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Fra le vigne di Castiglione in Teverina…

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Ancora uno scorcio dalla splendida Teverina: ad ottobre le vigne si colorano di oro e rubino, dando vita ad uno degli spettacoli più belli dell’anno. Qui siamo fra Castiglione in Teverina e Lubriano, in una zona agreste di grande bellezza, curata dalla mano sapiente dell’uomo che ha trovato una convivenza armoniosa con la natura.

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Bomarzo-Sacro Bosco, Orco

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Uno scorcio ormai celeberrimo, quasi un’icona dell’arte nel Lazio. Visitatissimo in tutte le stagioni, il Sacro Bosco è letteralmente preso d’assalto in primavera, in effetti uno dei periodi (l’altro è l’autunno inoltrato) in cui si presenta nel suo massimo splendore. Tuttavia per godere appieno di questo luogo così poetico si sconsigliano i fine settimana e i festivi: chi può, ci vada nei giorni infrasettimanali, allorquando il silenzio e la solitudine divengono naturale corollario di questo ambiente estremamente suggestivo.


Vicolo di Vetralla durante il Presepe Vivente

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Una scena d’altri tempi nel pittoresco centro storico di Vetralla durante l’ormai tradizionale Presepe Vivente che allieterà alcune serate del periodo natalizio. Si tratta di una delle manifestazioni di questo tipo a carattere più popolaresco nel Lazio. Ambientato nell’Ottocento, regala atmosfere uniche con immagini che sembrano farci rivivere il classico paese “sornione” dello Stato Pontificio pre-unitario. Una chicca folkloristica e culturale da non perdere, che diviene anche occasione enogastronomica grazie ai numerosi stand per la degustazione degli ottimi prodotti locali.


Bagnaia-Villa Lante

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Il proverbiale scorcio panoramico di Villa Lante della Rovere, presso Viterbo. Voluta dal cardinale Gambara alla metà del XVI secolo, ed attribuita al Vignola, è una delle più riuscite espressioni di giardino all’italiana e di villa manierista, ricca di fontane e giochi d’acqua, sculture ed architetture che dialogano in modo perfetto con il paesaggio silvestre dei Monti Cimini. Un piccolo capolavoro di armonia e raffinatezza che non smette di stupire.


Roccalvecce, sogno romantico fra Viterbo ed Orvieto

La Teverina Viterbese è un angolo di Tuscia attualmente alla ribalta per la presenza di Civita di Bagnoregio, luogo straordinario che catalizza l’attenzione del turismo internazionale con la sua immagine surreale di “città che muore”. All’improvviso questa terra a lungo sconosciuta ed appartata sta vivendo una sorta di lenta rinascita sotto il segno non tanto del turismo “mordi e fuggi” (che continua a concentrarsi esclusivamente a Civita e a Bomarzo) ma soprattutto di investimenti in terreni e casali come non si era mai visto prima da queste parti. Tutto dun tratto si è “scoperto” che qui si nascondeva uno dei paesaggi più spettacolari d’Italia, la Valle dei Calanchi, oggi meta di un escursionismo avventuroso fra scenari mozzafiato o magnifico “quadro” naturale da gustare comodamente da Civita. Ci si è poi resi conto che la Teverina accanto a queste cose eccezionali (Civita e i Calanchi) offre anche un bel paesaggio agrario, a tratti addirittura “nobile”, florido di vigne, seminativi, frutteti, pascoli ed uliveti e punteggiato da numerosi borghi per lo più intatti a livello urbanistico, seppur spesso malmessi o addirittura abbandonati.

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Teverina-Campagna fra Roccalvecce e Grotte S. Stefano 1 RCRLB.JPG

E quando ai tempi d’oggi il turismo arriva su un territorio “vergine”, man mano esso finisce inevitabilmente con l’essere esplorato: i “temerari” che si spostano dai percorsi “obbligati”, e non si limitano a visitare la sola Civita, si trovano a “scoprire” altri borghi degni d’una attenzione finora mai data loro; la graziosa Civitella d’Agliano, anch’essa affacciata sui calanchi, o più a sud il borgo fantasma di Celleno sono forse quelli più “noti”.

Teverina-Panorama presso Piantorena con S. Angelo 2 RCRLB

Persi poi nelle valli nascoste di questo territorio morfologicamente capriccioso riposano tanti altri piccoli villaggi d’antico aspetto, talvolta nemmeno segnati sulle carte eppure capaci di stupire il visitatore. È il caso di Roccalvecce, solitaria frazione di Viterbo, persa fra le splendide colline della Teverina centrale: siamo a metà strada fra la blasonata Valle dei Calanchi ed il contrastato mondo di forre e altopiani della Bassa Teverina. Roccalvecce si innalza su un piccolo sprone arrotondato con sue casette in tufo sovrastate in modo imperioso dal Palazzo-Castello Costaguti. Intorno uno scenario d’incanto, fra campi coltivati, boschi e balze rocciose.

Roccalvecce-Veduta da lontano da Celleno RCRLB

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Pochissimi gli abitanti stabili di questo microcosmo urbano: fra loro il marchese Giovangiorgio Afan de Rivera, giovane proprietario del castello, che ha ereditato dal padre la passione per questa dimora storica, e, trasferitosi qui da Roma, l’ha trasformata in un elegante b&b dove poter trascorrere soggiorni romantici e all’insegna della quiete e dell’enogastronomia di qualità.

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Quasi come un mecenate del XXI secolo, Giovangiorgio ha puntato molto sulle potenzialità paesaggistiche di Roccalvecce, promuovendo al palazzo attività ed eventi di carattere culturale ed artistico di alto livello, impostando l’offerta turistica sul “modello toscano”, con l’unione di cultura, architettura e paesaggio. Insieme ad altri residenti sta inoltre avviando un progetto di ospitalità diffusa alla quale Roccalvecce sembra naturalmente vocato.

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza 2 RCRLB

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza 3 RCRLB

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza 4 RCRLB

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza RCRLB

Il Palazzo Costaguti sorge sul sito di un castrum romano, sorto a sua volta su un insediamento etrusco. Nel corso del Medioevo venne edificata una rocca (nota come la “Rocca del Veccio”) che prima venne occupata dal potente Comune di Viterbo e poi passò fra le mani di diversi signori, fra cui il condottiero Ponzio, al servizio dei Monaldeschi di Bagnorea (Bagnoregio): terra di “capitani di ventura” la Valle del Tevere fra Basso Medioevo e Rinascimento, come testimonia la vicenda del famoso Bartolomeo d’Alviano. In seguito giunsero i Gatti di Viterbo, successivamente i Colonna di Roma e i Chigi di Siena che se ne divisero il possesso, sino al definitivo acquisto, nel corso del Seicento, da parte dei Costaguti, patrizi genovesi residenti a Roma.

Roccalvecce-Palazzo Costaguti RCRLB

Oggi il Palazzo Costaguti è la sola “impresa” presente a Roccalvecce. Qui non ci sono più attività commerciali. Un ufficio postale aperto in determinati giorni è l’unico servizio. Tuttavia, le potenzialità del posto balzano all’occhio di chi si “intenda” di piccoli borghi.

Roccalvecce-Fontana del Lavatoio RCRLB

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Per chi se ne innamori, infatti, Roccalvecce può suggerire qualche affare, comprando cioè immobili a prezzi davvero irrisori se pensiamo al valore al mq di Civita di Bagnoregio. Eppure questo ideale flusso di investimenti qui stenta a delinearsi: e non perché Roccalvecce sia meno bella o meno interessante di Civita (certo non è altrettanto ristrutturata, curata e valorizzata, non c’è dubbio), ma perchéin effetti – non la conosce nessuno. È anche il prestigio a fare il valore immobiliare di un luogo, non soltanto la sua oggettiva bellezza.

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Ad ogni modo ciò fa paradossalmente di Roccalvecce un paese speciale e privilegiato. Non ci sono i vip di Civita o i fricchettoni di Calcata, gli intellettuali di Pienza o gli inglesi e gli americani di San Quirico d’Orcia e San Gimignano. Eppure i suoi panorami sono altrettanto magnifici: a Roccalvecce anche la persona economicamente “normale” può ambire alla bellezza più cristallina. E non è poco.

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Inoltre questo borgo è un rifugio: per artisti in cerca di nuove ispirazioni, per anime angosciate, per chi brama solitudine romantica. Nessuno ti verrà a disturbare a Roccalvecce perché nessuno sa che esiste. Certo non è il primo l’ultimo dei paesi in Italia con queste caratteristiche di marginalità e al contempo valenza paesaggistica ma la sua peculiarità è il non essere de facto un luogo isolato: in mezzora scarsa si arriva a Viterbo o all’autostrada; in un’ora e un quarto si è a Roma

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Insomma, è strano che Roccalvecce – malgrado sia in fondo vicina alla Capitale e proprio ad un tiro di schioppo da Orvieto – sia ancora così negletta, e questo ce la dice lunga sul ritardo della Tuscia in fatto di promozione turistica. Ma forse questo può essere un vantaggio. Luoghi come Roccalvecce potrebbero sperimentare un turismo diverso. Eco-compatibile di sicuro ma non solo. Questo piccolo punto sullo stradario, circondato da ogni ben di Dio in fatto di arte, storia, natura, paesaggio ed enogastronomia, potrebbe divenire una comunità ideale di ricercatori di cose autentiche e di radici profonde. Quelle radici che lungi dal voler essere ricoperte da frivoli cliché alla moda (pensiamo alla Calcata resa “indiana” negli anni passati) vorrebbero essere riscoperte da che nel passato vuol ritrovare le ragioni e i modi di un futuro eticamente ed umanamente accettabile.

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Roccalvecce-Scorcio panoramico 4 RCRLB

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Roccalvecce come regno di un’utopia culturale e sociale? Chissà. Intanto, più concretamente, potrebbe ambire a trasformarsi in piccola “signoria del bello”. Basta ammirarla dal cimitero di Sant’Angelo, uno dei luoghi più evocativi del Lazio, per capire che stiamo parlando di qualcosa di speciale. Roccalvecce si innalza dalla sua collinetta ad ellisse affacciata su un territorio completamente intatto di boschi e coltivi che prosegue indisturbato sino ai Cimini.

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In mezzo, forre, valloni e l’enigmatica “Pietra dell’Anello” a dar vita a questo scenario da vedutismo sette-ottocentesco. Prima di scendere in paese, dunque, Roccalvecce va guardata e salutata da qui: fatelo, la visiterete sorridendole di gratitudine. 

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori: marzo, aprile, maggio e giugno; ottobre, novembre e primi di dicembre.

Strutture consigliate: b&b Castello Costaguti


Civita di Bagnoregio, “la città che non muore più”

Al confine tra Lazio ed Umbria, nell’Alta Teverina Viterbesela Valle dei Calanchi e l’abitato di Civita di Bagnoregio (cfr. “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”) formano, senza dubbio, uno dei “paesaggi fantastici” più straordinari d’Italia. L’affaccio dal Belvedere della Grotta di San Bonaventura è semplicemente meraviglioso: il borgo di Civita si erge come un’isoletta nella fragile immensità dei calanchi, “mare” increspato ma immobile che dona la surreale sensazione di assistere ad una “quieta tempesta”. L’incanto avvolge così d’un tratto il visitatore sensibile, mentre l’animo suo si strugge al pensiero che queste rupi argillose ed instabili, modellate dalle acque dei torrenti e delle piogge, pian piano trascineranno a valle il borgo superstite, già smembrato e dimezzato dagli innumerevoli terremoti e franamenti avvenuti nel corso dei secoli.

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Con una calzante espressione, lo scenario della “città che muore” e della Valle dei Calanchi è stato definito un “paesaggio ai limiti dell’assurdo”. E del resto, pochi paesaggi al mondo potrebbero manifestare così perfettamente il labile rapporto che, dalla notte dei tempi, lega l’Uomo alla Natura, alla sua madre, alla sua fonte di vita. Pochi paesaggi potrebbero esprimere meglio la vanagloria e la fugacità delle opere umane, e la caducità della nostra stessa esistenza, di fronte all’infinità e all’eternità delle forze naturali ed universali.

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Patria del monaco-filosofo francescano San Bonaventura e del saggista-romanziere Bonaventura Tecchi, Civita di Bagnoregio ha origini antichissime. La zona, caratterizzata dall’abbondanza di acque e da una vegetazione rigogliosa, fu abitata sin dall’epoca villanoviana (IX-VIII secc. a. C.), come testimoniano vari ritrovamenti archeologici. In seguito vi si insediarono gli Etruschi, che fecero di Civita (di cui non conosciamo l’antico nome) una fiorente città, favorita dalla posizione strategica per il commercio, grazie alla vicinanza con le più importanti vie di comunicazione del tempo. Del periodo etrusco rimangono molte testimonianze: di particolare suggestione è il cosiddetto “Bucaione”, un profondo tunnel che incide la parte più bassa dell’abitato, e che premette l’accesso direttamente dal paese alla Valle dei Calanchi; in passato erano inoltre visibili molte tombe a camera, scavate alla base della rupe di Civita e delle altre pareti di tufo limitrofe, e che purtroppo furono in gran parte fagocitate, nei secoli, dalle innumerevoli frane.

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Già gli stessi Etruschi dovettero far fronte ai problemi di sismicità e di instabilità dell’area, che nel 280 a. C. si concretarono in scosse telluriche e smottamenti. All’arrivo dei Romani, nel 265 a. C., furono riprese le imponenti opere di canalizzazione delle acque piovane e di contenimento dei torrenti avviate precedentemente. Sicché, assicurata a Bagnoregio una certa tranquillità, la sua prerogativa di centro commerciale venne consolidata, anche in virtù della comodità d’accesso alla strada che da Bolsena portava al Fiume Tevere, allora solcato dalle navi mercantili.

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Tuttavia, la stessa prossimità alle maggiori vie del commercio decretò la crisi di questo ricco insediamento. Con il collasso dell’Impero Romano, Bagnoregio si trovò ad essere facilmente soggetta alle scorrerie delle orde barbariche, finendo man mano sottomessa, tra il 410 ad il 774, ai Visigoti, ai Goti, ai Bizantini e ai Longobardi, sino a quando Carlo Magno la liberò e la consegnò alla Chiesa. Proprio a cavallo tra i secoli VIII-IX iniziò peraltro ad affermarsi il toponimo di Balneum Regis (divenuto più in là Balneoregium, Bagnorea ed in ultimo Bagnoregio), letteralmente il “Bagno del Re”, dalla leggenda secondo cui il sito avrebbe ospitato già dall’epoca romana una stazione termale, frequentata in seguito dal re longobardo Desiderio per curare una grave malattia. Il Medioevo alternò momenti di pace a momenti drammatici, come quello legato alla tirannide dei Monaldeschi della Cervara, che finirono cacciati da una feroce rivolta popolare. La città divenne “libero comune” per un breve periodo (nel XII sec.), per poi entrare definitivamente nel patrimonio della Santa Sede.

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Ma nuovi pericoli erano in agguato. Venuto meno il grande sistema di opere pubbliche romane, ormai da centinaia di anni erano stati accantonati i lavori di regolarizzazione delle acque. Inoltre, l’intenso sfruttamento agricolo delle campagne nei pressi dei calanchi, con la sostanziale riduzione della copertura boschiva, aveva privato il terreno della sua naturale “armatura”, costituita appunto dalle radici degli alberi.

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La catastrofe, dunque, era ormai vicina. Solo con grandi difficoltà, vedendo oggi Civita di Bagnoregio, possiamo immaginare come essa si presentasse fino al XVII secolo. La città si estendeva allora su un vastissimo altopiano, di cui oggi rimangono soltanto due spezzoni, e possedeva ben cinque porte: Civita, che ne rappresentava il fulcro, era infatti congiunta all’attuale Bagnoregio, che al tempo non era altro che un quartiere e si chiamava Rota. Tutto ciò scomparve nel fatidico 1695, quando un terribile terremoto provocò il franamento delle parti più esposte a valle dell’abitato di Bagnoregio, nonché dell’unica via d’accesso che univa l’abitato a Rota. Ma non era finita. L’abitato, ormai decisamente ristretto e in via di spopolamento, ebbe nel 1764 un vero colpo di grazia, con il crollo di altre porzioni della cittadina. Iniziava, così, il suo inesorabile declino da nobile e vetusta cittadina ad umile borgo agricolo, semi-diruto, semi-abbandonato e vittima, più volte e fino a tempi recenti, di ulteriori distruzioni.

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Posta su un colle isolato, Civita è collegata alla sorella Bagnoregio, e al “resto del mondo”, da un sottilissimo e lunghissimo viadotto in cemento. Esso fu ricostruito due volte, dopo la distruzione del vecchio ponte in muratura, fatto saltare dai tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale. La prima volta il lavoro non venne fatto in maniera accurata, tant’è che nel 1964, quando ennesimi smottamenti colpirono la collina di Civita e la Valle dei Calanchi, l’ardito cavalcavia appena edificato crollò a poche ore dalla sua inaugurazione. Fu quindi ricostruito ancora, e stavolta senza sorprese, riallacciando così l’antico borgo alla “terraferma”. Poi vennero realizzate importanti opere di sostegno alla rupe dove sorge l’abitato, che, ponendo un freno alla sua erosione, riportarono la “città che muore” alla vita. Almeno per ora. Ogni anno, e nonostante i moderni lavori di contenimento, il basamento tufaceo su cui sorge Civita subisce una pur minima erosione, mentre tutt’attorno gli inquietanti calanchi, suoi silenziosi e terribili aguzzini, mutano forma e consistenza.

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Intanto, però, la fine di Civita par essere fortunatamente lontana. Pubblicizzata ormai da decenni come la “città che muore”, in realtà Civita oggi vive eccome. Un flusso turistico ormai enorme e sempre crescente, anche di provenienza straniera ha riportato grande vitalità all’antico villaggio, che pian piano si sta ripopolando di attività commerciali. Eventi culturali e spettacoli dal vivo animano Civita in diverse occasioni dell’anno, ma non mancano manifestazioni tradizionali come il “Palio della Tonna”, una singolare corsa a dorso di asino che si tiene a giugno e a settembre nella piazzetta del paese. Anzi, in molti iniziano a guardare con preoccupazione questo afflusso turistico spropositato e “fuori scala” rispetto alle stesse dimensioni del borgo. Si è parlato, e secondo noi a ragione, di “snaturamento” di un luogo che aveva il suo “genius loci” nel silenzio e nella solitudine e che ora nei fine settimana e festivi implode nell’affollamento e nel caos di migliaia di persone stipate in uno spazio ristretto. Noi due anni fa, per scattare le foto che seguono, “senza gente”, ci siamo dovuti andare in un freddo pomeriggio di novembre: ma la situazione è cambiata e pure l’autunno inoltrato è divenuto una stagione ambita anche grazie allo splendore della vegetazione.

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Ha fatto anche discutere l’applicazione di un ticket d’ingresso al borgo di 1.50€. Al di là delle questioni di principio, per cui suona ridicolo – e in un certo senso lo è – far pagare per entrare in un luogo di fatto pubblico, non si può negare che tale “mossa” abbia avuto un duplice risultato positivo in termini materiali: da un lato ha conferito “valore” al luogo, rendendo cioè consapevoli i turisti che si sta visitando qualcosa che appunto “vale”; dall’altro, ancor più prosaicamente, ha permesso introiti prima inimmaginabili al Comune se solo pensiamo che in alcuni momenti dell’anno Civita ha registrato più visitatori del Colosseo…

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Del resto, sono tanti gli elementi ambientali ad attrarre il turista. Oltre ai meravigliosi panorami e alla bellezza del paesaggio agricolo e naturale, colpisce l’atmosfera incredibilmente suggestiva del borgo, che appare come un luogo “musealizzato”, un esempio, forse unico in Italia, di villaggio del XVI secolo immutato nel tempo.

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Vi si accede dalla scenografica Porta Santa Maria, un arco in peperino sormontato da una loggetta. Attribuita dalla tradizione alla scuola del Vignola, la porta reca due bassorilievi che raffigurano un leone che tiene un uomo con gli artigli, metafora della cacciata dei Monaldeschi.

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Oltrepassato il varco scavato nella roccia, subito si ammira una prima piazzetta, circondata da bei palazzi signorili e da casette più modeste: di un edificio rimane soltanto la facciata, con le finestre che lasciano intravedere il cielo. Continuando per la stradina, dopo pochi metri, si sbuca sulla pittoresca Piazza San Donato, che, altro caso sicuramente più unico che raro, al posto della pavimentazione presenta una breccia mista a terriccio, dando la sensazione di essere improvvisamente piombati indietro almeno di trecento anni. Qui spicca la mole dell’ex-Duomo di San Donato, sorto nel VIII secolo (probabilmente su un preesistente tempio pagano) ma dall’aspetto cinquecentesco. Al suo interno la chiesa conserva un pregevole crocifisso ligneo quattrocentesco, ritenuto miracoloso, cui è legata la singolare Processione del Cristo Morto: la sera del Venerdì Santo la scultura viene portata in processione a Bagnoregio e la tradizione vuole che essa ritorni assolutamente entro Mezzanotte a Civita, pena la sua acquisizione da parte dei bagnoresi.

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La visita continua fra gli stretti vicoli del borgo, caratterizzato da archetti, cortili e piccoli slarghi, e da case medievali e rinascimentali ornate da bifore, profferli e portali in peperino.

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E passeggiando in questo dedalo fatto di spazi inconsueti e di viuzze affacciate sul vuoto, lo sguardo è rapito qua e là da svariati scorci verso la Valle dei Calanchi, che al tramonto si colora di strane tonalità, offrendo curiosi giochi di luci ed ombre tra gli affilati crinali e la rada vegetazione, e formando un quadro paesistico ancor più surreale.

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Una buona parte dei turisti viene portata attualmente attraverso navette o va a lasciare l’auto nei grandi parcheggi intorno al Mercatello, il gruppo di case che precede il ponte, ove si trova la biglietteria. Peccato, perché ci si perde una passeggiata nel centro storico di Bagnoregio, con le sue stradine pittoresche e i bei palazzi nobiliari: il nostro consiglio è di parcheggiare fuori dalla rinascimentale Porta Albana (opera di Ippolito Scalza) e di seguire tutto il corso fino al Municipio proseguendo poi per il Belvedere di San Francesco in modo tale da avere una visione completa di questa particolare cittadina.

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Il percorso culmina così sull’ormai famoso punto panoramico da cui si ammira la “cartolina” di Civita e che dà accesso ad uno dei luoghi più venerati di Bagnoregio: la Grotta di San Bonaventura. Si tratta di un’antica tomba a camera etrusca, posta a strapiombo sulla valle, che venne utilizzata nel Medioevo come romitorio.

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Al luogo è legata la leggenda secondo la quale qui il piccolo Giovanni di Fidanza, futuro San Bonaventura, fu risanato da una malattia mortale da San Francesco, durante il suo soggiorno bagnorese. Nei pressi della grotta sorgeva, infatti, un convento francescano, di cui oggi, dopo i crolli del 1764, non rimangono che pochi resti. La madre di Giovanni, commossa dal miracolo, promise al Poverello d’Assisi che avrebbe consacrato la vita del proprio figlio al servizio di Dio. E così fu, tant’è che San Bonaventura (nome datogli dallo stesso San Francesco) scelse la veste francescana e si mise a diffondere tra i cristiani il messaggio caritatevole del suo maestro e guaritore. Costrettosi infine ad un rigido ascetismo, il Doctor seraphicus morì a soli 53 anni.

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Malgrado lo strepitoso successo turistico, l’incubo di crolli improvvisi avvolge pur sempre Civita, come elemento ineluttabile della sua storia: qualche tempo fa la foto di una grossa frana rossastra ai piedi del borgo, verificatasi dopo diversi giorni di pioggia, fece il giro del mondo. Il Comune sta cercando di correre ai ripari con interventi di consolidamento dei versanti argillosi che dalla rupe scendono a valle ma servirebbe un più ampio progetto di messa in sicurezza che allo stesso tempo non alteri questo delicato paesaggio. Urgono insomma ingenti fondi e la candidatura all’Unesco di Civita come “patrimonio dell’Umanità” è un atto decisivo per cercare di dare una visibilità internazionale alla paradossale situazione della Valle dei Calanchi, il cui splendore deriva proprio dalla sua carica distruttiva.

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Per approfondire e comprendere meglio il complicato rapporto fra “la città che muore” ed il suo territorio è d’uopo recarsi al Museo geologico e delle frane, in Piazza San Donato. Civita di Bagnoregio è situata su un colle tufaceo cuneiforme a 443 metri s. l. m., stretto fra due valloni dirupanti ove scorrono il Rio Chiaro e il Rio Torbido. Alle spalle dell’abitato si estende la grande vallata incisa dai calanchi. Il tufo della rupe di Civita, formatosi fra 700.000 e 125.000 anni fa a seguito di una serie di eruzioni vulcaniche, poggia sopra un insicuro strato di argille e di sabbia. Tale strato, essendo soggetto ad un processo di continua erosione da parte dei due suddetti torrenti e delle acque meteoriche, lascia pian piano “in sospensione” tratti più o meno ampi della soprastante rupe tufacea. Quindi essa, privata di un punto d’appoggio, cede e rovina a valle, trascinando con sé le case più esposte di Civita. Tale processo è ineliminabile ed è insito alla natura di questo terreno. Per questo Civita di Bagnoregio è chiamata “la città che muore”.

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Il “paesaggio instabile” della Valle dei Calanchi rappresenta, dunque, un esempio magniloquente di come l’ambiente muti continuamente forma. La caratteristica eccezionale dei calanchi è però quella di mostrare tali cambiamenti all’occhio umano anche nel giro di un paio di generazioni, e non, come solitamente avviene, lungo l’arco di centinaia o migliaia di anni. L’intima tragicità del paesaggio della “città morente” e della sua valle consiste, infatti, nella consapevolezza non soltanto che esso, d’un tratto, potrebbe scomparire ai nostri occhi, ma anche, e soprattutto, che tale eventualità forse noi non possiamo in alcun modo evitarla.

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C’è da dire che nonostante il fattore di distruzione che questo ambiente porta con sé, il suo effetto scenografico è davvero superbo. I calanchi formano crinali dalla forma ondulata e talvolta esilissima, torrioni enormi e stupende pareti d’argilla.

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Un’escursione a piedi tra queste sculture naturali è assolutamente indimenticabile, anche se non priva di ostacoli e pericoli. Qui le dimensioni reali sono falsate e all’occhio umano queste modeste colline d’argilla divengono rupi imponenti, offrendo immagini simili a quelle d’alta montagna.

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Tra le formazioni più celebri sono il solenne e dolomitico “Montione” e la cosiddetta “Cattedrale”, elegante erosione bianca, protesa misticamente con le sue guglie verso l’alto, quasi a voler ringraziare il cielo della sua stessa esistenza.

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Sculture“ che sembrano appartenere ad un altro pianeta o ad un sogno ad occhi aperti, poiché a nulla assomigliano, se non al frutto di una fantasia sconfinata o d’una visione onirica. E invece sono lì, veri, tangibili, ennesimo emblema dell’incomparabile arte della Natura.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori

Autunno e primavera.

Nei dintorni

Valle dei Calanchi, Lubriano, Civitella d’Agliano, Bolsena, Orvieto, Bomarzo.

Links

www.comune.bagnoregio.vt.it
www.museogeologicoedellefrane.it
www.borghitalia.it

Borghi e paesaggi “segreti” della Ciociaria (parte 2: da Frosinone ad Aquino)

Dopo la prima parte dedicata alla porzione settentrionale della Provincia di Frosinone, andremo ora ad attraversare il cuore del sistema collinare ciociaro, un territorio per lo più sconosciuto al resto della regione e – fatte poche eccezioni – ancora totalmente estraneo a qualsiasi flusso turistico, anche di nicchia, e ciò nonostante la presenza di piccoli gioielli storico-artistici ed urbanistici. Lo stesso paesaggio agrario, pur aggredito da una proliferazione edilizia spesso disordinata e di infimo livello, conserva nel complesso un’atmosfera amena e piacevole: gli uliveti, le piccole vigne, i pascoli e i campi di grano, i muretti a secco, le stradine bianche e le siepi, la miriade di case e villaggi sparsi sui crinali, sono tutti elementi che formano la più rappresentativa immagine del paesaggio ciociaro attuale.

Colline ciociare da Arnara

I tanti borghi, arroccati come presepi sulle cime di scoscesi colli, si presentano colmi di interesse e, seppure talvolta in via di forte spopolamento, mantengono la semplicità della “vita di paese” di un tempo. Anche i prodotti agricoli della zona meriterebbero una reale valorizzazione, ma da questo punto di vista c’è ancora molto da fare: vale la pena comunque curiosare nelle piccole alimentari, alla ricerca di insaccati e carni (in particolare mortadella e porchetta), olio, vini, formaggi e pane locali di ottima qualità.

Arnara-Panorama verso Pofi

Da Frosinone ci si dirige verso Arnara con la Via Variante Casilina, che presto scorre fra i campi lasciandosi alle spalle il trafficato capoluogo. Man mano che ci avviciniamo spicca sempre più il caratteristico profilo merlato della torre-serbatoio (costruita in stile “medievaleggiante”) che affianca la rocca, la cui struttura originaria, appartenuta ai Conti di Ceccano e ai Colonna, è ormai quasi del tutto in rovina.

Arnara-Rocca

Arrivati, ecco una sorpresa: il tufo rossastro di alcune case e dello stesso maniero tradisce la presenza di un antichissimo apparato vulcanico e rende questo borgo curiosamente simile a quelli della Tuscia. Camminando per il borgo si nota purtroppo come esso sia ormai molto disabitato: peccato, perché meriterebbe una maggiore considerazione, ricco com’è di vicoli suggestivi e di ampie vedute su un dolce paesaggio fra i più intatti della provincia.

Vicolo di Arnara

Da Arnara si va a Pofi per una tranquilla stradina campestre. Il paese, noto per la produzione di fiori e per il ritrovamento nei suoi paraggi dei resti ben conservati di un uomo preistorico (battezzato “uomo di Pofi” o “uomo di Ceprano”, il più antico uomo fossile italiano), appare disteso elegantemente su un colle e dominato da un possente palazzo-castello appartenuto ai Colonna.

Pofi-Castello Colonna

Come ad Arnara, la pietra degli edifici di Pofi è d’origine ignea (seppure qui di colore scuro), ciò che distingue entrambi i paesi dagli altri centri storici ciociari, in cui prevale largamente il calcare. Anche qui troviamo pochi abitanti e poche attività commerciali e ricettive, ma possiamo godere scorci architettonici interessanti e bei panorami sulla campagna circostante. A pochi passi dal paese è inoltre la pittoresca Chiesa di Sant’Antonino, in stile romanico.

Pofi-Arco e orologio

Dopo Pofi ci si sposta nettamente verso Est in vista degli Appennini, lungo una strada che, oltrepassata Ripi, si snoda tra assolati uliveti ed verdi colline.

Pofi-Panorama

Si raggiunge così Boville Ernica, che svetta circondata di mura medievali in cima ad un aspro ed irto monticello, dal quale la vista spazia a 360° su buona parte della Ciociaria.

Boville Ernica-Porta turrita

Si parcheggia nei pressi di un vecchio fontanile e ci si avvicina al belvedere: davvero stupendo lo sguardo sulla grande vallata che si allarga ad Ovest con lo sfondo dell’anti-appennino laziale, con il suo “mare” di colli coltivati e punteggiati da case e piccoli villaggi contadini.

Boville Ernica-Panorama

Varcata una delle porte fortificate del borgo, uno dei più graziosi della Ciociaria, si entra in un ambiente urbano variegato come stili e ristrutturazioni, che recentemente sta usufruendo di un generale recupero, anche grazie al suo inserimento nel club dei “Borghi più belli d’Italia”: riconoscimento, quest’ultimo, di cui ha beneficiato pure la vicina Monte San Giovanni Campano, prossima tappa del nostro itinerario.

Panorama da Monte San Giovanni Campano

Il paese è legato alle memorie di San Tommaso d’Aquino che ivi venne rinchiuso nel castello dai suoi stessi genitori, i quali – com’è noto – non accettavano la sua vocazione sacerdotale.

Monte San Giovanni Campano-Castello

Si tratta di un centro storico di elevato pregio architettonico, con molte case ben restaurate: splendidi gli scorci panoramici, simili a quelli di Boville, sulle vallette d’intorno.  Da Monte San Giovanni Campano (è possibile anche passare per Isola Liri con la sua celebre cascata) si continua per Arpino, bella cittadina d’arte insignita della “bandiera arancione” del Touring Club Italiano, che fu patria di svariati personaggi storici fra cui Marco Tullio Cicerone.

Panorama da Arpino

La nostra meta è però la piccola frazione della Civita Vecchia, uno dei borghi più spettacolari del Lazio a livello urbanistico per il fatto di essere cinto per intero da mura poligonali d’epoca pre-romana assai ben conservate, il tutto immerso in un dolce paesaggio rurale che dà risalto alla poderosa cortina “megalitica”, su cui si innalza la cosiddetta “Torre di Cicerone”.

Scorcio della Civita Vecchia

Dalle mura si apre uno straordinario arco “a sesto acuto”, che per la sua perfezione architettonica e formale rappresenta uno dei più importanti monumenti della nostra regione e non solo.

Civita Vecchia, mura poligonali, porta

La passeggiata nel borgo, piuttosto curato e in via di recupero, è forse l’”apice emozionale” di tutto il nostro itinerario: al viaggiatore sensibile non sfugge il senso “sacrale” di questo luogo, che fu l’antichissimo nucleo originario, fondato dai Volsci, della romana Arpinum.

Civita Vecchia, vicolo

Magnifici ed amplissimi sono i panorami sulle colline e le montagne ciociare, con tramonti che regalano immagini indimenticabili e con una veduta a volo d’uccello della stessa Arpino con il suo uniforme amalgama di tetti in coppi, una delle più eccezionali “cartoline” della Ciociaria. Unica nota stonata lo sviluppo edilizio deturpante ai piedi della città, che rischia di compromettere la delicata armonia fra edificato e ambiente naturale.

Arpino-Veduta dalla Civita Vecchia

Visitata la Civita Vecchia, che da sola vale il viaggio, si continua verso sud attraverso una strada interna piena di curve che tocca numerose minuscole frazioni rurali spesso nemmeno segnate sulle cartine. Si passa poi ai piedi di Fontana Liri Superiore, Arce (da vedere la Chiesa di San Pietro e Paolo) e Rocca d’Arce (eccezionale punto panoramico). Infine si sbuca nella Piana del Melfa ove, oltrepassata l’autostrada, si raggiunge Aquino, la romana Aquinum, che, malgrado l’iniziale impatto anonimo della parte moderna, regala inaspettatamente un delizioso borgo medievale dominato da una torre duecentesca, oggi risistemata e aperta al pubblico.

Aquino-Scorcio del borgo

In una piazzetta si eleva il bel palazzetto in cui probabilmente visse il giovane San Tommaso (detta appunto “Casa di San Tommaso”). Di grande interesse sono inoltre l’area archeologica ai piedi del paese, purtroppo disturbata dal viadotto autostradale, e la poco discosta Chiesa della Madonna della Libera, di forme romaniche ed ornata da cipressi, che incanta il visitatore dall’alto di una scalinata; sul suo sagrato e sulle sue sue pareti si vedono numerosi simboli riconducibili ai Templari.

Aquino-Chiesa della Madonna della Libera

Ad Aquino ha termine la seconda parte del nostro percorso turistico-automobilistico alla scoperta della “Ciociaria segreta”, la cui terza parte prenderà le mosse dalla vicina Roccasecca, dall’altra parte dell’A1.

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

2-3 giorni

Periodo migliore:

ottobre-novembre-dicembre e aprile-maggio-giugno per i colori della campagna