Archivi tag: parchi e giardini

Laghetto nella Selva di Paliano

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Uno scorcio ameno nel laghetto principale della Selva di Paliano, oasi naturalistica fra Paliano e Colleferro.

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Bomarzo-Sacro Bosco, Orco

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Uno scorcio ormai celeberrimo, quasi un’icona dell’arte nel Lazio. Visitatissimo in tutte le stagioni, il Sacro Bosco è letteralmente preso d’assalto in primavera, in effetti uno dei periodi (l’altro è l’autunno inoltrato) in cui si presenta nel suo massimo splendore. Tuttavia per godere appieno di questo luogo così poetico si sconsigliano i fine settimana e i festivi: chi può, ci vada nei giorni infrasettimanali, allorquando il silenzio e la solitudine divengono naturale corollario di questo ambiente estremamente suggestivo.


Villa Lante a Bagnaia, particolare

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Un particolare scultoreo in una delle molte fontane di Villa Lante a Bagnaia (XVI secolo), presso Viterbo. Scene di profondo romanticismo con le sculture, che richiamano dei, miti e leggende della classicità, corrose dal tempo ed immerse in un giardino ricco d’acqua e di alberi, mutevole ad ogni stagione.


Scorcio romano dal Giardino degli Aranci

Roma-Giardino degli Aranci, panorama 1 RCRLB

Da qualsiasi parte lo si guardi, il centro di Roma offre un paesaggio urbano di rara bellezza. Palazzi nobiliari, torri, cupole e campanili, ruderi romani “sgomitano” in un contesto monumentale straordinario, arricchito dal corso del Fiume Tevere e dalle numerose ville e aree verdi. Le aspre critiche che negli ultimi anni pervengono dai mass media – spesso giuste e puntuali talvolta pretestuose e demenziali – sulla gestione della città sembrano attualmente aver messo in secondo piano la magnificenza di un luogo unico al mondo: oggi parlare male di Roma è di moda ed alcuni lo fanno addirittura con un malcelato gusto. In ogni caso, ad ammirare Roma dall’alto è evidente come il patrimonio urbanistico del centro storico sia rimasto pressoché immutato dal dopoguerra ad oggi: esso infatti non ha paragoni al mondo per integrità, se relazioniamo la nostra Capitale alle altre città della stessa ampiezza. A Roma – diversamente dalla maggior parte delle altre metropoli europee – non vediamo fortunatamente grattacieli o costruzioni moderne impattanti che spiccano fra gli edifici artistici e i monumenti: tutto ciò è frutto di una tradizione civilistica e conservazionistica assai radicata ma di cui si parla sempre troppo poco, poiché è “politicamente scorretto” dare qualche merito alla “società romana”. O meglio: i mass media, pilotati quasi sempre dai poteri forti dell’edilizia e dell’industria, non amano questa cultura della conservazione, che bocciano come “immobilismo”. Intanto noi ci godiamo questa “Grande Bellezza” auspicando che tutti gli amministratori presenti e futuri la sappiano salvaguardare, valorizzare e “comunicare” in quanto bene indiscutibile “dell’Umanità” e vanto del nostro Paese.


Bagnaia-Villa Lante

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Il proverbiale scorcio panoramico di Villa Lante della Rovere, presso Viterbo. Voluta dal cardinale Gambara alla metà del XVI secolo, ed attribuita al Vignola, è una delle più riuscite espressioni di giardino all’italiana e di villa manierista, ricca di fontane e giochi d’acqua, sculture ed architetture che dialogano in modo perfetto con il paesaggio silvestre dei Monti Cimini. Un piccolo capolavoro di armonia e raffinatezza che non smette di stupire.


Veduta di Ninfa

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La classica veduta delle rovine medievali di Ninfa dall’omonimo laghetto sorgivo, da cui emerge la torre “alla ghibellina” del Castello Caetani. I suggestivi ruderi – ribattezzati nell’Ottocento dal Gregorovius “la Pompei del Medioevo” – sono immersi in un meraviglioso giardino “all’inglese” considerato fra i più belli e curati al mondo. 


Veduta di Ninfa

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Definita dal Gregorovius “la Pompei del Medioevo”, la “città morta” di Ninfa giace al bordo di un radioso laghetto ed immersa in un magnifico giardino “all’inglese”. E’ un luogo unico al mondo, tuttora fonte di ispirazione per spiriti romantici. Domina le fiabesche rovine la possente torre quadrangolare del castello edificato dai Caetani, con la sua merlatura alla “ghibellina” (per saperne di più: “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”).


Il Centro Moutan: un paradiso di peonie alle porte di Vitorchiano

Ai piedi dei verdi Monti Cimini sorge uno dei giardini più sorprendenti del Lazio. Si tratta del Centro Moutan, situato nell’immediata periferia di Vitorchiano, in località Pallone, un po’ nascosto dall’anonima edilizia moderna. La particolarità del luogo è l’essere la più vasta collezione al mondo di peonie cinesi (15 ettari), qui coltivate con estrema dedizione per il bello. Non un semplice vivaio monotematico, quindi, ma una vera e propria “scenografia floreale” che dialoga in modo raffinato con la natura circostante.

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Vitorchiano-Centro Moutan, scorcio con Mti Cimini RCRLB

Centro Moutan-Peona 4 RCRLB

Centro Moutan-Peonia 1 RCRLB

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Centro Moutan-Peonia 7 RCRLB

Centro Moutan-Peonia 8 RCRLB

Centro Moutan-Peonia 9 RCRLB

Alle peonie si aggiungono le siepi di iris e i pergolati di glicine, fra cui si snoda il sentiero di visita, estremamente piacevole e curato in ogni dettaglio. Ci si trova così a passeggiare in un ambiente “paradisiaco”, dove profumi inebrianti e colori struggenti si addensano e si compenetrano in modo straordinario per la felicità dei sensi e dell’anima.

Centro Moutan-Pergolato di glicini RCRLB

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Centro Moutan-Peonie 2 RCRLB

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Centro Moutan-Peonie 6 RCRLB

Alcuni deliziosi casali ricoperti da rampicanti offrono riposo e ristoro: il tutto in quello stile vagamente “british” che unisce eleganza e rusticità e che dopo aver attecchito in Toscana si sta diffondendo anche nella Tuscia.

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Centro Moutan-Finestra con rampicante RCRLB

Il Centro Moutan è raggiungibile con dieci minuti d’automobile da Viterbo. Il periodo migliore per godere questo spettacolo è quello a cavallo fra aprile e maggio, quando le fioriture raggiungono la massima intensità. Si può completare ovviamente la gita con una capatina al suggestivo borgo medievale di Vitorchiano, inserito fra l’altro nel nostro itinerario “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia, parte 2: da Viterbo a Sermugnano”.

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D’altronde la primavera è il momento perfetto per un soggiorno più o meno lungo nella Teverina Viterbese: costituiscono motivi di forte richiamo i colori della campagna, il clima mite, le giornate più lunghe, i numerosi eventi nei paesi e nella vicina Viterbo (in primis “San Pellegrino in fiore”), le escursioni guidate organizzate ogni fine settimana fra siti archeologici e splendori paesaggistici.


Il “Sacro Bosco” di Bomarzo

   Il “Sacro Bosco”, meglio noto come “Parco dei Mostri”, rappresenta senza dubbio uno dei siti d’interesse artistico più singolari ed emozionanti d’Italia. Nato nel 1552 per volere di un personaggio stravagante del Cinquecento italiano quale Pier Francesco “Vicino” Orsini, e su progetto del famoso architetto ed antiquario napoletano Pirro Ligorio, il Sacro Bosco sorge in una solitaria valletta tufacea ai piedi di Bomarzo, piccolo borgo medievale della Tuscia Viterbese (vedi anche “La Piramide di Bomarzo” e “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia-parte 2: da Viterbo a Sermugnano“).

Veduta di Bomarzo

   Giacciono nel parco statue e costruzioni scolpite in blocchi litici talvolta enormi, avvolte armoniosamente dalla vegetazione e da un’atmosfera estremamente romantica e suggestiva: un elefante da guerra, un drago, una tartaruga enorme, un gigante che squarcia il suo rivale, un orco dalle fauci aperte, una casa pendente e altre immagini stravaganti, rese ancor più pittoresche dal lavorio del tempo che ne ha arricchito le sfumature e le colorazioni. Un luogo, questo, assolutamente unico al mondo (paragonabile, ma soltanto in parte, alla settecentesca Villa Palagonía di Bagheria, in Sicilia) e tuttavia rimasto nell’oblio per circa quattro secoli, nel corso dei quali leggende del volgo lo popolarono di elfi, spettri e creature demoniache. Dopo la morte del “Vicino”, infatti, il parco cadde ben presto in uno stato di totale abbandono che perdurò fino alla prima metà del Novecento, quando la curiosità di artisti italiani e stranieri (come ad esempio il pittore olandese Carel Willink o il grande maestro surrealista Salvador Dalì) ne permise la riscoperta e ne favorì di conseguenza il recupero, avvenuto grazie all’impegno di Giovanni Bettini e della sua famiglia (peraltro proprietaria attuale del complesso). Il “Parco dei Mostri” iniziò così a richiamare l’attenzione di intellettuali e studiosi anche di fama internazionale (come ad esempio lo scrittore argentino Manuel Mújica Laínez, che ne trasse ispirazione per il suo romanzo “Bomarzo”) nonché di un numero sempre crescente di turisti.

Casa Pendente

   A prima vista l’estetica di questo luogo, ricco di citazioni classiche, pare conformarsi alla moda del grottesco, del mitico e del fantastico diffusasi in Italia durante il tardo Rinascimento (seconda metà del XVI sec.), e che caratterizzò ville, palazzi e ninfei dell’epoca, concepiti in forme tali da stupire e divertire il visitatore (si pensi ai fasti di Villa d’Este a Tivoli, di Villa Farnese a Caprarola e di Villa Lante a Bagnaia). Del resto su una lapide del parco si legge: «Voi che pel mondo gite errando, vaghi / di veder maraviglie alte et stupende, / venite qua, dove son faccie horrende / elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi». Tuttavia la straordinarietà del Parco di Bomarzo, con le sue “mostruose” figure e le sue bizzarre creazioni, abbinate ognuna a frasi e a pensieri di chiara impronta ermetica incisi sulla pietra, ha stimolato tra gli osservatori svariate ipotesi sulle ragioni del suo concepimento da parte dell’Orsini. E sicuramente tra le più affascinanti v’è quella secondo cui la “Villa delle Meraviglie” (come venne anche chiamato il Sacro Bosco dai suoi ideatori) costituirebbe un vero e proprio viaggio esoterico ed iniziatico, al quale soltanto i convenuti “illuminati” o i visitatori ben disposti nello spirito sarebbero invitati a prendere parte. Nel libro “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito” proponiamo una nostra personale interpretazione di questo percorso occulto.

L'Orco

   Al di là dell’aspetto misteriosofico, rimane comunque piuttosto curioso il fatto che un uomo d’arme come Vicino Orsini abbia di punto in bianco abbandonato il mestiere del soldato per una vita riservata e contemplativa. Si pensa che ciò avvenne a causa dell’improvvisa morte della moglie Giulia Farnese di modo che l’intero significato dell’opera sarebbe da ricondurre al tema dell’amore («Sol per sfogar il core», come si legge su una lapide del misterioso teatro neo-romano situato poco prima della Casa Pendente). Allo stesso tempo però, la rilettura recente di documenti dell’epoca da parte di alcuni studiosi ha fatto pensare anche ad un episodio ben preciso che forse scatenò questo desiderio di isolamento e ripiegamento interiore. Nel 1557 Vicino Orsini partecipò alla distruzione di Montefortino (l’odierna Artena), sui Monti Lepini, e al massacro della sua intera popolazione, sotto il diretto ordine di papa Paolo IV, il quale voleva punire la cittadina del suo tradimento in favore degli Aragonesi, nell’ambito della guerra fra Papato e Regno di Napoli (al tempo governato dagli Spagnoli) del 1556-57. Tale orrore lo avrebbe convinto ad abbandonare la carriera militare.

Artena-Veduta

   Saranno andate davvero così le cose? Non ne abbiamo la certezza. Ma di sicuro c’è che appare alquanto strano che un signore il quale da più di dieci anni esercitava l’arte della guerra, traendone profitti ed onori, ma anche indurendo il cuore e rendendo gretto l’animo, quasi d’improvviso si rendesse ispiratore di un’opera così profonda, sensibile ed evocativa come il Sacro Bosco. Tutto ciò rimane e rimarrà un mistero che il Vicino si è portato nella tomba. Quel che a noi rimane è tentare di carpire i messaggi nascosti dietro le pittoresche sculture di questo incredibile giardino oppure lasciarsi semplicemente incantare, come fanciulli, da un luogo che pare appartenere più ai sogni e alla fantasia che alla realtà.