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Rocca Guidonesca di Rocchettine

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L’imponente Rocca Guidonesca spicca fra le rovine del villaggio di Rocchettine e sorveglia – assieme al sottostante borgo di Rocchette – il corso del Torrente Aia, affluente del Tevere. Siamo in un angolo solitario e segreto della Sabina Tiberina ove eremi, castelli e paesi arroccati si susseguono dando al paesaggio un aspetto romantico.

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Rocca di San Leonardo a Borghetto

La Rocca di San Leonardo (o Castello di Andosilla), meglio conosciuta come “Castello di Borghetto”, sorge nei diretti pressi dell’omonima frazione del Comune di Civita Castellana. Nata nel Quattrocento come nucleo di attività artigianali, Borghetto, un paio di file di rustiche case a schiera in tufo, è una vecchia stazione di posta della Via Flaminia, a poca distanza dal Fiume Tevere, in una storica zona di transizione fra la Tuscia e la Sabina umbro-laziale, che anticamente segnava il confine fra le popolazioni dei Falisci e dei Sabini.

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A vederlo dalla SS Flaminia, provenendo da Roma, il Castello di Borghetto appare all’improvviso con grande effetto scenografico: dal caldo color bruno tufaceo e dallo stile architettonico difficilmente definibile a causa dei vari crolli, si tratta di un unicum nel panorama dei “castelli perduti” del Lazio. Anche la campagna circostante è ricca di spunti romantici, ed è caratterizzata dalla confluenza della Valle del Treja con la Valle Tiberina, e quindi dal contrasto fra aspetti di natura selvaggia e “capricciosa” e riposanti scenari agresti. Sembrano risuonare le parole di Goethe che nel suo “Viaggio in Italia” descrisse con accenti di meraviglia questi paesaggi così particolari.

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Di certo, i rumori provenienti dalle strade e la relativa vicinanza con l’area industriale di Civita Castellana tolgono parecchio della poesia che questo luogo dovette avere sino a non molti decenni fa: ma, non appena risalita la collina sulla quale si adagiano i resti del poderoso castello, l’atmosfera d’improvviso diviene pregna di magia e sospesa nel tempo. Circondati da rigogliosa vegetazione, e raggiungibili tramite uno scomodo seppur ben visibile sentierino nella macchia, i resti della rocca di San Leonardo si scoprono mano a mano ai nostri occhi.

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Si può giungere ad uno spiazzo che probabilmente era l’antica corte, dove si può ammirare dal basso l’imponenza della struttura principale, rimasta quasi intatta all’esterno: tutt’intorno si ammira una spessa cortina muraria, aperta da un arco a tutto sesto, anch’esso invaso dalle piante, che dà sulle case di Borghetto; si notano anche alcune grotte, di incerta origine. Il sito fu abitato del resto in epoche remotissime, sicuramente dai Falisci, ma non sono ancora stati condotti studi accurati in tal senso e le fonti sono davvero scarse, anche rispetto all’epoca medievale.

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Situato in posizione strategica, il nucleo primitivo del castello (plausibilmente una torre di vedetta) venne edificato nel XII-XIII secolo, quando appare menzionato un Burgus o Burghettus S. Leonardi, ad opera dei monaci cistercensi della non lontana Abbazia di Santa Maria di Falleri. Alla fine del Trecento il fortilizio (assieme all’abbazia) viene ceduto da papa Bonifacio IX all’Ospedale romano di Santo Spirito in Sassia, che lo avrebbe tenuto fino al 1538 quando sarebbe passato alla Camera Apostolica; successivamente, per volontà di papa Paolo III Farnese, entrava di diritto nel “famigliare” Ducato di Castro. Dopo la disfatta dei Farnese ed il ritorno del maniero per molti anni nel patrimonio di San Pietro, nel 1790 esso fu ceduto alla famiglia spagnola degli Andosilla. Poco dopo, tuttavia, nel 1798 esso finì incendiato e distrutto dalle truppe napoleoniche, momento che segnò il suo inesorabile abbandono. In origine svettava sul castello un’altissima torre di 43 metri, purtroppo crollata in una notte del 1950, che permetteva una vista straordinaria a 360°.

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Leggermente staccata e rialzata dal corpo di fabbrica militare vero e proprio, si innalza la modesta mole della Chiesa di San Leonardo (da cui il nome della rocca), frutto plausibilmente della ristrutturazione di un preesistente edificio cistercense: a navata unica, si offre alla vista in condizione ormai di rudere, col tetto crollato e con il semplice campaniletto a vela a far da residua “decorazione” assieme alle misere tracce di affreschi; dal prato al lato della chiesetta si gode una bella vista sulla rocca e sulla vallata, uno scorcio che al tramonto assume toni fantastici, mentre alle sue spalle una recinzione vieta il passaggio verso dei campi vastissimi.

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Tutto il complesso del Castello di Borghetto è infatti inserito in una grande tenuta agricola, la Fattoria Lucciano, ove fra l’altro si possono acquistare prodotti biologici. L’azienda permette di effettuare escursioni nella splendida tenuta e saltuariamente organizza visite al castello, per le quali sta approntando un sentiero turistico. Per il suo aspetto misterioso, il castello ha stimolato nei secoli leggende popolari, che lo vorrebbero custode di inestimabili tesori: si dice che sotto al fortilizio si dipanino lunghe gallerie, i cui accessi d’altro canto sono ancora visibili qua e là, considerate dagli studiosi come cimiteri paleocristiani (per maggiori informazioni: “I castelli perduti del Lazio”).

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Al di tutto, il complesso meriterebbe senza dubbio un’attenzione maggiore da parte delle istituzioni, nonché interventi volti a svilupparne le potenzialità turistiche. Senza dimenticare che la vegetazione ha ormai colonizzato quasi completamente l’edificio, mettendo a serio rischio l’integrità delle mura e rendendo oltre modo difficile la visita.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati:
Tutte le stagioni tranne l’estate, allorquando la vegetazione diventa troppo invadente e il caldo può essere eccessivo.

Da visitare nei dintorni:
Calcata, Civita Castellana, Gallese, Via Amerina, Orte, Otricoli ed Ocriculum.

Links:
www.castellidelazio.com
www.comune.civitacastellana.vt.it
www.fattorialucciano.com


La Torre delle Frattocchie

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Semi nascosta dal disordine edilizio dell’omonimo sobborgo, sul tratto meno curato e visitato dell’Appia Antica, la Torre di Frattocchie costituisce uno dei tanti gioielli archeologici che si incontrano lungo questo magnifico percorso storico-paesaggistico. Ristrutturata nell’Ottocento come punto geodetico, la torre si innalza sui resti di un sepolcreto romano a dominio di un breve tratto di basolato, regalando un quadretto bellissimo ed inaspettato in una zona piuttosto degradata. Una curiosità: nei pressi del monumento, di fronte ad un punto informazioni del parco, si trova una fontanella, celebre e amatissima fra i locali, da cui sgorga un’ottima acqua minerale.


Roccasecca-Veduta del Castello dei Conti d’Aquino

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Una veduta del profilo del Castello dei Conti d’Aquino e del “borgo fantasma” che si distende ai suoi piedi, dalla strada per Colle San Magno. Siamo a Roccasecca, punto di partenza del nostro itinerario “Borghi e paesaggi segreti della Ciociaria: parte 3” e tappa importante del percorso “I castelli perduti della Ciociaria”. Custode delle memorie di San Tommaso d’Aquino (che qui secondo la tradizione nacque e, più tardi, venne rinchiuso dai suoi stessi genitori contrari alla sua vocazione religiosa), il solenne fortilizio domina la sottostante Piana del Melfa. Per saperne di più: “I castelli perduti del Lazio”.


Castel Cardinale, un maniero segreto fra Viterbo e Tuscania

L’immensa pianura ondulata che si estende fra Viterbo, Tuscania e Tarquinia si presenta disseminata di resti di fortilizi, che danno l’idea di come e quanto fosse presidiata militarmente durante tutto il Medioevo. Fra i tanti spicca Castel Cardinale, luogo noto agli agricoltori della zona anche con il nome di “Castello del Marchese”, poiché ricadente in una vecchia tenuta nobiliare, oggi divenuta una grande azienda zootecnica.

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Il castello si eleva a protezione di un piccolo fosso che corre quasi parallelo alla Strada Chirichea, la lunga sterrata che collega la Via Tuscanese e la Via Vetrallese sfiorando le rovine di Castel di Salce. La peculiarità di Castel Cardinale è tuttavia il fatto di non essere stato edificato sull’orlo di una rupe, come la maggior parte degli altri manieri della zona – quali ad esempio il vicino Castel d’Asso o il più distante Castello di San Giovenale -, bensì sulla sommità di una collinetta.

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Misteriose e solitarie, le rovine di Castel Cardinale, in blocchi di tufo bruno su base arenacea, colpiscono immediatamente il visitatore sensibile per la loro bellezza enigmatica, conferitagli sia dalla posizione insolita dell’incastellamento sia dalle pittoresche forme architettoniche e dalla particolare situazione ambientale: il colle ove esse si stagliano, coronato da alti pini, si mostra circondato da verdi prati a loro volta bordati dalla folta vegetazione che avvolge il corso d’acqua.

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L’assoluto silenzio del luogo, dolcemente spezzato dal gorgogliare del ruscello, aggiunge stupore in chi ammiri il rudere, ponendolo quasi fuori dal tempo. Tali caratteristiche rendono senza dubbio Castel Cardinale uno dei siti più curiosi, affascinanti fra quelli descritti nella nostra guida “I Castelli perduti del Lazio” (ove sono presenti le indicazioni su come arrivarci), la cui “segretezza” è oltre modo avvalorata dalle pressoché inesistenti fonti documentarie, che ci costringono a fare mere supposizioni sulla sua storia.

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L’altura ove sorge l’edificio, con le sue grotticelle, lascia pensare ad un sito di origine etrusca (o addirittura villanoviana), e del resto in tutta la campagna circostante si vedono cavità più o meno ampie, oggi utilizzate come ripostigli o fienili. Il toponimo “cardinale” potrebbe invece lasciar pensare alla sua appartenenza ad una famiglia con un esponente di rango, oppure a quell’Egidio Albornoz che tanto peso ebbe nelle vicende trecentesche di Tuscania. A parte i dubbi sul nome, quel che è molto probabile è che si tratti di un castrum longobardo di fondazione alto-medievale, rientrante nella rete di fortilizi di cui abbiamo parlato all’inizio.

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L’aspetto attuale del castello, a pianta irregolare con porzione semicircolare, sembra tuttavia il risultato di successivi rimaneggiamenti, che dal punto di vista architettonico lo accomunano a certe soluzioni di tipo tuscanese, databili fra il XII e il XIII secolo. All’interno, alti e massicci spezzoni di mura permettono di immaginare che vi fosse un possente e panoramico maschio centrale, mentre nulla rimane degli altri edifici.

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Meglio conservate le mura perimetrali, dalle quali spicca lo splendido torrione affianco alla porta d’accesso, che è l’elemento più caratteristico di Castel Cardinale. L’ampiezza dei volumi ricostruibili ipoteticamente osservando gli avanzi dei vani interni fa credere che il castello in un determinato periodo avesse anche una funzione residenziale. In ogni caso, Castel Cardinale fu abbandonato più o meno alla metà del Quattrocento, dopo essere stato legato alle vicende del Conte di Toscanella (l’odierna Tuscania) Angelo Broglio da Lavello, detto “Tartaglia”, spregiudicato condottiero di ventura che seppe ritagliarsi un’estesa signoria fra la Maremma ed il Tevere, giungendo a conquistare anche Tarquinia, Sutri ed Acquapendente: cadde allora sotto lo sguardo malevolo del papa e degli Sforza, da cui fu fatto arrestare e decapitare ad Aversa nell’ottobre del 1421.

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L’impatto visivo straordinario offerto dalla perfetta integrazione fra le antiche rovine ed il paesaggio agreste fa di Castel Cardinale un luogo non soltanto di profonda suggestione ma anche di enormi potenzialità turistiche: allo stato attuale, però, la mancanza totale di indicazioni stradali è il segno di una mancata volontà di valorizzare il monumento in tal senso; anzi, i folli progetti di eolico, fotovoltaico e biomasse che insistono nella zona (malgrado i danni già compiuti qui dalla speculazione energetica) lasciano supporre che una consapevolezza dell’importanza di questo paesaggio e dei siti archeologici ivi contenuti sia purtroppo ancora lontana nelle amministrazioni locali e soprattutto in quella regionale, che da alcuni anni rilascia autorizzazioni con una leggerezza a dir poco inquietante. Speriamo di non dover presto celebrare i vasti ed intatti orizzonti di Castel Cardinale come una cartolina dal passato.


Veduta della Rocca Frangipane di Tolfa

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La Rocca Frangipane, già descritta nel nostro libro “I castelli perduti del Lazio”, è uno dei siti più romantici del Lazio in virtù di diversi elementi: le drammatiche vicende storiche; l’aspra posizione su un pietroso colle di trachite già abitato dagli Etruschi; gli immensi panorami, che spaziano dalla Toscana alla Ciociaria; e non ultimo il magnifico paesaggio dei Monti della Tolfa, estremo lembo meridionale della Maremma. Nei pressi sono i ruderi dell’Abbazia di Piantangeli, sulla cima dell’omonima altura.


Monte Piantangeli ad aprile

Le mezze stagioni sono le migliori per apprezzare la straordinaria bellezza dei Monti della Tolfa ma forse é nel periodo di passaggio fra aprile e maggio che queste colline al contempo dolci e aspre raggiungono il loro massimo splendore per le innumerevoli fioriture che “accendono” i campi e le macchie: margherite e papaveri, anemoni e ranuncoli, asfodeli, erba sulla, orchidee e siliquastri esplodono esuberanti in un paesaggio completamente verde e per larghi tratti integro, formando un “quadro” che dona pace e serenitá. Il Monte Piantangeli é uno dei luoghi piú godibili e rappresentativi della zona e si raggiunge tramite un sentiero che parte nei pressi di Tolfa. Dalla cima, ove sorgono i resti di un’abbazia templare, lo sguardo spazia su uno dei panorami piú incantevoli del Lazio, con la magnifica Valle del Mignone a farla da protagonista.

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Mti della Tolfa-Mte Piantangeli, panorama 2 RCRLB

Mti della Tolfa-Mte Piantangeli, panchina RCRLB

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Mti della Tolfa-Mte Piantangeli, altopiano 1 RCRLB

Mti della Tolfa-Mte Piantangeli, altopiano 2 RCRLB

Mti della Tolfa-Mte Piantangeli, altopiano 3 RCRLB

Mti della Tolfa-Piantangeli, cavalli al pascolo RCRLB

Mti della Tolfa-Mte Piantangeli, rovine dell'abbazia 1 RCRLB

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Mti della Tolfa-Mte Piantangeli, masso 1 RCRLB

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Mti della Tolfa-Fioritura di margherite RCRLB


Castello Cantelmo di Alvito

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Uno scorcio dell’imponente Castello Cantelmo ad Alvito, affacciato sulla splendida Val di Comino. Si tratta di una delle più importanti architetture militari del Lazio, di cui oggi rimangono romantiche rovine (per saperne di più: “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”).


Rovine al tramonto nella “città perduta” di Norba

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Alcuni resti della “città perduta” di Norba, sul versante pontino dei Monti Lepini. L’abitato, di fondazione volsca, fu abbandonato in epoca repubblicana in seguito ad un episodio fra i più tragici della storia antica, nel contesto della Guerra Civile fra Mario e Silla (per una descrizione completa: “Lazio. I luoghi del Mistero e dell’Insolito”). Le rovine si caratterizzano per l’imponente opera megalitica (o poligonale), con giganteschi blocchi di pietra perfettamente incastrati a secco. La visita offre sensazioni molto particolari, soprattutto al tramonto.


Acquedotto presso l’Ara della Regina a Tarquinia

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Lo scenografico acquedotto settecentesco nei pressi del sito archeologico etrusco dell’Ara della Regina. Le suggestive arcate, che paiono nascere in modo naturale dal terreno, costituiscono una delle “cartoline” più celebrate della Tuscia e del Lazio, riproponendo intatte le caratteristiche tipiche del vedutismo del Grand Tour. 


Il “borgo perduto” di Stazzano Vecchio

Luogo segreto e dimenticato, il paese “fantasma” di Stazzano Vecchio sorge in una solitaria valletta della Sabina Romana, nelle vicinanze del borgo agricolo di Stazzano, frazione di Palombara. Immersi fra boschi, ulivi e ciliegi a perdita d’occhio che danno forma ad una campagna magnifica, i pittoreschi ruderi rimangono invisibili dalla Via Maremmana Inferiore.

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Del resto, tutt’oggi Stazzano Vecchio non è citato né tanto meno descritto su nessuna guida turistica dedicata al Lazio, complice anche la condizione di “proprietà privata”che caratterizza il sito (malgrado l’accesso sia di fatto libero tranne che per il castello) e che non permette una sua fruibilità da parte del pubblico. Difficile peraltro arrivarci a causa della mancanza di indicazioni sulla strada: informazioni dettagliate a riguardo si trovano nel nostro libro “I castelli perduti del Lazio”.

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Scarse anche le fonti storiche sul sito: la sua antropizzazione dovrebbe risalire all’epoca costantiniana mentre le fortificazioni vennero realizzate nell’Alto Medioevo, forse per iniziativa della non lontana Abbazia di Farfa, e successivamente ristrutturate dai Savelli e dagli Orsini. Del castello rimangono l’antico mastio quadrato e quattro torri circolari con un fossato sul lato dell’abitato.

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Dopo un periodo di declino durato secoli, causato anche da una serie di epidemie malariche, Stazzano venne abbandonato definitivamente per via del terremoto del 24 aprile 1901, calcolato all’VIII grado della Scala Mercalli, l’ultimo di una fitta lista di scosse storicamente documentate dal XVIII al XX secolo.

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La visita alle rovine di Stazzano Vecchio e al suo maniero risulta estremamente piacevole ed interessante in virtù della bellezza dell’ambiente naturale e della relativa integrità del tessuto urbano originario, in cui si riconoscono bene la zona absidale della diroccata Chiesa di Santa Maria e i due corsi principali, bordati da edifici in vario stato di degrado.

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Un’escursione al Parco Naturale dei Monti Lucretili può completare degnamente una gita a Stazzano Vecchio, magari puntando proprio sulle emergenze storiche e architettoniche dell’area protetta: a tal proposito imperdibili sono le passeggiate che raggiungono le rovine di Montefalco presso Monteflavio e quelle, spettacolari, del Castiglione di Palombara Sabina, anche al fine di avere una visione d’insieme dell’intensa urbanizzazione che in epoca medievale ebbe questo territorio e di cui rimangono copiose vestigia.

APPUNTI DI VIAGGIO
Periodi consigliati:
aprile (per le fioriture di ciliegio) e maggio; l’autunno inoltrato per i colori della campagna.
Link utili:
Strada dell’olio della Sabina 
Parco dei Monti Lucretili


Veduta di Ninfa

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Definita dal Gregorovius “la Pompei del Medioevo”, la “città morta” di Ninfa giace al bordo di un radioso laghetto ed immersa in un magnifico giardino “all’inglese”. E’ un luogo unico al mondo, tuttora fonte di ispirazione per spiriti romantici. Domina le fiabesche rovine la possente torre quadrangolare del castello edificato dai Caetani, con la sua merlatura alla “ghibellina” (per saperne di più: “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”).


Torre Busson presso Rignano Flaminio

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Una veduta della misteriosa Torre Busson, situata nei pressi di Rignano Flaminio. Risalente forse al X secolo e nota anche come Castello di Morolo, le sue rovine dominano una zona di elevato pregio ambientale, fra le più solitarie della Campagna Romana, raggiungibile in breve dalla Via Flaminia.


La Rocca Guidonesca di Rocchettine: un “castello fantasma” a guardia della Valle dell’Aia

Le tranquille strade della Sabina Tiberina offrono un ininterrotto susseguirsi di scorci “medievali”, che in alcuni punti rendono il paesaggio simile ad un grande affresco dell’Età di Mezzo. Ma c’è un luogo speciale che porta questa sensazione al culmine. Guidando nei pressi di Torri in Sabina, Vacone o Montebuono – a seconda di dove si provenga – si è attratti da cartelli stradali che riportano un nome insolito e simpatico: “Rocchette”. Seguite le indicazioni, ci si inoltra presto in una zona isolata e dall’aspetto selvaggio, giungendo dunque ai piedi di un grazioso paesino che a prima vista parrebbe completamente disabitato: attorno solo boschi, campi, uliveti ed un silenzio quasi totale, se non fosse per l’ammaliante suono delle limpide acque del Torrente Aia.

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Antico lavatoio a Rocchette

Di fronte a noi si innalza un colle boscoso su cui si adagiano i resti imponenti di un antico maniero. E’ il borgo-castello di Rocchettine, paese “fratello” di Rocchette, che però – a differenza di quest’ultimo – non risulta da molto tempo ormai nemmeno più riportato sulle cartine stradali. Non solo: se ne ricava poco anche ricercando fra libri e documenti, tant’è che le fonti a proposito sono oltremodo scarse (per saperne di più si faccia riferimento alla nostra guida “I castelli perduti del Lazio… e i loro segreti”). Si può comunque affermare che l’abitato nelle sue forme attuali risalga al XIII secolo, mentre l’antropizzazione del sito sia collocabile nell’Alto Medioevo, epoca di profonda trasformazione per la Sabina, a causa del fenomeno dell’”incastellamento”.

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L’incastellamento di Rocchettine

Fu in quel tempo lontano che, approfittando di un territorio tanto ricco di alture acclivi e corsi d’acqua (e cioè grazie alla difendibilità dei luoghi e alla fertilità del suolo), nacquero i numerosi villaggi fortificati che tuttora conformano il paesaggio sabino. Rocchettine sorse contemporaneamente a Rocchette, ed assieme costituirono a lungo un importante complesso difensivo su una delle vie che univano i Monti Sabini alla Valle del Tevere, una sorta di alternativa alla Salaria per andare da Rieti a Roma e viceversa. Sappiamo che nel Basso Medioevo Rocchettine era chiamata “Rocca Guidonesca” e la sua dirimpettaia “Rocca Bertalda”.

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Veduta generale della Rocca Guidonesca

Oggi il divario fra i due borghi è eclatante: da una parte Rocchette sta vivendo una sorta di rinascita con il restauro di buona parte del centro storico. Dall’altra parte, l’intera Rocchettine sta subendo un progressivo degrado dovuto alla mancanza di iniziative volte ad un suo recupero. Se il castello è facilmente visitabile, essendo completamente aperto, le abitazioni sono purtroppo invase dalla vegetazione e soggette a crolli e di conseguenza costituiscono un pericolo per i visitatori.

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Casa in rovina a Rocchettine

Ad ogni modo l’effetto scenografico della Rocca Guidonesca è davvero notevole. Si consiglia di raggiungerla a piedi da Rocchette, passando accanto ai resti di un mulino e quindi risalendo il poggio fino alla base della fortezza, che si staglia maestosa di fronte a noi, ergendosi in maniera quasi naturale dalla bianca roccia sottostante.

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Veduta laterale

A Rocchettine la “voce del passato” è molto forte. Nell’estrema solitudine del luogo sembra di essere tornati indietro non tanto al Medioevo, ovviamente, date le condizioni del castello e del borgo, ma almeno ad un secolo fa. Una situazione non rara nella Sabina, ma qui accentuata dalla quasi totale mancanza di elementi che ricordino la modernità.

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Arco d’accesso al borgo-castello

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Porta del castello

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Piazzetta antistante alla porta del castello

Pure il silenzio sicuramente gioca un ruolo fondamentale a creare questa atmosfera sospesa, e non ci vuole molta fantasia per immaginare come si potesse svolgere a Rocchette e Rocchettine la vita rurale di un tempo.

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Veduta di Rocchette

Girovagando fra le rovine del “paese fantasma”, affacciandosi dai “fori” più o meno ampi che offendono i muraglioni o dalle mura a volte sbriciolate, si rimane affascinati dalle suggestive vedute sul borgo di Rocchette e sull’amena campagna d’intorno: un “paesaggio romantico” perfettamente conservato, insomma, formato dal felice connubio fra natura e testimonianze del passato.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati: tutto l’anno è adatto alla visita ma forse ad aprile-maggio Rocchettine regala le situazioni più belle dal punto di vista ambientale.


Torre di Selce sulla Via Appia Antica

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La suggestiva Torre di Selce si erge nel paesaggio della Via Appia Antica a poca distanza dal Sepolcro dei Grifi. La struttura venne edificata nel XII dalla famiglia Astalli per il controllo del territorio circostante e prende il nome dal materiale di cui è composta. Già ritratte da numerosi viaggiatori nel corso dei secoli, ancor oggi le scenografiche rovine offrono spunti straordinari per la pittura e per la fotografia.


I castelli perduti della Tuscia

English version

L’itinerario percorre da sud a nord la Tuscia Romana e Viterbese, attraversando paesaggi unici nel loro genere, che custodiscono l’identità autentica del Lazio. L’Etruria meridionale è il territorio che ha lasciato i resti più cospicui della civiltà degli Etruschi, ma il nostro cammino si svolge alla ricerca del meno celebrato passato medievale, che qui tuttavia ha lasciato un’impronta indelebile, non raramente sovrapponendosi proprio a quello etrusco. Il patrimonio di “rovine storiche” della Tuscia è inestimabile: si parla di centinaia di siti, dall’epoca villanoviana ed etrusca a quella romana, medievale e rinascimentale, non tutti né conosciuti né tanto meno catalogati; ruderi quasi sempre immersi in ambienti agresti e naturali di rara e silenziosa bellezza, che riportano il visitatore indietro nel tempo. Noi ci limiteremo comunque ai monumenti più rilevanti e facilmente visitabili.

Gregge nella Campagna Romana presso Settevene

 L’itinerario parte come gli altri da Roma, puntando a Nord lungo la Via Cassia. Dopo una mezz’ora scarsa, si giunge al bivio di Settevene, ove si seguono le indicazioni per Trevignano Romano. Subito ci si immette in un’incantevole campagna, dove i ruderi di torri e casali punteggiano i campi, con le greggi che fanno capolino attorno a qualche quercia isolata: sembrerebbe di rivivere i vecchi dipinti della Campagna Romana del Settecento, ma le moderne fattorie ci  riportano al presente facendo capire come le attività agro-pastorali siano indispensabili alla conservazione di questo prezioso paesaggio, proprio alle porte della Capitale.

Scorcio panoramico dalla Rocca di Trevignano

Siamo ora nel Parco Regionale dei Laghi di Bracciano e Martignano e in breve scendiamo nella grande caldera vulcanica, che appare di colpo coll’azzurro del Lago Sabatino. Altri quindici minuti e si giunge a Trevignano Romano, ove ci attende la prima tappa del nostro viaggio. Dal piccolo e pittoresco borgo di pescatori si sale con una piacevole passeggiata alla duecentesca Rocca dei Prefetti di Vico, vero mosaico di pietre tufacee e basaltiche, che offre un panorama indimenticabile sul Lago di Bracciano cinto da verdi colline.

Rocca dei Prefetti di Vico

Si riparte prima in direzione di Bracciano (da non perdere la visita al Castello Orsini-Odescalchi), costeggiando ancora il bordo inferiore del bacino lacustre in uno scenario da cartolina, e poi, all’altezza di Manziana, si seguono le indicazioni per la Riserva Naturale di Monterano, che si raggiunge in un quarto d’ora circa.

Paesaggio di Monterano Vecchia

Monterano Vecchia è una delle “città fantasma” più suggestive d’Italia e uno dei “luoghi magici del Lazio”: il suo straordinario paesaggio, in cui sublime appare il connubio fra rovine storiche e ambiente naturale, è stato più volte utilizzato nei decenni passati come set cinematografico ed oggi rappresenta una delle mete predilette dagli escursionisti romani; anche qui si ammira un castello in rovina, anzi sarebbe meglio parlare di una dimora nobiliare, ossia il Palazzo Ruspoli, ingentilito ad opera del Bernini da un’elegante fontana sormontata da un leone.

Palazzo Ruspoli a Monterano Vecchia

Si prosegue per Tolfa, immettendosi in una strada solitaria che si insinua in un paesaggio oltre modo stupendo: stiamo attraversando i selvaggi Monti della Tolfa, ove le testimonianze etrusche e medievali si accavallano, giacendo nascoste nei boschi e dimenticate da tutto e tutti; qui il tempo sembra essersi fermato e soltanto rudi cavalli e vacche dalle grandi corna arcuate solcano i pascoli sassosi, movimentando uno scenario che altrimenti apparirebbe immobile.

Veduta di Rota, fra Tolfa e Monterano

A Tolfa ci attende l’austera Rocca Frangipane, edificata nella grigia pietra trachitica locale: il fortilizio, di origine probabilmente longobarda, offre un panorama spettacolare.

Panorama dalla Rocca Frangipane

Da Tolfa il nostro itinerario può seguire due direzioni, entrambe ricollegabili a Tuscania, che più avanti sarà un’altra tappa fondamentale: la prima deviazione ci porta verso mare, tramite una strada di eccezionale valore paesaggistico che oltrepassa Allumiere, scende al borgo rurale della Farnesiana e poi passa ai piedi delle vicine rovine di Cencelle, città-fortezza che giace abbandonata in una campagna immensa e appare sin da lontano coi suoi mozziconi di torri.

Rocca di Tolfa

Infine si sbuca sulla Via Aurelia raggiungendo Tarquinia, che con i suoi monumenti medievali e la sua necropoli etrusca patrimonio Unesco vale senz’altro una sosta attenta. Si riprende il cammino sulla Via Tarquiniense dirigendosi verso Tuscania fra verdi praterie e campi di grano (purtroppo oggi a rischio a causa di scellerati progetti di fotovoltaico a terra): più o meno a metà strada, presso l’antica fattoria di Montebello (indicazioni sulla destra), si trovano i castelli dell’Ancarano e di Pian Fasciano, proprio uno di fronte all’altro a dominio delFiume Marta, che scorre placido in una valle solitaria e dell’aspetto arcaico.

Valle del Marta-Castello di Pian Fasciano al tramonto 1 MINLB

Da Tuscania invece si può raggiungere, procedendo verso la Cassia lungo la Via Vetrallese, la Roccaccia di Respampani, posta nell’omonima, vastissima tenuta della Regione Lazio. Torniamo ora a Tolfa e seguiamo l’alternativa al tragitto appena descritto (che può comunque essere percorso in un secondo momento): si riscende in direzione di Canale Monterano e si ritorna al bivio per Manziana sulla Via Claudia-Braccianese, che si segue verso Nord (girare a sinistra). Si oltrepassa il “borgo ideale” di Oriolo Romano, qualificato dal bel Palazzo Altieri, e poi si entra in Provincia di Viterbo, arrivando dopo qualche decina di chilometri a Blera, paese di origine etrusca e di aspetto cinquecentesco, immerso in un territorio ricchissimo di testimonianze d’epoca villanoviana, etrusca, romana e medievale.

Sulle rive del Torrente Vesca, fra Civitella Cesi e San Giovenale

Pochi luoghi come questi sanno offrire la perfetta convivenza fra natura e vestigia del passato: il Parco Regionale Marturanum (nel Comune di Barbarano Romano, altro borgo fortificato tutto da gustare) è la più comoda porta d’accesso a codesto intrigante e romantico mondo fatto di larghi orizzonti e antiche rovine. Da Blera si prendono le indicazioni per il piccolo villaggio di Civitella Cesi, e poco prima di giungervi una stradina sulla destra porta al Castello di San Giovenale e all’omonima importante area archeologica, isolati su un pianoro che si interrompe a strapiombo sulla meravigliosa Valle del Vesca, alle pendici settentrionali dei Monti della Tolfa.

Castello di San Giovenale

Da Blera si torna sulla Cassia e si va a Viterbo, dove si seguono i cartelli per la zona termale: nelle vicinanze alcune indicazioni (fare attenzione!) conducono al sito di Castel d’Asso, insediamento medievale sorto su un abitato etrusco, di cui rimangono addirittura tombe a camera con iscrizioni nella misteriosa lingua dei Tirreni.

Porta e torre del rivellino a Castel d'Asso

Si ritorna verso il Capoluogo e poco dopo si prende la Via Tuscanese che conduce a Tuscania. A circa metà strada una sterrata sulla sinistra conduce ad una fattoria rossa e poi allo sperduto Castel Cardinale, situato in una proprietà privata.

Veduta di Castel Cardinale

Questa è una delle tappe più belle del nostro itinerario: il maniero, legato a curiose storie locali, si erge all’apice di una dolce collinetta posta inaspettatamente sul fondo di una valle tufacea, a poca distanza da un torrente. Il silenzio e la sobrietà della campagna donano un tocco in più al castello, che si distingue per un grosso torrione che ne affianca l’ingresso.

Palazzo dei Papi a Viterbo

Si giunge poi a Tuscania, che merita di certo una visita in virtù della notevole ricchezza monumentale e delle particolari atmosfere del centro storico. Qui una speciale menzione va al palazzo fortificato del Rivellino, ormai ridotto a rudere, che assieme alle magnifiche basiliche romaniche di Santa Maria Maggiore e di San Pietro, nonché alla silente vallata del Marta, forma il magnifico complesso paesistico che si ammira dal Belvedere di Torre di Lavello, una delle più amate “cartoline” della Tuscia.

Tuscania, panorama dalla Torre di Lavello con il Rivellino e le due basiliche romaniche

Da Tuscania si prende per Marta e il Lago di Bolsena e quasi giunti al paese sulla sinistra una stradina porta al poco visibile Castell’Araldo, di origini templari. Anche qui il paesaggio è bellissimo, anzi, per meglio dire, lo sarebbe se non si vedessero le enormi torri eoliche recentemente installate nelle vicinanze, che incombono spaventose e rumorose. Tali “mostri d’acciaio” purtroppo segnano gravemente questa parte del percorso, e incidono anche su un altro stupendo sito nei diretti pressi di Marta, vale a dire il Castello di Monte Leano, riconoscibile per una pittoresca torre spezzata, conosciuta come la “Forchetta del Diavolo”. E’ davvero scandaloso che il patrimonio paesaggistico inestimabile della Tuscia abbia dovuto subire uno scempio simile: le energie rinnovabili sono importanti e vanno promosse, ma non possono diffondersi in un modo indiscriminato e sproporzionato, ai danni delle zone più belle ed intatte con vocazioni ben diverse da quella industriale!

Campanile del Castello di Monte Leano

Da qui, seguendo prima la Verentana e poi la strada per Montalto, si potrebbe effettuare una lunga deviazione verso mare alla ricerca di altri due siti interessanti, ossia Castellardo presso Canino e Castelvecchio nei dintorni di Arlena di Castro: tuttavia, la difficoltà di trovare effettivamente le due località sconsiglia il tragitto a chi non abbia gusti avventurosi e a chi tema di fare un buco nell’acqua. Certo più comodo è procedere verso il meraviglioso Lago Volsino, sulle cui sponde si scende in pochi minuti, risalendo poi pian piano l’orlo dell’immensa caldera vulcanica fino ad entrare a Montefiascone, patria del celebre vino “Est! Est! Est!”. La cittadina è dominata dalle scure rovine della Rocca dei Papi, che a sua volta offre un panorama ineguagliabile sulle sottostanti colline, tutte coltivate a vite e ulivo, nonché ovviamente sul grande lago, oltre il quale appaiono all’orizzonte i profili del Monte Amiata e delle alture sul confine tosco-laziale (verso mare, invece, la “barriera” delle pale eoliche è desolante e mette malinconia in chi conosce com’era fino a poco tempo fa questo paesaggio…).

Lago di Bolsena con l'Isola Bisentina

Dopo Montefiascone  si consiglia di allungare la gita puntando a Bolsena, “città dei Miracoli di Santa Cristina”, ove all’apice dello scuro borgo medievale, fra i più splendidi del Lazio, si eleva la Rocca dei Monaldeschi, fino a pochi decenni fa in rovina ma oggi recuperata a scopi museali.

Rocca Monaldeschi a Bolsena

Da Bolsena si ridiscende la Via Cassia verso Sud e si torna nella parte bassa di Montefiascone, che si lascia non prima di aver visitato la romanica Chiesa di San Flaviano, formata da due corpi sovrapposti e adornata da pregevoli affreschi; più avanti sempre dalla statale si imbocca (cartelli per Celleno e Bagnoregio) la tranquilla strada campestre che porta al bivio di Ferento.

Particolare nella Valle dei Calanchi di Bagnoregio

Proseguendo verso Nord si entra nell’ampia sub-regione della Teverina, coi suoi vigneti, frutteti, prati e burroni, ma soprattutto con i suoi borghi medievali dall’indiscusso fascino, fra cui troneggia la famosa Civita di Bagnoregio, instabile isola di tufo sul mare argilloso della “fantastica” Valle dei Calanchi. Anche nella Teverina non mancano torri e fortilizi in rovina, fra cui citiamo almeno il Castello di Corviano, presso l’omonima area archeologica rupestre, e il Castello di Chia, che fu ultima dimora del regista Pier Paolo Pasolini.

Castello di Corviano

Da Vitorchiano o Bomarzo, ennesimi “borghi-gioiello” della Teverina, si prende la veloce superstrada per Orte e poi si procede verso Gallese e Civita Castellana, avvicinandosi al Fiume Tevere. Si sbuca sulla Via Flaminia all’altezza della località di Borghetto e della ferrovia, su cui troneggiano le enigmatiche rovine della Rocca di San Leonardo, dalla bruna pietra tufacea, su cui aleggiano leggende e misteri.

Castello di Borghetto

Da Borghetto si risale la Via Flaminia verso Roma, con immediata retrospettiva, grandiosa, del maniero detto anche “di Andosilla”. Giunti ai piedi di Civita Castellana, che merita certamente una visita per il Duomo cosmatesco e per il Forte San Gallo, si prosegue verso Sud sulla statale attraversando un paesaggio prima tutto forre e strapiombi e poi dolce ed ondulato, su cui si impone alla vista l’isolato Monte Soratte: campi di grano e casali turriti, prati con greggi al pascolo e querce isolate formano una sorta di “quadro vivente”.

Campagna sulla Via Amerina

Ci troviamo ormai nel cuore dell’ampia sub-regione dell’Agro Falisco, uno dei territori più singolari del Lazio, che ripropone quel paesaggio pittoresco della Campagna Romana settentrionale, caratterizzato appunto dall’alternanza fra placidi pascoli e profondi burroni, che già entusiasmò il Goethe e altri illustri viaggiatori del passato, ma che oggi inspiegabilmente è caduto nel dimenticatoio, causa probabilmente lo scadimento culturale in atto da decenni nel nostro Paese: anzi, il proliferare vergognoso del fotovoltaico a terra e progetti assurdi di centrali eoliche pongono attualmente a serio rischio anche questo irripetibile patrimonio ambientale e culturale! Dopo poco si gira a destra per Faleria, borgo semi-spopolato con castello, che si raggiunge non prima di aver gustato la verde campagna nella quale si nasconde, ormai interamente avvolto da rovi e rampicanti, il  Castello di Paterno.

Veduta di Calcata

Si attraversa quindi la parte nuova di Faleria e si prosegue per Calcata fino a un bivio con piccolo cartello turistico, ove si svolta a destra su una sterrata che porta al sito del Castello di Foiano, posto in posizione spettacolare al margine di un’esile altopiano stretto fra due canyon. Si ritorna sulla strada principale, si tocca Calcata Nuova e si scende subito al piccolo villaggio di Calcata Vecchia che appare improvvisamente tutto raccolto su uno sperone tufaceo, in uno scenario naturale magnifico ove alcune forre si intrecciano ammantate da boschi. Il rustico e affascinante paesino, compreso nel Parco Regionale della Valle del Treja, è abitato fin dagli anni Settanta da numerosi artisti internazionali, e da solo vale un viaggio, anche per goderne l’atmosfera surreale, un po’ fuori dal mondo. Anche da qui, con un sentierino segnato che attraversa il Fiume Treja, è possibile raggiungere un insediamento medievale abbandonato: è il Castello di Santa Maria, di cui rimane soltanto una tozza torre ma che offre un’ottima vista su Calcata Vecchia.

Torre dell'Isola Conversina

C’è da dire che l’intero Agro Falisco, solcato anticamente dalla romana Via Amerina, è ricco di resti di torri e manieri, spesso difficili da raggiungere per via dell’intricata vegetazione: un recente opuscolo in dotazione presso sede del parco, nella piazzetta di Calcata, ne fornisce una mappa piuttosto dettagliata. I siti più interessanti si addensano in particolare intorno a Nepi e Castel Sant’Elia (Torre di Isola Conversina, Castello di Porciano, Castel d’Ischi, Castel Filissano), le quali dal canto loro conservano monumenti e opere d’arte medievale e rinascimentale di grande valore. Da Nepi si può tornare in pochi minuti sulla Via Cassia all’altezza di Settevene, chiudendo ad anello questo nostro lungo itinerario. Per informazioni dettagliate sulla storia dei manieri in rovina della Tuscia e sul come raggiungerli si faccia riferimento alla nostra guida I Castelli perduti del Lazio e i loro segreti.

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

2-3 giorni

Periodi migliori:

ottobre-novembre-dicembre e aprile-maggio-giugno per i colori della campagna

Dove dormire:

Tolfa-Agriturismo Fontana del Papa