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Dai vicoli medievali di Veroli all’Abbazia di Casamari, sulle tracce di simboli magici…

Posta su un’altura carsica nel cuore della Ciociaria e affacciata sulla popolosa Piana di Frosinone, Veroli è una cittadina medievale dalle antichissime origini. Fondata, infatti, dagli Ernici – dei quali, nella parte più alta del colle, si possono ammirare l’acropoli e le mura megalitiche – Verulae nel VI secolo a. C. formò, con importanti città limitrofe come Anagnia (Anagni), Aletrium (Alatri), Ferentinum (Ferentino) ed altre roccaforti minori, la Lega Ernica. Divenne poi fedele alleata dei Romani, ed ancor oggi, in onore di questa coalizione, sullo stemma della città compare la scritta “verulana civitas almae urbi confederata” (“la città di Veroli confederata alla generosa Roma”).

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Il centro storico di Veroli è caratterizzato da uno spiccato aspetto medievale, principalmente nel quartiere di Santa Croce e nella zona di Sant’Erasmo. Case-torri, portali ogivali, bifore e trifore creano un’atmosfera “antica” che ne fa senza dubbio una delle mete più suggestive del Basso Lazio. Assai pittoresca è la salita verso la chiesetta di San Leucio, “ornata” da un teschio con le ossa incrociate; affianco sono i resti di un castello che venne innalzato sulle già citate mura “ciclopiche”. 

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A Veroli si trovano diverse chiese notevoli, la cui storia rimanda ad antiche presenze templari. Un antico manoscritto dell’Archivio Segreto Vaticano, risalente al 1310, documenta l’ordine di esposizione delle citazioni al processo contro i Cavalieri dell’Ordine Templare presso le loro chiese e, fra le altre, in esso è menzionata la Chiesa di Santa Maria dei Franconi a Veroli. Di proprietà quindi dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio, Santa Maria dei Franconi, eretta in stile romanico ed annessa ad un monastero benedettino del XVI secolo, presenta alcuni segni distintivi di questa appartenenza, ossia una rosa cistercense ed una croce patriarcale templare graffiti sugli stipiti del portale d’ingresso. Inoltre nella cripta di Sant’Onofrio, edificata come chiesa per i lebbrosi, era incisa un’iscrizione: “Templar….posuit”, ora purtroppo non più visibile poiché – a quanto pare – ricoperta dall’intonaco.

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A poca distanza troviamo la Basilica di Santa Salomé, edificata – secondo la tradizione locale – nel 1209 sul luogo del ritrovamento del corpo della Santa, divenuta poi protettrice di Veroli. A riprova di ciò, nei sotterranei della chiesa, nei quali si accede tramite uno stretto passaggio, posto al di sotto dell’altare della cripta, è conservata una lastra di marmo. Madre degli apostoli Giovanni e Giacomo e testimone della morte e della resurrezione di Gesù Cristo, Santa Salomè discese in queste zone per diffondere il cristianesimo ed organizzare la comunità cristiana locale. La chiesa, posta su uno dei terrazzi panoramici di Veroli e costruita inizialmente in stile gotico, ha subito nel tempo vari rimaneggiamenti, ma conserva, al suo interno, notevoli affreschi. La fama di detta chiesa è costituita, comunque, dalla presenza della Scala Santa, che percorsa in ginocchio dona al fedele l’indulgenza plenaria, alla stessa maniera di quella sita in Palazzo Lateranense a Roma.

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Interessante anche il vicino Duomo di Sant’Andrea, costruito sul sito dell’antico foro romano, occupato oggi dalla graziosa piazza centrale dell’abitato: degna di nota la Cappella del Tesoro, con i resti della chiesa alto-medievale.

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Ci spostiamo ora in un’altra zona della cittadina, dirigendoci verso la Chiesa di Sant’Erasmo, che si raggiunge attraverso una via fiancheggiata da palazzetti due-trecenteschi. Il tempio venne probabilmente fatto costruire da San Benedetto da Norcia, durante il suo viaggio verso Montecassino (attualmente l’itinerario percorso dal Santo nel VI secolo è stato ripreso a fini turistico-religiosi, divenendo un “cammino” di grande successo). Sono visibili vestigia romane sul campanile e su parte del portico, mentre il resto della struttura ha subito numerose modifiche, dal XVI secolo in poi.

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Nonostante ciò, sulla facciata del portico, composto di tre archi a tutto sesto, sono presenti alcuni altorilievi raffiguranti un ornamento dal complesso significato: il “Fiore dell’Apocalisse”. Ogni petalo del Fiore raffigura i quattro elementi (Fuoco, Acqua, Terra, Aria) e le quattro entità dell’Apocalisse (Uomo, Aquila, Toro e Leone). Questo simbolo – utilizzato in alcune opere filosofico-alchemiche medievali e che si riteneva avesse potenti poteri contro le forze del male – nel suo complesso indica l’armonia scaturita della perfetta unione degli elementi, e l’unità della conoscenza derivante dall’unione di tutte le sacre scritture.

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Ai piedi di due colonne del portico di Sant’Erasmo sono invece altre due incisioni, le Triplici Cinte, che si ricollegano a documentate presenze templari nel paese.

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Attraversando le caratteristiche vie dei quartieri medievali di Veroli, sugli edifici privati si possono infatti notare, scalfiti nella pietra, diversi simboli, tra cui la Triplice Cinta.

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Questo segno, risalente forse all’Età del Bronzo e diffuso presso le popolazioni celtiche, viene menzionato anche nella Bibbia e lo si trova inciso nelle cattedrali gotiche. In seguito esso fu probabilmente ripreso dai Cavalieri della Milizia del Tempio per indicare i luoghi aventi una sacralità tellurica. Lo si può notare talvolta scolpito sugli edifici medievali, risalenti al XII e XIII secolo di molte cittadine laziali, tra cui Alatri, Priverno, Norma, Sermoneta (per saperne di più: “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”), che presentino alcuni particolari tratti architettonici (come, ad esempio, l’acropoli e le mura megalitiche), e/o conservino testimonianze della presenza cistercense nei propri territori.

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Un altro motivo dell’adozione, da parte dei Cavalieri Templari, di simboli dai significati esoterici, fu che alcuni di essi, ossia i più colti, durante le Crociate, cercarono di instaurare con i musulmani un rapporto costruttivo, basato sull’interscambio sia commerciale che culturale, e per questo vennero a contatto con i filosofi arabi, i quali a loro volta erano eredi di antiche conoscenze occulte. Questa politica fu in seguito adottata anche da Federico II, protettore dei Cistercensi, ordine monastico legato ai Cavalieri del Tempio. La Triplice Cinta, secondo gli studi di Renè Guenon, rappresenterebbe i tre gradi dell’iniziazione propri delle scuole esoteriche e, nondimeno, della tradizione druidica. Oltre a ciò, numerose altre ipotesi sono state formulate per chiarire il senso di questo misterioso simbolo, ma quel che è certo è solo che esso sia legato ai Templari, in quanto presente anche presso la Fortezza di Chinon, dove essi furono imprigionati agli inizi del XIV secolo.

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La nostra ricerca iconografica ci ha però regalato altre sorprese. Nei pressi della Chiesa di Sant’Erasmo corrono due vie dal singolare nome: “Via Terribile” e “Vicolo Terribile”. Non si conosce il perché di questo insolito appellativo, ma istintivamente il toponimo “terribile” rimanda ad altri luoghi così descritti, e cioè, non solo alla celebre chiesa di Rennes le Chateau, ma anche a quella del Santuario della Madonna della Civita ad Itri (cfr. “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”).

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Ma le inquietanti coincidenze non finiscono qui. Seguendo infatti l’itinerario descritto dalle due tenebrose stradine di Veroli, che si snodano tra antiche abitazioni, spesso semi-dirute e abbandonate, si torna di fronte al muro laterale della stessa Chiesa di Sant’Erasmo, proprio nel punto in cui si trova scolpito, curiosamente, un altro simbolo affine alla Triplice Cinta, ossia il Centro Sacro o Omphalos, anch’esso strettamente legato alla cultura esoterica templare e ricorrente in altri siti del Lazio meridionale (Sermoneta, Terracina e Priverno).

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Tornati nella piazza principale di Veroli e passeggiando sul breve corso, si può apprezzare un’ultima chicca. Nel grazioso cortiletto di Casa Reali, è affissa una lastra di marmo bianco che riporta un raro esempio di calendario romano risalente al I secolo d. C., noto come i “Fasti Verulani”.

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In esso sono stati segnati i primi tre mesi dell’anno, indicando gennaio e marzo con 31 giorni e febbraio con 29. La curiosità di questo calendario consiste nel fatto che accanto ad ogni data è impressa una lettera, che segnalava, secondo le superstizioni di allora, la tipologia del giorno: NP stava per festivi, N per nefasti, C per comiziali ed F per giorni fasti e favorevoli. Ad esempio il 27 marzo, data della vittoria di Cesare ad Alessandria (46 a. C.), era indicato come festivo, mentre il 14 Gennaio, essendo il giorno di nascita di Antonio, era nefasto.

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Usciti infine da Veroli, ci dirigiamo ora verso l’Abbazia Cistercense di Casamari. Fondata originariamente dai monaci benedettini nel XI secolo, agli inizi del XIII secolo l’Abbazia passò all’Ordine monastico Cistercense, che ne rimodernò ed ampliò la struttura, e che oggi si presenta quale uno dei più integri monumenti d’architettura gotico-cistercense.

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I lavori di ristrutturazione di Casamari vennero affidati ad una Corporazione Muratoria, i cui sapienti scalpellini hanno lasciato, intagliati in diversi angoli della chiesa, alcuni simboli distintivi della propria compagnia, ripresi in seguito anche dalle associazioni massoniche sorte nel corso del Settecento in Ciociaria.

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Quest’ultime, infatti, oltre a raccogliere l’eredità culturale-esoterica dei Templari, si ricollegano, ancor di più, alle Corporazioni Muratorie medievali.

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Alcuni dei suddetti emblemi sono visibili all’interno della chiesa: scolpita sul capitello della prima colonna a destra della navata centrale, è una “Tau” templare, appesa alla quale vi è un grembiule da scalpellino, mentre nella facciata posteriore dello stesso capitello è un braccio che tiene in pugno uno scalpello ed una squadra.

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Inciso su un altro capitello è il simbolo dell’”Ouroboros”, ossia la rappresentazione alchemica del “tutto in uno”, del “Principio e della Fine”, raffigurata da due serpenti che si mordono la coda. Tra le sculture del coro ligneo, si nota, per giunta, un’altra figura che richiama anch’essa la simbologia massonica (come pure quella dei Rosacroce o quella alchimistica), su cui ci si potrebbe soffermare molto: un pellicano che si squarcia il petto con il becco per nutrire i propri piccoli tramite il suo stesso sangue. Infine, sulla lunetta del Portale dei Conversi è raffigurato l’emblema dell’“Albero della Vita”, affiancato da due croci templari.

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Una particolarità dell’architettura cistercense è la quasi assenza di elementi decorativi, finalizzata a non distogliere dalla preghiera il fedele. Fatto strano è dunque che su uno dei capitelli del chiostro si trovano riprodotti tre volti raffiguranti Federico II di Svevia, il suo cancelliere Pier delle Vigne e (si dice) Gioacchino da Fiore, che a loro volta evidenziano gli stretti rapporti intercorsi tra l’Imperatore e i monaci Cistercensi.

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Se ciò sia ricollegabile o meno alla stretta relazione intercorrente tra i monaci Cistercensi e i Cavalieri Templari non è certo. È invece documentata la loro affiliazione all’imperatore svevo, avvenuta nel 1221, tant’è che questo fu ospite presso l’Abbazia di Casamari durante l’incontro con il Papa, in merito alla discussione sulla Quinta Crociata.

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Ogni volta ce ne andiamo da Veroli soddisfatti, con la consapevolezza di aver visitato un patrimonio straordinario, un intreccio affascinante di testimonianze storiche, artistiche e culturali che conferma l’incredibile ricchezza della Ciociaria ed il suo finora inespresso potenziale turistico.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati:

tutto l’anno.

Tempo di visita:

1-2 giorni.

Links:

www.comune.veroli.fr.it 

www.angolohermes.com

www.casamari.it

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“Porta Sanguinaria” a Ferentino

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Aperta sulle poderose mura ciclopiche di Ferentino, nel cuore della Ciociaria, la famosa “Porta Sanguinaria” mostra chiaramente i segni delle sue diverse fasi storiche, dal IV secolo a. C. sino all’epoca medievale. L’origine del nome è tuttora incerta, ma si suppone derivi da alcuni episodi cruenti accaduti ai tempi delle antiche guerre fra la Lega Ernica e Roma, oppure dal fatto che probabilmente da qui transitavano i condannati a morte prima di essere giustiziati. Per sapere di più sulle leggende e i misteri di Ferentino: “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”.


Tratto delle mura megalitiche di Segni

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Un tratto delle poderose mura megalitiche o “poligonali” di Segni, borgo arroccato sui contrafforti nord-orientali dei Monti Lepini. Si tratta di una delle testimonianze più spettacolari nel Lazio e in Italia di queste misteriose strutture, che la leggenda vuole realizzate dai “ciclopi”. Una bella passeggiata panoramica permette di ammirarle da vicino, oltrepassando la celebre “Porta Saracena”.


Alatri: la “città dei Ciclopi” e dei simboli templari

Posta nel cuore della Ciociaria, su una collina alle pendici dei Monti Ernici, Alatri si presenta come una delle città d’arte più nobili e affascinanti del Lazio meridionale. Un fascino che le è dato dalla mirabile convivenza degli elementi monumentali arcaici e di quelli risalenti alle epoche successive, in particolare al Medioevo. E’ universalmente conosciuta come la “città dei Ciclopi” per l’eccezionale stato di conservazione di uno dei maggiori esempi di architettura antica in Italia, vale a dire l’Acropoli della Civita, vero simbolo delle “città megalitiche” laziali,  a cui da sempre sono legati misteri e leggende.

Alatri-Porta Maggiore

In epoca pre-romana Aletrium fu una potente roccaforte degli Ernici – l’antico popolo che dominava gli omonimi monti – e una leggenda romana vuole che fosse una delle “città ciclopiche” tutte inizianti per “A” (Arpino, Arce, Atina, Anagni e, appunto, Alatri), fondate nel XIII sec. a. C. dal mitico popolo dei Pelasgi, diretti discendenti del Dio Saturno, secondo una disposizione che rimanderebbe ad alcune costellazioni zodiacali.

Porta medievale su base megalitica

A questo remoto passato risalgono la cinta muraria in opera megalitica e l’imponente Acropoli di forma trapezoidale detta anche Civita. Senza dubbio si tratta del monumento più rappresentativo di Alatri, quello che da sempre stimola e colpisce la fantasia del visitatore. Non a caso essa divenne meta privilegiata del Grand Tour sette-ottocentesco e trovò gli elogi dello storico tedesco F. Gregorovius che le dedicò sentite parole in Passeggiate romane.

Acropoli, targa a Gregorovius

Il mistero aleggia ancora in questi luoghi ed infatti il visitatore meravigliato dalla perfezione con cui si compone il mastodontico mosaico di macigni irregolari non fa a meno di chiedersi come i nostri avi siano riusciti a realizzare tale opera. La Porta Maggiore o dell’Areopago, ad esempio, è costituita da un architrave costituito da un unico masso calcareo dal peso di 27 tonnellate, per peso seconda soltanto alla Porta dei Leoni di Micene.

Porta Maggiore

Lungo le mura ciclopiche ci s’imbatte più volte in curiosi bassorilievi che rimandano ad antichi culti misterici di cui ormai si è persa la memoria. Il più importante è senza dubbio un bassorilievo, sito nelle immediate vicinanze di Porta San Pietro, un tempo Porta Bellona, raffigurante il Dio Saturno.

Porta S. Pietro, Dio Saturno

La divinità, metafora della devozione per la terra, porta con sé una falce, attrezzo agricolo la cui creazione è addirittura accreditata al popolo ernico. Nei pressi di Porta Minore sono invece tre simboli fallici, anche queste immagini legate ai culti sacrali degli Ernici e delle civiltà pre-cristiane (si possono ritrovare sugli Arcazzi di Anagni e lungo la Via Sacra che conduce sulla cima del Monte Cavo presso Rocca di Papa).

Scorcio della città dall'Acropoli

La pietra ha conservato numerosi altri simboli, come scritte, croci e numerose triplici cinte e centri sacri. Questi ultimi simboli possono essere rinvenuti nel rosone della Chiesa di Santa Maria Maggiore, sui gradini della Chiesa San Francesco, sul portale di San Silvestro e Santa Lucia nonché sui muretti della scalinata che sale al Duomo di San Paolo.

Duomo, facciata

La cattedrale, che s’impone in cima all’acropoli, nasconde un altro mistero, ossia quello legato al miracolo dell’ostia incarnata.

Chiesa di S. Francesco, Triplice Cinta

Alatri è dunque una cittadina ricca di leggende e misteri che conserva le tracce di culti arcaici, ma un altro dei motivi per cui è degna di essere visitata è la ricchezza architettonica e la suggestione del suo tessuto urbano, con bifore, trifore, archi a sesto acuto, voltoni, scalinate, ecc.: non abbiamo certo descritto nei particolari tutte le attrazioni di Alatri e invitiamo i nostri lettori ad andare a scoprirla con i propri occhi, smarrendosi nel tempo sospeso degli stretti vicoli e delle stradine selciate e ammirando la grandiosità delle opere umane ivi racchiuse: da non perdere, partendo da Porta Maggiore, la passeggiata nella zona delle cosiddette “Piagge” fino almeno alla Chiesa di San Silvestro.

Alatri-Chiesa di S. Maria Maggiore

Sono infine da ricordare i suoi dintorni: il Lago di Canterno, Fumone, Veroli e gli stessi Monti Ernici, tutti luoghi per i quali si rimanda alla nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”. Del resto la Ciociaria è una regione la cui storia si perde nella notte dei millenni e non basta un fugace accenno per esaurire i motivi di una sua attenta esplorazione.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori: tutto l’anno.

Strutture consigliate: Ristorante “Tre Grana”.


Alla scoperta delle città megalitiche del Lazio

Il Lazio tra Rovine della città di Norba, torrione megaliticoi suoi tanti tesori archeologici conserva diversi esempi di mura “megalitiche” o “poligonali”. Si tratta di gigantesche mura difensive erette in diverse città dai popoli italici, del tutto simili a quelle ben più famose Cori, mura megalitichedi Creta, Micene e delle civiltà pre-colombiane: grandi massi calcarei scolpiti e posizionati in maniera da creare veri e propri mosaici di megaliti, che una leggenda vuole siano opera dei giganti ciclopi. Il nostro itinerario alla scoperta deiSegni, tratto di mura megalitiche più rilevanti esempi di questi imponenti resti archeologici ha inizio dall’antica città di Norba, nei pressi di Norma (LT). Posta su un alto terrazzo di roccia sulle pendici dei Monti Lepini, si staglia imponente sulla Pianura Pontina; vi si accede da un varco Castel San Pietro romano, mura megaliticheaffiancato da un grande torrione cilindrico, altissimo esempio del genio ingegneristico dell’antichissimo popolo dei Volsci. Si raggiunge poi la vicina Cori (LT) caratterizzata dalla presenza all’interno dell’abitato di mura poligonali che palesano, nella propria stratigrafia, almeno tre epoche costruttive. Sempre sui Monti Lepini, ma nel loro versante ciociaro, si erge Segni (RM) ove un interessante percorso lungo le suggestive mura conduce alla celebre Porta Saracena, ritratta spesso nei dipinti dei viaggiatori del Grand Tour. Da qui si attraversa la Valle del Sacco e, risalendo le pendici dei Monti Prenestini, si visitano Palestrina (RM) e Castel San Alatri, porta medievale e megalitica Pietro Romano (RM): entrambi custodiscono resti di mura megalitiche. Proseguendo alla volta della Ciociaria tre tappe sono fondamentali e si collocano come le più interessanti per scoprire questi ruderi fantastici, ossia Ferentino (FR), Alatri (FR) e Veroli (FR). Queste città conservano straordinari resti di mura megalitiche, ognuna con le sue peculiarità in special modo rispetto alla forma delle porte principali. Civita Vecchia di Arpino,Acropoli, mura poligonaliL’itinerario si chiude ad Arpino (FR), la città natale di Cicerone. All’apice del paese si erge la Civita, perimetrata dalle mura megalitiche nelle quali si apre una splendida porta a sesto acuto, che permette l’accesso a quella che fu l’acropoli di Arpino, Ferentino, Acropoli, particolare delle mura megalitichesuccessivamente rioccupata da un villaggio medievale. Per saperne di più, il lettore può far riferimento alla guida Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito (Eremon Edizioni, 2006), dove troverà tutte le notizie relative alla storia, le leggende, i luoghi e le informazioni per raggiungerli.  

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati: tutto l’anno.

LINK UTILI:

Video “La bussola di pietra”.


Porta Maggiore dell’Acropoli di Alatri

Porta Maggiore dell'Acropoli di Alatri

La Porta Maggiore è l’accesso principale all’acropoli della cittadina ernica. Si apre nelle possenti mura megalitiche, mirabile esempio d’ingegneria architettonica, il cui metodo costruttivo è ancor oggi dibattuto. Colpiscono, infatti, le dimensioni dei massi calcarei con i quali furono erette e la precisione con la quale vennero sistemate, tanto da creare un mosaico perfetto. I viaggiatori del Grand Tour subirono il fascino di questa imponente opera e di uno di loro, il Gregorovius, rimane un commento scolpito sulle mura.