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Valle del Biedano dal Calatore delle Cerquete

Marturanum-Valle del Biedano presso il Calatore delle Cerquete

Uno scorcio spettacolare della Valle del Biedano nei pressi della tagliata etrusca del Calatore delle Cerquete, lungo uno dei sentieri del Parco Regionale di Marturanum. Ci troviamo nel cuore della Tuscia, a poca distanza dal borgo medievale di Barbarano Romano, in una zona misteriosa e ricca di siti archeologici. Numerose leggende ammantano questa vallata, descritta nella nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.

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Rota, presso Tolfa

Veduta di Rota

Veduta del piccolo borgo di Rota, frazione di Tolfa. Si tratta di un borgo cinquecentesco di proprietà privata, situato in posizione magnifica in un paesaggio immacolato, nel cuore della Valle del Mignone. La vista che se ne ha dal basso dalla strada Claudia-Braccianese (fra Tolfa e Canale Monterano), spesso impreziosita da vacche maremmane al pascolo brado, riporta alla memoria i dipinti degli artisti-viaggiatori del Grand Tour fra Sette e Ottocento.


Le Terre della Farnesiana

Tra Tarquinia e Allumiere, all’estremità nord-occidentale dei Monti della Tolfa e della Valle del Mignone, si estende una delle aree più integre e suggestive del Lazio. Sono le cosiddette “Terre della Farnesiana”, cuore della Maremma Laziale, antico possedimento dei Farnese (circa 10.000 ha), che ivi, tra il XVI e il XVII secolo, sfruttarono le miniere di allume della Tolfa.

Panorama sulla Maremma Viterbese

Praticamente sconosciuta ai più, questa zona regala emozioni intense in un viaggio senza tempo. Distese infinite di grano e pascoli, ondulate e sinuose come fossero dipinte, verdissime all’inizio della primavera, gialle e riarse in estate, contrastano fortemente con le scure macchie delle rocciose colline tolfetane.

Paesaggio nella Valle del Mignone

Un paesaggio tipicamente maremmano, ove la presenza umana, che apparentemente si limita a qualche raro casolare (risalenti per lo più alla riforma agraria degli anni ’50 del Novecento), è in realtà forte e visibile nel lavoro del campi, curati con estrema dedizione. Siamo nella terra degli Etruschi, il cui mito è sempre nell’aria, inafferrabile e misterioso, ma anche dei “butteri”, leggendari personaggi che qui da generazioni governano mandrie di vacche maremmane, sempre a cavallo, custodi indomiti del proprio territorio.

Chiesetta della Farnesiana

Cuore di questo angolo magnifico di Lazio è il borgo della Farnesiana, situato in una località pittoresca e composto da un gruppo di casette in parte dirute e in parte restaurate, un’enigmatica chiesa neogotica in rovina e un grosso casolare dalla forma tozza e spartana. Si tratta dell’antico villaggio di minatori e allevatori dei Farnese, caduto in abbandono col cessare delle attività estrattive presso Allumiere, ed oggi trasformato in agriturismo.

Vasca e case della Farnesiana

Proseguendo verso mare in una campagna che si fa sempre più ampia, ci attende un’altra sorpresa: le rovine della “città morta” di Cencelle (per saperne di più si consiglia la guida di Emanuele Zampetti, “Le città perdute del Lazio e i loro segreti”, Eremon Edizioni). La sua eloquente immagine di “terra murata” ci riporta a quel fenomeno dell’incastellamento alto-medievale che fu intenso nell’entroterra viterbese, malgrado oggi rimangano in piedi pochi dei siti edificati all’epoca. Venne fondata nell’anno 854 per volontà di Leone IV (perciò nota anche col nome di “Leopoli”) e ad opera degli abitanti di Centumcellae (l’attuale Civitavecchia) in fuga dalle incursioni saracene, i quali tuttavia dopo soli 35 anni, cessato il pericolo, l’abbandonarono per tornare sul mare. Nei secoli successivi Cencelle fu parzialmente ripopolata ma la pressione di centri potenti vicini come Corneto (Tarquinia) e Viterbo tese sempre a schiacciarla, finché nel Quattrocento l’abbandono divenne assoluto e ineluttabile.

Gabbiani in volo a Cencelle

A Cencelle il senso di romantica desolazione delle Terre della Farnesiana giunge al proprio culmine: il visitatore si trova infatti a curiosare fra queste vetuste pietre praticamente da solo, con tutt’attorno un paesaggio solenne, per certi versi surreale, in forte contraddizione la ben più prosaica centrale di Civitavecchia che spicca non lontana sull’orizzonte marino. Di Cencelle non è rimasto quasi nulla, ma quel poco lascia immaginare una città che fu viva, vissuta. Oggi l’area della “città morta” necessita di interventi mirati di consolidamento e restauro: si parla da anni di un recupero in chiave turistica del sito, e auspichiamo che ogni progetto che lo vedrà protagonista rispetterà comunque la bellezza del luogo senza inutili stravolgimenti.

Veduta di Cencelle da lontano

Ma le sorprese delle Terre della Farnesiana non finiscono qui. Da Cencelle una sterrata porta alla base della collina di Ripa Maiala. Si tratta di un enorme masso allungato di trachite, per tre quarti circa coperto dalla macchia e invece da un lato strapiombante con una scoscesa parete dall’aspetto discontinuo, in quanto incisa da grotte e crepacci; negli immediati pressi si vede un’altra rupe solitaria, dalla forma vagamente cupolare. Morfologie di questo tipo non sono rare sulla Tolfa e anzi si ripetono, in maniera peraltro più marcata, nella zona del Sasso (Cerveteri), ove svettano i famosi Sassoni di Furbara. Salendo a Ripa Maiala, ci si dimentica quasi di essere nel XXI secolo: non una casa che non sia contadina, non una costruzione fuori posto, la maremmana “Tuscia felix” si lascia ammirare in tutto il suo splendore.

Campagna della Farnesiana

Il comodo sentierino intanto offre vedute sensazionali su Cencelle che da qui appare molto simile, come urbanistica, con la sua corona di torri (purtroppo mozze), al celebre borgo di Monteriggioni, fra Siena e Firenze. Ci si inerpica via via in un paesaggio asperrimo, con una moltitudine di massi che punteggiano la campagna, e che sembrano esser stati lanciati da chissà dove. Si giunge infine alla base di Ripa Maiala, ove non è difficile veder volteggiare coppie di enormi rapaci (si parla del biancone e del lanario), che qui nidificano nonostante l’invadente presenza di cacciatori ed arrampicatori. La zona era frequentata fino a qualche decennio fa addirittura dal capovaccaio, che oggi sopravvive soltanto in Sardegna.

Ai piedi di Ripa Maiala

Da Ripa si apre all’improvviso un panorama delizioso verso un gruppo di verdi alture tolfetane, che erano state invisibili fino a quel momento; in mezzo, un’ampia vallata intatta e d’una bellezza primordiale, in un contrasto fra rocce e foreste assolutamente meraviglioso. Il sole inizia poi a calare e le prime luci crepuscolari indorano la rupe, accentuando i profili delle colline e dei campi, che in controluce appaiono come un immobile “mare di terra”. Cala così la sera e ce ne andiamo dalle Terre della Farnesiana, sperando di tornare al più presto, già però con la malinconia e con la consapevolezza di avervi lasciato un pezzo del nostro cuore.


Il Ponte del Diavolo e la Valle del Biedano da Blera

Valle del Biedano e Ponte del Diavolo da Blera

Il Ponte del Diavolo, monumento d’epoca romana, sorge ai piedi dell’abitato di Blera, immerso in un contesto paesaggistico di profonda suggestione. Questi luoghi, già di antica frequentazione etrusca, sono attorniati da molte leggende che li vorrebbero un tempo frequentati da mostri che avrebbero vissuto nelle varie cavità presenti nella vallata. Per saperne di più, si veda la nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.


Borghi e paesaggi “segreti” della Tuscia (parte 1: da Roma alla Farnesiana e a Viterbo)

Questo lungo itinerario, suddiviso per comodità del lettore in tre parti (che suggeriscono altrettanti pernottamenti a chi volesse percorrerlo tutto insieme) porta alla scoperta dei piccoli centri storici più nascosti e in un certo senso “segreti” della Tuscia Romana e Viterbese: borghi intatti e colmi di poesia, ingiustamente tagliati fuori dalle rotte turistiche, si alternano a villaggi e frazioni spesso nemmeno segnati sulle cartine ma circondati da paesaggi bellissimi. Si tratta di un tour d’esplorazione del volto più autentico di una terra unica nel suo genere, eppure ancor oggi talmente sconosciuta (per non dire negletta) dall’offrire al visitatore sensazioni di vera scoperta: il tutto davvero a due passi dalla Capitale. Si parte da Roma prendendo dal GRA la Via Aurelia, che, appena superata la borgata Massimina, già inizia ad offrire piacevoli scorci agresti. Dopo pochi chilometri cominciano diverse svolte sulla destra: strade trasversali che condurrebbero alla Cassia o al Lago di Bracciano passando per una serie di minuscoli insediamenti rurali di grande interesse (Castel di Guido, Torre in Pietra, Tragliata, ecc.) attraversando una delle porzioni più integre dell’Agro Romano, purtroppo niente affatto valorizzata a fini turistici né adeguatamente tutelata da progetti distruttivi (cementificazione, discariche, fotovoltaico a terra, ecc.) di cui ormai, francamente, ogni persona intelligente e ragionevole sente un istintivo disgusto. Fra l’altro qui ci troviamo nel regno del “carciofo romanesco” e soprattutto del “pecorino romano” dop, come lasciano intuire le vaste distese di pascoli punteggiate da greggi: una vera chicca è il “caciofiore”, un formaggio “antico” ricavato addirittura dal cardo, la cui coraggiosa produzione è stata recentemente recuperata da alcune aziende casearie; ma bisogna essere fortunati a trovarlo! Ora però non c’è tempo di fermarsi: il nostro itinerario punta più a nord, verso l’Etruria meridionale. Poco prima del bivio di Cerveteri una deviazione conduce al pittoresco borgo di Ceri, che appare in fondo ad una bellissima valletta.

Veduta di Ceri

Il paesino ci dà il benvenuto con le sue alte mura merlate, emergenti da una rupe tufacea.

Ceri-Porta del borgo

D’origine etrusca, il paese conserva un gioiello artistico nella Chiesa dell’Immacolata Concezione, ricca di affreschi del XII sec..

Panorama da Ceri

Da Ceri una stradina secondaria riporta a Cerveteri fra colline ricoperte dai vigneti dell’omonimo vino locale doc e igt.

Vigneti fra Ceri e Cerveteri

Giunti alla cittadina, celebre per la Necropoli della Banditaccia (patrimonio Unesco), una strada interna in direzione di Bracciano porta a Castel Giuliano, caratteristico villaggio agricolo dominato dal Palazzo Patrizi, ingentilito da uno splendido parco che custodisce un roseto monumentale (le aperture sono in primavera).

Castello di Cerveteri

Si torna sull’Aurelia e, continuando verso Civitavecchia, ecco l’ennesima svolta sulla destra verso il Lago Sabatino. I cartelli recano la curiosa scritta “Sasso”, toponimo derivante dalla particolare morfologia della zona: presto infatti, salendo in collina, si ammirano sulla sinistra i cosiddetti “Sassoni di Furbara”, due enormi scogli di trachite isolati nella campagna.

I suggestivi Sassoni di Furbara

Essi preludono all’altra ciclopica rupe, di lì a poco, stavolta sulla destra, che domina il borghetto di Sasso, cui dà il nome.

Porta del borgo di Sasso

Varcata la porta merlata si entra in un ambiente fermo nel tempo, culminante in una rustica piazzetta circondata da casette in pietra ricoperte da rampicanti e dove spicca il Palazzo-Castello Patrizi.

Sasso-Palazzo Patrizi

Superato questo slargo si può salire al Sasso con un sentierino un po’ avventuroso che, volendo, prosegue all’interno degli aspri e misconosciuti Colli Ceriti, copiosi di vegetazione mediterranea e corsi d’acqua.

Scorcio della piazzetta di Sasso

Si torna nuovamente sulla SS1 che si svolge ora in un’ampia pianura compresa fra il mare e la sagoma tormentata dei Monti della Tolfa. L’ultima digressione dall’Aurelia, seguendo la segnaletica per Tolfa (SP Santa Severa-Tolfa), consente di immergersi in uno dei più incontaminati paesaggi del Lazio (e non solo), ove gli orizzonti vuoti ed immensi e la natura selvaggia rendono il puro e semplice vagare in questi luoghi ancora simile ad un’esplorazione sorprendente. Dopo quasi venti chilometri di scorci incomparabili si sale infine a Tolfa, patria della famosa “catana”, borsetta in cuoio assai in voga fra gli studenti negli anni ’70 del Novecento.

Panorama dal belvedere di Tolfa

Oltrepassata la piazza (eccezionale l’affaccio dal belvedere e dalle sovrastanti rovine della rocca), si riscende nella Valle del Mignone in direzione di Manziana. Il paesaggio assume toni di somma bellezza, in un emozionante intreccio fra romantico e bucolico, dato dall’armonia fra rupi rossastre e dolci, verdi colline di prati punteggiate dalle possenti vacche maremmane e tolfetane e solitari cavalli allo stato brado. Qui più che altrove si è mantenuta inalterata – sia nelle forme che nei contenuti – la civiltà rurale del Lazio, oggi salvaguardata dal neonato Parco Agricolo dei Monti della Tolfa. Appare poi d’improvviso il minuscolo borgo di Rota, arroccato su un’altura, come una sorta di “dipinto vivente”.

Veduta di Rota

Il paesino, di fondazione incerta ed appartenuto a vari proprietari, è purtroppo privato e normalmente precluso alla visita, ma i suoi dintorni racchiudono alcuni intriganti siti archeologici (necropoli delle Ferriere e di Pian Conserva).

Panorama da Civitella Cesi

Nei pressi di Rota una lunga e malmessa sterrata, condurrebbe a Civitella Cesi, altro borgo fuori dal tempo (anch’esso attorniato da vestigia etrusche e medievali, vedi la nostra guida “I castelli perduti del Lazio”), che però è ben più facile raggiungere dal suo capoluogo comunale, Blera. Proseguendo inoltre verso il Lago di Bracciano, si può visitare la spettrale “città morta” di Monterano Vecchia col suo incantevole intreccio fra ruderi e natura, set di svariati film a sfondo storico e fantastico.

Monterano Vecchia-Chiesa di San Rocco e Palazzo Ruspoli

Risaliti invece a Tolfa, si prende per Allumiere alla ricerca di un altro luogo inaspettato. Seguendo il cartello per la località Farnesiana, si giunge, dopo interminabili curve, ad un villaggio di minatori del XVI sec. (sorto su preesistenze d’epoca imprecisata), ove spicca una curiosa chiesa neogotica costruita nel corso dell’Ottocento, allorquando all’attività mineraria subentrò quella agricola.

Chiesetta della Farnesiana

E’ un luogo pieno di fascino, sperduto in un angolo segreto dei Monti della Tolfa (le cosiddette “Terre della Farnesiana”), ove lo sguardo spazia sull’infinito e struggente scenario collinare di pascoli e campi coltivati della Maremma Viterbese, mentre sullo sfondo già si intravedono le torri di Tarquinia.

Vasca e case della Farnesiana

La strada bianca della Farnesiana continua passando ai piedi della “città fantasma” medievale di Cencelle (perfetto esempio di “terra murata”, la cui visita è assai raccomandata per completare la gita), raccordandosi infine con l’Aurelia. Da qui, chi volesse limitarsi all’itinerario fin qui percorso, potrebbe tornare già a Roma.

Veduta di Cencelle da lontano

Cencelle-Scorcio 1 MINLB

Il nostro tragitto invece continua verso Viterbo, che si raggiunge dall’incantevole Tarquinia (famosa per il centro medievale turrito e per le necropoli etrusche patrimonio Unesco) tramite l’Aurelia Bis attraverso le ampie distese maremmane, oltrepassando il borgo settecentesco di Monte Romano, depositario di preziose tradizioni rurali. Poco dopo, sulla destra, è la deviazione per la già citata Civitella Cesi nonché per Blera e Barbarano Romano.

Civitella Cesi-Castello Torlonia

La zona è ricolma di siti archeologici immersi in una natura incontaminata (San Giovenale, Luni sul Mignone, Marturanum, ecc…), protetta da parchi, sic e zps; Barbarano Romano, in particolare, è uno dei borghi più splendidi dell’intero Lazio e vale da solo una visita. Infine si sbuca sulla Via Cassia all’altezza di Vetralla, da cui in pochi minuti si è a Viterbo: da qui riprenderà il nostro viaggio (parte 2: da Viterbo a Sermugnano).

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

4-5 giorni, se ci si limita ai borghi e non si visitano le aree archeologiche e naturalistiche (altrimenti circa 12 giorni)

Periodo migliore:

ottobre-novembre e aprile-maggio-giugno per i colori della campagna

Dove dormire:

Tolfa-Agriturismo Fontana del Papa


Le rovine dell’Abbazia di Piantangeli

Le solitarie rovine dell’Abbazia di Piantangeli, giacciono nel cuore dei Monti della Tolfa, sulla cima dell’omonimo monte e in superba posizione panoramica sulla Valle del Mignone, e costituiscono uno dei luoghi più sconosciuti e remoti dell’intero Lazio. Si raggiungono tramite un comodo e breve sentiero (un’oretta di cammino) che inizia nei pressi di Tolfa e che tocca anche i resti di un tempio romano (la cosiddetta ”Grasceta dei Cavallari”).

Rovine di Piantangeli

Forse già frequentato dagli Etruschi, il luogo, con le sue pietre sparse e i suoi muraglioni smozzicati, appare malinconico e circondato da una natura eccezionalmente intatta e pittoresca: rocce dalle forme curiose si stagliano tutt’attorno alle antiche pietre e palesano l’origine vulcanica della zona.

Una pietra bizzarra

L’abbazia venne fondata in epoca carolingia e poi, nel XIII secolo, si dice appartenne ai Cavalieri Templari: essi tuttavia, fra il 1307 e il 1314, ai tempi della grande e celebre persecuzione contro di loro promossa da Filippo il Bello re di Francia, vi furono cacciati e l’edificio dato alle fiamme.

Rovine di Piantangeli

L’abbazia non fu mai più abitata, e nei secoli venne avvolta da un alone di mistero che nutrì fosche leggende popolari, secondo le quali a mezzanotte, nell’anniversario della morte al rogo dell’ultimo Gran Maestro Templare Jacques De Molay (18 marzo 1314), si materializzino inquietanti processioni spettrali, visibili da lontano con lunghe file di torce accese…

Rovine di Piantangeli

A parte le suggestioni decadenti, c’è da dire che visitando l’Abbazia di Piantangeli con i suoi panorami, vien da pensare per l’ennesima volta come sia possibile che i Monti della Tolfa (assieme alla vicina Valle del Biedano) non siano ancora un parco nazionale… L’aspetto austero dei ruderi, i prati verdissimi, i grandi spazi, fanno pensare ad un’ambientazione quasi “scozzese”: eppure, ecco uno dei tanti angoli stupendi della Tuscia, che nessuno o quasi conosce.

Panorama da Piantangeli

Nei pressi dell’abbazia si apre un panorama mozzafiato a 360°. Notevole il paesaggio agrario di questo lembo di Etruria, con le caratteristiche casette coloniche bianche: un territorio così ordinato da sembrare finto. Verso l’Alta Valle del Mignone e Rota il paesaggio, se possibile, è ancor più bello, e sembra un dipinto del Settecento.

Panorama da Piantangeli

Nelle giornate terse da qui si vede benissimo la striscia azzurra del Lago di Bracciano e sullo sfondo, il Soratte e la catena appenninica. Uno scenario semplicemente meraviglioso: ricco, ampio, variato, con elementi antropici (il borgo di Rota e i casolari d’epoca) e naturali (le colline, le verdi vallate, il lago e le montagne) in perfetta sintonia. Un patrimonio paesaggistico e culturale immenso che oggi appare finalmente salvaguardato dal Parco Agricolo dei Monti della Tolfa.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati:

Tutto l’anno tranne l’estate piena a causa del caldo e della monotonia cromatica

Dove dormire: 

Tolfa-Agriturismo Fontana del Papa


Luni sul Mignone, cuore segreto d’Etruria

Posto nel versante viterbese dei Monti della Tolfa e a poca distanza da Blera e Civitella Cesi, il sito archeologico di Luni sul Mignone rappresenta il cuore di una zona solitaria e di straordinario valore paesaggistico.

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L’accesso è di grande suggestione e assai singolare: dopo aver percorso qualche chilometro di una polverosa e malmessa sterrata (così malmessa da essere davvero scoraggiante…) in una campagna solenne, dagli orizzonti immensi (e chiusa di fronte a noi dai crinali boscosissimi della Tolfa), deserta, spoglia, terrosa d’estate, verdissima in primavera, si imbocca il tracciato della vecchia ferrovia abbandonata Capranica-Civitavecchia che si insinua in una trincea, superando una prima inquietante galleria.

Ferrovia abbandonata

La ferrovia risale all’Ottocento ed era utilizzata dai minatori della Tolfa, fu poi riadattata prima della Seconda Guerra mondiale ed infine abbandonata nel 1961 a causa di una frana. Percorsa per 2-3 chilometri la ferrovia, e oltrepassata l’ennesima pittoresca galleria, si giunge infine ai piedi della rupe di Luni, ove una scaletta permette di salire all’altopiano. E’ prima però raccomandabile proseguire pochi metri avanti, fino ad uno scenografico ponte in ferro che scavalca il Fiume Mignone, un vero e proprio reperto di archeologia industriale (o meglio “infrastrutturale”).

Ponte in ferro sul Mignone

Qui bisogna assolutamente stare attenti alle pericolosissime falle che si aprono sul ponte stesso e che possono far cadere di sotto (o ferire seriamente) coloro i quali si abbandonino alla contemplazione del luogo: cosa molto facile ad accadere, in quanto affacciandosi dal ponte stesso si può ammirare un tratto stupendo della Valle del Mignone, che si insinua tra colli conici e selvosi; con una facilità estrema si può assistere al volo di enormi rapaci e altri uccelli predatori: noi ne abbiamo visti molti, che si buttano in picchiata, tranquillamente di fronte agli astanti, per prendere i pesci che abbondano nelle acque del fiume.

Fiume Mignone presso Luni

Lo scenario naturale è veramente magnifico e per goderlo appieno occorre salire all’altopiano delle rovine: da qui il panorama è ancora più largo verso la Valle del Mignone che appare anche nel suo tratto “alto”, particolarmente spettacolare; si gode inoltre un buona vista sui Monti Sabatini, Cimini e della Tolfa e sulle alture della Valle del Biedano… A 360° solo verde e bellezza… Eppoi il silenzio, il vento che ti accarezza il viso, i buoi maremmani, enormi ma mansueti, che guardano con te il paesaggio…

Casa del capo-villaggio

L’area archeologica conserva importantissime tracce di un insediamento pre-villanoviano, seppur per lo più scarsamente leggibili dai profani. Molto interessante è la cosiddetta “casa del capo-villaggio”, abbellita da una colonna ricavata nella roccia. L’atmosfera è pregna di mistero ed enigmatica, facendo pensare a come sia strano che luoghi un tempo abitati oggi appaiano “fuori dal mondo”.

Concludendo, Luni sul Mignone è un luogo fuori dal comune, anche per la presenza della ferrovia abbandonata: assolutamente da visitare in primavera e nell’autunno inoltrato per la bellezza della campagna, ottimo per gli amanti della mountain-bike e del cavallo, in una zona tra le più solitarie dell’intero Lazio.