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Bomarzo-Sacro Bosco, Orco

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Uno scorcio ormai celeberrimo, quasi un’icona dell’arte nel Lazio. Visitatissimo in tutte le stagioni, il Sacro Bosco è letteralmente preso d’assalto in primavera, in effetti uno dei periodi (l’altro è l’autunno inoltrato) in cui si presenta nel suo massimo splendore. Tuttavia per godere appieno di questo luogo così poetico si sconsigliano i fine settimana e i festivi: chi può, ci vada nei giorni infrasettimanali, allorquando il silenzio e la solitudine divengono naturale corollario di questo ambiente estremamente suggestivo.

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Tempietto nel Sacro Bosco di Bomarzo

Bomarzo-Panorama sul Sacro Bosco 1 RCRLB.JPG

Un suggestivo scorcio del Sacro Bosco di Bomarzo durante le recenti nevicate, con il “Tempietto” cinquecentesco disegnato dall’architetto Pirro Ligorio.


Il “Sacro Bosco” di Bomarzo

   Il “Sacro Bosco”, meglio noto come “Parco dei Mostri”, rappresenta senza dubbio uno dei siti d’interesse artistico più singolari ed emozionanti d’Italia. Nato nel 1552 per volere di un personaggio stravagante del Cinquecento italiano quale Pier Francesco “Vicino” Orsini, e su progetto del famoso architetto ed antiquario napoletano Pirro Ligorio, il Sacro Bosco sorge in una solitaria valletta tufacea ai piedi di Bomarzo, piccolo borgo medievale della Tuscia Viterbese (vedi anche “La Piramide di Bomarzo” e “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia-parte 2: da Viterbo a Sermugnano“).

Veduta di Bomarzo

   Giacciono nel parco statue e costruzioni scolpite in blocchi litici talvolta enormi, avvolte armoniosamente dalla vegetazione e da un’atmosfera estremamente romantica e suggestiva: un elefante da guerra, un drago, una tartaruga enorme, un gigante che squarcia il suo rivale, un orco dalle fauci aperte, una casa pendente e altre immagini stravaganti, rese ancor più pittoresche dal lavorio del tempo che ne ha arricchito le sfumature e le colorazioni. Un luogo, questo, assolutamente unico al mondo (paragonabile, ma soltanto in parte, alla settecentesca Villa Palagonía di Bagheria, in Sicilia) e tuttavia rimasto nell’oblio per circa quattro secoli, nel corso dei quali leggende del volgo lo popolarono di elfi, spettri e creature demoniache. Dopo la morte del “Vicino”, infatti, il parco cadde ben presto in uno stato di totale abbandono che perdurò fino alla prima metà del Novecento, quando la curiosità di artisti italiani e stranieri (come ad esempio il pittore olandese Carel Willink o il grande maestro surrealista Salvador Dalì) ne permise la riscoperta e ne favorì di conseguenza il recupero, avvenuto grazie all’impegno di Giovanni Bettini e della sua famiglia (peraltro proprietaria attuale del complesso). Il “Parco dei Mostri” iniziò così a richiamare l’attenzione di intellettuali e studiosi anche di fama internazionale (come ad esempio lo scrittore argentino Manuel Mújica Laínez, che ne trasse ispirazione per il suo romanzo “Bomarzo”) nonché di un numero sempre crescente di turisti.

Casa Pendente

   A prima vista l’estetica di questo luogo, ricco di citazioni classiche, pare conformarsi alla moda del grottesco, del mitico e del fantastico diffusasi in Italia durante il tardo Rinascimento (seconda metà del XVI sec.), e che caratterizzò ville, palazzi e ninfei dell’epoca, concepiti in forme tali da stupire e divertire il visitatore (si pensi ai fasti di Villa d’Este a Tivoli, di Villa Farnese a Caprarola e di Villa Lante a Bagnaia). Del resto su una lapide del parco si legge: «Voi che pel mondo gite errando, vaghi / di veder maraviglie alte et stupende, / venite qua, dove son faccie horrende / elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi». Tuttavia la straordinarietà del Parco di Bomarzo, con le sue “mostruose” figure e le sue bizzarre creazioni, abbinate ognuna a frasi e a pensieri di chiara impronta ermetica incisi sulla pietra, ha stimolato tra gli osservatori svariate ipotesi sulle ragioni del suo concepimento da parte dell’Orsini. E sicuramente tra le più affascinanti v’è quella secondo cui la “Villa delle Meraviglie” (come venne anche chiamato il Sacro Bosco dai suoi ideatori) costituirebbe un vero e proprio viaggio esoterico ed iniziatico, al quale soltanto i convenuti “illuminati” o i visitatori ben disposti nello spirito sarebbero invitati a prendere parte. Nel libro “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito” proponiamo una nostra personale interpretazione di questo percorso occulto.

L'Orco

   Al di là dell’aspetto misteriosofico, rimane comunque piuttosto curioso il fatto che un uomo d’arme come Vicino Orsini abbia di punto in bianco abbandonato il mestiere del soldato per una vita riservata e contemplativa. Si pensa che ciò avvenne a causa dell’improvvisa morte della moglie Giulia Farnese di modo che l’intero significato dell’opera sarebbe da ricondurre al tema dell’amore («Sol per sfogar il core», come si legge su una lapide del misterioso teatro neo-romano situato poco prima della Casa Pendente). Allo stesso tempo però, la rilettura recente di documenti dell’epoca da parte di alcuni studiosi ha fatto pensare anche ad un episodio ben preciso che forse scatenò questo desiderio di isolamento e ripiegamento interiore. Nel 1557 Vicino Orsini partecipò alla distruzione di Montefortino (l’odierna Artena), sui Monti Lepini, e al massacro della sua intera popolazione, sotto il diretto ordine di papa Paolo IV, il quale voleva punire la cittadina del suo tradimento in favore degli Aragonesi, nell’ambito della guerra fra Papato e Regno di Napoli (al tempo governato dagli Spagnoli) del 1556-57. Tale orrore lo avrebbe convinto ad abbandonare la carriera militare.

Artena-Veduta

   Saranno andate davvero così le cose? Non ne abbiamo la certezza. Ma di sicuro c’è che appare alquanto strano che un signore il quale da più di dieci anni esercitava l’arte della guerra, traendone profitti ed onori, ma anche indurendo il cuore e rendendo gretto l’animo, quasi d’improvviso si rendesse ispiratore di un’opera così profonda, sensibile ed evocativa come il Sacro Bosco. Tutto ciò rimane e rimarrà un mistero che il Vicino si è portato nella tomba. Quel che a noi rimane è tentare di carpire i messaggi nascosti dietro le pittoresche sculture di questo incredibile giardino oppure lasciarsi semplicemente incantare, come fanciulli, da un luogo che pare appartenere più ai sogni e alla fantasia che alla realtà.


La Piramide di Bomarzo

A nord della Capitale, nella quiete della Valle del Tevere, il borgo medievale di Bomarzo si staglia severo sopra uno sperone di pietra vulcanica. Nota per il suo meraviglioso ed unico “Parco dei Mostri”, l’antica Polimartium cela nel suo ubertoso ed incantevole territorio non pochi siti archeologici di grande rilievo. Fra i Comuni di Bomarzo, Vitorchiano e Soriano nel Cimino, i fitti boschi che rivestono forre ed altopiani rivelano all’escursionista curioso vere e proprie sorprese, come ad esempio gli insediamenti rupestri di Monte Casoli e Corviano, e le rovine di Santa Cecilia e di San Nicolao.

Veduta di Bomarzo

Ma ciò di cui vogliamo parlare in questa sede è il percorso che culmina nella visita della cosiddetta “Piramide di Bomarzo”. Ebbene sì, nel Lazio e più precisamente nel cuore della Tuscia è stata recentemente ritrovata una vera e propria piramide dalla forma tronca le cui origini sono tuttora enigmatiche. Situato a poca distanza dal centro storico, il singolare monumento si adagia su un piccolo terrazzo a strapiombo sulla Valle del Fosso Castello dominata da alte falesie di prismi di peperino. Il sentiero più bello per raggiungerlo (segnato bianco-rosso) diparte dal campo di calcio appena fuori dall’abitato nuovo, sulla strada per Viterbo: il tracciato, in discesa, offre quasi immediatamente un eccezionale colpo d’occhio sulla vallata, sul borghetto di Chia e, con una piccola deviazione, sul solitario castello che fu preso a dimora da Pier Paolo Pasolini, il quale tanto amava codesti luoghi che definì “il paesaggio più bello del mondo”.

La magnifica Valle del Fosso Castello

Si passa poi per Santa Cecilia e le sue tombe a sagoma umana, si toccano grossi massi in parte scolpiti ed infine, con camminata a tratti esposta, si arriva ad un bivio da cui – prendendo a sinistra – si sale brevemente al pianoro della piramide. Una vetusta quercia trova sostegno nell’enorme pietra, alta circa 16 metri, sulla quale sapienti scalpellini realizzarono diverse gradinate che culminano in un altare sacrificale sommitale. La piramide è conosciuta anche come “Masso del Predicatore”, nome in verità ricorrente anche per altri macigni simili che si affastellano in particolare nella zona di San Nicolao.

Scalette scolpite nella pietra lungo il sentiero

Alcuni studiosi fanno risalire l’opera al VII secolo a. C., e quindi al periodo etrusco, ma la capacità di scolpire massi era già propria di una civiltà preistorica che, si pensa, abitasse queste zone fin dal 4000 a. C., quella cioè dei Rinaldoniani: citata anche nel Vecchio Testamento, questa leggendaria popolazione – dalla straordinaria statura – ricavava le proprie abitazioni e i propri sepolcri nella nuda roccia delle rupi che sovrastano i corsi d’acqua di cui la Teverina Viterbese è ricchissima.

La Piramide di Bomarzo

La finalità di quest’arte rupestre era anche un’altra: quella di creare marcatori territoriali e punti d’osservazione astrale, come luoghi cioè sacri ed astrali. Non molto tempo fa il reperto era sommerso dalla terra e dalla vegetazione ma negli ultimi anni, grazie all’impegno benemerito di alcuni volontari e in particolare di Salvatore Fosci, esso ha recuperato tutta la sua suggestione, benché lo scavo in realtà non sia ancora completo e si possa ipotizzare una sua prosecuzione sotto il basamento attuale. La funzione sacrificale della “piramide” è deducibile dalla presenza di canali di scolo e vasche di raccoglimento di liquidi.

Vista su Mugnano nei pressi della Piramide

L’aspetto odierno del monumento è però il risultato di modifiche effettuate nel corso dei secoli, soprattutto nel Medioevo, al quale fra l’altro risalgono numerosi siti della zona come la già citata Santa Cecilia con i resti dell’omonima chiesa e il suo cimitero. Ciò è deducibile dalla differenza delle tecniche di lavorazione visibili sulla piramide, ognuna relativa appunto ad una determinata epoca (preistorica, etrusca, medievale), il che fa pensare ad un continuo riutilizzo dell’ara (intorno a cui sono peraltro visibili delle croci), secondo una sorta di sincretismo religioso fra le varie popolazioni succedutesi nel territorio.

Le rovine di Santa Cecilia

In quest’ottica ritorna alla mente il vicinissimo “Parco dei Mostri” (chiamato anche, non a caso, “Sacro Bosco”) che appare come un recupero della spiritualità pagana filtrata attraverso la cultura ermetica del Cinquecento, in una sorta di “manierismo primitivista” ben consapevole della lezione dell’arte rupestre che caratterizza queste splendide e misteriose vallate (per un approfondimento sul parco rimandiamo alla nostra guida Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito).