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Tramonto sul Lago di Bolsena

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Un infuocato tramonto estivo sul Lago di Bolsena.


Bolsena-Chiesa di San Francesco

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La bella Chiesa di San Francesco a Bolsena, d’origine medievale, oggi utilizzata come teatro e per altri eventi culturali. La cittadina, situata lungo le rive dell’omonimo lago, conserva un centro storico fra i più belli e curati della regione (“bandiera arancione” del TCI) ed è noto dal punto di vista storico-religioso per la straordinaria figura di Santa Cristina cui a fine luglio è dedicata una spettacolare rappresentazione teatralizzata per le vie del paese.


Marta-Veduta dal Borgo dei Pescatori

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Una classica veduta di Marta e del Lago di Bolsena, dal pittoresco “Borgo dei Pescatori”.


Panorama dalla cima del Monte Rufeno

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Lo splendido panorama dalla cima del Monte Rufeno (738 m. s. l. m.), all’estremo nord del Lazio, ove la Provincia di Viterbo confina con la Provincia di Siena. Un’area protetta bellissima, per lo più composta da boschi di querce, tutela questa piccola montagna posta a dominio della Valle del Paglia e di tutta la magnifica zona collinare del cosiddetto “Lazio toscano”: spicca in questo paesaggio senza tempo il Monte Amiata con le sue foreste di faggio e castagno. 


Fiume Tevere fra Baschi e Castiglione in Teverina

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Il Fiume Tevere fra Baschi e Castiglione in Teverina, antico confine storico-naturale fra Umbria ed Etruria e nei secoli dell’Alto Medioevo “autostrada d’acqua” di collegamento del “Corridoio Bizantino”, e successivamente cuore dello Stato Pontificio.


Case colorate a Castel Cellesi

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Castel Cellesi è uno di quei tanti “borghi segreti” che punteggiano la splendida Teverina Viterbese, la cui “capitale” è ormai indiscutibilmente Bagnoregio. Questo minuscolo villaggio è caratterizzato da una struttura urbanistica unica nel Lazio, con due piazze consecutive rettangolari (divise da una bella porta), e spicca soprattutto per le sue case tutte intonacate di vivaci colori: quasi una “piccola Burano” collinare del Lazio!


Valle dei Calanchi-Scorcio di primavera

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La primavera è il periodo più indicato per visitare la Valle dei Calanchi di Bagnoregio, tenendo conto però che occorre sempre evitare le giornate successive alle piogge. Qui siamo in una valle “segreta” nei pressi del borgo rurale (privato) di Sociano. Numerose vacche maremmane popolano questo suggestivo paesaggio.


Tramonto sul Lago di Bolsena

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Un romantico tramonto dal lungolago di Bolsena


Civita di Bagnoregio, “la città che non muore più”

Al confine tra Lazio ed Umbria, nell’Alta Teverina Viterbesela Valle dei Calanchi e l’abitato di Civita di Bagnoregio (cfr. “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”) formano, senza dubbio, uno dei “paesaggi fantastici” più straordinari d’Italia. L’affaccio dal Belvedere della Grotta di San Bonaventura è semplicemente meraviglioso: il borgo di Civita si erge come un’isoletta nella fragile immensità dei calanchi, “mare” increspato ma immobile che dona la surreale sensazione di assistere ad una “quieta tempesta”. L’incanto avvolge così d’un tratto il visitatore sensibile, mentre l’animo suo si strugge al pensiero che queste rupi argillose ed instabili, modellate dalle acque dei torrenti e delle piogge, pian piano trascineranno a valle il borgo superstite, già smembrato e dimezzato dagli innumerevoli terremoti e franamenti avvenuti nel corso dei secoli.

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Con una calzante espressione, lo scenario della “città che muore” e della Valle dei Calanchi è stato definito un “paesaggio ai limiti dell’assurdo”. E del resto, pochi paesaggi al mondo potrebbero manifestare così perfettamente il labile rapporto che, dalla notte dei tempi, lega l’Uomo alla Natura, alla sua madre, alla sua fonte di vita. Pochi paesaggi potrebbero esprimere meglio la vanagloria e la fugacità delle opere umane, e la caducità della nostra stessa esistenza, di fronte all’infinità e all’eternità delle forze naturali ed universali.

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Patria del monaco-filosofo francescano San Bonaventura e del saggista-romanziere Bonaventura Tecchi, Civita di Bagnoregio ha origini antichissime. La zona, caratterizzata dall’abbondanza di acque e da una vegetazione rigogliosa, fu abitata sin dall’epoca villanoviana (IX-VIII secc. a. C.), come testimoniano vari ritrovamenti archeologici. In seguito vi si insediarono gli Etruschi, che fecero di Civita (di cui non conosciamo l’antico nome) una fiorente città, favorita dalla posizione strategica per il commercio, grazie alla vicinanza con le più importanti vie di comunicazione del tempo. Del periodo etrusco rimangono molte testimonianze: di particolare suggestione è il cosiddetto “Bucaione”, un profondo tunnel che incide la parte più bassa dell’abitato, e che premette l’accesso direttamente dal paese alla Valle dei Calanchi; in passato erano inoltre visibili molte tombe a camera, scavate alla base della rupe di Civita e delle altre pareti di tufo limitrofe, e che purtroppo furono in gran parte fagocitate, nei secoli, dalle innumerevoli frane.

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Già gli stessi Etruschi dovettero far fronte ai problemi di sismicità e di instabilità dell’area, che nel 280 a. C. si concretarono in scosse telluriche e smottamenti. All’arrivo dei Romani, nel 265 a. C., furono riprese le imponenti opere di canalizzazione delle acque piovane e di contenimento dei torrenti avviate precedentemente. Sicché, assicurata a Bagnoregio una certa tranquillità, la sua prerogativa di centro commerciale venne consolidata, anche in virtù della comodità d’accesso alla strada che da Bolsena portava al Fiume Tevere, allora solcato dalle navi mercantili.

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Tuttavia, la stessa prossimità alle maggiori vie del commercio decretò la crisi di questo ricco insediamento. Con il collasso dell’Impero Romano, Bagnoregio si trovò ad essere facilmente soggetta alle scorrerie delle orde barbariche, finendo man mano sottomessa, tra il 410 ad il 774, ai Visigoti, ai Goti, ai Bizantini e ai Longobardi, sino a quando Carlo Magno la liberò e la consegnò alla Chiesa. Proprio a cavallo tra i secoli VIII-IX iniziò peraltro ad affermarsi il toponimo di Balneum Regis (divenuto più in là Balneoregium, Bagnorea ed in ultimo Bagnoregio), letteralmente il “Bagno del Re”, dalla leggenda secondo cui il sito avrebbe ospitato già dall’epoca romana una stazione termale, frequentata in seguito dal re longobardo Desiderio per curare una grave malattia. Il Medioevo alternò momenti di pace a momenti drammatici, come quello legato alla tirannide dei Monaldeschi della Cervara, che finirono cacciati da una feroce rivolta popolare. La città divenne “libero comune” per un breve periodo (nel XII sec.), per poi entrare definitivamente nel patrimonio della Santa Sede.

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Ma nuovi pericoli erano in agguato. Venuto meno il grande sistema di opere pubbliche romane, ormai da centinaia di anni erano stati accantonati i lavori di regolarizzazione delle acque. Inoltre, l’intenso sfruttamento agricolo delle campagne nei pressi dei calanchi, con la sostanziale riduzione della copertura boschiva, aveva privato il terreno della sua naturale “armatura”, costituita appunto dalle radici degli alberi.

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La catastrofe, dunque, era ormai vicina. Solo con grandi difficoltà, vedendo oggi Civita di Bagnoregio, possiamo immaginare come essa si presentasse fino al XVII secolo. La città si estendeva allora su un vastissimo altopiano, di cui oggi rimangono soltanto due spezzoni, e possedeva ben cinque porte: Civita, che ne rappresentava il fulcro, era infatti congiunta all’attuale Bagnoregio, che al tempo non era altro che un quartiere e si chiamava Rota. Tutto ciò scomparve nel fatidico 1695, quando un terribile terremoto provocò il franamento delle parti più esposte a valle dell’abitato di Bagnoregio, nonché dell’unica via d’accesso che univa l’abitato a Rota. Ma non era finita. L’abitato, ormai decisamente ristretto e in via di spopolamento, ebbe nel 1764 un vero colpo di grazia, con il crollo di altre porzioni della cittadina. Iniziava, così, il suo inesorabile declino da nobile e vetusta cittadina ad umile borgo agricolo, semi-diruto, semi-abbandonato e vittima, più volte e fino a tempi recenti, di ulteriori distruzioni.

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Posta su un colle isolato, Civita è collegata alla sorella Bagnoregio, e al “resto del mondo”, da un sottilissimo e lunghissimo viadotto in cemento. Esso fu ricostruito due volte, dopo la distruzione del vecchio ponte in muratura, fatto saltare dai tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale. La prima volta il lavoro non venne fatto in maniera accurata, tant’è che nel 1964, quando ennesimi smottamenti colpirono la collina di Civita e la Valle dei Calanchi, l’ardito cavalcavia appena edificato crollò a poche ore dalla sua inaugurazione. Fu quindi ricostruito ancora, e stavolta senza sorprese, riallacciando così l’antico borgo alla “terraferma”. Poi vennero realizzate importanti opere di sostegno alla rupe dove sorge l’abitato, che, ponendo un freno alla sua erosione, riportarono la “città che muore” alla vita. Almeno per ora. Ogni anno, e nonostante i moderni lavori di contenimento, il basamento tufaceo su cui sorge Civita subisce una pur minima erosione, mentre tutt’attorno gli inquietanti calanchi, suoi silenziosi e terribili aguzzini, mutano forma e consistenza.

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Intanto, però, la fine di Civita par essere fortunatamente lontana. Pubblicizzata ormai da decenni come la “città che muore”, in realtà Civita oggi vive eccome. Un flusso turistico ormai enorme e sempre crescente, anche di provenienza straniera ha riportato grande vitalità all’antico villaggio, che pian piano si sta ripopolando di attività commerciali. Eventi culturali e spettacoli dal vivo animano Civita in diverse occasioni dell’anno, ma non mancano manifestazioni tradizionali come il “Palio della Tonna”, una singolare corsa a dorso di asino che si tiene a giugno e a settembre nella piazzetta del paese. Anzi, in molti iniziano a guardare con preoccupazione questo afflusso turistico spropositato e “fuori scala” rispetto alle stesse dimensioni del borgo. Si è parlato, e secondo noi a ragione, di “snaturamento” di un luogo che aveva il suo “genius loci” nel silenzio e nella solitudine e che ora nei fine settimana e festivi implode nell’affollamento e nel caos di migliaia di persone stipate in uno spazio ristretto. Noi due anni fa, per scattare le foto che seguono, “senza gente”, ci siamo dovuti andare in un freddo pomeriggio di novembre: ma la situazione è cambiata e pure l’autunno inoltrato è divenuto una stagione ambita anche grazie allo splendore della vegetazione.

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Ha fatto anche discutere l’applicazione di un ticket d’ingresso al borgo di 1.50€. Al di là delle questioni di principio, per cui suona ridicolo – e in un certo senso lo è – far pagare per entrare in un luogo di fatto pubblico, non si può negare che tale “mossa” abbia avuto un duplice risultato positivo in termini materiali: da un lato ha conferito “valore” al luogo, rendendo cioè consapevoli i turisti che si sta visitando qualcosa che appunto “vale”; dall’altro, ancor più prosaicamente, ha permesso introiti prima inimmaginabili al Comune se solo pensiamo che in alcuni momenti dell’anno Civita ha registrato più visitatori del Colosseo…

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Del resto, sono tanti gli elementi ambientali ad attrarre il turista. Oltre ai meravigliosi panorami e alla bellezza del paesaggio agricolo e naturale, colpisce l’atmosfera incredibilmente suggestiva del borgo, che appare come un luogo “musealizzato”, un esempio, forse unico in Italia, di villaggio del XVI secolo immutato nel tempo.

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Vi si accede dalla scenografica Porta Santa Maria, un arco in peperino sormontato da una loggetta. Attribuita dalla tradizione alla scuola del Vignola, la porta reca due bassorilievi che raffigurano un leone che tiene un uomo con gli artigli, metafora della cacciata dei Monaldeschi.

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Oltrepassato il varco scavato nella roccia, subito si ammira una prima piazzetta, circondata da bei palazzi signorili e da casette più modeste: di un edificio rimane soltanto la facciata, con le finestre che lasciano intravedere il cielo. Continuando per la stradina, dopo pochi metri, si sbuca sulla pittoresca Piazza San Donato, che, altro caso sicuramente più unico che raro, al posto della pavimentazione presenta una breccia mista a terriccio, dando la sensazione di essere improvvisamente piombati indietro almeno di trecento anni. Qui spicca la mole dell’ex-Duomo di San Donato, sorto nel VIII secolo (probabilmente su un preesistente tempio pagano) ma dall’aspetto cinquecentesco. Al suo interno la chiesa conserva un pregevole crocifisso ligneo quattrocentesco, ritenuto miracoloso, cui è legata la singolare Processione del Cristo Morto: la sera del Venerdì Santo la scultura viene portata in processione a Bagnoregio e la tradizione vuole che essa ritorni assolutamente entro Mezzanotte a Civita, pena la sua acquisizione da parte dei bagnoresi.

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La visita continua fra gli stretti vicoli del borgo, caratterizzato da archetti, cortili e piccoli slarghi, e da case medievali e rinascimentali ornate da bifore, profferli e portali in peperino.

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E passeggiando in questo dedalo fatto di spazi inconsueti e di viuzze affacciate sul vuoto, lo sguardo è rapito qua e là da svariati scorci verso la Valle dei Calanchi, che al tramonto si colora di strane tonalità, offrendo curiosi giochi di luci ed ombre tra gli affilati crinali e la rada vegetazione, e formando un quadro paesistico ancor più surreale.

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Una buona parte dei turisti viene portata attualmente attraverso navette o va a lasciare l’auto nei grandi parcheggi intorno al Mercatello, il gruppo di case che precede il ponte, ove si trova la biglietteria. Peccato, perché ci si perde una passeggiata nel centro storico di Bagnoregio, con le sue stradine pittoresche e i bei palazzi nobiliari: il nostro consiglio è di parcheggiare fuori dalla rinascimentale Porta Albana (opera di Ippolito Scalza) e di seguire tutto il corso fino al Municipio proseguendo poi per il Belvedere di San Francesco in modo tale da avere una visione completa di questa particolare cittadina.

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Il percorso culmina così sull’ormai famoso punto panoramico da cui si ammira la “cartolina” di Civita e che dà accesso ad uno dei luoghi più venerati di Bagnoregio: la Grotta di San Bonaventura. Si tratta di un’antica tomba a camera etrusca, posta a strapiombo sulla valle, che venne utilizzata nel Medioevo come romitorio.

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Al luogo è legata la leggenda secondo la quale qui il piccolo Giovanni di Fidanza, futuro San Bonaventura, fu risanato da una malattia mortale da San Francesco, durante il suo soggiorno bagnorese. Nei pressi della grotta sorgeva, infatti, un convento francescano, di cui oggi, dopo i crolli del 1764, non rimangono che pochi resti. La madre di Giovanni, commossa dal miracolo, promise al Poverello d’Assisi che avrebbe consacrato la vita del proprio figlio al servizio di Dio. E così fu, tant’è che San Bonaventura (nome datogli dallo stesso San Francesco) scelse la veste francescana e si mise a diffondere tra i cristiani il messaggio caritatevole del suo maestro e guaritore. Costrettosi infine ad un rigido ascetismo, il Doctor seraphicus morì a soli 53 anni.

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Malgrado lo strepitoso successo turistico, l’incubo di crolli improvvisi avvolge pur sempre Civita, come elemento ineluttabile della sua storia: qualche tempo fa la foto di una grossa frana rossastra ai piedi del borgo, verificatasi dopo diversi giorni di pioggia, fece il giro del mondo. Il Comune sta cercando di correre ai ripari con interventi di consolidamento dei versanti argillosi che dalla rupe scendono a valle ma servirebbe un più ampio progetto di messa in sicurezza che allo stesso tempo non alteri questo delicato paesaggio. Urgono insomma ingenti fondi e la candidatura all’Unesco di Civita come “patrimonio dell’Umanità” è un atto decisivo per cercare di dare una visibilità internazionale alla paradossale situazione della Valle dei Calanchi, il cui splendore deriva proprio dalla sua carica distruttiva.

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Per approfondire e comprendere meglio il complicato rapporto fra “la città che muore” ed il suo territorio è d’uopo recarsi al Museo geologico e delle frane, in Piazza San Donato. Civita di Bagnoregio è situata su un colle tufaceo cuneiforme a 443 metri s. l. m., stretto fra due valloni dirupanti ove scorrono il Rio Chiaro e il Rio Torbido. Alle spalle dell’abitato si estende la grande vallata incisa dai calanchi. Il tufo della rupe di Civita, formatosi fra 700.000 e 125.000 anni fa a seguito di una serie di eruzioni vulcaniche, poggia sopra un insicuro strato di argille e di sabbia. Tale strato, essendo soggetto ad un processo di continua erosione da parte dei due suddetti torrenti e delle acque meteoriche, lascia pian piano “in sospensione” tratti più o meno ampi della soprastante rupe tufacea. Quindi essa, privata di un punto d’appoggio, cede e rovina a valle, trascinando con sé le case più esposte di Civita. Tale processo è ineliminabile ed è insito alla natura di questo terreno. Per questo Civita di Bagnoregio è chiamata “la città che muore”.

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Il “paesaggio instabile” della Valle dei Calanchi rappresenta, dunque, un esempio magniloquente di come l’ambiente muti continuamente forma. La caratteristica eccezionale dei calanchi è però quella di mostrare tali cambiamenti all’occhio umano anche nel giro di un paio di generazioni, e non, come solitamente avviene, lungo l’arco di centinaia o migliaia di anni. L’intima tragicità del paesaggio della “città morente” e della sua valle consiste, infatti, nella consapevolezza non soltanto che esso, d’un tratto, potrebbe scomparire ai nostri occhi, ma anche, e soprattutto, che tale eventualità forse noi non possiamo in alcun modo evitarla.

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C’è da dire che nonostante il fattore di distruzione che questo ambiente porta con sé, il suo effetto scenografico è davvero superbo. I calanchi formano crinali dalla forma ondulata e talvolta esilissima, torrioni enormi e stupende pareti d’argilla.

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Un’escursione a piedi tra queste sculture naturali è assolutamente indimenticabile, anche se non priva di ostacoli e pericoli. Qui le dimensioni reali sono falsate e all’occhio umano queste modeste colline d’argilla divengono rupi imponenti, offrendo immagini simili a quelle d’alta montagna.

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Tra le formazioni più celebri sono il solenne e dolomitico “Montione” e la cosiddetta “Cattedrale”, elegante erosione bianca, protesa misticamente con le sue guglie verso l’alto, quasi a voler ringraziare il cielo della sua stessa esistenza.

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Sculture“ che sembrano appartenere ad un altro pianeta o ad un sogno ad occhi aperti, poiché a nulla assomigliano, se non al frutto di una fantasia sconfinata o d’una visione onirica. E invece sono lì, veri, tangibili, ennesimo emblema dell’incomparabile arte della Natura.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori

Autunno e primavera.

Nei dintorni

Valle dei Calanchi, Lubriano, Civitella d’Agliano, Bolsena, Orvieto, Bomarzo.

Links

www.comune.bagnoregio.vt.it
www.museogeologicoedellefrane.it
www.borghitalia.it

Porta Santa Maria a Civita di Bagnoregio

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Uno scorcio ormai famosissimo: la rinascimentale Porta Santa Maria, accesso alla straordinaria Civita di Bagnoregio (cfr. “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”). Conosciuto come la “città che muore”, questo piccolo borgo della Teverina Viterbese è meta di turisti di tutto il mondo e in pochi anni è divenuto uno dei luoghi più visitati d’Italia. Merito sì della sua bellezza indiscutibile ma anche del contesto ambientale unico in cui si inserisce, costituito dalla magnifica Valle dei Calanchi. A breve dovrebbe giungere il riconoscimento dall’Unesco come “patrimonio dell’Umanità”.


Veduta autunnale di Civita di Bagnoregio

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Una veduta autunnale di Civita di Bagnoregio. Novembre, insieme con aprile e maggio, è il periodo più bello per visitare questo magnifico borgo, in procinto di diventare “patrimonio dell’Umanità”. Per sapere delle leggende e dei misteri di Civita di Bagnoregio si faccia riferimento alla nostra guida “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”.


Vigneto presso Sermugnano

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Un vigneto presso Sermugnano (frazione di Castiglione in Teverina), sulla splendida “Strada del Vino della Teverina Viterbese”: a novembre la campagna della Tuscia regala lo spettacolo superbo dei suoi colori.


Torre Alfina: dove il Lazio diviene fantasia

Quasi all’estremo nord del Lazio, proprio al confine con l’Orvietano, Torre Alfina incanta sin da lontano per le imponenti torri del suo scenografico maniero. Il borgo sorge sul Piano dell’Alfina, da cui prende il nome, territorio apparentemente ai margini di tutto, in realtà cuore di una più ampia zona umbro-laziale dai caratteri omogenei.

Torre Alfina-Veduta da Proceno

Torre Alfina in lontananza vista da Proceno

Panorama verso Torre Alfina da Ficulle

Panorama verso Torre Alfina da Ficulle

Siamo dunque nell’Alta Tuscia, o meglio in quel lembo di Lazio che dal Touring Club Italiano è stato definito “toscano” per via della continuità col paesaggio senese: espressione che però non piace ai locali, attaccati con forza ad un’identità “laziale” praticamente sconosciuta in buona parte della nostra regione (scaturita, com’è noto, da puri e semplici artifici amministrativi risalenti al periodo fascista).

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Paesaggio del “Lazio toscano”

Fiume Paglia

Il Fiume Paglia

Tale atteggiamento non è soltanto il frutto di un puro e semplice campanilismo – qui comunque piuttosto spiccato – ma anche della non sopita memoria storica delle genti della Valle del Paglia. Poco più a settentrione di Torre Alfina correva infatti il confine fra lo Stato Pontificio ed il Granducato di Toscana, come testimonia ancor oggi la dogana pontificia costituita dal grazioso villaggio di Centeno sulla Via Cassia. Confini che non videro mai ostilità (quelle ci furono fra Siena e Firenze ed arrivarono al massimo a lambire la Tuscia) ma che da sempre marcano differenze fra popoli e culture, tant’è vero che subito oltre il dialetto cambia di colpo.

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I prati e i boschi dell’Alfina con il borgo sullo sfondo

Assente invece la competizione con la “sorella” Umbria, in virtù proprio della comune antica appartenenza “papalina”. Anzi si arriva spesso a Torre Alfina proprio da Orvieto, attraverso una strada che dapprima si snoda fra pregiati vigneti (con straordinarie visuali della rupe) e poi oltrepassa gli abitati di Castel Viscardo e Castel Giorgio. Tuttavia il modo più bello è quello di giungervi dal capoluogo comunale di Acquapendente, attraversando per nove chilometri una campagna stupenda. Ed ecco qui una sensazione straniante: i prati verdi, le querce solitarie e i boschi misti, le bianche greggi al pascolo, gli scuri casali in pietra vulcanica e poi sempre più vicino il paese, dominato sontuosamente dall’insolita architettura del castello, ricordano vagamente gli scenari rurali dell’Inghilterra piuttosto che l’Italia, non fosse per i pini, i cipressi, le vigne e qualche ulivo che ci ricordano che ci troviamo in ambito mediterraneo. Passando così accanto a ville e casolari dal tono elegante e rustico assieme, magari nel tardo autunno quando il fumo dei camini accesi si insinua nel cielo freddo e plumbeo, sembra quasi di essere immersi in un romanzo delle sorelle Brontë, come “Wuthering Heights” o “Jane Eyre”.

Torre Alfina-Veduta da lontano

Veduta da lontano

In realtà un paesaggio di questo tipo lascia spazio a molteplici interpretazioni ma di sicuro sa ispirare il visitatore imbevuto di letture romantiche. E di certo non è caso se, non appena si entra a Torre Alfina per uno splendido viale alberato, una tabella ci dice che siamo nel “paese della poesia” (oltre che in “uno dei borghi più belli d’Italia”).

Torre Alfina-Finestra

Finestra in cotto

Oggi come ieri questo piccolo gruppo di case solitario ed aristocratico attrae artisti e letterati, visionari e sognatori che nella vita vagheggiano beltà ed innocenza. Inoltre vi fanno visita i numerosi escursionisti ed amanti della natura che percorrono i sentieri della Riserva Naturale del Monte Rufeno: si consiglia a tal proposito di visitare il Museo del Fiore che offre un approfondimento sulla flora e sulla geo-morfologia dell’area protetta. Non ultimi, gli appassionati di produzioni tipiche conoscono bene Torre Alfina per il famoso gelato artigianale “Sarchioni”, che si può gustare nell’omonimo bar appena fuori dalle mura: un tocco di “prosa” che non fa male se è vero che la mente funziona meglio con la pancia piena.

Torre Alfina-Veduta

Torre Alfina-Veduta

Approfittiamone per un rapido cenno storico. Dapprima sorta forse come fortificazione longobarda (VIII secolo), la primitiva torre fu nel Medioevo sottoposta alla signoria dei Monaldeschi. L’abitato poi si sviluppò e visse una parentesi di relativa autonomia nel corso del ‘400, in ogni caso sotto l’influenza del potente Comune di Orvieto. Nella seconda metà del Seicento Torre Alfina passò per via ereditaria ai marchesi Bourbon del Monte ai quali appartenne sino al 1880, allorquando il borgo e le terre intorno vennero acquistati da un ricco banchiere francese: Edoardo Cahen d’Anvers. Già insignito del titolo di conte per aver finanziato le operazioni militari savoiarde nel corso delle guerre d’indipendenza, si guadagnò più tardi anche quello di marchese. Fu egli il protagonista della rinascita artistica di Torre Alfina, che conformò al suo spirito estroso.

Torre Alfina-Castello Cahen

Castello Cahen

Le viuzze del piccolo borgo, infatti, si mostrano nettamente sottomesse al gigante che sovrasta il tutto, e lì conducono in breve senza lasciar possibilità di smarrimenti labirintici: la stessa chiesa del paese sorge in posizione defilata quasi a temere di mettervisi in competizione. 

Torre Alfina-Porta Vecchia

Porta Vecchia

Torre Alfina-Scorcio nel borgo

Scorcio nel borgo

Torre Alfina-Scorcio nel borgo

Casa caratteristica

Parliamo ovviamente del Castello Cahen, costruzione nata dalla fantasia del Marchese Cahen, il quale alla fine dell’Ottocento, con l’ausilio di un architetto senese, ristrutturò la preesistente fortificazione trasformandola in una sorta di “dimora da fiaba”.

Torre Alfina-Castello Cahen, stemmi

Castello Cahen, stemmi

Torre Alfina-Castello Cahen, merli

Castello Cahen, merli

Torre Alfina-Castello Cahen, arco

Castello Cahen, arco

Torre Alfina-Castello Cahen, scorcio

Castello Cahen, scorcio

Recentemente la raffinata struttura è stata resa visitabile grazie all’interessamento della Boscolo Etoile Academy, ciò che sta producendo un ritorno turistico positivo per il paese dopo decenni di abbandono pressoché totale.

Torre Alfina-Salita al castello

Salita al castello

Torre Alfina-Castello Cahen, scorcio di torri

Castello Cahen, scorcio di torri

Torre Alfina-Scorcio di torri

La torre circolare

Figura enigmatica, bizzarra e misteriosa, il marchese creò altresì un suggestivo parco “romantico” o “all’inglese” (ed ecco che i conti tornano), ossia caratterizzato da vegetazione spontanea e disordinata, sistemando un sentiero all’interno del sottostante Bosco del Sasseto, che il National Geographic ha appellato come “il Bosco di Biancaneve”.

Torre Alfina-Bosco del Sasseto

Bosco del Sasseto

E non basta. Nel folto della selva – oggi tutelata come “monumento naturale” – egli si fece edificare una tomba in stile neo-gotico che oggi sorprende ed affascina creando un angolo di rara suggestione. Purtroppo l’ignoranza, la maleducazione e la stupidità di alcuni “turisti” poco rispettosi ha fatto sì che la tomba del marchese sia stata più volte vittima di atti di vandalismo: tant’è che il sentiero per arrivare al sepolcreto non è segnalato, proprio per evitare un afflusso eccessivo.

Torre Alfina-Tomba del Marchese Cahen

La misteriosa tomba del Marchese Cahen

Torre Alfina-Tomba del Marchese Cahen, scalini

Tomba del Marchese Cahen, scalini

Torre Alfina-Tomba del Marchese Cahen, stemma

Tomba del Marchese Cahen, stemma

Torre Alfina paradossalmente potrebbe anche risultare poco interessante o addirittura noiosa per molti. Nella nostra epoca scabra, fatta di archistar e grattacieli, “smart” e “2.0”, “manager” e “know how”, ma anche di turismo globalizzato e basato sullo shopping, il Romanticismo è un ricordo lontano. Cosa fare a Torre Alfina dove in pratica non esistono negozi? Arte e natura: “tutto qui”.

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Particolari nel borgo

Torre Alfina-Opera d'arte contemporanea

Torre Alfina-Portale

Torre Alfina-Stemma

Si impone allora con tutta la sua potenza rivoluzionaria l'”anacronismo fantastico” di Torre Alfina, quale rifugio di cuori puri e forti che rifiutino il modello di sviluppo attuale, basato sul consumare cose, luoghi, terre, risorse e persone. Seguire la bellezza, vivere in essa e lottare per essa ci pare nella società odierna un vero e proprio “atto politico”, molto più incisivo di un voto dato a palesi cialtroni o a personaggi sconosciuti imposti alla popolazione dalle elite dirigenti e dai mass-media.

Mte Rufeno-Foliage 2 RCRLB

Foliage autunnale

Mte Rufeno-Foliage 1 RCRLB

Torre Alfina-Scorcio nel borgo

Emozionarsi guardando un’antica pietra color ruggine o una foglia di roverella che cade a novembre significa dare un calcio ad una società che vorrebbe l’accumular cose come metro della felicità.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati: da aprile a giugno, da ottobre a gennaio

Dove dormire:

Agriturismo Le Roghete


Il Lazio, la “terra dei laghi”

Il Lazio non è certo conosciuto come una “terra di laghi”. Ciò rappresenta un vero e proprio paradosso in quanto la grande varietà e quantità di specchi d’acqua presenti in questo territorio le fa tenere un primato nazionale: si spazia dai laghi costieri a quelli vulcanici, dai bacini artificiali ai laghi glaciali, da quelli sorgivi e carsici a quelli palustri e residuali. Ogni lago è circondato da un paesaggio a sé, dalle caratteristiche ben precise che meritano di essere preservate, conosciute ed apprezzate, in quanto, al di là del fattore-acqua in sé, si tratta di ambienti tanto belli quanto delicati, ricchi non solo dal punto di vista della flora e della fauna ma anche sotto l’aspetto storico, culturale, agricolo.

Il Lago Albano, uno dei più famosi del Lazio

Il Lago Albano, uno dei più famosi del Lazio

Nei pressi o direttamente sulle sponde di questi laghi si trovano infatti coltivazioni di tipo tradizionale nonché borghi e siti archeologici, a testimoniare naturalmente che gli insediamenti vicini alle risorse idriche si perdono nella memoria dei tempi. E non può essere un caso se la civiltà di Roma (ma anche quella etrusca) nacque proprio in una terra così colma di riserve d’acqua, sia fluviali che lacustri.

Il Lago di Bolsena con l'Isola Bisentina

Il Lago di Bolsena con l’Isola Bisentina

Anche intorno ai laghi artificiali – che oggi offrono scenari inediti e favolistici -, sorti da quelli che un tempo furono dei fiumi, troviamo i segni di una storia vetusta.

Lago del Turano, panorama da Antuni

Lago del Turano, panorama da Antuni

Iniziamo proprio dai bacini realizzati a scopo idroelettrico. Da ovunque si provenga, i laghi del Salto e del Turano, nel Reatino, offrono delle vedute inconsuete ed inaspettate che si lasciano scoprire man mano che le sinuose strade si fanno largo fra boschi fittissimi e scorci rocciosi. Abitati che ci raccontano degli incastellamenti alto-medievali per poi aprirsi in queste grandi distese d’acqua che con le loro continue ramificazioni rimandano ai fiordi del Nord-Europa, mentre i castelli e le rocche in rovina che ogni tanto fanno la loro comparsa ricordano certi paesaggi scozzesi.

Castel di Tora-Panorama verso Antuni

Castel di Tora, panorama sul Lago del Turano ed Antuni

Lago del Turano-Paesaggio

Il Lago del Turano visto da Colle di Tora

Lago del Salto-Diga della centrale idroelettrica

Lago del Salto, diga della centrale idroelettrica

Lago del Salto-Panorama dalla diga

Lago del Salto, panorama crepuscolare dalla diga

Rocca Vittiana-Panorama sul Lago del Salto

Panorama sul Lago del Salto da Rocca Vittiana

Poggio Poponesco-Panorama sulla Valle del Salto

La Valle del Salto dalla Rocca di Poggio Poponesco

L’ultimo della “famiglia”, fra quelli reatini, lo Scandarello, emerge nella più distesa conca di Amatrice e dona una vista assai suggestiva della catena della Laga. Pochi chilometri a nord di Roma, in una delle prime riserve naturali del Lazio, si allarga il bacino di Nazzano, considerato come un “lago”, ma che è in realtà un’ampia ansa del Tevere sbarrata da una diga. Scendendo poi verso sud, in Ciociaria, nella grande piana del Liri, troviamo il Lago di San Giovanni Incarico, circondato da fertili campi coltivati. Al confine col Molise inoltre il Lago di Cardito si apre fra montagne maestose.

Lago di Scandarello-Veduta dalla Salaria

Veduta del Lago di Scandarello dalla Via Salaria

Lago di Nazzano

Lago di Nazzano

Passando ai laghi carsici, essi si presentano nelle più diverse forme e dimensioni, a seconda dell’altitudine e della morfologia del territorio. Il più esteso è senza dubbio il Lago di Canterno, a poca distanza da Fiuggi, pittoresco per l’effetto dato dai Monti Ernici che, soprattutto al tramonto, vi si specchiano con le loro alte cime rosate e coperte di neve d’inverno.

Lago di Canterno-Scorcio dalla rive

Il Lago di Canterno con la Rotonaria

Il Lago di Canterno è anche noto per il fatto di cambiare sensibilmente forma e grandezza nel corso degli anni, ciò che lo fa definire come un “lago fantasma”.

Lago di Canterno

Lago di Canterno

Lago di Canterno

Lago di Canterno

Lago di Canterno-Scorcio

Pescatore sul Lago di Canterno

Lago di Canterno visto da Trivigliano

Lago di Canterno visto da Trivigliano

Più defilati ma ancor più affascinanti i laghetti che punteggiano i grandi altopiani del Cicolano, a monte del già citato Lago del Salto: ossia i laghi di Rascino, Petrella, Aquilente, Cornino che formano uno dei complessi ambientali più straordinari del Lazio. Non lontano, lo sperduto Lago della Duchessa, amatissimo dagli escursionisti, costituisce un unicum nella regione: forse residuo di un remoto ghiacciaio, sorge in una spettacolare conca rocciosa dall’aspetto ostico e selvaggio dove è facile avvistare grifoni in volo.

Lago di Rascino

Lago di Rascino

Lago di Rascino-Masseria

Antico casale nei pressi del Lago di Rascino

Lago della Duchessa-Grifone in volo

Grifone in volo sul Lago della Duchessa

Ancora nel Reatino troviamo altri tesori naturalistici. La boscosa Val Velina è punteggiata da numerosi bacini di piccole dimensioni: i più importanti sono il Lago di Cotilia, caratterizzato da acque solfuree (c’è una stazione termale), e quello di Paterno, che occupa una dolina ed è impreziosito dai ruderi di una villa romana.

Lago di Paterno

Lago di Paterno

Sorgenti di Cotilia

Sorgenti di Cotilia

Più a nord, al confine con la Provincia di Perugia, fra i Sibillini e la Laga, troviamo infine i Pantani di Accumoli, piccoli specchi d’acqua che impreziosicono immense praterie. Fra i Monti Ausoni e il Mar Tirreno, in Provincia di Latina, solo di sfuggita dalla Via Flacca si nota il Lago di San Puoto, legato ad una leggenda di una città perduta sommersa. In un contesto completamente diverso, nel cuore dei verdi Monti Lucretili, i due graziosi Lagustelli di Percile (Fraturno e Marraone), sono meta di rilassanti gite. Camminando invece sulle cime carsiche dell’anti-Appennino e del pre-Appennino (in particolare sui Monti Lepini) è facile imbattersi nei tanti volubri che nonostante le modeste dimensioni costituiscono degli habitat ricchissimi per rettili, anfibi e insetti rari.

Campo di Segni

Laghetto sul Campo di Segni

Quasi sempre di natura sostanzialmente carsica, i laghi sorgivi sono sicuramente una delle più belle sorprese del Lazio. Molto differenti fra loro, confermano la straordinaria ricchezza d’acqua della regione. Si passa dall’ameno Lago di Giulianello, risorgenza vulcanica ai piedi dei Colli Albani, alle magnifiche sorgenti di Ninfa e Posta Fibreno: sul primo si adagiano le famose rovine di una città medievale, formando un quadro di romantica bellezza; il secondo è celebre fin dall’antichità per un’isola galleggiante citata da Cicerone (la “rota”) ed oggi è particolarmente apprezzato per le acque incredibilmente limpide e per l’atmosfera di grande relax; è navigato da un tipo di semplice imbarcazione detta “naue”. Indimenticabile il panorama dall’omonimo paese di Posta Fibreno.

Lago di Giulianello

Lago di Giulianello

Laghetto di Ninfa con il Castello Caetani

Laghetto di Ninfa con il Castello Caetani

Lago di Posta Fibreno-Veduta da Posta Fibreno

Il Lago di Posta Fibreno visto dall’omonimo paese

Lago di Posta Fibreno-Isola galleggiante

L’Isola galleggiante sul Lago di Posta Fibreno

Lago di Posta Fibreno-Naue al crepuscolo

Lago di Posta Fibreno, una “naue” al crepuscolo

Riflessi al tramonto sul Lago di Posta Fibreno

Riflessi al tramonto sul Lago di Posta Fibreno

Limpidezza delle acque del Fibreno

Limpidezza delle acque del Fibreno

Lago di Posta Fibreno, vegetazione ripariale

Lago di Posta Fibreno, vegetazione ripariale

La Conca di Rieti, oltre ad offrire un paesaggio rurale fra i più intatti della regione, è sempre stata generosa d’acqua in quanto attraversata dal Fiume Velino, rifornito da imponenti sorgenti. Fino a non molti decenni fa la piana era soggetta ad alluvioni finché gli ultimi interventi in epoca fascista non conclusero una lunga serie di opere di bonifica iniziate peraltro con decisione sin dagli antichi Romani, che prosciugarono il Lacus Velinus, dando vita, com’è noto, alla celebre Cascata delle Marmore. Residui di questo antico bacino sono i tre laghi palustri di Ventina, Lungo e Ripasottile, che oggi è possibile visitare facilmente grazie ad una rete di sentieri naturalistici e piste ciclabili.

Lago di Ripasottile

Lago di Ripasottile

Lago di Ventina

Lago di Ventina

Lago di Ventina-Ninfee

Lago di Ventina, ninfee

Laghi Lungo e Ripasottile da Rivodutri

Laghi Lungo e Ripasottile da Rivodutri

Tornando al Basso Lazio, possiamo ammirare una lunga serie di laghi costieri: più a nord troviamo quelli compresi nel Parco Nazionale del Circeo (di Fogliano, dei Monaci, di Caprolace, di Paola) che offrono vedute immagini senza tempo con paludi, bovini al pascolo e scorci mozzafiato sui Monti Lepini, sulle splendide dune e sul promontorio del Circeo. Nel loro entroterra numerosi altri specchi d’acqua potrebbero essere annoverati come i residui delle Paludi Pontine ma finora purtroppo quasi mai sono stati resi noti ed accessibili (Laghetto Granieri, Laghi del Vescovo, laghi di Mazzocchio e San Carlo, ecc…). Spostandoci nel Sud Pontino, il frastagliato Lago di Fondi è il fulcro di una vasta produzione ortofrutticola e da qualche anno è divenuto un’area protetta. Ancora più a mezzogiorno, verso Sperlonga (e dirimpetto al già citato Lago di San Puoto), è il semisconosciuto Lago Lungo da cui si ha una vista insolita e stupenda del Circeo che da qui appare come un’isola.

Lago di Fondi

Lago di Fondi

Il Lago di Paola con lo sfondo del Circeo

Il Lago di Paola con lo sfondo del Circeo

Il Lago di Paola visto dal Circeo

Il Lago di Paola visto dal Circeo

Infine i laghi vulcanici, la vera peculiarità del Lazio, che detiene in questo caso un primato addirittura europeo. Sono quattro i complessi vulcanici nella regione: Laziale, Sabatino, Cimino-Vicano, Volsino, ognuno dei quali ha dato luogo ad un certo numero di laghi.

Lago Albano, veduta da Via dei Laghi

Il Lago Albano dalla Via dei Laghi, scorcio celebre nei dipinti del Grand Tour

Lago Albano-Tramonto

Tramonto sul Lago Albano

Lago di Nemi-Scorcio presso Nemi

Un altro scorcio più volte rappresentato nei dipinti: il Lago di Nemi dalla passeggiata verso Genzano

Lago di Nemi, tramonto su Genzano

Lago di Nemi, tramonto su Genzano

Lago di Nemi, scorcio delle rive da Nemi

Lago di Nemi, scorcio delle rive da Nemi

Lago di Nemi, veduta da Genzano

Lago di Nemi, veduta da Genzano

Mentre i laghi dei Colli Albani, cioè quelli di Castel Gandolfo e Nemi, presentano un paesaggio per lo più boscoso e in alcuni punti aspro, la maggior parte dei laghi dell’Alto Lazio mostrano invece un territorio caratterizzato anche da ampie e dolci colline coltivate o lasciate al pascolo: è il caso dei laghi di Bolsena e Bracciano e dei più piccoli, ma incantevoli, bacini di Martignano, Monterosi, Mezzano. Costituisce una sorta di “via di mezzo” fra le due tipologie citate lo splendido Lago di Vico, nel cuore dei Monti Cimini, protagonista di vaste coltivazioni di nocciole.

Alba sul Lago di Bolsena

Alba sul Lago di Bolsena

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Marta

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Marta

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Bolsena

Lago di Bolsena, tramonto dal lungolago di Bolsena

Lago di Bolsena, crepuscolo presso Marta

Lago di Bolsena, crepuscolo presso Marta

Lago di Bolsena-Scorcio con rete

Rete di pescatori a Bolsena

Lago di Bolsena-Pescatore in partenza RCRLB

Pescatore in partenza

Lago di Bolsena, gabbiano in acqua a Marta

Lago di Bolsena, gabbiano in acqua a Marta

Lago di Bolsena-Tramonto sull'Isola Bisentina

Lago di Bolsena, tramonto verso l’Isola Bisentina

Lago di Bolsena, veduta da Montefiascone

Lago di Bolsena, veduta da Montefiascone

I laghi vulcanici del Lazio sono quelli che più sono stati interessati da un’antica civilizzazione: resti latini, romani ed etruschi ne fanno un patrimonio archeologico immenso. Nel corso del Rinascimento, queste zone videro il proliferare di ville, giardini e residenze nobiliari.

Lago di Vico

Lago di Vico

Lago di Vico

Lago di Vico

Lago di Vico-Veduta

Il Lago di Vico visto dalla pedana per il parapendio nei pressi di San Martino al Cimino

Celebri sono le ville dei Castelli Romani, soprattutto intorno a Frascati; non meno fulgida, ed oggetto di rinnovato interesse, l’epoca delle signorie dei Farnese, degli Orsini e dei Lante-Della Rovere che hanno lasciato eccezionali testimonianze artistiche intorno ai laghi di Bracciano, Vico e Bolsena.

Lago di Bracciano

Lago di Bracciano

Lago di Bracciano, tramonto presso Anguillara

Lago di Bracciano, tramonto presso Anguillara

Lago di Bracciano, scorcio da Trevignano

Lago di Bracciano, scorcio da Trevignano

Un’ultima chicca sono i “laghi di confine”, vera curiosità per gli appassionati di geografia. Parliamo sostanzialmente di due laghi principali: il Lago di Alviano e Lago di San Casciano de’ Bagni, entrambi artificiali, “in condominio” rispettivamente con l’Umbria (Provincia di Terni) e con la Toscana (Provincia di Siena). Si tratta di luoghi meravigliosi per il dolcissimo paesaggio collinare: rientrano nella regione Lazio rispettivamente le loro rive occidentali e meridionali.

Lago di Alviano-Scorcio

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di Alviano

Lago di San Casciano de' Bagni

Lago di San Casciano de’ Bagni

Concludiamo così questo viaggio attraverso i laghi del Lazio, con la speranza di aver fatto conoscere meglio quest’infinita ricchezza ambientale e culturale di cui si parla ancora poco. Per approfondimenti sui misteri, le tradizioni, le leggende che avvolgono i laghi del Lazio si rimanda alle nostre guide “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito” e “I Castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.


Scorcio delle case del borgo di Bolsena

Bolsena-Scorcio di case 1 RCRLB

Uno scorcio delle case del magnifico borgo medievale di Bolsena, uno dei più integri e suggestivi del Lazio. Bolsena è la città dei miracoli di Santa Cristina, oltre che frequentata località di villeggiatura sulle rive dell’omonimo grande lago vulcanico. Per saperne di più si faccia riferimento al nostro libro “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.


Fontana a fuso di Vitorchiano

Vitorchiano-Fontana a fuso

L’elegante fontana “a fuso” di Vitorchiano, che introduce al bellissimo borgo medievale. Di fattura duecentesca, deve il suo nome alla particolare forma a fiore della cuspide, secondo alcuni studiosi di derivazione etrusca. Vitorchiano e il suo territorio serbano numerose sorprese al visitatore: per saperne di più si faccia riferimento alla nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”. Per inserire invece il borgo in un itinerario più ampio si veda il nostro articolo “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia (parte 2: da Viterbo a Sermugnano”).


La “Cattedrale” nella Valle dei Calanchi

Valle dei Calanchi-Cattedrale da lontano 1 RCRLB

Le ardite guglie d’argilla della “Cattedrale” (o “Duomo di Milano”) svettano fra i bianchi calanchi di Bagnoregio: uno dei paesaggi più straordinari d’Italia, oggi candidato a “patrimonio dell’Umanità”. Maggio è il periodo perfetto per visitare la vallata, che – col suo ambiente estremo – non è percorribile per molti mesi dell’anno (in autunno-inverno a causa delle piogge e in estate per via del caldo torrido).  Numerose associazioni locali organizzano escursioni nella zona: fra le tante, consigliamo Ecomuseo della Tuscia (ecomuseotuscia@gmail.it – info@ecomuseodellatuscia.it). Per maggiori informazioni sulla Valle dei Calanchi e su Civita di Bagnoregio si faccia riferimento al nostro libro “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.


Veduta di Montecalvello

Montecalvello-Veduta da lontano al tramonto

Una veduta al tramonto del suggestivo borgo-castello di Montecalvello, circondato da un paesaggio mozzafiato. Siamo nel cuore della Teverina Viterbese, al confine con l’Umbria, in uno dei territori più splendidi e romantici del Lazio. Montecalvello fu ultima dimora del pittore francese Balthus e ancor oggi appare come un luogo senza tempo.


Castiglione in Teverina, piccola “capitale del vino” del Lazio

Situato al margine della Valle dei Calanchi di Bagnoregio e al confine con l’Orvietano, Castiglione in Teverina è uno dei principali centri vitivinicoli del Lazio. Seppur meno nota di Frascati e Marino, di Piglio e Olevano o della vicina Montefiascone, solo queste località possono contenderle il titolo di “capitale del vino del Lazio”. Un primato letteralmente guadagnato “sul campo”, poiché da qualsiasi parte vi si giunga sono i vigneti –  alternati a coltivi, pascoli, uliveti e boschi – a dominare lo splendido paesaggio agreste, punteggiato da casali in pietra ornati da cipressi. Siamo infatti sulla “Strada del vino della Teverina” e qui a differenza di altre “strade del vino” (a cominciare da quella dei Castelli Romani) le vigne si vedono davvero: periodo perfetto per ammirarle è ovviamente quello successivo alla vendemmia, quando i filari si colorano di giallo oro, arancio e rosso carminio.

Castiglione in Teverina-Vigneto sulla Strada del Vino

Castiglione in Teverina-Campagna sulla Strada del Vino

Erede di una pluri-millenaria tradizione vinicola risalente agli Etruschi, Castiglione, assieme ai Comuni limitrofi (Civitella d’Agliano in primis), contribuisce sensibilmente alla produzione dell’Orvieto doc (da non confondere con l’Orvieto “classico”, che si produce soltanto nei diretti dintorni della rupe), un bianco pregiato di vetuste origini caduto nel dimenticatoio negli ultimi anni ma capace di indiscutibili eccellenze; altra perla è il Grechetto, vino anch’esso di origine umbro-laziale, mentre meritano una menzione il Colli Etruschi Viterbesi (o Tuscia) doc e il Lazio igt; se ci si informa bene prima di partire si possono acquistare delle autentiche chicche enologiche dalle aziende situate sul percorso. Evento sovrano di Castiglione è la “Festa del vino dei colli del Tevere”, che ormai da decenni rallegra alcune serate estive.

Castiglione in Teverina-Strada della Lega, vigneto 1 RCRLB

Castiglione in Teverina-Strada della Lega-Vigneto ai piedi di Sermugnano RCRLB

Appena entrati nel paese colpiscono l’ordine, la pulizia e la dignità dell’abitato moderno, che ospita un interessante Museo del Vino (MUVIS), a quanto pare uno fra i più grandi d’Italia; annesso vi si trova un centro-informazioni turistiche sempre aperto, che conferma lo sforzo delle amministrazioni locali di accogliere i visitatori nel migliore dei modi.

Castiglione in Teverina-Museo del Vino RCRLB

Castiglione in Teverina-Centro visite RCRLB

Poco dopo si apre la piazza principale di Castiglione, in fondo a cui troneggia il turrito Castello dei Monaldeschi, edificato a cavallo fra XIII e XIV secolo: questo dà accesso al piccolo borgo medievale, attualmente un po’ malandato ma che sta favorendo di numerosi lavori di ristrutturazione finalizzati a riportarlo all’antico splendore. Stupendi gli affacci panoramici sulla Valle del Tevere, oltre la quale si innalzano i Monti Amerini, con le macchie bianche dei “paesi cugini” della Teverina umbra.

Castiglione in Teverina-Vicolo 1 RCRLB

Castiglione in Teverina-Vicolo 3 RCRLB

Castiglione in Teverina-Vicolo 4 RCRLB

Visitata Castiglione, ecco però che è ancora la sua campagna a regalarci le sorprese più belle. Procedendo in direzione di Orvieto si giunge ad un punto particolarmente pittoresco della Strada del Vino della Teverina, ove spicca l’elegante chiesetta rurale della Madonna delle Macchie con annesso casolare.

Castiglione in Teverina-Chiesa della Madonna delle Macchie

Proprio di fronte inizia una sterrata in discesa dal fondo ottimamente percorribile (segnalata da un cartello in legno come la “Strada della Lega”) che permette di inoltrarsi inaspettatamente in una sorta valle “segreta”: dinnanzi ai nostri occhi il paesaggio finora dolce e rassicurante muta all’improvviso nel deciso contrasto fra le onnipresenti vigne e i caratteristici ventagli ocra dei calanchi, mentre candide greggi fanno capolino fra i verdi prati. Se percorsa tutta, inoltre, la Strada della Lega conduce con una piacevolissima passeggiata direttamente alla parte antica di Castiglione, che da qui si offre alla vista nella sua perfetta forma di incastellamento. Anche in questo caso occorre ammettere che il Comune di Castiglione ha un altro pregio raro, quello cioè di aver reso fruibile quasi per intero il suo ambiente agricolo e di avergli così dato la giusta importanza.

Castiglione in Teverina-Strada della Lega, cartello RCRLB

Castiglione in Teverina-Strada della Lega, paesaggio 1 RCRLB

Castiglione in Teverina-Strada della Lega, filare di cipressi RCRLB

Dal lato opposto della valle, all’apice di una collina, appare come una visione il minuscolo villaggio di Sermugnano, frazione di Castiglione. Lo si può raggiungere in pochi minuti tramite una strada che attraversa uno dei paesaggi agrari più nobili ed intatti del Lazio, impreziosito da un ricco patrimonio di edilizia rurale. Il piccolo borgo non presenta edifici di pregio architettonico e le case hanno un tono piuttosto dimesso: anche qui però i panorami valgono di per sé la deviazione; nella zona, peraltro, sono rilevanti le tracce del passato etrusco.

Sermugnano-Scorcio fra le vigne RCRLB

Valle dei Calanchi-Paesaggio ai piedi di Sermugnano 2 RCRLB

Valle dei Calanchi-Paesaggio ai piedi di Sermugnano

Sermugnano e Castiglione fanno parte del nostro itinerario “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia, parte 2”, che disegna una vera e propria vacanza di più giorni nella Teverina laziale, stupenda plaga ricca di luoghi “fuori dal tempo” nonché di veri e propri tesori archeologici, storici e ambientali: una zona insomma che può rivelarsi come una sorta di “terra delle  meraviglie” per chi ami il viaggio lento e “di scoperta”.


Campagna ai piedi di Civitella d’Agliano

Civitella d'Agliano-Campagna ai piedi del borgo

La suggestiva campagna ai piedi del borgo medievale di Civitella d’Agliano: al tipico dolce paesaggio dell’Italia Centrale si alternano i bianchi ventagli dei calanchi, formando spettacolari contrasti visivi.