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Una chiesa nel borgo di Alvito

Disposto a più livelli e dominato da una fortezza, il centro storico di Alvito cela numerose chiesette e palazzetti storici, con architetture barocche e neoclassiche in cui si ravvisano gli influssi “borbonici”, peculiari dell’antica appartenenza al Regno delle Due Sicilie.


Il Castello Baronale di Maenza

Di origini alto-medievali (forse IX sec.), il Castello di Maenza passò fra le mani di molte famiglie baronali, fra cui i De Ceccano e i Caetani, trovandosi più o meno al confine fra le loro sfere geografiche di influenza. Nel 1274, ospite della nipote Francesca Annibaldi, vi soggiornò Tommaso d’Aquino che, in preda a un malore, dovette interrompere il viaggio verso Lione e che di lì a breve avrebbe ripiegato a Fossanova, laddove sarebbe poi spirato. Nei secoli successivi il maniero venne trasformato in residenza signorile e anche in questo caso passò di casato in casato. Le varie epoche sono testimoniate dai diversi cicli di affreschi e dalle diverse decorazioni ravvisabili negli interni. Il severo maniero domina il suggestivo borgo di Maenza (caratterizzato fra l’altro di una ricca “iconologia magica”), ospita un museo ed è visitabile nei fine settimana.


Nel borgo di Vallunga

La magnifica Piana di Leonessa custodisce uno dei paesaggi storici più intatti ed importanti dell’intero Lazio ma ciò che la contraddistingue è la presenza di innumerevoli minuscoli borghi del tutto sconosciuti. Tranne alcune rare eccezioni, si tratta di villaggi in cui purtroppo regna incontrastato l’abbandono, mai fotografati da alcun turista o famoso reporter dunque di fatto rimasti fino ad oggi dimenticati, anzi diremmo quasi “invisibili”. Eppure si tratta di un patrimonio insediativo (ed etno-antropologico) straordinario e nel complesso molto integro (basta guardare la trama di questi nuclei dai monti circostanti, in particolare dal Tilia, dal Cambio e dal Tolentino, con le “macchie” di tetti a coppi) che è quasi un unicum nella regione di Roma. La “colonizzazione” di questa landa sperduta degli Appennini fu frutto di un’operazione politico-urbanistica ben precisa in epoca medievale – che trova riscontro soltanto nella vicina Conca di Amatrice (le cosiddette “ville”, dal francese ville) – legata alla figura del conte parigino Carlo I d’Angiò, divenuto poi re di Sicilia e padrone di tutto il Sud Italia, il quale riuscì ad estendere la sua influenza su una vasta fetta dell’Italia Centrale appenninica. Non si tratta dei classici castrum murati che siamo abituati a vedere sulle nostre montagne bensì di agglomerati di case senza una struttura precisa, con isolati dotati di orti e collegati spesso fra loro da archi, secondo una disposizione che ricorda curiosamente i villaggi di alcuni paesini del Trentino. La foto ritrae il piccolo borgo di Vallunga, che mostra alcune case ristrutturate e che sorprende per un antico forno paesano perfettamente conservato. Desolazione e malinconia ma anche silenzio assoluto e aria purissima (qui, secondo gli esperti c’è l’aria più pulita del Lazio) dominano la scena.


“Sali-sano”

La vista del villaggio di Salisano dall’altrettanto piccolo borgo di Mompeo, nella zona più aspra della Sabina. La tradizione popolare vuole che il toponimo “Salisano” provenga dal motto “sali-sano”, relativo al fatto che in passato salire al paese a piedi richiedeva un grande sforzo e dunque si doveva essere “sani” per compierlo oppure, parimenti, che proprio tale fatica avesse un buon risultato in termini di salute…


Labro al tramonto: la “forma” di un borgo

Labro è un piccolo borgo medievale ai margini della Valle Santa Reatina, in direzione di Leonessa e al confine con l’Umbria. E’ noto per la sua particolare integrità che ne fa una delle perle non soltanto della Sabina ma dell’intero Lazio. Panorami fiabeschi sul verde della Valle del Fuscello e sul Lago di Piediluco incorniciano un dedalo in bianca pietra calcarea, ben curato dai proprietari delle abitazioni e amato da un turismo di nicchia di provenienza anche internazionale. Labro colpisce sin dall’arrivo in auto per questa visione perfetta a livello di “forma della città” (come avrebbe detto Pier Paolo Pasolini), senza intrusioni moderne, che mostra una struttura “a cascata”, con gli edifici che, assecondando i dislivelli naturali del colle, scendono formando numerosi “terrazzi” sovrapposti. Su tutto domina il campanile della chiesa mentre paradossalmente appare defilato il Castello Nobili Vitelleschi, che costituisce uno dei manieri più affascinanti e meglio conservati della regione e su cui non potevano mancare voci su presunte “presenze”… Al di là di ciò, Labro risulta di per sé un luogo suggestivo e oltre modo piacevole, con i suoi pochi ma caratteristici locali che offrono ristorazione ed ospitalità per un turismo selezionato che ama i piaceri più raffinati della vita: l’arte e il paesaggio, i tramonti, la leggera brezza che si insinua fra i vicoli silenziosi, il buon cibo… Valori materiali e immateriali che sono in grado insieme di innescare quell’ “economia della bellezza” su cui dovrebbe innestarsi lo sviluppo “sostenibile” del nostro Paese.


Panorama da Montasola

La Sabina Tiberina, com’è noto, è terra di panorami straordinari, fra i più splendidi del Lazio per l’ampiezza delle viste e per la bellezza di un paesaggio rimasto nel complesso assai integro. Uno dei “belvedere” migliori è Montasola, minuscolo e appartato borgo che è sempre più visitato ed apprezzato per i suoi vicoli in pietra tenuti in modo quasi impeccabile e, appunto, per la vista incantevole sulle colline sabine fino al Soratte (e ben oltre nelle giornate terse).


Vicolo a Sacrofano

Sacrofano prende il nome da un antico sito di culto (appunto un sacrum fanum, un “tempio sacro”, noto in epoca classica come Arae Mutiae) di epoca etrusco-romana, probabilmente ubicato sul Monte Musino, il verde rilievo che domina il paese. Un’altra leggenda propone un’origine toponomastica diversa, basata cioè sul fatto che nel primitivo villaggio si allevavano le scrofe o su qualche specifico avvenimento “miracoloso” legato ad una scrofa che seppe rinvenire una sorgente d’acqua in un periodo di grave carestia. Oggi Sacrofano è uno dei centri “satelliti” che circondano il nord del Comune di Roma, compreso nel Parco Regionale di Veio. Dopo decenni di faticosa coesistenza, negli ultimi anni la complicata vicinanza con la metropoli, grazie all’area protetta, si è trasformata in un’opportunità per uno sviluppo basato sulla qualità della vita. Un po’ occultato dalla massiccia espansione moderna, il delizioso borgo medievale di Sacrofano merita di essere visitato con calma, osservando i suoi tanti elementi di pregio e la sua atmosfera rustica e nobile al contempo.


Collevecchio e le sue eleganti architetture, fra le verdi colline sabine

Fra i molti borghi che punteggiano le verdi colline della Sabina Tiberina, Collevecchio merita sicuramente un posto speciale. A portata di mano dall’A1 (uscita Magliano Sabina), raggiungibile tramite un integro e riposante paesaggio agreste su cui spicca la sagoma del Soratte, questo paese ci dà il benvenuto con un contesto urbano ordinato ed armonioso, che svela subito il compatto centro storico d’aspetto medievale-rinascimentale. A differenza dei borghi situati più “a monte”, che conservano piuttosto un aspetto arroccato e fortificato, Collevecchio appare ingentilito da palazzi nobiliari cinque-seicenteschi, con logge, archi e portali a bugnato che ne fanno un unicum in questo territorio.

Le colline sabine viste dalle terrazze panoramiche di Collevecchio
Scorcio con il campanile della Collegiata
Un palazzo nobiliare a Collevecchio
Il Soratte dall’amena strada che conduce a Collevecchio, provenendo dal casello di Magliano

Le origini del popolamento di quest’area sono antichissime: già nel paleolitico erano frequentate le località di Grappignano e Poggio Sommavilla, e in quest’ultima durante l’età del ferro sorse un villaggio dedito, oltre all’agricoltura, al commercio con le popolazioni etrusco-falische e capenati.

Collevecchio in lontananza, visto da Poggio Sommavilla
Il panorama da Poggio Sommavilla sulle splendide colline della Sabina Tiberina
Il borgo di Poggio Sommavilla
Palazzo Orsini a Poggio Sommavilla

Questo insediamento si espanse enormemente in età arcaica ma fu distrutto dai Romani in epoca repubblicana, allorquando il territorio fu trasformato in modo radicale con la creazione di ville rustiche. La nascita specifica di Collevecchio, invece, risale all’epoca dell’incastellamento, ampliandosi nel corso del Duecento (allorquando è citato come Castrum Vetulum) e passando sotto il dominio di Narni ai primi del Trecento. Tornato presto sotto il controllo della Curia, il castello divenne quasi subito feudo degli Orsini.

Una torre superstite della cinta muraria medievale, poi inglobata fra le abitazioni
Un’altra casa turrita
Un vicolo nel borgo medievale

Durante i secoli XV, XVI e XVII Collevecchio – grazie ai suoi rapporti con i Medici di Firenze e con le alte gerarchie del Vaticano – si trasformò in un centro florido a livello culturale, attirando architetti, artisti e intellettuali e di fama, fra i quali il vescovo e umanista Blosio Palladio.

Un altro delizioso vicolo nel borgo
Il portale bugnato di Palazzo Pistolini-Menichini
Architetture nel centro storico

Dal 1605 al 1621 Collevecchio fu sede del Governatorato Apostolico della Provincia Sabina, con un tribunale e un carcere, come testimoniano gli strumenti di tortura ritrovati nei sotterranei dell’omonimo palazzo (accessibili dalla Chiesa Dei SS. Pietro e Paolo, purtroppo normalmente chiusa). E’ nota la leggenda di un prigioniero che, fuggito con tanto di ceppi ai piedi, giunse nei pressi dell’Eremo di San Cataldo a Cottanello laddove le sue catene miracolosamente si spezzarono. Il tribunale di Collevecchio chiamò a “lavorare” anche il mitico boia dello Stato Pontificio Mastro Titta, il quale nei primi dell’Ottocento compì a Collevecchio molte esecuzioni ai danni di uomini rei di omicidi, che spesso accadevano per motivi di onore (tradimenti, vendette, ecc…).

Un curioso arco nel borgo

All’indomani dell’unità d’Italia (1861), già facente parte della Provincia di Perugia, Collevecchio entrò nel nuovo Regno Sabaudo. Nel 1927, con il riordino delle province voluto dal governo fascista, fu collocata nella neonata Provincia di Rieti.

Un simpatico “murale”

La visita può partire da Porta Umbra – anzi dal supportico, costituito da due gallerie – che dapprima si affaccia sul portale a bugne di Palazzo Pistolini-Menichini (XVI sec., su disegno del Vignola) e poi zig-zagando fra i vicoli conduce direttamente su Corso Umberto I, ove prospettano diverse dimore nobiliari: Palazzo Floridi-Cerbelli (XVII sec.), che ingloba i resti di una rocca duecentesca costruita dai narnesi, Palazzo Filippi (XVII sec.), Palazzo Rosati (sorto intorno al 1600), sede del municipio, il Palazzo Apostolico (già Palazzo Orsini) e il Palazzo del Tribunale Pontificio (entrambi del XVII sec.).

Porta Umbra
Il supportico di Porta Umbra con lo sfondo di Palazzo Pistolini-Menichini
Scorcio panoramico dall’arco di Porta Umbra
Il panorama alle spalle della porta
Un gatto sui ciottoli de borgo

Sempre lungo il corso, sullo slargo che costituisce di fatto la piazzetta principale del paese, si ammira inoltre la Collegiata di Santa Maria Annunziata, con il suo campanile d’impianto romanico: sorta alla fine del XII secolo e più volte rimaneggiata in seguito, ospitò temporaneamente le spoglie di San Bernardino da Siena; custodisce un crocifisso policromo in stile bizantino e una deposizione fiamminga del 1435. Ci si sposta poi nella stradina “parallela”, situata ad ovest e più in basso della via principale, collegata a quest’ultima da una serie di vicoli suggestivi popolati da gatti sornioni e pasciuti. A Piazza dello Statuto è l’ottocentesco teatro, in stile neoclassico.

La Collegiata di Santa Maria Annunziata
Il portale della Collegiata
Abitazioni sul corso
Palazzo Rosati, sede del Municipio
La “piazzetta” di Palazzo Rosati-Conte lungo il corso, nei pressi di Porta Romana

La breve e rilassante passeggiata termina uscendo dal doppio arco di Porta Romana, facente parte del Palazzo Rosati-Conte (XVI sec.) e distinta da uno scenografico portale bugnato. Di fronte abbiamo la Chiesa della Madonna del Rifugio (sec. XVI). Da qui è possibile iniziare il (consigliato) periplo dell’abitato: andando a destra, su Via Roma, si costeggiano subito (sulla nostra sinistra) il cancello dei giardini “all’italiana” degli Orsini (XVIII sec.) e di seguito vari caseggiati, fra cui troneggia il cinquecentesco Palazzo Coperchi-Piacentini, con la sua raffinata loggia, attribuito alla scuola di Sangallo il Giovane. Continuando su Via Roma e su Via San Valentino, e infine voltando a destra, si giunge alle balconate panoramiche che si aprono verso nord e nord-est.

La monumentale Porta Romana e Palazzo Rosati-Conti
Il campaniletto della Chiesa della Madonna del Rifugio
Scorcio delle case del borgo da Via Roma
Palazzo Coperchi-Piacentini
L’elegante loggia del palazzo
Un portone secondario di un antico palazzo

Piacevole arrivare anche al Convento francescano di Sant’Andrea (XVI-XVII secc.), in prossimità del cimitero, che, fra gli ulivi, offre una magnifica veduta di Collevecchio con lo sfondo dell’immancabile Soratte. Più distante dal paese, in posizione elevata, è la Chiesa di Sant’Isciano (XVI sec.) che la tradizione vuole sia stata edificata sopra i resti di un tempio dedicato al dio Giano; sparse nelle campagne si trovano ulteriori chiesette rurali, fra cui quella di San Prospero, nell’omonima contrada.

Il Convento di Sant’Andrea
Particolare

A completare il quadro di questo elegante borgo è ovviamente il paesaggio, aspetto cui nel nostro blog dedichiamo sempre particolare attenzione. La cornice che avvolge Collevecchio è splendida e conferma una volta in più come la Sabina sia un vero “serbatorio” di bellezza per il Lazio, da preservare, valorizzare e promuovere. L’Umbria è proprio ad una manciata di chilometri – anzi la “Sabina Umbra” ad esser precisi, che si pone come naturale prosecuzione della Sabina Laziale – e qui la ruralità è ancora autentica, conservando un valore socio-economico: agriturismi, fattorie didattiche e aziende agricole (che vendono direttamente i propri prodotti) offrono svariati servizi che arricchiscono l’esperienza di una gita o di un vero e proprio soggiorno a Collevecchio.

Un tratto magnifico della campagna di Collevecchio, punteggiata da fattorie e casali adibiti ad agriturismi
Campi coltivati

Camminare per le tranquille stradine bianche che si diramano in ogni direzione è il modo migliore per immergersi in questo mondo “bucolico”, così vicino a Roma eppure così lontano dai ritmi metropolitani. Anche la mountain bike è un mezzo perfetto per esplorare i dintorni del paese, magari raggiungendo le sue piccole frazioni, in primis la graziosa Cicignano.

Una stradina a Cicignano
Uno stretto vicolo a Cicignano
Panorama da Cicignano

Oggi tutto questo patrimonio è promosso da un vero e proprio brand, quello cioè del “Parco Slow della Sabina” – come attesta un tabellone all’entrata di Collevecchio -, progetto che auspichiamo permetta a questa deliziosa zona di farsi conoscere e apprezzare come merita.


Vicolo di Rocchette

La stradina centrale che attraversa il delizioso borgo medievale di Rocchette, villaggio “segreto” alle pendici dei Monti Sabini.


Roccalvecce, il sogno romantico…

Come sanno bene i nostri lettori, abbiamo un debole per questo solitario villaggio della Teverina Viterbese. Roccalvecce infatti conserva un’intatta urbanistica medievale, perfettamente integrata con il paesaggio circostante, sul quale offre ampi e indimenticabili panorami. Negli ultimi tempi questo borgo sembra vivere una timida riscoperta, dopo decenni di oblio, anche grazie ai suoi pochi abitanti che si impegnano a renderlo accogliente malgrado attualmente non vi siano attività commerciali o di ristorazione ma esclusivamente la possibilità di pernottare in un sistema di “albergo diffuso” simboleggiato dal bel Castello Costaguti (visitabile su prenotazione). In ogni caso crediamo sia solo questione di tempo poiché, sulla scia del grande successo delle dirimpettaie Sant’Angelo e Celleno, il turismo non tarderà ad innamorarsi di Roccalvecce e della sua atmosfera misteriosa e romantica.


Le “tre porte” di Labro

Il suggestivo accesso alla cosiddetta “Piazzetta delle tre porte” a Labro, crocevia ove convergono le principali vie di questo magnifico borgo, uno dei più pregiati del Lazio.


Buon 2022!

Con questa foto di un luogo magico come Celleno Vecchio, auguriamo ai nostri cari lettori un felice 2022 all’insegna della libertà, della scoperta e dell’avventura!


Paesaggio medievale in Sabina

Quest’immagine eloquente del “paesaggio medievale” dell’incastellamento sabino si apre improvvisamente lungo il sentiero per l’Eremo di San Leonardo, perso nel verde dei fitti boschi di leccio: borghi, castelli e luoghi di profonda spiritualità da un lato, natura selvaggia e colli ameni dall’altro, si intrecciano magicamente in questo territorio, uno dei più emozionanti del Lazio e non solo. Nella fotografia appare l’intatto disegno urbanistico di Roccantica – famosa per la leggenda del Revotano – mentre sullo sfondo si vede l’altrettanto splendido borgo di Casperia, nel cuore della Sabina Tiberina. Per saperne di più: “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.


Castel Cellesi tra i cipressi

Lo slanciato campanile in mattoni e i tetti del piccolo borgo di Castel Cellesi, nella Teverina, si intravedono sullo sfondo di un filare di cipressi: si tratta di un’appartata e graziosa frazione di Bagnoregio, che noi abbiamo definito la “piccola Burano della Tuscia” per via delle sue caratteristiche casette colorate che ricordano quelle del celeberrimo villaggio lagunare veneto. Attorniata da una dolce e solare campagna, e amatissima dai nord-europei, sta vivendo una stagione di riscoperta grazie anche alla vicinanza con la “super-visitata” Civita.


Le case di Castel di Tora

Il pittoresco borgo di Castel di Tora, uno dei più belli del Lazio e senza dubbio il più visitato della Valle del Turano. Domina l’abitato una rocca dell’XI secolo, di origine longobarda e appartenuta all’Abbazia di Farfa.


Elementi artistici a Genazzano

Uno dei tanti elementi artistici ed architettonici che impreziosiscono il centro storico di Genazzano, autentica perla medievale-rinascimentale dell’Alta Valle del Sacco, purtroppo tuttora sconosciuta e scarsamente valorizzata. Questo è lo splendido Palazzo Apolloni, che anticipa l’arrivo alla poderosa Fortezza dei Colonna. Edificato nel XIV secolo in un raro (per il Lazio) stile gotico-aragonese – al tempo molto in voga nel Regno di Napoli -, la tradizione vuole sia stato il luogo di nascita del papa Martino V, della famiglia Colonna. Sappiamo comunque che vi soggiornarono Papa Pio II Piccolomini e il feroce condottiero-duca Cesare Borgia, detto il “Valentino”, figlio illegittimo di papa Alessandro VI.


Casa dipinta a Petrella Salto

Nel Cicolano – terra appenninica sottratta amministrativamente all’Abruzzo nel 1927 – sono diffuse tipologie architettoniche altrove rare nel Lazio. Una di esse è costituita da edifici con facciata dipinta, sia chiese che abitazioni private: qui siamo a Petrella Salto ove un antico palazzetto mostra i segni consunti di questa particolarità e che andrebbe decisamente restaurato per il suo valore artistico.


Dalla balaustra di Mompeo, verso il Soratte

Posto nel cuore della Valle del Farfa e affacciato sulle sue affascinanti gole, Mompeo offre anche un bel panorama verso la Valle del Tevere e il Soratte. Sulla balaustra in primo piano spiccano le caratteristiche mezze lune dello stemma della famiglia Naro che nel corso del Seicento possedette e ristrutturò il borgo.


Fumone-Vicolo con la Chiesa di San Gaugerico

La stradina principale che attraversa il borgo di Fumone, con il suo intatto fascino medievale; chiude lo sguardo la trecentesca Chiesa di San Gaugerico. Sulla sinistra è invece il muro di contenimento dei giardini pensili del Castello Longhi-De Paolis, depositario della macabra storia del “marchesino”. Fumone nei suoi molteplici aspetti è protagonista della nuova edizione di “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.


Veduta di Salisano

Uno scorcio del piccolo borgo di Salisano immerso nel suo aspro paesaggio, a balcone sulla Valle del Farfa.