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Villa Catena presso Poli

Villa Catena-Veduta 2 RCRLB

Uno scorcio dell’elegante, cinquecentesca Villa Catena, appena emergente dalla fitta vegetazione che ormai sta ricoprendo il sito. Si tratta di una delle ville abbandonate più misteriose del Lazio, risalente al Seicento e soggetto di alcuni dipinti all’epoca del Grand Tour che la resero celebre fra i vedutisti di tutta Europa. Siamo nell’Agro Polense, un territorio ricco di fascino storico, artistico e paesaggistico a pochi chilometri dalla Capitale.

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Fontana del Mascherone di Santa Sabina a Roma

Roma-Fontana del Mascherone di S. Sabina RCRLB.jpg

Situata di fronte alla Basilica di Santa Sabina, la pittoresca Fontana del Mascherone venne realizzata intorno al 1593 su progetto di Giacomo della Porta: originariamente si trovava nell’area del Foro Romano, allora denominato “Campo Vaccino” poiché vi pascolavano i bovini. Egli riutilizzò un’antica vasca di granito circolare e fece arricchire la composizione con una maschera scolpita dal noto artigiano Bassi. La fontana venne più volte smembrata e collocata in diversi punti della città fino alla definitiva sistemazione sull’Aventino nel 1936, addossata al muro della Rocca Savella.


Il Lazio, la “terra dei laghi”

Il Lazio non è certo conosciuto come una “terra di laghi”. Ciò rappresenta un vero e proprio paradosso in quanto la grande varietà e quantità di specchi d’acqua presenti in questo territorio le fa tenere un primato nazionale: si spazia dai laghi costieri a quelli vulcanici, dai bacini artificiali ai laghi glaciali, da quelli sorgivi e carsici a quelli palustri e residuali. Ogni lago è circondato da un paesaggio a sé, dalle caratteristiche ben precise che meritano di essere preservate, conosciute ed apprezzate, in quanto, al di là del fattore-acqua in sé, si tratta di ambienti tanto belli quanto delicati, ricchi non solo dal punto di vista della flora e della fauna ma anche sotto l’aspetto storico, culturale, agricolo.

Il Lago Albano, uno dei più famosi del Lazio

Il Lago Albano, uno dei più famosi del Lazio

Nei pressi o direttamente sulle sponde di questi laghi si trovano infatti coltivazioni di tipo tradizionale nonché borghi e siti archeologici, a testimoniare naturalmente che gli insediamenti vicini alle risorse idriche si perdono nella memoria dei tempi. E non può essere un caso se la civiltà di Roma (ma anche quella etrusca) nacque proprio in una terra così colma di riserve d’acqua, sia fluviali che lacustri.

Il Lago di Bolsena con l'Isola Bisentina

Il Lago di Bolsena con l’Isola Bisentina

Anche intorno ai laghi artificiali – che oggi offrono scenari inediti e favolistici -, sorti da quelli che un tempo furono dei fiumi, troviamo i segni di una storia vetusta.

Lago del Turano, panorama da Antuni

Lago del Turano, panorama da Antuni

Iniziamo proprio dai bacini realizzati a scopo idroelettrico. Da ovunque si provenga, i laghi del Salto e del Turano, nel Reatino, offrono delle vedute inconsuete ed inaspettate che si lasciano scoprire man mano che le sinuose strade si fanno largo fra boschi fittissimi e scorci rocciosi. Abitati che ci raccontano degli incastellamenti alto-medievali per poi aprirsi in queste grandi distese d’acqua che con le loro continue ramificazioni rimandano ai fiordi del Nord-Europa, mentre i castelli e le rocche in rovina che ogni tanto fanno la loro comparsa ricordano certi paesaggi scozzesi.

Castel di Tora-Panorama verso Antuni

Castel di Tora, panorama sul Lago del Turano ed Antuni

Lago del Turano-Paesaggio

Il Lago del Turano visto da Colle di Tora

Lago del Salto-Diga della centrale idroelettrica

Lago del Salto, diga della centrale idroelettrica

Lago del Salto-Panorama dalla diga

Lago del Salto, panorama crepuscolare dalla diga

Rocca Vittiana-Panorama sul Lago del Salto

Panorama sul Lago del Salto da Rocca Vittiana

Poggio Poponesco-Panorama sulla Valle del Salto

La Valle del Salto dalla Rocca di Poggio Poponesco

L’ultimo della “famiglia”, fra quelli reatini, lo Scandarello, emerge nella più distesa conca di Amatrice e dona una vista assai suggestiva della catena della Laga. Pochi chilometri a nord di Roma, in una delle prime riserve naturali del Lazio, si allarga il bacino di Nazzano, considerato come un “lago”, ma che è in realtà un’ampia ansa del Tevere sbarrata da una diga. Scendendo poi verso sud, in Ciociaria, nella grande piana del Liri, troviamo il Lago di San Giovanni Incarico, circondato da fertili campi coltivati. Al confine col Molise inoltre il Lago di Cardito si apre fra montagne maestose.

Lago di Scandarello-Veduta dalla Salaria

Veduta del Lago di Scandarello dalla Via Salaria

Lago di Nazzano

Lago di Nazzano

Passando ai laghi carsici, essi si presentano nelle più diverse forme e dimensioni, a seconda dell’altitudine e della morfologia del territorio. Il più esteso è senza dubbio il Lago di Canterno, a poca distanza da Fiuggi, pittoresco per l’effetto dato dai Monti Ernici che, soprattutto al tramonto, vi si specchiano con le loro alte cime rosate e coperte di neve d’inverno.

Lago di Canterno-Scorcio dalla rive

Il Lago di Canterno con la Rotonaria

Il Lago di Canterno è anche noto per il fatto di cambiare sensibilmente forma e grandezza nel corso degli anni, ciò che lo fa definire come un “lago fantasma”.

Lago di Canterno

Lago di Canterno

Lago di Canterno

Lago di Canterno

Lago di Canterno-Scorcio

Pescatore sul Lago di Canterno

Lago di Canterno visto da Trivigliano

Lago di Canterno visto da Trivigliano

Più defilati ma ancor più affascinanti i laghetti che punteggiano i grandi altopiani del Cicolano, a monte del già citato Lago del Salto: ossia i laghi di Rascino, Petrella, Aquilente, Cornino che formano uno dei complessi ambientali più straordinari del Lazio. Non lontano, lo sperduto Lago della Duchessa, amatissimo dagli escursionisti, costituisce un unicum nella regione: forse residuo di un remoto ghiacciaio, sorge in una spettacolare conca rocciosa dall’aspetto ostico e selvaggio dove è facile avvistare grifoni in volo.

Lago di Rascino

Lago di Rascino

Lago di Rascino-Masseria

Antico casale nei pressi del Lago di Rascino

Lago della Duchessa-Grifone in volo

Grifone in volo sul Lago della Duchessa

Ancora nel Reatino troviamo altri tesori naturalistici. La boscosa Val Velina è punteggiata da numerosi bacini di piccole dimensioni: i più importanti sono il Lago di Cotilia, caratterizzato da acque solfuree (c’è una stazione termale), e quello di Paterno, che occupa una dolina ed è impreziosito dai ruderi di una villa romana.

Lago di Paterno

Lago di Paterno

Sorgenti di Cotilia

Sorgenti di Cotilia

Più a nord, al confine con la Provincia di Perugia, fra i Sibillini e la Laga, troviamo infine i Pantani di Accumoli, piccoli specchi d’acqua che impreziosicono immense praterie. Fra i Monti Ausoni e il Mar Tirreno, in Provincia di Latina, solo di sfuggita dalla Via Flacca si nota il Lago di San Puoto, legato ad una leggenda di una città perduta sommersa. In un contesto completamente diverso, nel cuore dei verdi Monti Lucretili, i due graziosi Lagustelli di Percile (Fraturno e Marraone), sono meta di rilassanti gite. Camminando invece sulle cime carsiche dell’anti-Appennino e del pre-Appennino (in particolare sui Monti Lepini) è facile imbattersi nei tanti volubri che nonostante le modeste dimensioni costituiscono degli habitat ricchissimi per rettili, anfibi e insetti rari.

Campo di Segni

Laghetto sul Campo di Segni

Quasi sempre di natura sostanzialmente carsica, i laghi sorgivi sono sicuramente una delle più belle sorprese del Lazio. Molto differenti fra loro, confermano la straordinaria ricchezza d’acqua della regione. Si passa dall’ameno Lago di Giulianello, risorgenza vulcanica ai piedi dei Colli Albani, alle magnifiche sorgenti di Ninfa e Posta Fibreno: sul primo si adagiano le famose rovine di una città medievale, formando un quadro di romantica bellezza; il secondo è celebre fin dall’antichità per un’isola galleggiante citata da Cicerone (la “rota”) ed oggi è particolarmente apprezzato per le acque incredibilmente limpide e per l’atmosfera di grande relax; è navigato da un tipo di semplice imbarcazione detta “naue”. Indimenticabile il panorama dall’omonimo paese di Posta Fibreno.

Lago di Giulianello

Lago di Giulianello

Laghetto di Ninfa con il Castello Caetani

Laghetto di Ninfa con il Castello Caetani

Lago di Posta Fibreno-Veduta da Posta Fibreno

Il Lago di Posta Fibreno visto dall’omonimo paese

Lago di Posta Fibreno-Isola galleggiante

L’Isola galleggiante sul Lago di Posta Fibreno

Lago di Posta Fibreno-Naue al crepuscolo

Lago di Posta Fibreno, una “naue” al crepuscolo

Riflessi al tramonto sul Lago di Posta Fibreno

Riflessi al tramonto sul Lago di Posta Fibreno

Limpidezza delle acque del Fibreno

Limpidezza delle acque del Fibreno

Lago di Posta Fibreno, vegetazione ripariale

Lago di Posta Fibreno, vegetazione ripariale

La Conca di Rieti, oltre ad offrire un paesaggio rurale fra i più intatti della regione, è sempre stata generosa d’acqua in quanto attraversata dal Fiume Velino, rifornito da imponenti sorgenti. Fino a non molti decenni fa la piana era soggetta ad alluvioni finché gli ultimi interventi in epoca fascista non conclusero una lunga serie di opere di bonifica iniziate peraltro con decisione sin dagli antichi Romani, che prosciugarono il Lacus Velinus, dando vita, com’è noto, alla celebre Cascata delle Marmore. Residui di questo antico bacino sono i tre laghi palustri di Ventina, Lungo e Ripasottile, che oggi è possibile visitare facilmente grazie ad una rete di sentieri naturalistici e piste ciclabili.

Lago di Ripasottile

Lago di Ripasottile

Lago di Ventina

Lago di Ventina

Lago di Ventina-Ninfee

Lago di Ventina, ninfee

Laghi Lungo e Ripasottile da Rivodutri

Laghi Lungo e Ripasottile da Rivodutri

Tornando al Basso Lazio, possiamo ammirare una lunga serie di laghi costieri: più a nord troviamo quelli compresi nel Parco Nazionale del Circeo (di Fogliano, dei Monaci, di Caprolace, di Paola) che offrono vedute immagini senza tempo con paludi, bovini al pascolo e scorci mozzafiato sui Monti Lepini, sulle splendide dune e sul promontorio del Circeo. Nel loro entroterra numerosi altri specchi d’acqua potrebbero essere annoverati come i residui delle Paludi Pontine ma finora purtroppo quasi mai sono stati resi noti ed accessibili (Laghetto Granieri, Laghi del Vescovo, laghi di Mazzocchio e San Carlo, ecc…). Spostandoci nel Sud Pontino, il frastagliato Lago di Fondi è il fulcro di una vasta produzione ortofrutticola e da qualche anno è divenuto un’area protetta. Ancora più a mezzogiorno, verso Sperlonga (e dirimpetto al già citato Lago di San Puoto), è il semisconosciuto Lago Lungo da cui si ha una vista insolita e stupenda del Circeo che da qui appare come un’isola.

Lago di Fondi

Lago di Fondi

Il Lago di Paola con lo sfondo del Circeo

Il Lago di Paola con lo sfondo del Circeo

Il Lago di Paola visto dal Circeo

Il Lago di Paola visto dal Circeo

Infine i laghi vulcanici, la vera peculiarità del Lazio, che detiene in questo caso un primato addirittura europeo. Sono quattro i complessi vulcanici nella regione: Laziale, Sabatino, Cimino-Vicano, Volsino, ognuno dei quali ha dato luogo ad un certo numero di laghi.

Lago Albano, veduta da Via dei Laghi

Il Lago Albano dalla Via dei Laghi, scorcio celebre nei dipinti del Grand Tour

Lago Albano-Tramonto

Tramonto sul Lago Albano

Lago di Nemi-Scorcio presso Nemi

Un altro scorcio più volte rappresentato nei dipinti: il Lago di Nemi dalla passeggiata verso Genzano

Lago di Nemi, tramonto su Genzano

Lago di Nemi, tramonto su Genzano

Lago di Nemi, scorcio delle rive da Nemi

Lago di Nemi, scorcio delle rive da Nemi

Lago di Nemi, veduta da Genzano

Lago di Nemi, veduta da Genzano

Mentre i laghi dei Colli Albani, cioè quelli di Castel Gandolfo e Nemi, presentano un paesaggio per lo più boscoso e in alcuni punti aspro, la maggior parte dei laghi dell’Alto Lazio mostrano invece un territorio caratterizzato anche da ampie e dolci colline coltivate o lasciate al pascolo: è il caso dei laghi di Bolsena e Bracciano e dei più piccoli, ma incantevoli, bacini di Martignano, Monterosi, Mezzano. Costituisce una sorta di “via di mezzo” fra le due tipologie citate lo splendido Lago di Vico, nel cuore dei Monti Cimini, protagonista di vaste coltivazioni di nocciole.

Alba sul Lago di Bolsena

Alba sul Lago di Bolsena

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Marta

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Marta

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Bolsena

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Bolsena

Lago di Bolsena, crepuscolo presso Marta

Lago di Bolsena, crepuscolo presso Marta

Lago di Bolsena-Scorcio con rete

Rete di pescatori a Bolsena

Lago di Bolsena-Pescatore in partenza RCRLB

Pescatore in partenza

Lago di Bolsena, gabbiano in acqua a Marta

Lago di Bolsena, gabbiano in acqua a Marta

Lago di Bolsena-Tramonto sull'Isola Bisentina

Lago di Bolsena, tramonto verso l’Isola Bisentina

Lago di Bolsena, veduta da Montefiascone

Lago di Bolsena, veduta da Montefiascone

I laghi vulcanici del Lazio sono quelli che più sono stati interessati da un’antica civilizzazione: resti latini, romani ed etruschi ne fanno un patrimonio archeologico immenso. Nel corso del Rinascimento, queste zone videro il proliferare di ville, giardini e residenze nobiliari.

Lago di Vico

Lago di Vico

Lago di Vico

Lago di Vico

Lago di Vico-Veduta

Il Lago di Vico visto dalla pedana per il parapendio nei pressi di San Martino al Cimino

Celebri sono le ville dei Castelli Romani, soprattutto intorno a Frascati; non meno fulgida, ed oggetto di rinnovato interesse, l’epoca delle signorie dei Farnese, degli Orsini e dei Lante-Della Rovere che hanno lasciato eccezionali testimonianze artistiche intorno ai laghi di Bracciano, Vico e Bolsena.

Lago di Bracciano

Lago di Bracciano

Lago di Bracciano, tramonto presso Anguillara

Lago di Bracciano, tramonto presso Anguillara

Lago di Bracciano, scorcio da Trevignano

Lago di Bracciano, scorcio da Trevignano

Un’ultima chicca sono i “laghi di confine”, vera curiosità per gli appassionati di geografia. Parliamo sostanzialmente di due laghi principali: il Lago di Alviano e Lago di San Casciano de’ Bagni, entrambi artificiali, “in condominio” rispettivamente con l’Umbria (Provincia di Terni) e con la Toscana (Provincia di Siena). Si tratta di luoghi meravigliosi per il dolcissimo paesaggio collinare: rientrano nella regione Lazio rispettivamente le loro rive occidentali e meridionali.

Lago di Alviano-Scorcio

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di San Casciano de' Bagni

Lago di San Casciano de’ Bagni

Concludiamo così questo viaggio attraverso i laghi del Lazio, con la speranza di aver fatto conoscere meglio quest’infinita ricchezza ambientale e culturale di cui si parla ancora poco. Per approfondimenti sui misteri, le tradizioni, le leggende che avvolgono i laghi del Lazio si rimanda alle nostre guide “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito” e “I Castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.


Veduta di Anguillara Sabazia

Anguillara-Veduta 2 RCRLB

La classica veduta del borgo di Anguillara Sabazia, dal suo bellissimo lungolago. La cittadina vanta antiche origini romane (ma la zona era frequentata già dagli Etruschi) e fu poi feudo conteso nel Medioevo. Nella foto, le sue rustiche case si specchiano sulle limpide acque del Lago di Bracciano in una tiepida serata primaverile.


Torre di Selce sulla Via Appia Antica

Via Appia Antica-Torre di Selce RCRLB

La suggestiva Torre di Selce si erge nel paesaggio della Via Appia Antica a poca distanza dal Sepolcro dei Grifi. La struttura venne edificata nel XII dalla famiglia Astalli per il controllo del territorio circostante e prende il nome dal materiale di cui è composta. Già ritratte da numerosi viaggiatori nel corso dei secoli, ancor oggi le scenografiche rovine offrono spunti straordinari per la pittura e per la fotografia.


Veduta di Montecalvello

Montecalvello-Veduta da lontano al tramonto

Una veduta al tramonto del suggestivo borgo-castello di Montecalvello, circondato da un paesaggio mozzafiato. Siamo nel cuore della Teverina Viterbese, al confine con l’Umbria, in uno dei territori più splendidi e romantici del Lazio. Montecalvello fu ultima dimora del pittore francese Balthus e ancor oggi appare come un luogo senza tempo.


La “città fantasma” di Monterano Vecchia

Situata quasi all’estremo nord della Provincia di Roma, nella Maremma Laziale, la vecchia Monterano è probabilmente la “città morta” più suggestiva d’Italia. Sorta nell’Alto Medioevo su un antichissimo sito etrusco, venne abbandonata fra il 1799 e il 1800 in seguito al saccheggio da parte delle truppe di Napoleone. Le sue malinconiche rovine giacciono immerse in uno scenario solenne e dagli orizzonti sorprendentemente ampi, caratterizzato da selve di querce e da aspri altopiani frequentati da greggi, cavalli e bovini allo stato brado ed incisi da profondi valloni in cui scorrono acque sulfuree dai colori inquietanti, che formano rapide e cascatelle spesso ghiacciate in inverno. Oggi salvaguardato da una riserva naturale amatissima dai romani, è questo uno dei “paesaggi fantastici” più celebrati del Lazio, nonché località privilegiata di innumerevoli set cinematografici.

Monterano-Cascata Diosilla

Lo spettrale itinerario che raggiunge i ruderi di Monterano partendo dalla Cascata di Diosilla offre scorci che rimandano vagamente all’”Inferno” dantesco. In pochi chilometri si alternano ambienti totalmente differenti e talvolta contrastanti, ma tutti caratterizzati da un aspetto insolito e minaccioso. All’inizio il sentiero risale una forra, correndo ai fianchi di un torrente dalle acque rossastre, mosso da laghetti e cascate, e incedendo sinuoso tra enormi blocchi di pietra vulcanica che giacciono nelle posizioni più stravaganti, attorniati da una vegetazione lussureggiante che rimanda più alla jungla che ad un bosco italiano, con una profusione di grandi felci della specie “Osmunda regalis”.

Monterano-Torrente Bicione

D’un tratto, poi, la natura muta completamente ed il percorso sfocia su un’arida spianata in cui gorgogliano numerose sorgenti sulfuree e da cui si vedono i cunicoli di una vecchia miniera: dall’alto domina una rupe che sembra riprodurre un volto umano (chiamato localmente “l’indiano”) che cambia espressione a seconda della luce.

Monterano-Rupe antropomorfa

Monterano-Miniera abbandonata

Monterano-Solfatare

Monterano-Caldara

Poco oltre, il paesaggio cambia ancora: torna il bosco e si attraversa una scura tagliata etrusca che porta il visitatore sorpreso e affascinato sull’altopiano sommitale, da cui iniziano a scorgersi gli imponenti resti della “città fantasma”, affiancati da un maestoso acquedotto, opera del Demonio secondo la leggenda popolare (per questo detto “Ponte del Diavolo”).

Monterano Vecchia-Ponte del Diavolo

Monterano Vecchia-Chiesa e palazzo

La passeggiata tra le case e i monumenti diruti risulta, d’altro canto, non meno singolare e non meno ricca di elementi immaginifici. Stupisce ad un certo punto, giunti sotto le arcate del palazzo baronale degli Altieri, la visione di un grande leone scolpito sul sommo di una fontana che riproduce uno scoglio, opera questa (come altre nel borgo) del genio del Bernini, e che per il suo carattere estroverso è detta la “Fontana Capricciosa”.

Monterano Vecchia-Palazzo Ruspoli, scorcio

Monterano Vecchia-Palazzo Ruspoli, leone

Se lo si trova aperto, un cancello alla base del palazzo dà accesso ad una breve scalinata la quale a sua volta conduce ad uno straordinario terrazzino panoramico da cui si ammira uno dei paesaggi più splendidi ed intatti dell’intero Lazio e non solo. Compare in tutta la sua arcana bellezza la Valle del Mignone con lo sfondo dei selvaggi e verdissimi Monti della Tolfa e la mente del visitatore colto non può non andare spontaneamente a tutta quella tradizione di dipinti del Grand Tour che fra ‘700 e ‘800 ritrasse una campagna dai toni arcaici che qui è rimasta immutata nel tempo: “miracolo” compiuto dalle locali “università agrarie”, istituzioni d’origine tardo-medievale tipiche della Tuscia che salvaguardano da secoli l’utilizzo collettivo dei terreni e che costituiscono un vanto e un simbolo di civiltà per la nostra regione di cui si parla purtroppo ancora poco.

Monterano Vecchia-Palazzo Ruspoli, panorama

A dire il vero la perfezione di questo “paesaggio delle rovine”, data dal magnifico contesto ambientale in cui sono inseriti i resti urbani, meriterebbe il riconoscimento come patrimonio dell’Umanità dall’Unesco in virtù dell’estrema importanza culturale che il ruderismo rivestì nella letteratura e dell’arte europee del passato, soprattutto in epoca romantica.

Monterano-Ruderi nella vegetazione

Monterano-Porta

Sempre berniniano è il seicentesco Convento di San Bonaventura, l’edificio più noto di Monterano, che appare sullo sfondo di un grande pianoro, ed il cui sguardo d’insieme costituisce il momento culminante del percorso. Dinnanzi alla chiesa, al cui interno cresce oramai un albero dalle ampie fronde, forse qualcuno potrà ricordare l’indimenticabile scena de “Il marchese Del Grillo” con Alberto Sordi, girata proprio qui, quando il protagonista, accompagnato da un soldato francese suo amico, si imbatte nei briganti di Fra’ Bastiano, il pittoresco prete pugliese scomunicato dal Papa che poi sarebbe stato decapitato a Roma.

Monterano-Chiesa di S. Bonaventura RCRLB

Oltre San Bonaventura i camminatori più esperti possono scendere alle rive del limpido Torrente Bicione (nei pressi è una capanna di butteri) ed eventualmente proseguire lungo il Mignone in direzione dei Monti della Tolfa: del resto siamo in un territorio ancora così solitario e vasto che potenzialmente è possibile vagare per giorni in assoluta libertà, ricorrendo in ogni caso alla tenda in quanto pressoché assenti sono le strutture ricettive.

Monterano-Capanna del buttero

Monterano-Fiume Mignone RCRLB

A livello escursionistico e fotografico i periodi più indicati a Monterano sono senza dubbio l’autunno inoltrato per i meravigliosi colori che offrono i boschi e la primavera per le svariate fioriture; meno gratificante l’estate a causa del caldo e della monotonia cromatica; eccezionale invece lo spettacolo, che non raramente regala l’inverno, delle rovine ricoperte di neve. Per saperne di più si consigliano il libro “Le città perdute del Lazio” di Emanuele Zampetti e la nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”. Per chi volesse inserire infine Monterano in un itinerario più lungo, si faccia riferimento al nostro articolo “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia (parte 1: da Roma alla Farnesiana)”.


Roma-Tramonto da Ponte Umberto I

Roma-Tramonto da Pte 2 RCRLB

Un tramonto argenteo da Ponte Umberto I verso San Pietro, una delle più note cartoline di Roma. La “città eterna” regala sempre scene uniche.


Scorcio di Nazzano

Scorcio di Nazzano

Uno scorcio del piccolo borgo di Nazzano, gioiello urbanistico della Valle del Tevere, a poche decine di chilometri dalla Capitale: dall’apice del centro storico si gode uno dei panorami più spettacolari e suggestivi del Lazio. Ai suoi piedi si estende la bellissima Riserva Naturale Tevere-Farfa, importante area umida protetta, che permette di ammirare la flora e la fauna tipiche degli ambienti ripariali fluviali.


Colli Albani dal Monte Tuscolo

MonteTuscolo, panorama sui Colli Albani RID

Un panorama sul caratteristico paesaggio vulcanico dei Colli Albani dal Monte Tuscolo, presso Frascati. In questo sito si trovano i suggestivi ruderi della città romana di Tusculum, andata distrutta nel Medioevo, e di numerose antiche ville, fra cui quella di Cicerone. Fu luogo caro ai viaggiatori del Grand Tour sette-ottocentesco e vi si godono tramonti spettacolari su Roma e il Mar Tirreno.


La Sabina Tiberina: ritorno all’Arcadia

Il verde intenso delle leccete e i monti dalle sagome arrotondate, i colori dei campi coltivati, i vigneti, gli uliveti che rivestono i poggi, i borghi arroccati: la “Sabina Tiberina”, quell’area dell’Alto Lazio sabino rivolta alla Valle del Tevere, offre un paesaggio collinare di rara bellezza, fra i più suggestivi e caratteristici del Centro Italia, a poche decine di chilometri dalle meraviglie di Roma.

Ponte Sfondato, paesaggio

Cuore della ben più ampia sub-regione storica sabina, il versante tiberino dei Monti Sabini, con le sue vaste propaggini collinari, ha mantenuto elementi paesaggistici e culturali del tutto propri. Vera peculiarità di tutta Sabina è comunque la coltivazione dell’olivo, che caratterizza fortemente il paesaggio e che ha conservato la tradizionale importanza nell’economia locale, con la produzione di olio extravergine di oliva di altissima qualità e da tempo riconosciuto dal marchio dop: ne è simbolo il famoso “Ulivone di Canneto”, nella campagna di Fara in Sabina, albero ultra-millenario fra i più vetusti in Europa.

Mti Sabini-Valle del Farfa, paesaggio

Altri emblemi della Sabina Tiberina sono senza dubbio il Monte Soratte e, ovviamente, il Tevere. Il Soratte, decantato già da Orazio e descritto da numerosi pittori e letterati del Sette-Ottocento, fa da sfondo onnipresente e rassicurante, mentre il “Biondo Fiume” dimostra la sua magnificenza nelle anse da brivido (celebre il “fiasco”) e negli stupendi ambienti ripariali che attualmente si sta cercando di rivalutare con l’organizzazione di gite in canoa e a cavallo.

Nazzano-Riserva Tevere-Farfa 2b RCRLB

Il Fiasco presso Ponzano Romano

Uno dei migliori belvedere sulla Valle del Tevere è Stimigliano, la “porta” della Sabina per chi proviene dal casello autostradale Ponzano-Soratte; vedute ancor più interessanti si hanno però dall’altra parte della piana tiberina, ossia dai paesi di Ponzano Romano e Filacciano, adagiati sulle bellissime colline che fanno da cerniera fra la Sabina e l’Agro Falisco-Vejentano (e che si allungano a sud fino a Nazzano e Torrita Tiberina); ai loro piedi vigila sul Tevere l’antica Abbazia di Sant’Andrea in Flumine.

Stimigliano-Torre con orologio

Fiume Tevere ai piedi di Stimigliano

Stimigliano-Panorama sulla Valle del Tevere

Irrinunciabile è la salita alla cima del Soratte, da cui si ha una panoramica completa dei Monti Sabini. Si tratta di montagne molto ricche dal punto di vista geologico, ambientale e vegetazionale: numerosi i fenomeni carsici, fra cui spicca l’enorme voragine del Revotano, che si apre a poca distanza dal grazioso paese di Roccantica, mentre boschi di querce, lecci e faggi rivestono a quote diverse i rilievi talvolta lasciando spazio a verdi altopiani.

Mti Sabini-Mte Pizzuto, panorama

Valle Gemini, bosco

Più a sud, in una zona di transizione fra Monti Sabini e Lucretili, alle spalle di Poggio Mirteto, si allarga l’ampia e frastagliata Valle del Farfa, il cui fulcro è da secoli la celebre Abbazia di Farfa, uno dei simboli del monachesimo europeo e baluardo della civiltà cristiana, nonché potente avamposto della Chiesa in Età Feudale: il complesso, di antichissima e leggendaria origine, esistente già all’epoca di Carlo Magno, custodisce opere letterarie ed artistiche di inestimabile valore (per saperne di più: “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito“).

Abbazia di Farfa-Veduta

Roccabaldesca-Veduta

Valle del Farfa-Campagna con casale presso Mompeo

Notevole, del resto, il patrimonio storico, artistico e religioso della Sabina Tiberina, che cela aree archeologiche sabino-romane (Eretum, Cures, Forum Novum, ecc.), castelli, borghi fantasma, eremi (su tutti San Michele e San Leonardo entrambi presso Roccantica, San Cataldo a Cottanello e Sant’Orsola a Vacone), conventi e abbazie (oltre a Farfa, la venerata Cattedrale di Santa Maria in Vescovio a Torri in Sabina), e tanti piccoli centri storici, forse poveri in quanto a monumenti ma ben integrati nel paesaggio agrario circostante.

Torri in Sabina-Veduta

Fianello-Veduta

Roccantica-Veduta

Casperia-Veduta

Assai piacevole è visitare questi borghi, quasi sempre ben tenuti, per assaporare un’atmosfera d’altri tempi: Casperia (bandiera arancione del TCI), Bocchignano, Catino, Montasola, Tarano, Cottanello, Fianello o la stessa Roccantica sono soltanto alcune delle tappe che formano questo splendido itinerario alla scoperta del Medioevo sabino.

Casperia-Scalinata con gatta

Piazzetta nel borgo di Roccantica

Catino-Murales nel borgo

Casperia-Vicolo

Casperia-Panorama

Le strade della Sabina Tiberina sono tutto un susseguirsi di pittoreschi scorci medievali che in alcuni punti rendono il viaggiare in queste terre simile al vagare in un affresco dell’Età di Mezzo.

Casperia-Veduta

Catino-Veduta

Sensazione che forse raggiunge il proprio culmine quando ci si avvicina al minuscolo, semi-spopolato villaggio di Rocchette (Torri in Sabina), uno degli abitati più caratteristici della zona: di fronte è il colle ove sorge il “paese fantasma” di Rocchettine, sormontato dai ruderi di una poderosa fortezza; attorno solo boschi, campi, uliveti ed un silenzio quasi totale, se non fosse per l’ammaliante suono delle acque di un ruscello.

Rocchettine-Rocca Guidonesca

Rocchette-Fontanile

Scendendo sempre più a valle, il paesaggio, ormai dominato da vicino dalla mole solenne e solitaria del mitico Monte Soratte, si fa decisamente umbro, con i filari di cipressi ad ornare le bianche sterrate che salgono sui poggi, coronati da vecchi casali con i loro pini marittimi: è la zona di Montebuono, Collevecchio e Magliano Sabina, ove, in vista del Tevere, i confini fra Reatino e Ternano, Lazio ed Umbria, divengono sempre più labili.

Collevecchio-Panorama 6b RCRLB

Mti Sabini-Campagna fra Vacone e Cottanello

Collevecchio-Veduta da lontano

Mti Sabini-Paesaggio fra Vacone e Montasola RCRLB

Con il suo clima mite, la Sabina Tiberina può essere visitata tutto l’anno: che sia un soggiorno prolungato o un semplice week end, sarebbe un peccato perdere un’occasione del genere. Poche aree d’Italia come questa sanno offrire paesaggi ameni e sensazioni di assoluta quiete, insomma un’elevatissima qualità ambientale, essendo però praticamente sconosciuti al turismo.

Mti Sabini-Girasoli presso Cantalupo

Mti Sabini-Grano

In Sabina ci si può ancora sentire degli “esploratori”, alla ricerca di un qualche tesoro paesaggistico dimenticato. Come gli altopiani di Cottanello, un mondo bucolico che rimanda ai dipinti dei viaggiatori del Grand Tour che ritraevano la Campagna Romana.

Mti Sabini-Prati di Cottanello, gregge

Mti Sabini-Prati di Cottanello, mucche

Mti Sabini-Prati di Sopra, cavalli al pascolo

Vagando sul web alla ricerca di uno dei numerosi agriturismi e b&b, si noterà che le strutture ricettive della zona reclamizzano la Sabina quale ottimo punto di partenza per visitare l’Umbria, la Toscana e Roma.

Mti Sabini-Paesaggio presso Colle Sala 2 RCRLB.JPG

In realtà, chi viene nella Sabina Tiberina non se ne vorrebbe andare più. Seduti in una delle terrazze dei paesi e dei casolari, di fronte ad un piatto condito con l’olio locale, ad un buon bicchier di vino e magari ad un tramonto mozzafiato sul Soratte, chi avrebbe il coraggio di alzarsi?!

Mti Sabini-Panorama da Montasola verso il tramonto

Valle dell'Imelle, paesaggio

E allora, quando partire? Un’occasione è data dagli eventi in tema medievale o dalle manifestazioni volte alla riscoperta di antiche tradizioni. Certo, le stagioni intermedie, autunno e primavera, rimangono i periodi più indicati, anche per ammirare i meravigliosi colori della campagna sabina o per inoltrarsi in qualche sentiero collinare o montano alla ricerca di aria buona e panorami indimenticabili.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori:

autunno, primavera ed inizio-estate per i colori della campagna.

Dove dormire:

Montopoli di Sabina – Agriturismo La Casa dell’Abbazia

Casperia – B&B La Torretta

Dove comprare:

Fara in Sabina – Azienda Agricola Mei


Rovine del teatro romano di Tusculum

Tusculum-Teatro romano 2 RCRLB

Le suggestive rovine del teatro romano di Tusculum, cuore di un’importante area archeologica. Si trovano sul Monte Tuscolo, presso Frascati.


Roccabaldesca

Roccabaldesca

Uno scorcio delle rovine medievali di Roccabaldesca. Si tratta di uno degli innumerevoli “borghi fantasma” del Lazio, immerso nella natura lussureggiante della Valle del Farfa, fra Salisano e Montopoli in Sabina. Fondato nel V secolo, probabilmente come insediamento agricolo, dall’antica famiglia romana dei Tebaldi e poi divenuto castello appartenente all’Abbazia di Farfa, il sito di Roccabaldesca venne abbandonato alla fine del ‘500.


Borghi e paesaggi “segreti” della Ciociaria (parte 3: da Roccasecca a Terelle)

Dopo aver assaporato la seconda parte di questo lungo viaggio alla scoperta della Ciociaria, eccoci al terzo appuntamento, che ci condurrà ad esplorare la porzione in assoluto più “segreta” e probabilmente più incontaminata della Provincia di Frosinone. Ci siamo fermati a Roccasecca, paese noto per le vicende legate a San Tommaso d’Aquino, del quale resta viva memoria negli imponenti ruderi del Castello dei Conti d’Aquino e, tutt’attorno, di un borgo medievale, dove si trova la casa in cui – secondo la tradizione – sarebbe nato il Santo.

Roccasecca-Castello dei Conti d'Aquino, veduta 1 RCRLB

La località Offre molto da vedere e Meriterebbe Una trattazione a parte (per Maggiori informazioni si Faccia Riferimento alla nostra guida “I Castelli perduti del Lazio” ), ma noi, volendoci in this sede concentrerai sui Luoghi Meno sconosciuti, seguiamo le predette predette predette Indicazioni per Colle San Magno, con bellissime viste sul Castello dei Conti d’Aquino e sulla ridente Piana del Melfa.

Roccasecca Vecchia-Panorama sulla Piana del Melfa RCRLB

Colle San Magno ha conservato una chiara fisionomia medievale, con resti di torri e mura, e merita sicuramente una passeggiata così come il dirimpettaio borghetto di Cantalupo , sorta di micromondo immutato nel tempo (ma ormai disabitato), che offre una stupenda veduta di Colle San Magno e dei monti circostanti.

Colle S. Magno-Veduta 3 RCRLB

Dai due paesini partono sentieri meravigliosi, sia in direzione del Cairo, fra vecchie miniere, altopiani carsici, remoti villaggi rurali, sia verso la vetta del sovrastante Monte Asprano, in cui si incontra la mulattiera proveniente dal castello di Roccasecca Vecchia che prosegue al Santuario di Santa Maria Assunta in Cielo (dove avviene l’antichissimo rito del “Bacio della Madonna”) e infine ai ruderi del Castellaccio di Castrocielo (anche qui, per saperne di più, si consiglia la nostra guida “I castelli perduti del Lazio” ). 

Valle del Liri-Panorama dal Castellaccio di Castrocielo RCRLB

Torniamo ora a Roccasecca e ci spostiamo di una manciata di chilometri raggiungendo Caprile. Frazione di Roccasecca, è un piccolo, caratteristico borgo affacciato su una bellissima campagna coltivata: dal paese un suggestivo sentierino porta al rupestre Romitorio di Sant’Angelo (o San Michele Arcangelo), documentato fin dal 991, dov’è un curioso affresco della Crocefissione raffigurante Longino con in mano una fune (meno una lancia) e con ai piedi le tipiche calzature in pelle (di cavallo o d’argento), le “cioce”, da cui prende appunto il nome la “Ciociaria”.

Caprile-Veduta dall'alto 1 RCRLB

In zona è un altro importante cenobio rupestre: una mulattiera che parte ai piedi di Roccasecca (nei pressi di un muraglione megalitico d’epoca romana che si forma una bella cascata sul Melfa), conduce infatti all’Eremo dello Spirito Santo, che stupisce il ospite per gli svariati accorgimenti tecnici di chi lo abitò, atti ad assicurare acqua e insolazione.

Roccasecca-Eremo dello Spirito Santo 2 RCRLB

Quest’ultimo, molto amato dai fedeli ciociari, è sovrastato dall’enorme caverna che rapisce lo sguardo, in alto a sinistra, all’imbocco del famoso “Tracciolino”, storica strada borbonica di collegamento fra la Valle del Liri e il Cominense (e , un tempo, le fonderie di Atina) che ora percorreremo interamente. Si tratta di un percorso automobilistico spettacolare, fra i più emozionanti dell’intero Lazio, che, con curvilinei spesso estremi, percorre completamente le selvagge Gole del Melfa in un susseguirsi di scorci magnifici, fra orride rupi e viste mozzafiato sullo smeraldino torrente.

Valle del Melfa-Gole 1 RCRLB

Non mancano però nemmeno i resti di costruzioni più antiche, che documentano l’utilizzo di questa naturale via di comunicazione anche in epoca romana: lo confermano fra l’altro alcuni testi di Cicerone, originario della vicina Arpino, il quale pare fosse solito attraversare il vallone – secondo altri tracciati ovviamente – un dorso di mulo per andare a trovare l’amico-editore Pomponio Attico. Presto una deviazione piuttosto tortuosa porta allo sperduto paese di Santopadre: molto belli i vicoli del borgo, in parte munito da mura medievali, che sta favorendo di timidi tentativi di recupero; la passeggiata termina ad uno spiazzo con una torre cilindrica, dove si gode un panorama straordinario sulla Valle del Melfa e il massiccio del Cairo che da solo vale la visita.

Santopadre-Panorama sulle Gole del Melfa

Ridiscesi al “Tracciolino”, si prosegue fra scorci impareggiabili che sembrano volerci portare fuori dal mondo. Dopo una decina di chilometri, tuttavia, la stradina, spesso chiusa tra altissime pareti di roccia o ripidi versanti completamente diversi fra loro, sbuca quasi all’improvviso in una grande e soleggiata pianura: siamo così giunti nella Valle di Comino, che si scopre man mano che ci avviciniamo a Casalvieri.

Casalattico-Panorama 2 RCRLB

Si ha subito la sensazione di trovarsi in una regione “a parte” rispetto al resto della Ciociaria. Molti aspetti paesaggistici infatti già preannunciano il Molise mentre alcuni dettagli architettonici ricordano l’Abruzzo o addirittura l’entroterra campano. La Val di Comino, del resto, è una plaga di notevole interesse, che sta vivendo una vera e propria rinascita sotto il segno del turismo di qualità, grazie all’interessamento di molti investitori endogeni ed esogeni. Quel che riempie gli occhi è il felice contrasto tra le dolci e policromatiche colline coltivate (grano, uliveti, vigneti, frutteti, ecc.) e le alte vette delle montagne, innevate per molti mesi all’anno, che circondano la vallata.

Alvito-Castello Cantelmo, veduta 2 RCRLB

Inoltre, la placida atmosfera contadina che si respira ovunque rimanda ad un mondo antico, semplice e moderno, lontano anni luce dalla Ciociaria moderna e industriale dei centri principali del Frusinate e del Cassinate. Purtroppo, però, anche questo “piccolo paradiso” ha subito negli anni recenti aggressioni sconsiderate, a partire dall’edilizia incontrollata per poi passare al fotovoltaico una terra che anche qui – vieni in tutto il resto del Lazio (e non solo naturalmente) – ha lasciato il proprio segno segno disastroso segno. Di certo si può dire che nelle amministrazioni pubbliche, provinciali e regionali non sono avanti abbastanza chiari né l’importanza culturale-ambientale né il potenziale turistico della Val di Comino, che da sempre sembra un territorio ai limiti di tutto.

Alvito-Panorama 1 RCRLB

Occorre valorizzare il paesaggio e le radici culturali della valle nonché prodotti preziosi come il Cabernet doc, i fagioli cannellini dop di Atina, l’olio extravergine d’oliva, i  formaggi e tartufi di ottima qualità insieme alle imprese produzioni dolciarie, senza dimenticare le eccellenze dell’artigianato locale (pizzo e merletto, strumenti musicali tradizionali, lavorazione della pietra, ecc …). Gioielli naturalistici come il Lago di Posta Fibreno, infine, arricchiscono una valle che non smette di stupire.

Lago di Posta Fibreno-Veduta da Posta Fibreno 2 RCRLB

Terminata questa riflessione, facciamo una pausa a Casalvieri , che inaspettatamente ci si trova con un centro storico piccolissimo ma ricco di nobili palazzetti e dettagli artistici che rimandano al Barocco.

Casalvieri-Portali RCRLB

Ma, come vedremo per tutti gli altri borghi dell’itinerario (eccetto Atina), è purtroppo lo spopolamento il vero protagonista della scena: situazione ancor più marcata nella vicina Casalattico, dove tra i pochissimi abitanti merita una menzione il signor Domenico “il campanaro”, il quale, se siete fortunati a trovarlo, vi condurrà sulla cima del campanile del paese che tuttora vanta un meccanismo ottocentesco per l’attivazione della campana e da cui si spazia su un panorama incantevole.

Casalattico-Chiesa, panorama dal campanile 1 RCRLB

Si può salire poi alla frazione di Montattico proseguendo per una stradina che accompagna nel cuore segreto del Massiccio del Cairo offrendo panorami sensazionali sull’intera Val di Comino, immensa scacchiera di coltivi suddivisi da vecchie siepi, per poi terminare sul solitario Campo del Popolo: è un altopiano carsico punteggiato da alcune masserie in pietra dedita all’allevamento bovino e dove sorge anche un rifugio in cui, previo richiesta, è possibile pernottare.

Mti del Cairo-Campo del Popolo RCRLB

La zona è un buon punto di partenza per intraprendere escursioni alla scoperta di montagne ricche di fascino e mistero per l’antichissima presenza umana e per una ruralità arcaica che ha lasciato tracce suggestive e enigmatiche (pozzi, cisterne, muraglioni spesso disposti in forma geometrica, ecc …) ma anche per i resti della Seconda Guerra Mondiale che qui ha avuto episodi importanti e cruenti (il tragico fronte di Cassino sulla Linea Gustav). Da Casalattico conviene poi fare una divagazione verso nord in direzione di Alvito, bella cittadina disposta a terrazze e frazionata in tra le pendici del Monte Albano. All’apice della frazione di Castello, la più alta, sorge la poderosa fortezza dei Cantelli, ora ridotta a pittoresco rudere, dai cui spalti si gode di uno dei panorami più belli della Ciociaria sulla stupenda valle cominense.

Alvito-Castello Cantelmo 1 RCRLB

Da qui si può inoltre allungare il tragitto e raggiungere San Donato Val di Comino, “cuore turistico” della valle e borgo fra i più curati della Provincia di Frosinone, non a caso insignito della “Bandiera Arancione del Touring Club d’Italia” e accolto nel “Club dei Borghi più Belli d’Italia”. Alle spalle del paese si innalzano i Monti della Meta, mondo incontaminato e selvaggio dove vivono il camoscio, il ceril lupo e l’orso bruno marsicano, all’interno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise.

S. Donato V. di Comino-Case con pergolato RCRLB

Il paese è sempre più meta di turisti, anche stranieri, e oltre ad essere una bellissima meta per le vacanze è anche una posizione strategica per visitare il resto della Val di Comino con i suoi piccoli borghi dalle splendide viste panoramiche, tra cui merita una menzione speciale Picinisco, in cui soggiornò lo scrittore David Herbert Lawrence traendone profonda ispirazione per il romanzo “La ragazza perduta”, mentre pregni d’interesse antropologico e culturale sono anche i minuscoli centri di Settefrati (a monte è il veneratissimo Santuario della Madonna di Canneto), San Biagio Saracinisco, Acquafondata e Cardito con il suo lago, questi ultimi propri al confine col Molise.

Settefrati-Veduta 1 RCRLB

Più in direzione di Cassino, in una zona verdissima e appartata, sono infine Viticuso e Vallerotonda il che paesaggio è purtroppo stato rovinato da una scellerata centrale eolica che ha letteralmente massacrato il crinale del Monte Maio.

Picinisco-Panorama sulla Val di Comino RCRLB

Tornati a Casalvieri riprendiamo la strada per Atina, la capitale “politica” del Cominense, il cui centro storico merita sicuramente una pausa per ammirarne i vicoli biancheggianti e fioriti, le piazzette porticate e pregevoli monumenti come il trecentesco Palazzo Ducale e la Cattedrale di Santa Maria Assunta dai due campanili gemelli: l’architettura di Atina vi sembrerà un simpatico miscuglio di Abruzzo, Ciociaria ed Umbria.

Atina-Portale con vecchia insegna 2 RCRLB

Si riparte sulla SP259 verso la tappa successiva del nostro viaggio: Belmonte Castello, piccolo villaggio arroccato e sormontato dai resti di un rocca medievale. Il paesino non ha molto da offrire come monumenti ma le montagne che si ergono alle sue spalle e la pianura ai suoi piedi offrono un quadro rurale e pastorale d’altri tempi. Da Belmonte una strada d’alta quota porta a Terelle, meta finale del nostro itinerario, che comunque può essere raggiunta – più comodamente – anche proseguendo in direzione di Cassino e deviando, alle porte della città, prima per la frazione Caira e poi per Terelle.

Terelle-Casaletto abbandonato RCRLB

Si tratta di un panoramico borgo immerso in una natura intatta. Il centro storico conserva i resti di un castello ma la grande attrazione di Terelle è il magnifico castagneto monumentale, ancora oggi fonte di ricchezza per la gente locale: si consiglia di visitarlo in autunno per ammirare il fantastico foliage.

Terelle-Castagneto monumentale RCRLB

Finisce così la terza parte di questo lungo viaggio dedicato alla Ciociaria, ai suoi borghi meno conosciuti e ai suoi paesaggi da riscoprire. La quarta ed ultima parte inizierà da Cassino e andrà ad esplorare l’area anti-appenninica dei Monti Aurunci, Ausoni e Lepini, proprio al confine con la Provincia di Latina, un territorio fra mari e monti dai forti contrasti ambientali e dal deciso sapore mediterraneo che conferma l’incredibile varietà paesistica e culturale della Ciociaria.

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato: 3-4  giorni se ci si limita alla visita dei paesi.
Incontro Periodi:  ottobre-novembre-dicembre e aprile-maggio-giugno per i colori della campagna; ottobre e maggio-giugno-luglio per le escursioni in montagna.

Borghi e paesaggi “segreti” della Tuscia (parte 1: da Roma alla Farnesiana e a Viterbo)

Questo lungo itinerario, suddiviso per comodità del lettore in tre parti (che suggeriscono altrettanti pernottamenti a chi volesse percorrerlo tutto insieme) porta alla scoperta dei piccoli centri storici più nascosti e in un certo senso “segreti” della Tuscia Romana e Viterbese: borghi intatti e colmi di poesia, ingiustamente tagliati fuori dalle rotte turistiche, si alternano a villaggi e frazioni spesso nemmeno segnati sulle cartine ma circondati da paesaggi bellissimi. Si tratta di un tour d’esplorazione del volto più autentico di una terra unica nel suo genere, eppure ancor oggi talmente sconosciuta (per non dire negletta) dall’offrire al visitatore sensazioni di vera scoperta: il tutto davvero a due passi dalla Capitale. Si parte da Roma prendendo dal GRA la Via Aurelia, che, appena superata la borgata Massimina, già inizia ad offrire piacevoli scorci agresti. Dopo pochi chilometri cominciano diverse svolte sulla destra: strade trasversali che condurrebbero alla Cassia o al Lago di Bracciano passando per una serie di minuscoli insediamenti rurali di grande interesse (Castel di Guido, Torre in Pietra, Tragliata, ecc.) attraversando una delle porzioni più integre dell’Agro Romano, purtroppo niente affatto valorizzata a fini turistici né adeguatamente tutelata da progetti distruttivi (cementificazione, discariche, fotovoltaico a terra, ecc.) di cui ormai, francamente, ogni persona intelligente e ragionevole sente un istintivo disgusto. Fra l’altro qui ci troviamo nel regno del “carciofo romanesco” e soprattutto del “pecorino romano” dop, come lasciano intuire le vaste distese di pascoli punteggiate da greggi: una vera chicca è il “caciofiore”, un formaggio “antico” ricavato addirittura dal cardo, la cui coraggiosa produzione è stata recentemente recuperata da alcune aziende casearie; ma bisogna essere fortunati a trovarlo! Ora però non c’è tempo di fermarsi: il nostro itinerario punta più a nord, verso l’Etruria meridionale. Poco prima del bivio di Cerveteri una deviazione conduce al pittoresco borgo di Ceri, che appare in fondo ad una bellissima valletta.

Veduta di Ceri

Il paesino ci dà il benvenuto con le sue alte mura merlate, emergenti da una rupe tufacea.

Ceri-Porta del borgo

D’origine etrusca, il paese conserva un gioiello artistico nella Chiesa dell’Immacolata Concezione, ricca di affreschi del XII sec..

Panorama da Ceri

Da Ceri una stradina secondaria riporta a Cerveteri fra colline ricoperte dai vigneti dell’omonimo vino locale doc e igt.

Vigneti fra Ceri e Cerveteri

Giunti alla cittadina, celebre per la Necropoli della Banditaccia (patrimonio Unesco), una strada interna in direzione di Bracciano porta a Castel Giuliano, caratteristico villaggio agricolo dominato dal Palazzo Patrizi, ingentilito da uno splendido parco che custodisce un roseto monumentale (le aperture sono in primavera).

Castello di Cerveteri

Si torna sull’Aurelia e, continuando verso Civitavecchia, ecco l’ennesima svolta sulla destra verso il Lago Sabatino. I cartelli recano la curiosa scritta “Sasso”, toponimo derivante dalla particolare morfologia della zona: presto infatti, salendo in collina, si ammirano sulla sinistra i cosiddetti “Sassoni di Furbara”, due enormi scogli di trachite isolati nella campagna.

I suggestivi Sassoni di Furbara

Essi preludono all’altra ciclopica rupe, di lì a poco, stavolta sulla destra, che domina il borghetto di Sasso, cui dà il nome.

Porta del borgo di Sasso

Varcata la porta merlata si entra in un ambiente fermo nel tempo, culminante in una rustica piazzetta circondata da casette in pietra ricoperte da rampicanti e dove spicca il Palazzo-Castello Patrizi.

Sasso-Palazzo Patrizi

Superato questo slargo si può salire al Sasso con un sentierino un po’ avventuroso che, volendo, prosegue all’interno degli aspri e misconosciuti Colli Ceriti, copiosi di vegetazione mediterranea e corsi d’acqua.

Scorcio della piazzetta di Sasso

Si torna nuovamente sulla SS1 che si svolge ora in un’ampia pianura compresa fra il mare e la sagoma tormentata dei Monti della Tolfa. L’ultima digressione dall’Aurelia, seguendo la segnaletica per Tolfa (SP Santa Severa-Tolfa), consente di immergersi in uno dei più incontaminati paesaggi del Lazio (e non solo), ove gli orizzonti vuoti ed immensi e la natura selvaggia rendono il puro e semplice vagare in questi luoghi ancora simile ad un’esplorazione sorprendente. Dopo quasi venti chilometri di scorci incomparabili si sale infine a Tolfa, patria della famosa “catana”, borsetta in cuoio assai in voga fra gli studenti negli anni ’70 del Novecento.

Panorama dal belvedere di Tolfa

Oltrepassata la piazza (eccezionale l’affaccio dal belvedere e dalle sovrastanti rovine della rocca), si riscende nella Valle del Mignone in direzione di Manziana. Il paesaggio assume toni di somma bellezza, in un emozionante intreccio fra romantico e bucolico, dato dall’armonia fra rupi rossastre e dolci, verdi colline di prati punteggiate dalle possenti vacche maremmane e tolfetane e solitari cavalli allo stato brado. Qui più che altrove si è mantenuta inalterata – sia nelle forme che nei contenuti – la civiltà rurale del Lazio, oggi salvaguardata dal neonato Parco Agricolo dei Monti della Tolfa. Appare poi d’improvviso il minuscolo borgo di Rota, arroccato su un’altura, come una sorta di “dipinto vivente”.

Veduta di Rota

Il paesino, di fondazione incerta ed appartenuto a vari proprietari, è purtroppo privato e normalmente precluso alla visita, ma i suoi dintorni racchiudono alcuni intriganti siti archeologici (necropoli delle Ferriere e di Pian Conserva).

Panorama da Civitella Cesi

Nei pressi di Rota una lunga e malmessa sterrata, condurrebbe a Civitella Cesi, altro borgo fuori dal tempo (anch’esso attorniato da vestigia etrusche e medievali, vedi la nostra guida “I castelli perduti del Lazio”), che però è ben più facile raggiungere dal suo capoluogo comunale, Blera. Proseguendo inoltre verso il Lago di Bracciano, si può visitare la spettrale “città morta” di Monterano Vecchia col suo incantevole intreccio fra ruderi e natura, set di svariati film a sfondo storico e fantastico.

Monterano Vecchia-Chiesa di San Rocco e Palazzo Ruspoli

Risaliti invece a Tolfa, si prende per Allumiere alla ricerca di un altro luogo inaspettato. Seguendo il cartello per la località Farnesiana, si giunge, dopo interminabili curve, ad un villaggio di minatori del XVI sec. (sorto su preesistenze d’epoca imprecisata), ove spicca una curiosa chiesa neogotica costruita nel corso dell’Ottocento, allorquando all’attività mineraria subentrò quella agricola.

Chiesetta della Farnesiana

E’ un luogo pieno di fascino, sperduto in un angolo segreto dei Monti della Tolfa (le cosiddette “Terre della Farnesiana”), ove lo sguardo spazia sull’infinito e struggente scenario collinare di pascoli e campi coltivati della Maremma Viterbese, mentre sullo sfondo già si intravedono le torri di Tarquinia.

Vasca e case della Farnesiana

La strada bianca della Farnesiana continua passando ai piedi della “città fantasma” medievale di Cencelle (perfetto esempio di “terra murata”, la cui visita è assai raccomandata per completare la gita), raccordandosi infine con l’Aurelia. Da qui, chi volesse limitarsi all’itinerario fin qui percorso, potrebbe tornare già a Roma.

Veduta di Cencelle da lontano

Cencelle-Scorcio 1 MINLB

Il nostro tragitto invece continua verso Viterbo, che si raggiunge dall’incantevole Tarquinia (famosa per il centro medievale turrito e per le necropoli etrusche patrimonio Unesco) tramite l’Aurelia Bis attraverso le ampie distese maremmane, oltrepassando il borgo settecentesco di Monte Romano, depositario di preziose tradizioni rurali. Poco dopo, sulla destra, è la deviazione per la già citata Civitella Cesi nonché per Blera e Barbarano Romano.

Civitella Cesi-Castello Torlonia

La zona è ricolma di siti archeologici immersi in una natura incontaminata (San Giovenale, Luni sul Mignone, Marturanum, ecc…), protetta da parchi, sic e zps; Barbarano Romano, in particolare, è uno dei borghi più splendidi dell’intero Lazio e vale da solo una visita. Infine si sbuca sulla Via Cassia all’altezza di Vetralla, da cui in pochi minuti si è a Viterbo: da qui riprenderà il nostro viaggio (parte 2: da Viterbo a Sermugnano).

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

4-5 giorni, se ci si limita ai borghi e non si visitano le aree archeologiche e naturalistiche (altrimenti circa 12 giorni)

Periodo migliore:

ottobre-novembre e aprile-maggio-giugno per i colori della campagna

Dove dormire:

Tolfa-Agriturismo Fontana del Papa


La Piramide di Bomarzo

A nord della Capitale, nella quiete della Valle del Tevere, il borgo medievale di Bomarzo si staglia severo sopra uno sperone di pietra vulcanica. Nota per il suo meraviglioso ed unico “Parco dei Mostri”, l’antica Polimartium cela nel suo ubertoso ed incantevole territorio non pochi siti archeologici di grande rilievo. Fra i Comuni di Bomarzo, Vitorchiano e Soriano nel Cimino, i fitti boschi che rivestono forre ed altopiani rivelano all’escursionista curioso vere e proprie sorprese, come ad esempio gli insediamenti rupestri di Monte Casoli e Corviano, e le rovine di Santa Cecilia e di San Nicolao.

Veduta di Bomarzo

Ma ciò di cui vogliamo parlare in questa sede è il percorso che culmina nella visita della cosiddetta “Piramide di Bomarzo”. Ebbene sì, nel Lazio e più precisamente nel cuore della Tuscia è stata recentemente ritrovata una vera e propria piramide dalla forma tronca le cui origini sono tuttora enigmatiche. Situato a poca distanza dal centro storico, il singolare monumento si adagia su un piccolo terrazzo a strapiombo sulla Valle del Fosso Castello dominata da alte falesie di prismi di peperino. Il sentiero più bello per raggiungerlo (segnato bianco-rosso) diparte dal campo di calcio appena fuori dall’abitato nuovo, sulla strada per Viterbo: il tracciato, in discesa, offre quasi immediatamente un eccezionale colpo d’occhio sulla vallata, sul borghetto di Chia e, con una piccola deviazione, sul solitario castello che fu preso a dimora da Pier Paolo Pasolini, il quale tanto amava codesti luoghi che definì “il paesaggio più bello del mondo”.

La magnifica Valle del Fosso Castello

Si passa poi per Santa Cecilia e le sue tombe a sagoma umana, si toccano grossi massi in parte scolpiti ed infine, con camminata a tratti esposta, si arriva ad un bivio da cui – prendendo a sinistra – si sale brevemente al pianoro della piramide. Una vetusta quercia trova sostegno nell’enorme pietra, alta circa 16 metri, sulla quale sapienti scalpellini realizzarono diverse gradinate che culminano in un altare sacrificale sommitale. La piramide è conosciuta anche come “Masso del Predicatore”, nome in verità ricorrente anche per altri macigni simili che si affastellano in particolare nella zona di San Nicolao.

Scalette scolpite nella pietra lungo il sentiero

Alcuni studiosi fanno risalire l’opera al VII secolo a. C., e quindi al periodo etrusco, ma la capacità di scolpire massi era già propria di una civiltà preistorica che, si pensa, abitasse queste zone fin dal 4000 a. C., quella cioè dei Rinaldoniani: citata anche nel Vecchio Testamento, questa leggendaria popolazione – dalla straordinaria statura – ricavava le proprie abitazioni e i propri sepolcri nella nuda roccia delle rupi che sovrastano i corsi d’acqua di cui la Teverina Viterbese è ricchissima.

La Piramide di Bomarzo

La finalità di quest’arte rupestre era anche un’altra: quella di creare marcatori territoriali e punti d’osservazione astrale, come luoghi cioè sacri ed astrali. Non molto tempo fa il reperto era sommerso dalla terra e dalla vegetazione ma negli ultimi anni, grazie all’impegno benemerito di alcuni volontari e in particolare di Salvatore Fosci, esso ha recuperato tutta la sua suggestione, benché lo scavo in realtà non sia ancora completo e si possa ipotizzare una sua prosecuzione sotto il basamento attuale. La funzione sacrificale della “piramide” è deducibile dalla presenza di canali di scolo e vasche di raccoglimento di liquidi.

Vista su Mugnano nei pressi della Piramide

L’aspetto odierno del monumento è però il risultato di modifiche effettuate nel corso dei secoli, soprattutto nel Medioevo, al quale fra l’altro risalgono numerosi siti della zona come la già citata Santa Cecilia con i resti dell’omonima chiesa e il suo cimitero. Ciò è deducibile dalla differenza delle tecniche di lavorazione visibili sulla piramide, ognuna relativa appunto ad una determinata epoca (preistorica, etrusca, medievale), il che fa pensare ad un continuo riutilizzo dell’ara (intorno a cui sono peraltro visibili delle croci), secondo una sorta di sincretismo religioso fra le varie popolazioni succedutesi nel territorio.

Le rovine di Santa Cecilia

In quest’ottica ritorna alla mente il vicinissimo “Parco dei Mostri” (chiamato anche, non a caso, “Sacro Bosco”) che appare come un recupero della spiritualità pagana filtrata attraverso la cultura ermetica del Cinquecento, in una sorta di “manierismo primitivista” ben consapevole della lezione dell’arte rupestre che caratterizza queste splendide e misteriose vallate (per un approfondimento sul parco rimandiamo alla nostra guida Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito).


I castelli perduti della Tuscia

English version

L’itinerario percorre da sud a nord la Tuscia Romana e Viterbese, attraversando paesaggi unici nel loro genere, che custodiscono l’identità autentica del Lazio. L’Etruria meridionale è il territorio che ha lasciato i resti più cospicui della civiltà degli Etruschi, ma il nostro cammino si svolge alla ricerca del meno celebrato passato medievale, che qui tuttavia ha lasciato un’impronta indelebile, non raramente sovrapponendosi proprio a quello etrusco. Il patrimonio di “rovine storiche” della Tuscia è inestimabile: si parla di centinaia di siti, dall’epoca villanoviana ed etrusca a quella romana, medievale e rinascimentale, non tutti né conosciuti né tanto meno catalogati; ruderi quasi sempre immersi in ambienti agresti e naturali di rara e silenziosa bellezza, che riportano il visitatore indietro nel tempo. Noi ci limiteremo comunque ai monumenti più rilevanti e facilmente visitabili.

Gregge nella Campagna Romana presso Settevene

 L’itinerario parte come gli altri da Roma, puntando a Nord lungo la Via Cassia. Dopo una mezz’ora scarsa, si giunge al bivio di Settevene, ove si seguono le indicazioni per Trevignano Romano. Subito ci si immette in un’incantevole campagna, dove i ruderi di torri e casali punteggiano i campi, con le greggi che fanno capolino attorno a qualche quercia isolata: sembrerebbe di rivivere i vecchi dipinti della Campagna Romana del Settecento, ma le moderne fattorie ci  riportano al presente facendo capire come le attività agro-pastorali siano indispensabili alla conservazione di questo prezioso paesaggio, proprio alle porte della Capitale.

Scorcio panoramico dalla Rocca di Trevignano

Siamo ora nel Parco Regionale dei Laghi di Bracciano e Martignano e in breve scendiamo nella grande caldera vulcanica, che appare di colpo coll’azzurro del Lago Sabatino. Altri quindici minuti e si giunge a Trevignano Romano, ove ci attende la prima tappa del nostro viaggio. Dal piccolo e pittoresco borgo di pescatori si sale con una piacevole passeggiata alla duecentesca Rocca dei Prefetti di Vico, vero mosaico di pietre tufacee e basaltiche, che offre un panorama indimenticabile sul Lago di Bracciano cinto da verdi colline.

Rocca dei Prefetti di Vico

Si riparte prima in direzione di Bracciano (da non perdere la visita al Castello Orsini-Odescalchi), costeggiando ancora il bordo inferiore del bacino lacustre in uno scenario da cartolina, e poi, all’altezza di Manziana, si seguono le indicazioni per la Riserva Naturale di Monterano, che si raggiunge in un quarto d’ora circa.

Paesaggio di Monterano Vecchia

Monterano Vecchia è una delle “città fantasma” più suggestive d’Italia e uno dei “luoghi magici del Lazio”: il suo straordinario paesaggio, in cui sublime appare il connubio fra rovine storiche e ambiente naturale, è stato più volte utilizzato nei decenni passati come set cinematografico ed oggi rappresenta una delle mete predilette dagli escursionisti romani; anche qui si ammira un castello in rovina, anzi sarebbe meglio parlare di una dimora nobiliare, ossia il Palazzo Ruspoli, ingentilito ad opera del Bernini da un’elegante fontana sormontata da un leone.

Palazzo Ruspoli a Monterano Vecchia

Si prosegue per Tolfa, immettendosi in una strada solitaria che si insinua in un paesaggio oltre modo stupendo: stiamo attraversando i selvaggi Monti della Tolfa, ove le testimonianze etrusche e medievali si accavallano, giacendo nascoste nei boschi e dimenticate da tutto e tutti; qui il tempo sembra essersi fermato e soltanto rudi cavalli e vacche dalle grandi corna arcuate solcano i pascoli sassosi, movimentando uno scenario che altrimenti apparirebbe immobile.

Veduta di Rota, fra Tolfa e Monterano

A Tolfa ci attende l’austera Rocca Frangipane, edificata nella grigia pietra trachitica locale: il fortilizio, di origine probabilmente longobarda, offre un panorama spettacolare.

Panorama dalla Rocca Frangipane

Da Tolfa il nostro itinerario può seguire due direzioni, entrambe ricollegabili a Tuscania, che più avanti sarà un’altra tappa fondamentale: la prima deviazione ci porta verso mare, tramite una strada di eccezionale valore paesaggistico che oltrepassa Allumiere, scende al borgo rurale della Farnesiana e poi passa ai piedi delle vicine rovine di Cencelle, città-fortezza che giace abbandonata in una campagna immensa e appare sin da lontano coi suoi mozziconi di torri.

Rocca di Tolfa

Infine si sbuca sulla Via Aurelia raggiungendo Tarquinia, che con i suoi monumenti medievali e la sua necropoli etrusca patrimonio Unesco vale senz’altro una sosta attenta. Si riprende il cammino sulla Via Tarquiniense dirigendosi verso Tuscania fra verdi praterie e campi di grano (purtroppo oggi a rischio a causa di scellerati progetti di fotovoltaico a terra): più o meno a metà strada, presso l’antica fattoria di Montebello (indicazioni sulla destra), si trovano i castelli dell’Ancarano e di Pian Fasciano, proprio uno di fronte all’altro a dominio delFiume Marta, che scorre placido in una valle solitaria e dell’aspetto arcaico.

Valle del Marta-Castello di Pian Fasciano al tramonto 1 MINLB

Da Tuscania invece si può raggiungere, procedendo verso la Cassia lungo la Via Vetrallese, la Roccaccia di Respampani, posta nell’omonima, vastissima tenuta della Regione Lazio. Torniamo ora a Tolfa e seguiamo l’alternativa al tragitto appena descritto (che può comunque essere percorso in un secondo momento): si riscende in direzione di Canale Monterano e si ritorna al bivio per Manziana sulla Via Claudia-Braccianese, che si segue verso Nord (girare a sinistra). Si oltrepassa il “borgo ideale” di Oriolo Romano, qualificato dal bel Palazzo Altieri, e poi si entra in Provincia di Viterbo, arrivando dopo qualche decina di chilometri a Blera, paese di origine etrusca e di aspetto cinquecentesco, immerso in un territorio ricchissimo di testimonianze d’epoca villanoviana, etrusca, romana e medievale.

Sulle rive del Torrente Vesca, fra Civitella Cesi e San Giovenale

Pochi luoghi come questi sanno offrire la perfetta convivenza fra natura e vestigia del passato: il Parco Regionale Marturanum (nel Comune di Barbarano Romano, altro borgo fortificato tutto da gustare) è la più comoda porta d’accesso a codesto intrigante e romantico mondo fatto di larghi orizzonti e antiche rovine. Da Blera si prendono le indicazioni per il piccolo villaggio di Civitella Cesi, e poco prima di giungervi una stradina sulla destra porta al Castello di San Giovenale e all’omonima importante area archeologica, isolati su un pianoro che si interrompe a strapiombo sulla meravigliosa Valle del Vesca, alle pendici settentrionali dei Monti della Tolfa.

Castello di San Giovenale

Da Blera si torna sulla Cassia e si va a Viterbo, dove si seguono i cartelli per la zona termale: nelle vicinanze alcune indicazioni (fare attenzione!) conducono al sito di Castel d’Asso, insediamento medievale sorto su un abitato etrusco, di cui rimangono addirittura tombe a camera con iscrizioni nella misteriosa lingua dei Tirreni.

Porta e torre del rivellino a Castel d'Asso

Si ritorna verso il Capoluogo e poco dopo si prende la Via Tuscanese che conduce a Tuscania. A circa metà strada una sterrata sulla sinistra conduce ad una fattoria rossa e poi allo sperduto Castel Cardinale, situato in una proprietà privata.

Veduta di Castel Cardinale

Questa è una delle tappe più belle del nostro itinerario: il maniero, legato a curiose storie locali, si erge all’apice di una dolce collinetta posta inaspettatamente sul fondo di una valle tufacea, a poca distanza da un torrente. Il silenzio e la sobrietà della campagna donano un tocco in più al castello, che si distingue per un grosso torrione che ne affianca l’ingresso.

Palazzo dei Papi a Viterbo

Si giunge poi a Tuscania, che merita di certo una visita in virtù della notevole ricchezza monumentale e delle particolari atmosfere del centro storico. Qui una speciale menzione va al palazzo fortificato del Rivellino, ormai ridotto a rudere, che assieme alle magnifiche basiliche romaniche di Santa Maria Maggiore e di San Pietro, nonché alla silente vallata del Marta, forma il magnifico complesso paesistico che si ammira dal Belvedere di Torre di Lavello, una delle più amate “cartoline” della Tuscia.

Tuscania, panorama dalla Torre di Lavello con il Rivellino e le due basiliche romaniche

Da Tuscania si prende per Marta e il Lago di Bolsena e quasi giunti al paese sulla sinistra una stradina porta al poco visibile Castell’Araldo, di origini templari. Anche qui il paesaggio è bellissimo, anzi, per meglio dire, lo sarebbe se non si vedessero le enormi torri eoliche recentemente installate nelle vicinanze, che incombono spaventose e rumorose. Tali “mostri d’acciaio” purtroppo segnano gravemente questa parte del percorso, e incidono anche su un altro stupendo sito nei diretti pressi di Marta, vale a dire il Castello di Monte Leano, riconoscibile per una pittoresca torre spezzata, conosciuta come la “Forchetta del Diavolo”. E’ davvero scandaloso che il patrimonio paesaggistico inestimabile della Tuscia abbia dovuto subire uno scempio simile: le energie rinnovabili sono importanti e vanno promosse, ma non possono diffondersi in un modo indiscriminato e sproporzionato, ai danni delle zone più belle ed intatte con vocazioni ben diverse da quella industriale!

Campanile del Castello di Monte Leano

Da qui, seguendo prima la Verentana e poi la strada per Montalto, si potrebbe effettuare una lunga deviazione verso mare alla ricerca di altri due siti interessanti, ossia Castellardo presso Canino e Castelvecchio nei dintorni di Arlena di Castro: tuttavia, la difficoltà di trovare effettivamente le due località sconsiglia il tragitto a chi non abbia gusti avventurosi e a chi tema di fare un buco nell’acqua. Certo più comodo è procedere verso il meraviglioso Lago Volsino, sulle cui sponde si scende in pochi minuti, risalendo poi pian piano l’orlo dell’immensa caldera vulcanica fino ad entrare a Montefiascone, patria del celebre vino “Est! Est! Est!”. La cittadina è dominata dalle scure rovine della Rocca dei Papi, che a sua volta offre un panorama ineguagliabile sulle sottostanti colline, tutte coltivate a vite e ulivo, nonché ovviamente sul grande lago, oltre il quale appaiono all’orizzonte i profili del Monte Amiata e delle alture sul confine tosco-laziale (verso mare, invece, la “barriera” delle pale eoliche è desolante e mette malinconia in chi conosce com’era fino a poco tempo fa questo paesaggio…).

Lago di Bolsena con l'Isola Bisentina

Dopo Montefiascone  si consiglia di allungare la gita puntando a Bolsena, “città dei Miracoli di Santa Cristina”, ove all’apice dello scuro borgo medievale, fra i più splendidi del Lazio, si eleva la Rocca dei Monaldeschi, fino a pochi decenni fa in rovina ma oggi recuperata a scopi museali.

Rocca Monaldeschi a Bolsena

Da Bolsena si ridiscende la Via Cassia verso Sud e si torna nella parte bassa di Montefiascone, che si lascia non prima di aver visitato la romanica Chiesa di San Flaviano, formata da due corpi sovrapposti e adornata da pregevoli affreschi; più avanti sempre dalla statale si imbocca (cartelli per Celleno e Bagnoregio) la tranquilla strada campestre che porta al bivio di Ferento.

Particolare nella Valle dei Calanchi di Bagnoregio

Proseguendo verso Nord si entra nell’ampia sub-regione della Teverina, coi suoi vigneti, frutteti, prati e burroni, ma soprattutto con i suoi borghi medievali dall’indiscusso fascino, fra cui troneggia la famosa Civita di Bagnoregio, instabile isola di tufo sul mare argilloso della “fantastica” Valle dei Calanchi. Anche nella Teverina non mancano torri e fortilizi in rovina, fra cui citiamo almeno il Castello di Corviano, presso l’omonima area archeologica rupestre, e il Castello di Chia, che fu ultima dimora del regista Pier Paolo Pasolini.

Castello di Corviano

Da Vitorchiano o Bomarzo, ennesimi “borghi-gioiello” della Teverina, si prende la veloce superstrada per Orte e poi si procede verso Gallese e Civita Castellana, avvicinandosi al Fiume Tevere. Si sbuca sulla Via Flaminia all’altezza della località di Borghetto e della ferrovia, su cui troneggiano le enigmatiche rovine della Rocca di San Leonardo, dalla bruna pietra tufacea, su cui aleggiano leggende e misteri.

Castello di Borghetto

Da Borghetto si risale la Via Flaminia verso Roma, con immediata retrospettiva, grandiosa, del maniero detto anche “di Andosilla”. Giunti ai piedi di Civita Castellana, che merita certamente una visita per il Duomo cosmatesco e per il Forte San Gallo, si prosegue verso Sud sulla statale attraversando un paesaggio prima tutto forre e strapiombi e poi dolce ed ondulato, su cui si impone alla vista l’isolato Monte Soratte: campi di grano e casali turriti, prati con greggi al pascolo e querce isolate formano una sorta di “quadro vivente”.

Campagna sulla Via Amerina

Ci troviamo ormai nel cuore dell’ampia sub-regione dell’Agro Falisco, uno dei territori più singolari del Lazio, che ripropone quel paesaggio pittoresco della Campagna Romana settentrionale, caratterizzato appunto dall’alternanza fra placidi pascoli e profondi burroni, che già entusiasmò il Goethe e altri illustri viaggiatori del passato, ma che oggi inspiegabilmente è caduto nel dimenticatoio, causa probabilmente lo scadimento culturale in atto da decenni nel nostro Paese: anzi, il proliferare vergognoso del fotovoltaico a terra e progetti assurdi di centrali eoliche pongono attualmente a serio rischio anche questo irripetibile patrimonio ambientale e culturale! Dopo poco si gira a destra per Faleria, borgo semi-spopolato con castello, che si raggiunge non prima di aver gustato la verde campagna nella quale si nasconde, ormai interamente avvolto da rovi e rampicanti, il  Castello di Paterno.

Veduta di Calcata

Si attraversa quindi la parte nuova di Faleria e si prosegue per Calcata fino a un bivio con piccolo cartello turistico, ove si svolta a destra su una sterrata che porta al sito del Castello di Foiano, posto in posizione spettacolare al margine di un’esile altopiano stretto fra due canyon. Si ritorna sulla strada principale, si tocca Calcata Nuova e si scende subito al piccolo villaggio di Calcata Vecchia che appare improvvisamente tutto raccolto su uno sperone tufaceo, in uno scenario naturale magnifico ove alcune forre si intrecciano ammantate da boschi. Il rustico e affascinante paesino, compreso nel Parco Regionale della Valle del Treja, è abitato fin dagli anni Settanta da numerosi artisti internazionali, e da solo vale un viaggio, anche per goderne l’atmosfera surreale, un po’ fuori dal mondo. Anche da qui, con un sentierino segnato che attraversa il Fiume Treja, è possibile raggiungere un insediamento medievale abbandonato: è il Castello di Santa Maria, di cui rimane soltanto una tozza torre ma che offre un’ottima vista su Calcata Vecchia.

Torre dell'Isola Conversina

C’è da dire che l’intero Agro Falisco, solcato anticamente dalla romana Via Amerina, è ricco di resti di torri e manieri, spesso difficili da raggiungere per via dell’intricata vegetazione: un recente opuscolo in dotazione presso sede del parco, nella piazzetta di Calcata, ne fornisce una mappa piuttosto dettagliata. I siti più interessanti si addensano in particolare intorno a Nepi e Castel Sant’Elia (Torre di Isola Conversina, Castello di Porciano, Castel d’Ischi, Castel Filissano), le quali dal canto loro conservano monumenti e opere d’arte medievale e rinascimentale di grande valore. Da Nepi si può tornare in pochi minuti sulla Via Cassia all’altezza di Settevene, chiudendo ad anello questo nostro lungo itinerario. Per informazioni dettagliate sulla storia dei manieri in rovina della Tuscia e sul come raggiungerli si faccia riferimento alla nostra guida I Castelli perduti del Lazio e i loro segreti.

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

2-3 giorni

Periodi migliori:

ottobre-novembre-dicembre e aprile-maggio-giugno per i colori della campagna

Dove dormire:

Tolfa-Agriturismo Fontana del Papa


I castelli perduti della Sabina

Questo lungo itinerario inizia da Roma e va ad esplorare alcuni fra i territori più belli e intatti del Lazio. Si può scegliere di prendere la Via Nomentana o la Via Tiburtina e, rispettivamente, superati i centri di Mentana o Guidonia, il paesaggio inizia a rivelare i tratti peculiari della Sabina Romana: prati, boschi e soprattutto uliveti si alternano fino a raggiungere la prima tappa, proprio alle pendici dei Monti Lucretili, Palombara Sabina, cittadina che conserva un pittoresco borgo medievale.

Castiglione di Palombara

A poca distanza, in posizione panoramica, sorgono le rovine del Castiglione, uno dei “manieri perduti” più affascinanti del Lazio, notevole esempio di castrum longobardo. Si riparte in direzione nord in una verde campagna e, appena superato il moderno abitato di Stazzano, una stradina a sinistra ci conduce alle semisconosciuto “paese fantasma” di Stazzano Vecchio, su cui spicca il turrito Castello Orsini; il complesso, attualmente in fase di restauro, offre un’atmosfera sospesa nel tempo.

Stazzano Vecchia

L’itinerario prosegue sempre verso Nord, toccando Moricone e Montelibretti, sempre immersi in un paesaggio bucolico ove protagonisti sono i fitti uliveti terrazzati, con numerose piante secolari. Si valica poi la Via Salaria e si prendono le indicazioni per l’Abbazia di Farfa che merita di certo una sosta: siamo ormai nella Valle del Farfa e in Provincia di Rieti, e a poca distanza dal complesso religioso, ai piedi di Mompeo, i poco visibili ruderi di Roccabaldesca arricchiscono un quadro paesistico di grande fascino, in particolare durante la primavera per le fioriture dei frutteti. Il nostro percorso ora risale le dolci colline sabine passando prima per il piccolo villaggio medievale di Bocchignano e poi per Poggio Mirteto fino al suggestivo borgo di Catino, subito riconoscibile per l’alta torre del castello.

Castello di Catino

È una delle tappe più emozionanti dell’itinerario: si risale il paese attraverso vicoli ed archetti fino ai resti del castello longobardo dove l’orizzonte si apre immenso allo sguardo sulla Sabina Tiberina e buona parte dell’Alto Lazio. Oltrepassato un varco superstite nelle mura del castello, voltandosi si può avere un colpo d’occhio stupendo sul monumento e ci si rende conto di essere sull’orlo di un profondo burrone, il “Catino” appunto, che si apre alle spalle del paese. Tornati sulla strada pedemontana (SS 313), si attraversa un lungo tratto del sistema collinare ai piedi dei Monti Sabini in un paesaggio sempre più splendido che offre molti scorci “medievali”, avendo mantenuto quasi inalterata la tipologia di urbanizzazione risalente all’epoca dell’incastellamento (fra IX e XI secolo), con una miriade di borghi situati sulle alture (da non perdere Casperia).

Castello di Rocchettine

Addentratisi in una zona solitaria si giunge quindi a Rocchettine, altro paese “perduto” della Sabina, situato di fronte al borgo di Rocchette, quest’ultimo però ancora abitato da una manciata di abitanti. La Rocca Guidonesca di Rocchettine è una delle più imponenti del Lazio ed è circondata dai resti delle vecchie case. Lasciate Rocchette e Rocchettine, si prosegue verso Cottanello in un ambiente agreste di eccezionale serenità: viene da chiedersi allora come mai un paesaggio così splendido a due passi da Roma sia ancora così poco visitato! Giunti a Cottanello, piccolo paese in pietra completamente circondato dal verde, una stradina porta alla frazione di Castiglione di Cottanello, ove, proprio al confine con l’Umbria, sorgono le omonime rovine del fortilizio che offre un panorama meraviglioso.

Veduta di Cottanello

Per gli appassionati di natura, si consiglia una passeggiata sui vicini Piani di Cottanello, praterie ricche di animali al pascolo e di enormi cerri secolari. Da Cottanello si riparte in direzione di Rieti per una strada tutta montana che dopo un percorso tortuoso scende a Contigliano, ennesimo borgo sabino da visitare assieme alla vicina Greccio. Siamo nella Conca Reatina, detta “Valle Santa” per le memorie di San Francesco che vi soggiornò per parecchi anni maturando il suo pensiero e lasciando una traccia indelebile della sua predicazione d’amore e pace.

Paesaggio della Valle Santa

Come per l’Abbazia di Farfa, anche in questo caso vale certamente la pena effettuare una sosta per visitare i conventi della vallata (in primis quello di Greccio) e per godere degli incantevoli panorami sulla grande piana, una delle più belle conche montane d’Italia, tutelata da una riserva naturale. Si riprende l’itinerario attraversando Rieti (l’antica Reate, odierno capoluogo di provincia della Sabina, considerata come il centro geografico d’Italia) e poi si prende la superstrada per la Valle del Salto. Ci si addentra così nella sub-regione del Cicolano, una zona di transizione fra Lazio e Abruzzo, selvaggia e quasi disabitata, che offre paesaggi magnifici: dai grandi boschi di castagno e faggio, al frastagliato bacino artificiale del Lago del Salto con i suoi fiordi e le sue penisolette, dai vasti altopiani montani coi loro laghetti alle sperdute cime dai panorami mozzafiato. Dopo qualche decina di chilometri la superstrada passa ai piedi di Petrella Salto, coi modesti ruderi della Rocca Cenci che fu teatro del celebre dramma di Beatrice, e infine sale a Fiamignano. Il toponimo forse è il ricordo dell’incendio che distrusse il primitivo nucleo abitativo, di cui oggi non rimane quasi nulla, se non le rovine della rocca di Poggio Poponesco, caratterizzata da una svettante ed austera torre.

Castello di Poggio Poponesco

E’ questa una tappa importante dell’itinerario, poiché dà la possibilità di scoprire una zona fra le più incontaminate del Lazio, che meriterebbe certamente una maggiore considerazione turistica. Il Cicolano, del resto, è ricolmo di fortilizi, spesso ridotti a ruderi, come lo sperduto Castello della Piscignola o la poderosa Rocca di Corvaro. Se quest’ultima è facilmente visitabile risalendo l’omonimo semi-abbandonato paese nel Comune di Borgorose, il primo si raggiunge meglio a piedi che in auto, viste le pessime condizioni della carrareccia che lo collega “al resto del mondo”. Ad ogni modo, dopo la visita di Piscignola, sul versante opposto dei Monti del Cicolano rispetto a Fiamignano, si può ritrovare la Via Salaria all’altezza di Antrodoco. Da qui si prosegue in direzione Nord attraverso la stupenda Valle del Velino, ricca di acque, laghetti e fenomeni carsici, e si fa tappa al borgo medievale di Castel Sant’Angelo coi ruderi del suo maniero. Più avanti, quasi arrivati alla conca di Amatrice, si svolta a sinistra per Cittareale, cittadina posta a pochi chilometri dal confine umbro-laziale, ove con la visita alla Rocca Angioina, da poco restaurata, si chiude il nostro itinerario. Per saperne di più, il lettore può far riferimento alla guida I castelli perduti del Lazio e i loro segreti (Eremon Edizioni, 2011).

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

5-6 giorni.

Periodo migliore:

ottobre-novembre-dicembre e aprile-maggio-giugno-luglio per i colori della campagna.

Dove dormire:

Montopoli di Sabina – Agriturismo La Casa dell’Abbazia

Casperia – B&B La Torretta

Rieti – B&B La Terrazza Fiorita


Alla scoperta delle città megalitiche del Lazio

Il Lazio tra Rovine della città di Norba, torrione megaliticoi suoi tanti tesori archeologici conserva diversi esempi di mura “megalitiche” o “poligonali”. Si tratta di gigantesche mura difensive erette in diverse città dai popoli italici, del tutto simili a quelle ben più famose Cori, mura megalitichedi Creta, Micene e delle civiltà pre-colombiane: grandi massi calcarei scolpiti e posizionati in maniera da creare veri e propri mosaici di megaliti, che una leggenda vuole siano opera dei giganti ciclopi. Il nostro itinerario alla scoperta deiSegni, tratto di mura megalitiche più rilevanti esempi di questi imponenti resti archeologici ha inizio dall’antica città di Norba, nei pressi di Norma (LT). Posta su un alto terrazzo di roccia sulle pendici dei Monti Lepini, si staglia imponente sulla Pianura Pontina; vi si accede da un varco Castel San Pietro romano, mura megaliticheaffiancato da un grande torrione cilindrico, altissimo esempio del genio ingegneristico dell’antichissimo popolo dei Volsci. Si raggiunge poi la vicina Cori (LT) caratterizzata dalla presenza all’interno dell’abitato di mura poligonali che palesano, nella propria stratigrafia, almeno tre epoche costruttive. Sempre sui Monti Lepini, ma nel loro versante ciociaro, si erge Segni (RM) ove un interessante percorso lungo le suggestive mura conduce alla celebre Porta Saracena, ritratta spesso nei dipinti dei viaggiatori del Grand Tour. Da qui si attraversa la Valle del Sacco e, risalendo le pendici dei Monti Prenestini, si visitano Palestrina (RM) e Castel San Alatri, porta medievale e megalitica Pietro Romano (RM): entrambi custodiscono resti di mura megalitiche. Proseguendo alla volta della Ciociaria tre tappe sono fondamentali e si collocano come le più interessanti per scoprire questi ruderi fantastici, ossia Ferentino (FR), Alatri (FR) e Veroli (FR). Queste città conservano straordinari resti di mura megalitiche, ognuna con le sue peculiarità in special modo rispetto alla forma delle porte principali. Civita Vecchia di Arpino,Acropoli, mura poligonaliL’itinerario si chiude ad Arpino (FR), la città natale di Cicerone. All’apice del paese si erge la Civita, perimetrata dalle mura megalitiche nelle quali si apre una splendida porta a sesto acuto, che permette l’accesso a quella che fu l’acropoli di Arpino, Ferentino, Acropoli, particolare delle mura megalitichesuccessivamente rioccupata da un villaggio medievale. Per saperne di più, il lettore può far riferimento alla guida Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito (Eremon Edizioni, 2006), dove troverà tutte le notizie relative alla storia, le leggende, i luoghi e le informazioni per raggiungerli.  

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati: tutto l’anno.

LINK UTILI:

Video “La bussola di pietra”.


I castelli perduti del Lazio e i loro segreti (2011)

Leggende popolari, l’arte e la letteratura, e in tempi più recenti il cinema, hanno raccontato i manieri in rovina come luoghi magici e misteriosi, consegnandoli per sempre all’immaginario collettivo. Nel Lazio i ruderi di rocche, castelli e fortezze costituiscono un elemento importante nel patrimonio monumentale: e non potrebbe essere altrimenti in una regione sempre al centro delle vicende umane, che a lungo dovette proteggere la “città eterna” da invasioni d’ogni sorta e che al contempo fu teatro dei feroci scontri fra le casate della nobiltà capitolina. La guida, nel tracciare un itinerario dedicato ai “fortilizi perduti” del Lazio, vuol porre in evidenza la loro straordinaria varietà architettonica e paesaggistica: dalle solitarie e silenziose rocche della Tuscia, con i loro panorami mozzafiato, ai ruvidi e turriti castelli della Sabina e del Cicolano, spesso incastonati in scenari fiabeschi; dalla sognante e malinconica Ninfa, persa in un angolo stupendo dell’Agro Pontino, alle possenti fortezze della Ciociaria, situate alle pendici di maestose montagne. Percorrere questo Lazio spesso “dimenticato” equivale a riscoprire una terra dal fascino incomparabile, che offre una miriade di paesaggi “antichi” in cui le rovine storiche sono un elemento costante. La guida, scritta da due profondi conoscitori del territorio laziale, fornisce indicazioni precise e dettagliate su come raggiungere i luoghi, spesso isolati ed altrimenti difficili da visitare; particolare attenzione è inoltre conferita ai dintorni e alle possibilità escursionistiche dei siti descritti, nonché alle tradizioni artigianali, al folklore e ai prodotti enogastronomici delle diverse zone, al fine di suggerire veri e propri itinerari turistici di uno o più giorni.

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