al suo castello, in un pittoresco amalgama grigio tra le abitazioni ed il fortilizio. Eretta tra il IX e il X secolo e più volte rimaneggiata, la Rocca Longhi-De Paolis è famosa non soltanto per essere stata la prigione di Celestino V, nonché luogo della sua morte, ma anche per ospitare uno straordinario giardino pensile (il più alto d’Europa, con i suoi 800 metri s. l. m.) da sempre conosciuto come la “terrazza della Ciociaria”. L’Arx Fumonis fu sin dall’Alto Medioevo un’imprendibile fortezza e respinse, fra gli altri, anche gli assedi degli imperatori Federico Barbarossa ed Enrico VI e venne conteso tra le maggiori famiglie nobiliari laziali.

La porta del borgo di Fumone

Passata poi alla Chiesa, la rocca assolse a lungo la funzione di controllo del territorio meridionale dello Stato Pontificio, da cui deriverebbe indirettamente il toponimo “Fumone”. Alla vista dei nemici, infatti, dal culmine di un’alta torre – oggi scomparsa – si levava un’enorme colonna di fumo: essa avviava un sistema di segnalazioni simili a catena, che coinvolgeva i paesi limitrofi giungendo infine alle mura capitoline, avvertendo così la “città eterna” dell’imminente pericolo. Il fortilizio nasconde numerosi misteri e ricordi di vicende macabre e terrificanti: il “pozzo delle vergini”, il monaco murato vivo chissà dove nell’edificio e mai ritrovato, le tragiche memorie dei numerosi carcerati e non ultima la già citata prigionia del celebre Papa del “gran rifiuto” dantesco. La visita al castello procede di sala in sala, tra affreschi, arazzi, eleganti arredi, sino a giungere all’archivio dove, tra importanti e antichi documenti, riposa in un angolo, un po’ defilata, una credenza. Al suo interno è celato il ricordo di una vicenda tra le più spaventose del castello. Si tratta della triste storia del “Marchesino”, ossia del piccolo Francesco Longhi, vissuto all’inizio dell’800. Ultimo fratello dopo ben sette sorelle, egli, come primogenito maschio, avrebbe avuto in eredità tutti i beni di famiglia. Le perfide sorelle, allora, a quanto pare,  uccisero il fratellino mettendo quotidianamente nelle sue pappe minuscole schegge di vetro (o gocce di veleno). Presto iniziò una lenta agonia che portò alla morte Francesco alla tenera età di cinque anni. La madre impazzì dal dolore, ordinando che le spoglie del figlio fossero imbalsamate con la cera e poste in una teca di cristallo ad eterna memoria. Misterioso rimane tutt’oggi il metodo usato per la mummificazione. Secondo una leggenda il castello sarebbe infestato dai fantasmi di Emilia Caetani-Longhi e dello stesso Marchesino, mentre dai sotterranei saltuariamente proverrebbero le urla e i pianti degli spettri dei prigionieri. Per saperne di più si faccia riferimento alla nostra guida Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito edita dalla Eremon Edizioni.


La Piramide di Bomarzo

A nord della Capitale, nella quiete della Valle del Tevere, il borgo medievale di Bomarzo si staglia severo sopra uno sperone di pietra vulcanica. Nota per il suo meraviglioso ed unico “Parco dei Mostri”, l’antica Polimartium cela nel suo ubertoso ed incantevole territorio non pochi siti archeologici di grande rilievo. Fra i Comuni di Bomarzo, Vitorchiano e Soriano nel Cimino, i fitti boschi che rivestono forre ed altopiani rivelano all’escursionista curioso vere e proprie sorprese, come ad esempio gli insediamenti rupestri di Monte Casoli e Corviano, e le rovine di Santa Cecilia e di San Nicolao.

Veduta di Bomarzo

Ma ciò di cui vogliamo parlare in questa sede è il percorso che culmina nella visita della cosiddetta “Piramide di Bomarzo”. Ebbene sì, nel Lazio e più precisamente nel cuore della Tuscia è stata recentemente ritrovata una vera e propria piramide dalla forma tronca le cui origini sono tuttora enigmatiche. Situato a poca distanza dal centro storico, il singolare monumento si adagia su un piccolo terrazzo a strapiombo sulla Valle del Fosso Castello dominata da alte falesie di prismi di peperino. Il sentiero più bello per raggiungerlo (segnato bianco-rosso) diparte dal campo di calcio appena fuori dall’abitato nuovo, sulla strada per Viterbo: il tracciato, in discesa, offre quasi immediatamente un eccezionale colpo d’occhio sulla vallata, sul borghetto di Chia e, con una piccola deviazione, sul solitario castello che fu preso a dimora da Pier Paolo Pasolini, il quale tanto amava codesti luoghi che definì “il paesaggio più bello del mondo”.

La magnifica Valle del Fosso Castello

Si passa poi per Santa Cecilia e le sue tombe a sagoma umana, si toccano grossi massi in parte scolpiti ed infine, con camminata a tratti esposta, si arriva ad un bivio da cui – prendendo a sinistra – si sale brevemente al pianoro della piramide. Una vetusta quercia trova sostegno nell’enorme pietra, alta circa 16 metri, sulla quale sapienti scalpellini realizzarono diverse gradinate che culminano in un altare sacrificale sommitale. La piramide è conosciuta anche come “Masso del Predicatore”, nome in verità ricorrente anche per altri macigni simili che si affastellano in particolare nella zona di San Nicolao.

Scalette scolpite nella pietra lungo il sentiero

Alcuni studiosi fanno risalire l’opera al VII secolo a. C., e quindi al periodo etrusco, ma la capacità di scolpire massi era già propria di una civiltà preistorica che, si pensa, abitasse queste zone fin dal 4000 a. C., quella cioè dei Rinaldoniani: citata anche nel Vecchio Testamento, questa leggendaria popolazione – dalla straordinaria statura – ricavava le proprie abitazioni e i propri sepolcri nella nuda roccia delle rupi che sovrastano i corsi d’acqua di cui la Teverina Viterbese è ricchissima.

La Piramide di Bomarzo

La finalità di quest’arte rupestre era anche un’altra: quella di creare marcatori territoriali e punti d’osservazione astrale, come luoghi cioè sacri ed astrali. Non molto tempo fa il reperto era sommerso dalla terra e dalla vegetazione ma negli ultimi anni, grazie all’impegno benemerito di alcuni volontari e in particolare di Salvatore Fosci, esso ha recuperato tutta la sua suggestione, benché lo scavo in realtà non sia ancora completo e si possa ipotizzare una sua prosecuzione sotto il basamento attuale. La funzione sacrificale della “piramide” è deducibile dalla presenza di canali di scolo e vasche di raccoglimento di liquidi.

Vista su Mugnano nei pressi della Piramide

L’aspetto odierno del monumento è però il risultato di modifiche effettuate nel corso dei secoli, soprattutto nel Medioevo, al quale fra l’altro risalgono numerosi siti della zona come la già citata Santa Cecilia con i resti dell’omonima chiesa e il suo cimitero. Ciò è deducibile dalla differenza delle tecniche di lavorazione visibili sulla piramide, ognuna relativa appunto ad una determinata epoca (preistorica, etrusca, medievale), il che fa pensare ad un continuo riutilizzo dell’ara (intorno a cui sono peraltro visibili delle croci), secondo una sorta di sincretismo religioso fra le varie popolazioni succedutesi nel territorio.

Le rovine di Santa Cecilia

In quest’ottica ritorna alla mente il vicinissimo “Parco dei Mostri” (chiamato anche, non a caso, “Sacro Bosco”) che appare come un recupero della spiritualità pagana filtrata attraverso la cultura ermetica del Cinquecento, in una sorta di “manierismo primitivista” ben consapevole della lezione dell’arte rupestre che caratterizza queste splendide e misteriose vallate (per un approfondimento sul parco rimandiamo alla nostra guida Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito).


I castelli perduti della Tuscia

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L’itinerario percorre da sud a nord la Tuscia Romana e Viterbese, attraversando paesaggi unici nel loro genere, che custodiscono l’identità autentica del Lazio. L’Etruria meridionale è il territorio che ha lasciato i resti più cospicui della civiltà degli Etruschi, ma il nostro cammino si svolge alla ricerca del meno celebrato passato medievale, che qui tuttavia ha lasciato un’impronta indelebile, non raramente sovrapponendosi proprio a quello etrusco. Il patrimonio di “rovine storiche” della Tuscia è inestimabile: si parla di centinaia di siti, dall’epoca villanoviana ed etrusca a quella romana, medievale e rinascimentale, non tutti né conosciuti né tanto meno catalogati; ruderi quasi sempre immersi in ambienti agresti e naturali di rara e silenziosa bellezza, che riportano il visitatore indietro nel tempo. Noi ci limiteremo comunque ai monumenti più rilevanti e facilmente visitabili.

Gregge nella Campagna Romana presso Settevene

 L’itinerario parte come gli altri da Roma, puntando a Nord lungo la Via Cassia. Dopo una mezz’ora scarsa, si giunge al bivio di Settevene, ove si seguono le indicazioni per Trevignano Romano. Subito ci si immette in un’incantevole campagna, dove i ruderi di torri e casali punteggiano i campi, con le greggi che fanno capolino attorno a qualche quercia isolata: sembrerebbe di rivivere i vecchi dipinti della Campagna Romana del Settecento, ma le moderne fattorie ci  riportano al presente facendo capire come le attività agro-pastorali siano indispensabili alla conservazione di questo prezioso paesaggio, proprio alle porte della Capitale.

Scorcio panoramico dalla Rocca di Trevignano

Siamo ora nel Parco Regionale dei Laghi di Bracciano e Martignano e in breve scendiamo nella grande caldera vulcanica, che appare di colpo coll’azzurro del Lago Sabatino. Altri quindici minuti e si giunge a Trevignano Romano, ove ci attende la prima tappa del nostro viaggio. Dal piccolo e pittoresco borgo di pescatori si sale con una piacevole passeggiata alla duecentesca Rocca dei Prefetti di Vico, vero mosaico di pietre tufacee e basaltiche, che offre un panorama indimenticabile sul Lago di Bracciano cinto da verdi colline.

Rocca dei Prefetti di Vico

Si riparte prima in direzione di Bracciano (da non perdere la visita al Castello Orsini-Odescalchi), costeggiando ancora il bordo inferiore del bacino lacustre in uno scenario da cartolina, e poi, all’altezza di Manziana, si seguono le indicazioni per la Riserva Naturale di Monterano, che si raggiunge in un quarto d’ora circa.

Paesaggio di Monterano Vecchia

Monterano Vecchia è una delle “città fantasma” più suggestive d’Italia e uno dei “luoghi magici del Lazio”: il suo straordinario paesaggio, in cui sublime appare il connubio fra rovine storiche e ambiente naturale, è stato più volte utilizzato nei decenni passati come set cinematografico ed oggi rappresenta una delle mete predilette dagli escursionisti romani; anche qui si ammira un castello in rovina, anzi sarebbe meglio parlare di una dimora nobiliare, ossia il Palazzo Ruspoli, ingentilito ad opera del Bernini da un’elegante fontana sormontata da un leone.

Palazzo Ruspoli a Monterano Vecchia

Si prosegue per Tolfa, immettendosi in una strada solitaria che si insinua in un paesaggio oltre modo stupendo: stiamo attraversando i selvaggi Monti della Tolfa, ove le testimonianze etrusche e medievali si accavallano, giacendo nascoste nei boschi e dimenticate da tutto e tutti; qui il tempo sembra essersi fermato e soltanto rudi cavalli e vacche dalle grandi corna arcuate solcano i pascoli sassosi, movimentando uno scenario che altrimenti apparirebbe immobile.

Veduta di Rota, fra Tolfa e Monterano

A Tolfa ci attende l’austera Rocca Frangipane, edificata nella grigia pietra trachitica locale: il fortilizio, di origine probabilmente longobarda, offre un panorama spettacolare.

Panorama dalla Rocca Frangipane

Da Tolfa il nostro itinerario può seguire due direzioni, entrambe ricollegabili a Tuscania, che più avanti sarà un’altra tappa fondamentale: la prima deviazione ci porta verso mare, tramite una strada di eccezionale valore paesaggistico che oltrepassa Allumiere, scende al borgo rurale della Farnesiana e poi passa ai piedi delle vicine rovine di Cencelle, città-fortezza che giace abbandonata in una campagna immensa e appare sin da lontano coi suoi mozziconi di torri.

Rocca di Tolfa

Infine si sbuca sulla Via Aurelia raggiungendo Tarquinia, che con i suoi monumenti medievali e la sua necropoli etrusca patrimonio Unesco vale senz’altro una sosta attenta. Si riprende il cammino sulla Via Tarquiniense dirigendosi verso Tuscania fra verdi praterie e campi di grano (purtroppo oggi a rischio a causa di scellerati progetti di fotovoltaico a terra): più o meno a metà strada, presso l’antica fattoria di Montebello (indicazioni sulla destra), si trovano i castelli dell’Ancarano e di Pian Fasciano, proprio uno di fronte all’altro a dominio delFiume Marta, che scorre placido in una valle solitaria e dell’aspetto arcaico.

Valle del Marta-Castello di Pian Fasciano al tramonto 1 MINLB

Da Tuscania invece si può raggiungere, procedendo verso la Cassia lungo la Via Vetrallese, la Roccaccia di Respampani, posta nell’omonima, vastissima tenuta della Regione Lazio. Torniamo ora a Tolfa e seguiamo l’alternativa al tragitto appena descritto (che può comunque essere percorso in un secondo momento): si riscende in direzione di Canale Monterano e si ritorna al bivio per Manziana sulla Via Claudia-Braccianese, che si segue verso Nord (girare a sinistra). Si oltrepassa il “borgo ideale” di Oriolo Romano, qualificato dal bel Palazzo Altieri, e poi si entra in Provincia di Viterbo, arrivando dopo qualche decina di chilometri a Blera, paese di origine etrusca e di aspetto cinquecentesco, immerso in un territorio ricchissimo di testimonianze d’epoca villanoviana, etrusca, romana e medievale.

Sulle rive del Torrente Vesca, fra Civitella Cesi e San Giovenale

Pochi luoghi come questi sanno offrire la perfetta convivenza fra natura e vestigia del passato: il Parco Regionale Marturanum (nel Comune di Barbarano Romano, altro borgo fortificato tutto da gustare) è la più comoda porta d’accesso a codesto intrigante e romantico mondo fatto di larghi orizzonti e antiche rovine. Da Blera si prendono le indicazioni per il piccolo villaggio di Civitella Cesi, e poco prima di giungervi una stradina sulla destra porta al Castello di San Giovenale e all’omonima importante area archeologica, isolati su un pianoro che si interrompe a strapiombo sulla meravigliosa Valle del Vesca, alle pendici settentrionali dei Monti della Tolfa.

Castello di San Giovenale

Da Blera si torna sulla Cassia e si va a Viterbo, dove si seguono i cartelli per la zona termale: nelle vicinanze alcune indicazioni (fare attenzione!) conducono al sito di Castel d’Asso, insediamento medievale sorto su un abitato etrusco, di cui rimangono addirittura tombe a camera con iscrizioni nella misteriosa lingua dei Tirreni.

Porta e torre del rivellino a Castel d'Asso

Si ritorna verso il Capoluogo e poco dopo si prende la Via Tuscanese che conduce a Tuscania. A circa metà strada una sterrata sulla sinistra conduce ad una fattoria rossa e poi allo sperduto Castel Cardinale, situato in una proprietà privata.

Veduta di Castel Cardinale

Questa è una delle tappe più belle del nostro itinerario: il maniero, legato a curiose storie locali, si erge all’apice di una dolce collinetta posta inaspettatamente sul fondo di una valle tufacea, a poca distanza da un torrente. Il silenzio e la sobrietà della campagna donano un tocco in più al castello, che si distingue per un grosso torrione che ne affianca l’ingresso.

Palazzo dei Papi a Viterbo

Si giunge poi a Tuscania, che merita di certo una visita in virtù della notevole ricchezza monumentale e delle particolari atmosfere del centro storico. Qui una speciale menzione va al palazzo fortificato del Rivellino, ormai ridotto a rudere, che assieme alle magnifiche basiliche romaniche di Santa Maria Maggiore e di San Pietro, nonché alla silente vallata del Marta, forma il magnifico complesso paesistico che si ammira dal Belvedere di Torre di Lavello, una delle più amate “cartoline” della Tuscia.

Tuscania, panorama dalla Torre di Lavello con il Rivellino e le due basiliche romaniche

Da Tuscania si prende per Marta e il Lago di Bolsena e quasi giunti al paese sulla sinistra una stradina porta al poco visibile Castell’Araldo, di origini templari. Anche qui il paesaggio è bellissimo, anzi, per meglio dire, lo sarebbe se non si vedessero le enormi torri eoliche recentemente installate nelle vicinanze, che incombono spaventose e rumorose. Tali “mostri d’acciaio” purtroppo segnano gravemente questa parte del percorso, e incidono anche su un altro stupendo sito nei diretti pressi di Marta, vale a dire il Castello di Monte Leano, riconoscibile per una pittoresca torre spezzata, conosciuta come la “Forchetta del Diavolo”. E’ davvero scandaloso che il patrimonio paesaggistico inestimabile della Tuscia abbia dovuto subire uno scempio simile: le energie rinnovabili sono importanti e vanno promosse, ma non possono diffondersi in un modo indiscriminato e sproporzionato, ai danni delle zone più belle ed intatte con vocazioni ben diverse da quella industriale!

Campanile del Castello di Monte Leano

Da qui, seguendo prima la Verentana e poi la strada per Montalto, si potrebbe effettuare una lunga deviazione verso mare alla ricerca di altri due siti interessanti, ossia Castellardo presso Canino e Castelvecchio nei dintorni di Arlena di Castro: tuttavia, la difficoltà di trovare effettivamente le due località sconsiglia il tragitto a chi non abbia gusti avventurosi e a chi tema di fare un buco nell’acqua. Certo più comodo è procedere verso il meraviglioso Lago Volsino, sulle cui sponde si scende in pochi minuti, risalendo poi pian piano l’orlo dell’immensa caldera vulcanica fino ad entrare a Montefiascone, patria del celebre vino “Est! Est! Est!”. La cittadina è dominata dalle scure rovine della Rocca dei Papi, che a sua volta offre un panorama ineguagliabile sulle sottostanti colline, tutte coltivate a vite e ulivo, nonché ovviamente sul grande lago, oltre il quale appaiono all’orizzonte i profili del Monte Amiata e delle alture sul confine tosco-laziale (verso mare, invece, la “barriera” delle pale eoliche è desolante e mette malinconia in chi conosce com’era fino a poco tempo fa questo paesaggio…).

Lago di Bolsena con l'Isola Bisentina

Dopo Montefiascone  si consiglia di allungare la gita puntando a Bolsena, “città dei Miracoli di Santa Cristina”, ove all’apice dello scuro borgo medievale, fra i più splendidi del Lazio, si eleva la Rocca dei Monaldeschi, fino a pochi decenni fa in rovina ma oggi recuperata a scopi museali.

Rocca Monaldeschi a Bolsena

Da Bolsena si ridiscende la Via Cassia verso Sud e si torna nella parte bassa di Montefiascone, che si lascia non prima di aver visitato la romanica Chiesa di San Flaviano, formata da due corpi sovrapposti e adornata da pregevoli affreschi; più avanti sempre dalla statale si imbocca (cartelli per Celleno e Bagnoregio) la tranquilla strada campestre che porta al bivio di Ferento.

Particolare nella Valle dei Calanchi di Bagnoregio

Proseguendo verso Nord si entra nell’ampia sub-regione della Teverina, coi suoi vigneti, frutteti, prati e burroni, ma soprattutto con i suoi borghi medievali dall’indiscusso fascino, fra cui troneggia la famosa Civita di Bagnoregio, instabile isola di tufo sul mare argilloso della “fantastica” Valle dei Calanchi. Anche nella Teverina non mancano torri e fortilizi in rovina, fra cui citiamo almeno il Castello di Corviano, presso l’omonima area archeologica rupestre, e il Castello di Chia, che fu ultima dimora del regista Pier Paolo Pasolini.

Castello di Corviano

Da Vitorchiano o Bomarzo, ennesimi “borghi-gioiello” della Teverina, si prende la veloce superstrada per Orte e poi si procede verso Gallese e Civita Castellana, avvicinandosi al Fiume Tevere. Si sbuca sulla Via Flaminia all’altezza della località di Borghetto e della ferrovia, su cui troneggiano le enigmatiche rovine della Rocca di San Leonardo, dalla bruna pietra tufacea, su cui aleggiano leggende e misteri.

Castello di Borghetto

Da Borghetto si risale la Via Flaminia verso Roma, con immediata retrospettiva, grandiosa, del maniero detto anche “di Andosilla”. Giunti ai piedi di Civita Castellana, che merita certamente una visita per il Duomo cosmatesco e per il Forte San Gallo, si prosegue verso Sud sulla statale attraversando un paesaggio prima tutto forre e strapiombi e poi dolce ed ondulato, su cui si impone alla vista l’isolato Monte Soratte: campi di grano e casali turriti, prati con greggi al pascolo e querce isolate formano una sorta di “quadro vivente”.

Campagna sulla Via Amerina

Ci troviamo ormai nel cuore dell’ampia sub-regione dell’Agro Falisco, uno dei territori più singolari del Lazio, che ripropone quel paesaggio pittoresco della Campagna Romana settentrionale, caratterizzato appunto dall’alternanza fra placidi pascoli e profondi burroni, che già entusiasmò il Goethe e altri illustri viaggiatori del passato, ma che oggi inspiegabilmente è caduto nel dimenticatoio, causa probabilmente lo scadimento culturale in atto da decenni nel nostro Paese: anzi, il proliferare vergognoso del fotovoltaico a terra e progetti assurdi di centrali eoliche pongono attualmente a serio rischio anche questo irripetibile patrimonio ambientale e culturale! Dopo poco si gira a destra per Faleria, borgo semi-spopolato con castello, che si raggiunge non prima di aver gustato la verde campagna nella quale si nasconde, ormai interamente avvolto da rovi e rampicanti, il  Castello di Paterno.

Veduta di Calcata

Si attraversa quindi la parte nuova di Faleria e si prosegue per Calcata fino a un bivio con piccolo cartello turistico, ove si svolta a destra su una sterrata che porta al sito del Castello di Foiano, posto in posizione spettacolare al margine di un’esile altopiano stretto fra due canyon. Si ritorna sulla strada principale, si tocca Calcata Nuova e si scende subito al piccolo villaggio di Calcata Vecchia che appare improvvisamente tutto raccolto su uno sperone tufaceo, in uno scenario naturale magnifico ove alcune forre si intrecciano ammantate da boschi. Il rustico e affascinante paesino, compreso nel Parco Regionale della Valle del Treja, è abitato fin dagli anni Settanta da numerosi artisti internazionali, e da solo vale un viaggio, anche per goderne l’atmosfera surreale, un po’ fuori dal mondo. Anche da qui, con un sentierino segnato che attraversa il Fiume Treja, è possibile raggiungere un insediamento medievale abbandonato: è il Castello di Santa Maria, di cui rimane soltanto una tozza torre ma che offre un’ottima vista su Calcata Vecchia.

Torre dell'Isola Conversina

C’è da dire che l’intero Agro Falisco, solcato anticamente dalla romana Via Amerina, è ricco di resti di torri e manieri, spesso difficili da raggiungere per via dell’intricata vegetazione: un recente opuscolo in dotazione presso sede del parco, nella piazzetta di Calcata, ne fornisce una mappa piuttosto dettagliata. I siti più interessanti si addensano in particolare intorno a Nepi e Castel Sant’Elia (Torre di Isola Conversina, Castello di Porciano, Castel d’Ischi, Castel Filissano), le quali dal canto loro conservano monumenti e opere d’arte medievale e rinascimentale di grande valore. Da Nepi si può tornare in pochi minuti sulla Via Cassia all’altezza di Settevene, chiudendo ad anello questo nostro lungo itinerario. Per informazioni dettagliate sulla storia dei manieri in rovina della Tuscia e sul come raggiungerli si faccia riferimento alla nostra guida I Castelli perduti del Lazio e i loro segreti.

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

2-3 giorni

Periodi migliori:

ottobre-novembre-dicembre e aprile-maggio-giugno per i colori della campagna

Dove dormire:

Tolfa-Agriturismo Fontana del Papa


Castello di San Giovenale presso Blera

I castelli perduti del Lazio

Castello di San Giovenale a Blera (VT): prospettiva delle possenti mura tufacee con primo piano sulla torre