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Bartolomeo d’Alviano, un “Capitano di ventura” della Teverina umbro-laziale fra XV e XVI secolo.

Bartolomeo d’Alviano nacque probabilmente a Todi nel 1455 da un’antica famiglia feudale della Teverina Umbra, gli Alviano, che aveva il centro di potere nell’omonima cittadella, ubicata in posizione strategica al confine con l’attuale Lazio (al tempo “Patrimonio di San Pietro in Tuscia”).

Si trattava di un nobile casato di condottieri mercenari ma legato da un fortissimo vincolo di fedeltà con la potente famiglia baronale romana degli Orsini, che allora spadroneggiava nella Tuscia e ampliava i suoi domini in Umbria e in Toscana.

La formazione militare di Bartolomeo avvenne proprio nell’ambito dei conflitti feudali locali e dell’instabilità scatenata dai continui tentativi papali di ristabilire il controllo dei suoi territori, succedutisi dopo la fine della Cattività Avignonese (1377). Bartolomeo si trovò a vivere in pieno questo tragico mondo di conflitti, a causa, da un lato, dell’appartenenza – come già detto – della sua famiglia alla fazione degli Orsini – in lotta perpetua con i Savelli, gli Anguillara e i Colonna – e, dall’altro, per il legame da parte materna alla famiglia guelfa dei Degli Atti, coinvolta in innumerevoli episodi sanguinosi nell’area tuderte contro la famiglia rivale ghibellina dei Chiaravalle. In questi lunghi anni d’Alviano “si fece le ossa” anche al costo di massacri, come quello di Porchiano del Monte (estate del 1498), piccolo borgo nei pressi di Amelia, allorquando egli fece decimare la popolazione e razziare gli armenti.

Veduta del colle di Porchiano del Monte.

Il contesto storico più ampio in cui vanno inserite queste vicende è quello della Prima guerra d’Italia, con la discesa nel 1494 del re di Francia Carlo VIII alla volta della conquista del Regno di Napoli. Tale situazione minò i già precari equilibri italiani che erano stati sanciti dalla Pace di Lodi (1454), creando continui e complessi conflitti locali fra Papato, Comuni, famiglie e invasori francesi. Le scelte dei vari papi che in quegli anni turbolenti si avvicendarono, alternativamente favorevoli alla fazione degli Orsini o a quella dei Colonna, portarono a rapporti ambivalenti da parte degli Alviano con l’esercito francese e a scontri con le stesse truppe pontificie. Un esempio ne fu la brillante difesa fra il 1496 e 1497 da parte di Bartolomeo del Castello di Bracciano, roccaforte degli Orsini e dimora della sua prima moglie Bartolomea: l’assedio era stato ordinato dal papa “nepotista” forse per eccellenza, Alessandro VI, che appoggiava i Colonna e il cui figlio, il celeberrimo Cesare Borgia, fu assai inviso agli Orsini.

Il misterioso fascino notturno del Castello di Bracciano.

Altro trionfo dell’Alviano, di lì a poco, fu la Battaglia della Sanguetta (gennaio 1497), combattuta grosso modo tra Soriano, Bomarzo e Bassano in Teverina, in cui, alla guida delle truppe degli Orsini, egli sbaragliò la cavalleria pontificia capitanata dai Colonna e dai Savelli. Questi episodi guerreschi valsero a Bartolomeo il “salto di qualità” nella sua carriera militare, ossia l’ingaggio, l’anno successivo (settembre 1498), da parte della Repubblica di Venezia, che di colpo lo portò nel cuore degli eventi internazionali.

La fama a Bartolomeo giunse comunque piuttosto tardi, a quarantott’anni, allorquando, al soldo della corona spagnola assieme ad altri cavalieri della famiglia Orsini, fu il grande protagonista della vittoria nella Battaglia del Garigliano del 1503, che permise a Ferdinando il Cattolico di strappare il Sud Italia ai francesi: sotto il comando del Gran Capitano Gonzalo Fernàndez de Còrdoba, egli svelò il suo furioso e rapido quanto innovativo modo di combattere, che – interpretando la rivoluzione militare in atto in Europa – si fondava sulla celerità e sull’imprevedibilità degli attacchi della cavalleria pesante in netto contrasto con la lentezza tipica dell’epoca medievale. Ciò che sconvolse i francesi – che all’epoca si consideravano imbattibili e disprezzavano la “guerra all’italiana”, fatta di attendismo e scaramucce di logoramento, che di fatto cercava di risparmiare scontri troppo cruenti e campali – fu l’ardire di Bartolomeo, il quale in netta inferiorità passò all’alba il Garigliano con la sua compagnia tramite un ponte di barche ed attaccò gli accampamenti nemici facendo una strage e – sopraggiunto immediatamente il contingente spagnolo – costringendo l’esercito di Luigi XII ad un’inaspettata ritirata. Bartolomeo, del resto, si era formato come “capo-fazione” nelle sanguinose guerre locali sulle colline intorno ai Monti Amerini tra la parte guelfa di Todi (i Degli Atti, cui egli apparteneva) e quella ghibellina (i Chiaravalle): si trattava di assalti banditeschi e vendette quasi quotidiane che dovevano intimorire l’avversario, farlo cedere psicologicamente. Era la stessa strategia attuata dai “treni di cannoni” e dai massacri compiuti da Carlo VIII nel 1494 contro i deboli e sparuti contingenti che si ritrovò contro e che gli permise di arrivare rapidamente e senza difficoltà a Napoli.

Nel 1508 arrivava un’altra grande vittoria, stavolta sotto la bandiera veneziana e contro l’esercito imperiale, nella Battaglia di Cadore, grazie alla quale la Serenissima guadagnò il controllo di estesissimi territori nella terraferma. Essa fu però presto seguita, nel 1509, dalla cocente sconfitta nella Battaglia di Agnadello (presso Gera d’Adda) contro i francesi di Luigi XII (nell’ambito della Lega anti-veneziana di Cambrai) che costò all’Alviano addirittura la prigionia a Loches in Francia (durante la quale egli si dedicò alla letteratura), mentre la Serenissima perse gran parte dei possedimenti precedentemente acquisiti nell’entroterra lombardo-veneto: in seguito a quell’episodio piovvero su di lui critiche che mettevano in luce i limiti della sua strategia << impaziente della quiete >>, come la definì Guicciardini, fatta di assalti spesso frettolosi e sconsiderati. Ciò nonostante, dopo la liberazione di Bartolomeo (avvenuta grazie alla nascita di un’alleanza franco-veneziana), la fedeltà indiscutibile e il prestigio internazionale del capitano umbro spinsero la Serenissima a nominarlo nel 1513 comandante supremo del proprio esercito. Seguì però un’ulteriore sconfitta, nella Battaglia de La Motta (o di Vicenza), il 7 ottobre del 1513, contro la poderosa e soverchiante fanteria spagnola e tedesca.

Un particolare del Castello di Alviano, che rivela la cultura classica di Bartolomeo.

L’apice della celebrità fu raggiunto da Bartolomeo d’Alviano a poche settimane dalla morte, con l’epica e spaventosa Battaglia dei Giganti a Marignano (Melegnano, presso Milano), nel settembre del 1515. Essa vide (dopo due giorni di scontri e complessivamente 16.000 morti) il successo dell’armata francese di Francesco I – successore di Luigi XII, cui era venuta in supporto la Repubblica Veneziana capitanata proprio dall’Alviano, contro le truppe della Confederazione Elvetica (intenzionata a creare un’egemonia sul Ducato di Milano): per comprendere la stima di cui godeva al tempo l’Alviano, basti pensare che il re di Francia non si sentì tranquillo finché non ebbe la certezza di averlo a suo fianco. Il Trattato di pace di Friburgo, che seguì nel 1516, oltre a sancire il controllo francese della Lombardia, portò alla fine dei sogni espansionistici della Svizzera e all’inizio della sua proverbiale neutralità.

L’aspetto tozzo e grezzo e il carattere irascibile di Bartolomeo, che mal si addicevano all’immagine ideale del gentiluomo rinascimentale come a quella del condottiero, erano invece in accordo con uno stile di battaglia fatto di attacchi veloci e furibondi, che anticipò l'”arte della guerra” moderna (Giovanni dalle Bande Nere lo considerava il suo idolo) ma che non risultò sempre foriero di successi. Se egli infatti fu ed è tuttora considerato un precursore dagli studiosi di “scienza militare”, il suo stile venne assai criticato dai suoi contemporanei, in particolare da Guicciardini e Machiavelli, i quali ne sottolinearono rispettivamente il fatto di essere troppo istintivo sui campi di battaglia e quello di mantenere sempre la stessa strategia aggressiva senza adeguarsi alle diverse situazioni. Guicciardini scrisse che l’Alviano era stato un capitano di << di grande ardire ed esecutore con somma celerità delle cose deliberate, ma che molte volte, o per sua mala fortuna o, come molti dicevano, per essere di consiglio precipitoso, fu superato dagli inimici: anzi, forse, dove fu principale degli eserciti non ottenne mai vittoria alcuna >>.

E’ tuttavia possibile che gli autorevoli pareri dei due scrittori toscani fossero ispirati dall’antipatia che aleggiava a Firenze verso un personaggio così influente nella Repubblica di Venezia, con cui non sussistevano buoni rapporti. In realtà Bartolomeo seppe guadagnarsi la stima delle famiglie baronali e degli Stati per cui combatté in virtù della sua onestà e lealtà, peculiarità che lo distaccavano dalla tipica figura infìda del “capitano di ventura” e che già in vita gli permisero di essere celebrato alla stregua di Orlando dai cantori e dai cronisti veneti dell’epoca: nei componimenti poetici in ottava rima egli appare non soltanto come << el valoroso guerrier Dalviano >>, paragonato ad << un altro Hector troiano >> o agli << Scipioni >>, ma anche con il nome “latinizzato” di Bartholameo Livian, in omaggio a Marco Livio Salinatore, generale romano d’epoca repubblicana dall’indole simile alla sua, irruento ma fedele alla Patria. Omaggi che resero assai orgoglioso l’Alviano, uomo di letture classiche e che a Venezia si circondava di umanisti. Egli si ispirava dichiaratamente alle gesta di Giulio Cesare, di cui si sentiva quasi una “reincarnazione”, fino al delirio di onnipotenza che, alle luce delle sue vittorie, lo fece salire sul campanile di San Marco gridando: << io sono el più grande homo dil mondo >>!

In effetti la Serenissima – alla quale Bartolomeo fu sempre devoto, in primis per via della celeberrima precisione di tale ricchissimo Stato nei pagamenti delle prestazioni militari – lo seppe ringraziare dei suoi servigi, onorandolo di numerosi premi, fra cui la creazione a “patrizio” e l’ascrizione tra i membri del Maggiore Consiglio nonché la donazione del feudo di Pordenone: nella città sul Noncello, da ottimo mecenate, fondò l’Accademia Liviana, frequentata da illustri intellettuali e scrittori come Pietro Bembo, e “rampa di lancio” per artisti del calibro di Giovanni Antonio De Sacchis, detto “il Pordenone”, considerato il maggior pittore friulano del Rinascimento. Occorre a tal proposito sottolineare che fra le qualità per cui Bartolomeo seppe farsi apprezzare a Venezia (e non solo), oltre a quelle relative prettamente “al mestiere delle armi” (non si deve fra l’altro dimenticare la sua attenzione, maturata nel tempo, verso la disciplina militare, che vietava ai suoi soldati saccheggi ed inutili violenze verso le popolazioni sconfitte), vanno annoverate la sua cultura umanistica (che avrebbe ispirato, anni dopo il suo decesso, la costruzione della Biblioteca Marciana) e la sua sapienza architettonica. Quest’ultima si palesò nella realizzazione di un valido sistema di fortificazioni nell’entroterra veneziano nonché nella ristrutturazione del suo vecchio castello di famiglia ad Alviano, trasformato in un palazzo-fortezza: tali opere rivelano la sua capacità di comprendere le profonde trasformazioni introdotte proprio durante le guerre di predominio in Italia – ove oramai la faceva da padrone l’uso dell’artiglieria pesante.

Il d’Alviano fu abile anche nelle personali scelte matrimoniali, perfettamente in linea con le sue appartenenze politiche. Dopo la dipartita della prima moglie, Bartolomea Orsini, egli celebrò nella stessa Alviano – e previo permesso dei soliti Orsini – le nozze con Pantasilea Baglioni (20 gennaio 1498), sorella di un altro condottiero, ossia Giampaolo, rampollo del potente casato guelfo perugino. In pratica i suoi alleati coincisero sempre con i suoi parenti. Bartolomeo fu peraltro zio del giovane Pierfrancesco II Orsini, meglio conosciuto come il “Vicino”, ideatore del famoso “Sacro Bosco” di Bomarzo, il quale da “capitano di ventura” si trasformò – dopo la terribile esperienza militare e soprattutto in seguito alla morte della moglie Giulia Farnese – in sognatore e dotto mecenate. Personaggi straordinari – a quali poco più tardi si aggiungerà il meno noto Pirro Baglioni da Sipicciano – che segnarono in modi diversi la storia o addirittura il paesaggio di questa porzione così affascinante della Valle del Tevere.

Bartolomeo morì improvvisamente durante l’assedio di Brescia, il 7 ottobre del 1515, per una malattia, e gli furono riservate esequie solenni a Venezia. Il suo nome rimase impresso nella storia e fu celebrato dalla cultura patriottica e retorica nell’Ottocento (Carlo Pisacane) e poi in epoca fascista (Piero Pieri), quale eroe difensore dell’Italia dalle invasioni straniere.

Oggi, guardandolo nell’ottica del nostro interesse per il territorio locale, rimane il ricordo di una figura quasi mitica che aleggia con le sue gesta nel suggestivo paesaggio della Teverina umbro-laziale, ricco di palazzi gentilizi, castelli, torri ed epiche rovine medievali e rinascimentali e dominato dall’omnipresente visione dei calanchi che circondano la solenne Rocca di Alviano.


LB


Nota: si consiglia la lettura della raccolta di saggi “Impaziente della quiete. Bartolomeo d’Alviano, un condottiero nell’Italia del Rinascimento”, a cura di Erminia Irace ed edito da Il Mulino.


Bomarzo-La Sala dei Paesaggi

Uno scorcio della “Sala dei Paesaggi”, nel Palazzo Orsini di Bomarzo: un nome che è tutto un programma in quanto basta affacciarsi da una delle finestre della stanza per ammirare, oggi come ieri, un panorama magnifico, ora reso strepitoso dai colori tardo-autunnali. Il palazzo è sede di eventi a dicembre come “Tuscia deliziosa” fra arte, cultura ed enogastronomia.

Bracciano, Castello Orsini-Odescalchi

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Uno dei gioielli architettonici del Lazio, il Castello Orsini-Odescalchi a Bracciano, affacciato sull’omonimo lago e visibile sin da lontano con la sua mole imponente. A metà fra una dimora fortificata ed un palazzo signorile, questo monumento fu edificato nel XV secolo per volere degli Orsini (ristrutturando un preesistente maniero) su iniziale progetto dell’architetto senese Francesco Di Giorgio Martini; in seguito vi lavorarono a più riprese grandi artisti, come ad esempio Antoniazzo Romano e i Fratelli Zuccari per quanto riguarda le decorazioni pittoriche. L’elegante castello, considerato fra i più belli al mondo, racconta non solo l’epopea del Rinascimento nel Lazio ma anche delle leggende e degli intrighi dell’aristocrazia romana. Per saperne di più. “Lazio. I luoghi del Mistero e dell’insolito”


Il “Sacro Bosco” di Bomarzo

   Il “Sacro Bosco”, meglio noto come “Parco dei Mostri”, rappresenta senza dubbio uno dei siti d’interesse artistico più singolari ed emozionanti d’Italia. Nato nel 1552 per volere di un personaggio stravagante del Cinquecento italiano quale Pier Francesco “Vicino” Orsini, e su progetto del famoso architetto ed antiquario napoletano Pirro Ligorio, il Sacro Bosco sorge in una solitaria valletta tufacea ai piedi di Bomarzo, piccolo borgo medievale della Tuscia Viterbese (vedi anche “La Piramide di Bomarzo” e “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia-parte 2: da Viterbo a Sermugnano“).

Veduta di Bomarzo

   Giacciono nel parco statue e costruzioni scolpite in blocchi litici talvolta enormi, avvolte armoniosamente dalla vegetazione e da un’atmosfera estremamente romantica e suggestiva: un elefante da guerra, un drago, una tartaruga enorme, un gigante che squarcia il suo rivale, un orco dalle fauci aperte, una casa pendente e altre immagini stravaganti, rese ancor più pittoresche dal lavorio del tempo che ne ha arricchito le sfumature e le colorazioni. Un luogo, questo, assolutamente unico al mondo (paragonabile, ma soltanto in parte, alla settecentesca Villa Palagonía di Bagheria, in Sicilia) e tuttavia rimasto nell’oblio per circa quattro secoli, nel corso dei quali leggende del volgo lo popolarono di elfi, spettri e creature demoniache. Dopo la morte del “Vicino”, infatti, il parco cadde ben presto in uno stato di totale abbandono che perdurò fino alla prima metà del Novecento, quando la curiosità di artisti italiani e stranieri (come ad esempio il pittore olandese Carel Willink o il grande maestro surrealista Salvador Dalì) ne permise la riscoperta e ne favorì di conseguenza il recupero, avvenuto grazie all’impegno di Giovanni Bettini e della sua famiglia (peraltro proprietaria attuale del complesso). Il “Parco dei Mostri” iniziò così a richiamare l’attenzione di intellettuali e studiosi anche di fama internazionale (come ad esempio lo scrittore argentino Manuel Mújica Laínez, che ne trasse ispirazione per il suo romanzo “Bomarzo”) nonché di un numero sempre crescente di turisti.

Casa Pendente

   A prima vista l’estetica di questo luogo, ricco di citazioni classiche, pare conformarsi alla moda del grottesco, del mitico e del fantastico diffusasi in Italia durante il tardo Rinascimento (seconda metà del XVI sec.), e che caratterizzò ville, palazzi e ninfei dell’epoca, concepiti in forme tali da stupire e divertire il visitatore (si pensi ai fasti di Villa d’Este a Tivoli, di Villa Farnese a Caprarola e di Villa Lante a Bagnaia). Del resto su una lapide del parco si legge: «Voi che pel mondo gite errando, vaghi / di veder maraviglie alte et stupende, / venite qua, dove son faccie horrende / elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi». Tuttavia la straordinarietà del Parco di Bomarzo, con le sue “mostruose” figure e le sue bizzarre creazioni, abbinate ognuna a frasi e a pensieri di chiara impronta ermetica incisi sulla pietra, ha stimolato tra gli osservatori svariate ipotesi sulle ragioni del suo concepimento da parte dell’Orsini. E sicuramente tra le più affascinanti v’è quella secondo cui la “Villa delle Meraviglie” (come venne anche chiamato il Sacro Bosco dai suoi ideatori) costituirebbe un vero e proprio viaggio esoterico ed iniziatico, al quale soltanto i convenuti “illuminati” o i visitatori ben disposti nello spirito sarebbero invitati a prendere parte. Nel libro “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito” proponiamo una nostra personale interpretazione di questo percorso occulto.

L'Orco

   Al di là dell’aspetto misteriosofico, rimane comunque piuttosto curioso il fatto che un uomo d’arme come Vicino Orsini abbia di punto in bianco abbandonato il mestiere del soldato per una vita riservata e contemplativa. Si pensa che ciò avvenne a causa dell’improvvisa morte della moglie Giulia Farnese di modo che l’intero significato dell’opera sarebbe da ricondurre al tema dell’amore («Sol per sfogar il core», come si legge su una lapide del misterioso teatro neo-romano situato poco prima della Casa Pendente). Allo stesso tempo però, la rilettura recente di documenti dell’epoca da parte di alcuni studiosi ha fatto pensare anche ad un episodio ben preciso che forse scatenò questo desiderio di isolamento e ripiegamento interiore. Nel 1557 Vicino Orsini partecipò alla distruzione di Montefortino (l’odierna Artena), sui Monti Lepini, e al massacro della sua intera popolazione, sotto il diretto ordine di papa Paolo IV, il quale voleva punire la cittadina del suo tradimento in favore degli Aragonesi, nell’ambito della guerra fra Papato e Regno di Napoli (al tempo governato dagli Spagnoli) del 1556-57. Tale orrore lo avrebbe convinto ad abbandonare la carriera militare.

Artena-Veduta

   Saranno andate davvero così le cose? Non ne abbiamo la certezza. Ma di sicuro c’è che appare alquanto strano che un signore il quale da più di dieci anni esercitava l’arte della guerra, traendone profitti ed onori, ma anche indurendo il cuore e rendendo gretto l’animo, quasi d’improvviso si rendesse ispiratore di un’opera così profonda, sensibile ed evocativa come il Sacro Bosco. Tutto ciò rimane e rimarrà un mistero che il Vicino si è portato nella tomba. Quel che a noi rimane è tentare di carpire i messaggi nascosti dietro le pittoresche sculture di questo incredibile giardino oppure lasciarsi semplicemente incantare, come fanciulli, da un luogo che pare appartenere più ai sogni e alla fantasia che alla realtà.