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Acquapendente, sulla Via Francigena

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L’eleganza formale di Acquapendente, cittadina sviluppatasi nel Medioevo sulla Via Francigena. Famosa per la Basilica del Santo Sepolcro, con la sua magnifica cripta romanica, è il primo centro del Lazio che si incontra provando da nord sulla Via Cassia.

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Scorcio di Caprarola

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Uno scorcio della cittadina di Caprarola con il magnifico Palazzo Farnese, capolavoro del Vignola.


Scorcio sui tetti di Alatri

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Uno sguardo sui tetti della bellissima Alatri, una delle città d’arte più interessanti della Ciociaria e del Basso Lazio, famosa per la spettacolare acropoli megalitica. 


La vecchia Toscanella, “tempio” del vedutismo nel cuore della Maremma Laziale

I verdi pascoli e le distese solitarie, le rovine etrusche, romane e medievali: nonostante le profonde ferite inferte dalla speculazione energetica negli ultimi anni (in primis le enormi pale eoliche di Piansano) che ha spezzato orizzonti rimasti “fino a ieri” vuoti, il paesaggio della Maremma Viterbese rimane in larga parte integro e struggente, soprattutto a sud di Tuscania.

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Questo contesto privilegiato fa da sfondo alla visita di una delle città d’arte più affascinanti del Lazio e di questa parte d’Italia. Celebre per le magnifiche basiliche romaniche di San Pietro e Santa Maria Maggiore, ma anche per un centro storico ben preservato, la “Toscanella” dei viaggiatori del passato ha tuttavia origini molto più antiche, risalenti ad epoche anteriori all’Età del Bronzo. Prima di divenire fiorente colonia romana (III sec. a. C.), Tuscania fu fiera e potente città etrusca, dedita al commercio marittimo (in virtù della vicinanza al porto dell’attuale Marina di Montalto), oltre che insediamento proto-storico, come hanno confermato i rinvenimenti nella zona di Colle San Pietro.

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Testimonianza evidente del periodo etrusco sono le numerose necropoli, che si aprono tutt’intorno all’abitato per alcuni chilometri (Peschiera, Pian di Mola, Castelluccio, Ara del Tufo, Madonna dell’Olivo, Scalette, Carcarello, Sasso Pizzuto, ecc…). Concentrate soprattutto a nord e a sud di Colle San Pietro, esse formano un patrimonio archeologico straordinario anche per la varietà delle tipologie architettoniche, in cui sono peraltro evidenti influssi stilistici dalle vicine Vulci, Tarquinia e Cerveteri.

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Tra questi complessi funerari spicca soprattutto la Necropoli della Madonna dell’Olivo, nei pressi del Fiume Marta, che presenta sepolture di differenti dimensioni, risalenti soprattutto all’età ellenistica (IV-I sec. a. C.): accanto alle tombe dei Curunas, è qui nota soprattutto la cosiddetta “Tomba della Regina” (o “Grotta della Regina”), che riprende, peraltro, una denominazione abbastanza diffusa nelle necropoli della Tuscia (si pensi, ad esempio, all’omonima tomba a dado di San Giuliano, presso Barbarano Romano). Ma a rendere unico questo luogo è il suo misterioso labirinto. Accostata spesso alla mitica Tomba di Porsenna a Chiusi, si tratterebbe del sepolcro della leggendaria e potentissima regina etrusca Hosa e della sua famiglia.

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Una tomba, questa, che probabilmente doveva avere anche la funzione di tempio, in cui venivano celebrati misteriosi riti sacri a noi ignoti, e che proprio le oscure gallerie avrebbero dovuto difendere da eventuali profanatori. Nel periodo romano Tuscania mantenne la propria floridezza essendo situata lungo la Via Clodia – tracciato già etrusco divenuto consolare nel 225 a. C. – che collegava Roma a Saturnia, di cui rimane ben visibile un tratto di lastricato. La ricchezza dell’età antica perdurò nell’Alto Medioevo, quando Tuscania divenne sede diocesale con un’amplissima giurisdizione fra i fiumi Fiora e Mignone ed i laghi di Bolsena e Vico, all’interno della cosiddetta “Tuscia Longobardorum”.

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In epoca comunale la popolazione aumentò e si determinò la necessità di allargare la cinta muraria e venne costruito il Rivellino, di cui oggi ammiriamo i pittoreschi ruderi. Nel XIII secolo la città fu stravolta dalle lotte fra Guelfi e Ghibellini, mentre la nobiltà si scontra anche per il predominio della campagna, punteggiata da numerosi castelli.

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Una maggiore stabilità fu letteralmente imposta a Tuscania nell’anno 1354 quando, dopo una parentesi di sottomissione al Comune di Roma, essa venne ridotta alle strette dipendenze dello Stato Pontificio dal feroce cardinale Egidio Albornoz. Ma già la Peste Nera del 1349 aveva decimato la popolazione: seguì una contrazione della cinta muraria che decretò, come si vede tuttora l’isolamento dell’area del Rivellino e di San Pietro.

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Tuttavia, sempre grazie alla sua posizione strategia, fra la costa e la Valle del Tevere e quindi l’Appennino, nel XVI secolo pian piano Tuscania riuscì a riprendersi: persa l’autonomia politica, mantenne d’altro canto una certa prosperità come importante centro agricolo, il che le permise una cospicua ripresa culturale, come testimoniano i tanti edifici ed ornamenti rinascimentali e barocchi, sfoggio delle famiglie di grandi proprietari terrieri. Il resto della sua storia è quello della classica, tranquilla città di provincia papalina che passò nel 1870 al neonato Regno d’Italia.

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Il 6 febbraio 1971, alle ore 19:09, un terribile terremoto colpì Tuscania, distruggendo in pochi minuti la vita di numerose persone ed una parte del patrimonio artistico della cittadina. Superato il trauma iniziale, fu avviata una mirabile opera di ricostruzione “per anastilosi” (dov’era e com’era), che riportò all’originario splendore i suoi monumenti e ridiede vita e dignità al centro storico, dimostrando un grande senso civico da parte della popolazione locale. Così, di fronte ai recenti eventi tellurici nell’Appennino centrale, la vicenda di Tuscania è presa ad esempio positivo per il futuro delle sfortunate genti delle nostre montagne.

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Oggi la cittadina vede un flusso crescente – anche se non certo invadente… – di turisti che vi giungono da ogni parte del mondo (accanto al folto numero di amatori che ci tornano costantemente) per ammirarne il peculiare connubio fra paesaggio ed urbanistica. Negli ultimi tempi si sono aggiunti altri motivi di attrazione con la nascita di una prestigiosa scuola internazionale di cucina, e con lo sviluppo delle coltivazioni di lavanda, verso Arlena di Castro, che a giugno danno ad alcuni scorci campestri un aspetto quasi “provenzale”. Al di là di tutto però, a Tuscania di fondamentale interesse sono le due celebri basiliche cristiane, erette entrambe nel VIII secolo sulle rovine di templi pagani e rimaneggiate nei secoli. In primo luogo la Chiesa di San Pietro, che rappresenta senza dubbio il monumento più illustre di Tuscania ed uno tra i più alti esempi dello stile romanico: notevoli la facciata con il rosone e le ricchissime decorazioni spesso di gusto fantastico, mentre l’interno a tre navate, suddivise da colonne romane, conserva affreschi bizantini del XII secolo, un pavimento cosmatesco, alcuni sarcofaghi e una cripta sorretta da 28 colonne in marmo, anch’esse di derivazione romana. 

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Inoltre la Chiesa di Santa Maria Maggiore, caratterizzata da una facciata chiusa da una tozza torre in tufo e arricchita da splendidi bassorilievi simbolici: meraviglioso, all’interno, l’affresco trecentesco del “Giudizio Universale”, con raffigurazioni macabre e raccapriccianti. Di notevole importanza sono poi il Museo Nazionale Archeologico, presso l’ex convento di Santa Maria del Riposo (che custodisce numerosi reperti delle necropoli etrusche e romane della zona, tra cui i sarcofaghi e i corredi funerari della famiglia etrusca dei Curunas), il rinascimentale Duomo di San Giacomo, la Chiesa di San Marco (una delle più vetuste della città), la Chiesa di Santa Maria delle Rose e la Chiesa di San Maria del Riposo (al cui interno è una tavola del Pastura).

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Ma, come dicevamo, è l’intera Tuscania – crocevia architettonico in cui sono ravvisabili richiami viterbesi, tarquiniensi ed orvietani – a meritare una visita attenta nel suo complesso, indugiando piacevolmente nelle piazzette e nei vicoli minori, spesso ornati da fontane e bei portali, scoprendo all’improvviso una chiesetta, un’edicola votiva, un profferlo fiorito, una torre medievale o un elegante palazzo del Quattro-Cinquecento.

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Da non perdere è il cosiddetto “Vicolo degli artigiani”, una specie di variopinta galleria medievale-rinascimentale, aperta da botteghe di antichi mestieri, che ricorda i borghi della Romagna.

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Poi c’è Piazza Basile, dove, su un muro di recinzione, alcuni inquietanti sarcofaghi etruschi sorvegliano dall’alto il passante: vi si godono altresì delle bellissime viste sulle case dell’abitato e sulla sognante Valle del Marta che da qui appare come uno sfumato dipinto.

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Non ultimo, il pittoresco slargo che ospita la Fontana delle Sette Cannelle, nelle cui vicinanze è il vecchio lavatoio pubblico. 

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Ma la cosa più irrinunciabile è l’affaccio dal Belvedere della Torre di Lavello, che offre un magnifico panorama sulla valle sottostante, sulle chiese di San Pietro e Santa Maria Maggiore e sulle rovine dell’antico Palazzo Comunale, il Rivellino.

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Ecco: qui si ha la sensazione di essere di fronte a qualcosa di davvero unico. Paesaggio rurale tradizionale e monumenti medievali si fondono alla perfezione creando uno scenario “cristallino” in cui natura e storia dialogano senza pesanti “alterazioni” moderne: una sorta di “tempio del vedutismo” del Lazio, dunque, che onora e perpetua i fasti della regione ai tempi del Grand Tour e che proprio per questo motivo – come accaduto per la non lontana Valdorcia – dovrebbe essere tutelato dall’Unesco come “patrimonio dell’Umanità”.

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La realtà però è ben diversa. Fino allo scorso anno era ancora in ballo l’ennesimo folle progetto (poi – a quanto pare – bloccato) per impiantare fra Tuscania, Tarquinia e Viterbo decine di pale eoliche alte più di cento metri. Senza contare il nuovo enorme depuratore che – pur utile nella sua intrinseca funzione – è stato edificato in piena area protetta, a due passi da Santa Maria Maggiore e ben visibile dal belvedere, senza che si sia provveduto a ricoprire in tufo le strutture di cemento o a creare una schermatura arborea. Questo per ricordare come la salvaguardia dei nostri beni ambientali e culturali sia attualmente allo sbando, e come la preparazione e la sensibilità degli amministratori non sia tuttora adeguata al valore immenso di un territorio che si presenta come una specie di “museo a cielo aperto”.

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La suggestiva campagna tuscanese “nasconde” infatti innumerevoli tesori storico-archeologici seppure manchi totalmente una segnaletica turistica, quasi a volerli celare agli occhi del mondo. In ogni caso, noi consigliamo almeno le seguenti quattro mete. Si consiglia innanzi tutto una passeggiata all’Abbazia cistercense di San Giusto, immersa in una splendida vallata nei pressi della Madonna dell’Olivo e ben restaurata da privati dopo un lungo abbandono, che costituisce un complesso di grande interesse ed è probabilmente legata alla presenza templare nel Lazio.

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Verso Tarquinia, in un paesaggio mozzafiato che anticipa quello toscano, possono invece essere raggiunti gli affascinanti ruderi del Castello dell’Ancarano, a balcone sul Fiume Marta, ed il borgo-fattoria di Montebello, sede della raccolta pittorica del Maestro Cesetti.

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In direzione di Viterbo è poi il misterioso e solitario Castel Cardinale, immerso in un’antica e vasta proprietà nobiliare: fu il cuore della drammatica vicenda storica del Tartaglia, “capitano di ventura” che agli inizi del XV secolo seppe ritagliarsi una signoria personale in Etruria.

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Raggiungibile infine dalla strada per Vetralla, al confine con il Comune di Monte Romano, è la Tenuta di Respampani, area archeologico-naturalistica di eccezionale valenza: qui si è conservato pressoché intatto il paesaggio “romantico” della campagna papalina preunitaria, con gli allevamenti bradi di bovini ed ovini, i manieri isolati, i ruderi di diverse epoche sparsi ovunque in un ambiente a tratti selvaggio di boschi, prati e torrenti.

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Concludendo, Tuscania può essere occasione di un’incantevole vacanza di tipo culturale e paesaggistico. Una vacanza “slow”, ovviamente: escursionismo, gite a cavallo o in bici, fotografia, disegno e pittura en plein air sono solo alcune delle attività più indicate, tenendo conto che la posizione ottimale della cittadina permette una visita completa a tutto il resto della Tuscia umbro-tosco-laziale.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati: aprile-maggio, novembre-dicembre per i colori della campagna; anche marzo ed ottobre sono ottimi per le escursioni mentre a giugno si possono ammirare le fioriture della lavanda.

Dove dormire: B&B Terziere di Valle, Agriturismo Abbazia di San Giusto


Dai vicoli medievali di Veroli all’Abbazia di Casamari, sulle tracce di simboli magici…

Posta su un’altura carsica nel cuore della Ciociaria e affacciata sulla popolosa Piana di Frosinone, Veroli è una cittadina medievale dalle antichissime origini. Fondata, infatti, dagli Ernici – dei quali, nella parte più alta del colle, si possono ammirare l’acropoli e le mura megalitiche – Verulae nel VI secolo a. C. formò, con importanti città limitrofe come Anagnia (Anagni), Aletrium (Alatri), Ferentinum (Ferentino) ed altre roccaforti minori, la Lega Ernica. Divenne poi fedele alleata dei Romani, ed ancor oggi, in onore di questa coalizione, sullo stemma della città compare la scritta “verulana civitas almae urbi confederata” (“la città di Veroli confederata alla generosa Roma”).

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Il centro storico di Veroli è caratterizzato da uno spiccato aspetto medievale, principalmente nel quartiere di Santa Croce e nella zona di Sant’Erasmo. Case-torri, portali ogivali, bifore e trifore creano un’atmosfera “antica” che ne fa senza dubbio una delle mete più suggestive del Basso Lazio. Assai pittoresca è la salita verso la chiesetta di San Leucio, “ornata” da un teschio con le ossa incrociate; affianco sono i resti di un castello che venne innalzato sulle già citate mura “ciclopiche”. 

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A Veroli si trovano diverse chiese notevoli, la cui storia rimanda ad antiche presenze templari. Un antico manoscritto dell’Archivio Segreto Vaticano, risalente al 1310, documenta l’ordine di esposizione delle citazioni al processo contro i Cavalieri dell’Ordine Templare presso le loro chiese e, fra le altre, in esso è menzionata la Chiesa di Santa Maria dei Franconi a Veroli. Di proprietà quindi dell’Ordine dei Cavalieri del Tempio, Santa Maria dei Franconi, eretta in stile romanico ed annessa ad un monastero benedettino del XVI secolo, presenta alcuni segni distintivi di questa appartenenza, ossia una rosa cistercense ed una croce patriarcale templare graffiti sugli stipiti del portale d’ingresso. Inoltre nella cripta di Sant’Onofrio, edificata come chiesa per i lebbrosi, era incisa un’iscrizione: “Templar….posuit”, ora purtroppo non più visibile poiché – a quanto pare – ricoperta dall’intonaco.

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A poca distanza troviamo la Basilica di Santa Salomé, edificata – secondo la tradizione locale – nel 1209 sul luogo del ritrovamento del corpo della Santa, divenuta poi protettrice di Veroli. A riprova di ciò, nei sotterranei della chiesa, nei quali si accede tramite uno stretto passaggio, posto al di sotto dell’altare della cripta, è conservata una lastra di marmo. Madre degli apostoli Giovanni e Giacomo e testimone della morte e della resurrezione di Gesù Cristo, Santa Salomè discese in queste zone per diffondere il cristianesimo ed organizzare la comunità cristiana locale. La chiesa, posta su uno dei terrazzi panoramici di Veroli e costruita inizialmente in stile gotico, ha subito nel tempo vari rimaneggiamenti, ma conserva, al suo interno, notevoli affreschi. La fama di detta chiesa è costituita, comunque, dalla presenza della Scala Santa, che percorsa in ginocchio dona al fedele l’indulgenza plenaria, alla stessa maniera di quella sita in Palazzo Lateranense a Roma.

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Interessante anche il vicino Duomo di Sant’Andrea, costruito sul sito dell’antico foro romano, occupato oggi dalla graziosa piazza centrale dell’abitato: degna di nota la Cappella del Tesoro, con i resti della chiesa alto-medievale.

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Ci spostiamo ora in un’altra zona della cittadina, dirigendoci verso la Chiesa di Sant’Erasmo, che si raggiunge attraverso una via fiancheggiata da palazzetti due-trecenteschi. Il tempio venne probabilmente fatto costruire da San Benedetto da Norcia, durante il suo viaggio verso Montecassino (attualmente l’itinerario percorso dal Santo nel VI secolo è stato ripreso a fini turistico-religiosi, divenendo un “cammino” di grande successo). Sono visibili vestigia romane sul campanile e su parte del portico, mentre il resto della struttura ha subito numerose modifiche, dal XVI secolo in poi.

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Nonostante ciò, sulla facciata del portico, composto di tre archi a tutto sesto, sono presenti alcuni altorilievi raffiguranti un ornamento dal complesso significato: il “Fiore dell’Apocalisse”. Ogni petalo del Fiore raffigura i quattro elementi (Fuoco, Acqua, Terra, Aria) e le quattro entità dell’Apocalisse (Uomo, Aquila, Toro e Leone). Questo simbolo – utilizzato in alcune opere filosofico-alchemiche medievali e che si riteneva avesse potenti poteri contro le forze del male – nel suo complesso indica l’armonia scaturita della perfetta unione degli elementi, e l’unità della conoscenza derivante dall’unione di tutte le sacre scritture.

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Ai piedi di due colonne del portico di Sant’Erasmo sono invece altre due incisioni, le Triplici Cinte, che si ricollegano a documentate presenze templari nel paese.

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Attraversando le caratteristiche vie dei quartieri medievali di Veroli, sugli edifici privati si possono infatti notare, scalfiti nella pietra, diversi simboli, tra cui la Triplice Cinta.

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Questo segno, risalente forse all’Età del Bronzo e diffuso presso le popolazioni celtiche, viene menzionato anche nella Bibbia e lo si trova inciso nelle cattedrali gotiche. In seguito esso fu probabilmente ripreso dai Cavalieri della Milizia del Tempio per indicare i luoghi aventi una sacralità tellurica. Lo si può notare talvolta scolpito sugli edifici medievali, risalenti al XII e XIII secolo di molte cittadine laziali, tra cui Alatri, Priverno, Norma, Sermoneta (per saperne di più: “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”), che presentino alcuni particolari tratti architettonici (come, ad esempio, l’acropoli e le mura megalitiche), e/o conservino testimonianze della presenza cistercense nei propri territori.

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Un altro motivo dell’adozione, da parte dei Cavalieri Templari, di simboli dai significati esoterici, fu che alcuni di essi, ossia i più colti, durante le Crociate, cercarono di instaurare con i musulmani un rapporto costruttivo, basato sull’interscambio sia commerciale che culturale, e per questo vennero a contatto con i filosofi arabi, i quali a loro volta erano eredi di antiche conoscenze occulte. Questa politica fu in seguito adottata anche da Federico II, protettore dei Cistercensi, ordine monastico legato ai Cavalieri del Tempio. La Triplice Cinta, secondo gli studi di Renè Guenon, rappresenterebbe i tre gradi dell’iniziazione propri delle scuole esoteriche e, nondimeno, della tradizione druidica. Oltre a ciò, numerose altre ipotesi sono state formulate per chiarire il senso di questo misterioso simbolo, ma quel che è certo è solo che esso sia legato ai Templari, in quanto presente anche presso la Fortezza di Chinon, dove essi furono imprigionati agli inizi del XIV secolo.

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La nostra ricerca iconografica ci ha però regalato altre sorprese. Nei pressi della Chiesa di Sant’Erasmo corrono due vie dal singolare nome: “Via Terribile” e “Vicolo Terribile”. Non si conosce il perché di questo insolito appellativo, ma istintivamente il toponimo “terribile” rimanda ad altri luoghi così descritti, e cioè, non solo alla celebre chiesa di Rennes le Chateau, ma anche a quella del Santuario della Madonna della Civita ad Itri (cfr. “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”).

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Ma le inquietanti coincidenze non finiscono qui. Seguendo infatti l’itinerario descritto dalle due tenebrose stradine di Veroli, che si snodano tra antiche abitazioni, spesso semi-dirute e abbandonate, si torna di fronte al muro laterale della stessa Chiesa di Sant’Erasmo, proprio nel punto in cui si trova scolpito, curiosamente, un altro simbolo affine alla Triplice Cinta, ossia il Centro Sacro o Omphalos, anch’esso strettamente legato alla cultura esoterica templare e ricorrente in altri siti del Lazio meridionale (Sermoneta, Terracina e Priverno).

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Tornati nella piazza principale di Veroli e passeggiando sul breve corso, si può apprezzare un’ultima chicca. Nel grazioso cortiletto di Casa Reali, è affissa una lastra di marmo bianco che riporta un raro esempio di calendario romano risalente al I secolo d. C., noto come i “Fasti Verulani”.

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In esso sono stati segnati i primi tre mesi dell’anno, indicando gennaio e marzo con 31 giorni e febbraio con 29. La curiosità di questo calendario consiste nel fatto che accanto ad ogni data è impressa una lettera, che segnalava, secondo le superstizioni di allora, la tipologia del giorno: NP stava per festivi, N per nefasti, C per comiziali ed F per giorni fasti e favorevoli. Ad esempio il 27 marzo, data della vittoria di Cesare ad Alessandria (46 a. C.), era indicato come festivo, mentre il 14 Gennaio, essendo il giorno di nascita di Antonio, era nefasto.

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Usciti infine da Veroli, ci dirigiamo ora verso l’Abbazia Cistercense di Casamari. Fondata originariamente dai monaci benedettini nel XI secolo, agli inizi del XIII secolo l’Abbazia passò all’Ordine monastico Cistercense, che ne rimodernò ed ampliò la struttura, e che oggi si presenta quale uno dei più integri monumenti d’architettura gotico-cistercense.

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I lavori di ristrutturazione di Casamari vennero affidati ad una Corporazione Muratoria, i cui sapienti scalpellini hanno lasciato, intagliati in diversi angoli della chiesa, alcuni simboli distintivi della propria compagnia, ripresi in seguito anche dalle associazioni massoniche sorte nel corso del Settecento in Ciociaria.

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Quest’ultime, infatti, oltre a raccogliere l’eredità culturale-esoterica dei Templari, si ricollegano, ancor di più, alle Corporazioni Muratorie medievali.

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Alcuni dei suddetti emblemi sono visibili all’interno della chiesa: scolpita sul capitello della prima colonna a destra della navata centrale, è una “Tau” templare, appesa alla quale vi è un grembiule da scalpellino, mentre nella facciata posteriore dello stesso capitello è un braccio che tiene in pugno uno scalpello ed una squadra.

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Inciso su un altro capitello è il simbolo dell’”Ouroboros”, ossia la rappresentazione alchemica del “tutto in uno”, del “Principio e della Fine”, raffigurata da due serpenti che si mordono la coda. Tra le sculture del coro ligneo, si nota, per giunta, un’altra figura che richiama anch’essa la simbologia massonica (come pure quella dei Rosacroce o quella alchimistica), su cui ci si potrebbe soffermare molto: un pellicano che si squarcia il petto con il becco per nutrire i propri piccoli tramite il suo stesso sangue. Infine, sulla lunetta del Portale dei Conversi è raffigurato l’emblema dell’“Albero della Vita”, affiancato da due croci templari.

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Una particolarità dell’architettura cistercense è la quasi assenza di elementi decorativi, finalizzata a non distogliere dalla preghiera il fedele. Fatto strano è dunque che su uno dei capitelli del chiostro si trovano riprodotti tre volti raffiguranti Federico II di Svevia, il suo cancelliere Pier delle Vigne e (si dice) Gioacchino da Fiore, che a loro volta evidenziano gli stretti rapporti intercorsi tra l’Imperatore e i monaci Cistercensi.

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Se ciò sia ricollegabile o meno alla stretta relazione intercorrente tra i monaci Cistercensi e i Cavalieri Templari non è certo. È invece documentata la loro affiliazione all’imperatore svevo, avvenuta nel 1221, tant’è che questo fu ospite presso l’Abbazia di Casamari durante l’incontro con il Papa, in merito alla discussione sulla Quinta Crociata.

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Ogni volta ce ne andiamo da Veroli soddisfatti, con la consapevolezza di aver visitato un patrimonio straordinario, un intreccio affascinante di testimonianze storiche, artistiche e culturali che conferma l’incredibile ricchezza della Ciociaria ed il suo finora inespresso potenziale turistico.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati:

tutto l’anno.

Tempo di visita:

1-2 giorni.

Links:

www.comune.veroli.fr.it 

www.angolohermes.com

www.casamari.it


Scorci di Orte fra agosto e settembre, aspettando l’Ottava Medievale

Affacciata sul Fiume Tevere, al confine con l’Umbria, Orte è una delle cittadine d’arte più importanti dell’Alto Lazio. Dopo decenni di abbandono, negli ultimi anni il centro storico ha favorito di numerosi restauri (tuttora in corso) che hanno “rispolverato” l’aspetto nobile di molti edifici e vie, valorizzando le architetture medievali e rinascimentali. Allo stesso tempo, però, l’anima elegante ed “aristocratica” di palazzi e case-torri convive con quella calda e “popolaresca” dei vicoli con i panni stesi popolati da gatti sornioni, degli intonaci sbrecciati con le edicole mariane e delle abitazioni in tufo ornate da gerani e surfinie. Tale commistione ne fa un luogo particolarmente pittoresco ed interessante per la fotografia, anche per la presenza di tanti dettagli come stemmi di antichi casati e portali di pregio; la limitazione o la chiusura al traffico di alcune strade inoltre permette finalmente al visitatore di passeggiare con sufficiente tranquillità “perdendosi” spesso in un ambiente suggestivo e apparentemente “fuori dal tempo”. Eppure, nonostante un tesoro come “Orte Underground” e l’oggettiva bellezza del centro storico (la cui qualità dell’ornato urbano è nel complesso assai elevata rispetto a certi paesi ben più celebrati del Viterbese – a cominciare da Caprarola, Sutri, Vignanello o Soriano…), Orte è snobbata dai più ed anzi sa risultare addirittura antipatica: sarà che è sempre stata considerata un posto di passaggio, sarà la vicinanza con l’Autostrada (che comunque incide sul paesaggio sicuramente di meno rispetto ai capannoni, ai viadotti, ai nuovi condomini nella piana sottostante e alla zona moderna), sarà che molti sentono poco “trendy” questa città così “a portata di mano”, sta di fatto che Orte non è apprezzata come merita. Con le foto che seguono vogliamo quindi farla conoscere meglio al pubblico italiano, tenendo conto che gli stranieri la stanno già riscoprendo da tempo… Si consiglia di andare a fare qualche scatto a fine agosto e a settembre, quando il centro storico viene addobbato dalle bandiere delle varie contrade per l’Ottava Medievale, uno degli eventi principali dell’anno. 

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Orte-Palazzo Alberti di Via Garibaldi, portale 1a RCRLB

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Orte-Vicolo 13 RCRLB

Orte-Corso principale 1 RCRLB

Orte-Vicolo con bandiere 3 RCRLB

Orte-Vicolo con bandiere 7 RCRLB

Orte-Vicolo con bandiere 4 RCRLB

Orte-Vicolo con bandiere 10 RCRLB

Orte-Bandiera 3 RCRLB

Orte-Finestra con bandiere RCRLB

Orte-Bandiera 2 RCRLB

Orte-Bandiera 6 RCRLB

Orte-Bandiera 5 RCRLB

Orte-Bandiera 4 RCRLB

Orte-Bandiera 1 RCRLB

Orte-Scorcio 2 RCRLB

Orte-Scorcio con panni stesi RCRLB

Orte-Palazzo con torre, balcone fiorito RCRLB

Orte-Vicolo con anziana 1 RCRLB

Orte-Vicolo 4 RCRLB

Orte-Gatti 1 RCRLB

Orte-Balcone fiorito 2 RCRLB

Orte-Casa-torre 1 RCRLB

Orte-Edicola votiva RCRLB

Orte-Palazzo con torre RCRLB

Orte-Piazza d'Erba, targa RCRLB

Orte-Casa 1 RCRLB

Orte-Chiesa di S. Silvestro, particolare 1 RCRLB

Orte-Chiesa di S. Biagio, particolare 2 RCRLB

Orte-Chiesa di S. Biagio, particolare RCRLB

Orte-Palazzo Mattei di Via Garibaldi 2, scala vignolesca RCRLB

Orte-Stemma 2 RCRLB

Orte-Stemma 3 RCRLB

Orte-Palazzo Alberti, stemma sul portale RCRLB

Orte-Stemma pontificio RCRLB


Scorcio di Leonessa con la Chiesa di San Pietro

Leonessa-Chiesa di S. Pietro, loggiato e campanile

Uno scorcio dal basso della bella cittadina di Leonessa, posta nel cuore dell’omonima piana, ai piedi dei Monti Reatini e del Terminillo. Emergono dall’abitato il campanile cuspidato e l’elegante loggiato della quattrocentesca Chiesa di San Pietro. Frequentata d’inverno per lo sci e caratterizzata da un insolito aspetto alpestre, Leonessa è anche punto di partenza di magnifiche escursioni alla scoperta dell’incontaminata natura circostante.