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“Bagnoreia”

Le colline dell’entroterra di Bagnoregio – oggi sempre più minacciate dalla follia ideologica del “Green” (ossia speculazione energetica senza scrupoli) – custodiscono uno dei paesaggi storici e identitari più importanti ed integri del Lazio. Accanto alla bellezza della campagna e dei casali si trovano anche delle piccole perle come questo antico cippo di confine (XVII sec.?), nei pressi della località Pratoleva, che riporta il vecchio toponimo di “Bagnoreia” e che segnava nelle epoche passate il punto in cui determinate risorse (legname, pascolo, raccolta di frutti spontanei, ecc…) erano riservate al popolo bagnorese.


La Grotta della Madonna delle Carceri a Civita di Bagnoregio

La suggestiva Grotta della Madonna delle Carceri a Civita di Bagnoregio, lungo la medievale Via Romea-Germanica, che oggi come un tempo saluta il viandante/escursionista che proviene da Lubriano. Probabilmente sede di una tomba etrusca, fino al 1695 era circondata da case, allorquando un terribile terremoto fece crollare quella parte del borgo risparmiando la cappella. Per saperne di più su Civita e i suoi misteri: “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito – vol. 1”.


EVENTO – Da Lubriano a Civita di Bagnoregio lungo i selvaggi crinali dei calanchi

evento precedente: “L’Eremo di San Leonardo a Roccantica e i tesori nascosti del borgo”.


La Grotta del Brigante Bracherosce

Situata ai piedi di Castel Cellesi, la Valle delle Ferriere – o meglio la Valle del Rio Chiaro – è uno dei gioielli paesaggistici e naturalistici della Teverina Viterbese e riserva numerose sorprese: una di queste è la cosiddetta “Grotta del Brigante Bracherosce”, inquietante e  minaccioso intrico di cavità…


La Cascata della Ferriera a Castel Cellesi

La Teverina è terra straordinaria, ricchissima di sorprese di ogni tipo. Una di queste è la stupenda Cascata della Ferriera, a valle di Castel Cellesi (Bagnoregio), raggiungibile tramite un facile sentiero, curatissimo dai volontari del luogo e immerso in una natura incontaminata.


La Chiesa del Santo Sepolcro a Castel Cellesi

La seicentesca chiesa cimiteriale di Castel Cellesi, dedicata al Santo Sepolcro di cui conserva alcune reliquie e una piccola ricostruzione al suo interno, voluta dal conte Francesco Cellesi nel 1703. A lungo questa modesta cappella fece parte di un itinerario di pellegrinaggio cattolico, ormai poco frequentato. Dalla terrazzino della chiesa si gode uno splendido panorama sulla Teverina mentre discendendo dal viale di cipressi si apprezza il profilo del borgo di Castel Cellesi. 


Orizzonti dell’anima

Un paesaggio “pulito”, nitido, vuoto di qualsiasi “infezione”: sempre più una rarità in un’epoca caratterizzata da distruzioni “colorate” di “green”… Non solo. La pulizia di quest’orizzonte – sulle colline della Teverina Viterbese – diviene spunto per “ripulire l’anima”, oggi troppo immersa in visioni ristrette e parziali oppure schiacciata da eventi che sembrano prendere una piega drammatica. Punti di vista. La verità è che la bellezza – ben espressa da questo paesaggio iconico del Lazio, con le linee ondulate ed orizzontali della Tuscia e il Soratte sullo sfondo – può esser percepita solo da chi è puro nello spirito mentre rimane del tutto trasparente a chi sia sospinto per lo più da interpretazioni materialistiche e meccanicistiche dell’esistenza. In questo momento più che mai la lotta fra il Bene e il Male è lotta fra la divinità e la spiritualità della bellezza e della libertà da un lato (l’uomo che è specchio di Dio), e dall’orrore e dalla schiavitù del tecno-scientismo dall’altro (l’abominio del transumano). Scegliamo da che parte stare: tertium non datur.


Castel Cellesi tra i cipressi

Lo slanciato campanile in mattoni e i tetti del piccolo borgo di Castel Cellesi, nella Teverina, si intravedono sullo sfondo di un filare di cipressi: si tratta di un’appartata e graziosa frazione di Bagnoregio, che noi abbiamo definito la “piccola Burano della Tuscia” per via delle sue caratteristiche casette colorate che ricordano quelle del celeberrimo villaggio lagunare veneto. Attorniata da una dolce e solare campagna, e amatissima dai nord-europei, sta vivendo una stagione di riscoperta grazie anche alla vicinanza con la “super-visitata” Civita.


Oltre i confini…

Nella Valle dei Calanchi di Bagnoregio la realtà supera l’immaginazione, portandoci in dimensioni oniriche: ecco la famosa “Cattedrale”, vista dal Piano di Sant’Antonio. Tutt’intorno, come “lame”, i calanchi creano situazioni asperrime, completamente inospitali e irraggiungibili per l’uomo.


Buona Pasqua dalla Valle delle Meraviglie

Un’immagine senza tempo e senza bisogno di commenti per augurarvi una buona Pasqua, foriera d’amore, pace e riflessioni. Qui siamo nella magnifica Valle dei Calanchi di Bagnoregio (in procinto di essere dichiarata “patrimonio dell’umanità dall’Unesco) sul crinale della “via delle creste”, aereo percorso che attraversa una parte della vallata regalando scorci mozzafiato. Per saperne di più su Bagnoregio e i suoi dintorni, riguardo agli aspetti più suggestivi si consiglia la nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.


Il Castello delle Rocchette

Nei pressi di Bagnoregio, il Castello delle Rocchette (XV sec.) emerge come una romantica dimora “da fiaba” nel folto dei boschi della Teverina.


Sui Colli Volsini

La classica, magnifica campagna laziale sulle colline volsinie, nei pressi della loc. Capraccia di Bagnoregio…


Scorcio onirico nella Valle dei Calanchi

Ancora uno scorcio dalla fantastica Valle dei Calanchi di Bagnoregio, in attesa di divenire “patrimonio dell’Umanità”. Sullo sfondo il profilo sfumato di Civitella d’Agliano, borgo-gioiello assai meno noto e celebrato di Civita ma meritevole di visita per la sua suggestiva urbanistica e soprattutto per i suoi panorami.


Al cospetto della Cattedrale

Ci sono paesaggi nel Lazio che mozzano il fiato. Qui nella magnifica Valle dei Calanchi di Bagnoregio, dove tutto assume le forme dell’incanto e della fantasia, ecco un luogo che può dare addirittura i brividi: è la “Cattedrale”, la regina di questi monumentali calanchi che quando appare improvvisamente di fronte agli occhi dell’escursionista gli può sembrare di toccare con mano i segreti della terra…

Valle dei Calanchi-Scorcio di primavera

Valle dei Calanchi-Valle Segreta, paesaggio 1 RCRLB

La primavera è il periodo più indicato per visitare la Valle dei Calanchi di Bagnoregio, tenendo conto però che occorre sempre evitare le giornate successive alle piogge. Qui siamo in una valle “segreta” nei pressi del borgo rurale (privato) di Sociano. Numerose vacche maremmane popolano questo suggestivo paesaggio.


Civita di Bagnoregio, “la città che non muore più”

Al confine tra Lazio ed Umbria, nell’Alta Teverina Viterbesela Valle dei Calanchi e l’abitato di Civita di Bagnoregio (cfr. “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”) formano, senza dubbio, uno dei “paesaggi fantastici” più straordinari d’Italia. L’affaccio dal Belvedere della Grotta di San Bonaventura è semplicemente meraviglioso: il borgo di Civita si erge come un’isoletta nella fragile immensità dei calanchi, “mare” increspato ma immobile che dona la surreale sensazione di assistere ad una “quieta tempesta”. L’incanto avvolge così d’un tratto il visitatore sensibile, mentre l’animo suo si strugge al pensiero che queste rupi argillose ed instabili, modellate dalle acque dei torrenti e delle piogge, pian piano trascineranno a valle il borgo superstite, già smembrato e dimezzato dagli innumerevoli terremoti e franamenti avvenuti nel corso dei secoli.

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Con una calzante espressione, lo scenario della “città che muore” e della Valle dei Calanchi è stato definito un “paesaggio ai limiti dell’assurdo”. E del resto, pochi paesaggi al mondo potrebbero manifestare così perfettamente il labile rapporto che, dalla notte dei tempi, lega l’Uomo alla Natura, alla sua madre, alla sua fonte di vita. Pochi paesaggi potrebbero esprimere meglio la vanagloria e la fugacità delle opere umane, e la caducità della nostra stessa esistenza, di fronte all’infinità e all’eternità delle forze naturali ed universali.

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Patria del monaco-filosofo francescano San Bonaventura e del saggista-romanziere Bonaventura Tecchi, Civita di Bagnoregio ha origini antichissime. La zona, caratterizzata dall’abbondanza di acque e da una vegetazione rigogliosa, fu abitata sin dall’epoca villanoviana (IX-VIII secc. a. C.), come testimoniano vari ritrovamenti archeologici. In seguito vi si insediarono gli Etruschi, che fecero di Civita (di cui non conosciamo l’antico nome) una fiorente città, favorita dalla posizione strategica per il commercio, grazie alla vicinanza con le più importanti vie di comunicazione del tempo. Del periodo etrusco rimangono molte testimonianze: di particolare suggestione è il cosiddetto “Bucaione”, un profondo tunnel che incide la parte più bassa dell’abitato, e che premette l’accesso direttamente dal paese alla Valle dei Calanchi; in passato erano inoltre visibili molte tombe a camera, scavate alla base della rupe di Civita e delle altre pareti di tufo limitrofe, e che purtroppo furono in gran parte fagocitate, nei secoli, dalle innumerevoli frane.

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Già gli stessi Etruschi dovettero far fronte ai problemi di sismicità e di instabilità dell’area, che nel 280 a. C. si concretarono in scosse telluriche e smottamenti. All’arrivo dei Romani, nel 265 a. C., furono riprese le imponenti opere di canalizzazione delle acque piovane e di contenimento dei torrenti avviate precedentemente. Sicché, assicurata a Bagnoregio una certa tranquillità, la sua prerogativa di centro commerciale venne consolidata, anche in virtù della comodità d’accesso alla strada che da Bolsena portava al Fiume Tevere, allora solcato dalle navi mercantili.

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Tuttavia, la stessa prossimità alle maggiori vie del commercio decretò la crisi di questo ricco insediamento. Con il collasso dell’Impero Romano, Bagnoregio si trovò ad essere facilmente soggetta alle scorrerie delle orde barbariche, finendo man mano sottomessa, tra il 410 ad il 774, ai Visigoti, ai Goti, ai Bizantini e ai Longobardi, sino a quando Carlo Magno la liberò e la consegnò alla Chiesa. Proprio a cavallo tra i secoli VIII-IX iniziò peraltro ad affermarsi il toponimo di Balneum Regis (divenuto più in là Balneoregium, Bagnorea ed in ultimo Bagnoregio), letteralmente il “Bagno del Re”, dalla leggenda secondo cui il sito avrebbe ospitato già dall’epoca romana una stazione termale, frequentata in seguito dal re longobardo Desiderio per curare una grave malattia. Il Medioevo alternò momenti di pace a momenti drammatici, come quello legato alla tirannide dei Monaldeschi della Cervara, che finirono cacciati da una feroce rivolta popolare. La città divenne “libero comune” per un breve periodo (nel XII sec.), per poi entrare definitivamente nel patrimonio della Santa Sede.

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Ma nuovi pericoli erano in agguato. Venuto meno il grande sistema di opere pubbliche romane, ormai da centinaia di anni erano stati accantonati i lavori di regolarizzazione delle acque. Inoltre, l’intenso sfruttamento agricolo delle campagne nei pressi dei calanchi, con la sostanziale riduzione della copertura boschiva, aveva privato il terreno della sua naturale “armatura”, costituita appunto dalle radici degli alberi.

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La catastrofe, dunque, era ormai vicina. Solo con grandi difficoltà, vedendo oggi Civita di Bagnoregio, possiamo immaginare come essa si presentasse fino al XVII secolo. La città si estendeva allora su un vastissimo altopiano, di cui oggi rimangono soltanto due spezzoni, e possedeva ben cinque porte: Civita, che ne rappresentava il fulcro, era infatti congiunta all’attuale Bagnoregio, che al tempo non era altro che un quartiere e si chiamava Rota. Tutto ciò scomparve nel fatidico 1695, quando un terribile terremoto provocò il franamento delle parti più esposte a valle dell’abitato di Bagnoregio, nonché dell’unica via d’accesso che univa l’abitato a Rota. Ma non era finita. L’abitato, ormai decisamente ristretto e in via di spopolamento, ebbe nel 1764 un vero colpo di grazia, con il crollo di altre porzioni della cittadina. Iniziava, così, il suo inesorabile declino da nobile e vetusta cittadina ad umile borgo agricolo, semi-diruto, semi-abbandonato e vittima, più volte e fino a tempi recenti, di ulteriori distruzioni.

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Posta su un colle isolato, Civita è collegata alla sorella Bagnoregio, e al “resto del mondo”, da un sottilissimo e lunghissimo viadotto in cemento. Esso fu ricostruito due volte, dopo la distruzione del vecchio ponte in muratura, fatto saltare dai tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale. La prima volta il lavoro non venne fatto in maniera accurata, tant’è che nel 1964, quando ennesimi smottamenti colpirono la collina di Civita e la Valle dei Calanchi, l’ardito cavalcavia appena edificato crollò a poche ore dalla sua inaugurazione. Fu quindi ricostruito ancora, e stavolta senza sorprese, riallacciando così l’antico borgo alla “terraferma”. Poi vennero realizzate importanti opere di sostegno alla rupe dove sorge l’abitato, che, ponendo un freno alla sua erosione, riportarono la “città che muore” alla vita. Almeno per ora. Ogni anno, e nonostante i moderni lavori di contenimento, il basamento tufaceo su cui sorge Civita subisce una pur minima erosione, mentre tutt’attorno gli inquietanti calanchi, suoi silenziosi e terribili aguzzini, mutano forma e consistenza.

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Intanto, però, la fine di Civita par essere fortunatamente lontana. Pubblicizzata ormai da decenni come la “città che muore”, in realtà Civita oggi vive eccome. Un flusso turistico ormai enorme e sempre crescente, anche di provenienza straniera ha riportato grande vitalità all’antico villaggio, che pian piano si sta ripopolando di attività commerciali. Eventi culturali e spettacoli dal vivo animano Civita in diverse occasioni dell’anno, ma non mancano manifestazioni tradizionali come il “Palio della Tonna”, una singolare corsa a dorso di asino che si tiene a giugno e a settembre nella piazzetta del paese. Anzi, in molti iniziano a guardare con preoccupazione questo afflusso turistico spropositato e “fuori scala” rispetto alle stesse dimensioni del borgo. Si è parlato, e secondo noi a ragione, di “snaturamento” di un luogo che aveva il suo “genius loci” nel silenzio e nella solitudine e che ora nei fine settimana e festivi implode nell’affollamento e nel caos di migliaia di persone stipate in uno spazio ristretto. Noi due anni fa, per scattare le foto che seguono, “senza gente”, ci siamo dovuti andare in un freddo pomeriggio di novembre: ma la situazione è cambiata e pure l’autunno inoltrato è divenuto una stagione ambita anche grazie allo splendore della vegetazione.

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Ha fatto anche discutere l’applicazione di un ticket d’ingresso al borgo di 1.50€. Al di là delle questioni di principio, per cui suona ridicolo – e in un certo senso lo è – far pagare per entrare in un luogo di fatto pubblico, non si può negare che tale “mossa” abbia avuto un duplice risultato positivo in termini materiali: da un lato ha conferito “valore” al luogo, rendendo cioè consapevoli i turisti che si sta visitando qualcosa che appunto “vale”; dall’altro, ancor più prosaicamente, ha permesso introiti prima inimmaginabili al Comune se solo pensiamo che in alcuni momenti dell’anno Civita ha registrato più visitatori del Colosseo…

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Del resto, sono tanti gli elementi ambientali ad attrarre il turista. Oltre ai meravigliosi panorami e alla bellezza del paesaggio agricolo e naturale, colpisce l’atmosfera incredibilmente suggestiva del borgo, che appare come un luogo “musealizzato”, un esempio, forse unico in Italia, di villaggio del XVI secolo immutato nel tempo.

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Vi si accede dalla scenografica Porta Santa Maria, un arco in peperino sormontato da una loggetta. Attribuita dalla tradizione alla scuola del Vignola, la porta reca due bassorilievi che raffigurano un leone che tiene un uomo con gli artigli, metafora della cacciata dei Monaldeschi.

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Oltrepassato il varco scavato nella roccia, subito si ammira una prima piazzetta, circondata da bei palazzi signorili e da casette più modeste: di un edificio rimane soltanto la facciata, con le finestre che lasciano intravedere il cielo. Continuando per la stradina, dopo pochi metri, si sbuca sulla pittoresca Piazza San Donato, che, altro caso sicuramente più unico che raro, al posto della pavimentazione presenta una breccia mista a terriccio, dando la sensazione di essere improvvisamente piombati indietro almeno di trecento anni. Qui spicca la mole dell’ex-Duomo di San Donato, sorto nel VIII secolo (probabilmente su un preesistente tempio pagano) ma dall’aspetto cinquecentesco. Al suo interno la chiesa conserva un pregevole crocifisso ligneo quattrocentesco, ritenuto miracoloso, cui è legata la singolare Processione del Cristo Morto: la sera del Venerdì Santo la scultura viene portata in processione a Bagnoregio e la tradizione vuole che essa ritorni assolutamente entro Mezzanotte a Civita, pena la sua acquisizione da parte dei bagnoresi.

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La visita continua fra gli stretti vicoli del borgo, caratterizzato da archetti, cortili e piccoli slarghi, e da case medievali e rinascimentali ornate da bifore, profferli e portali in peperino.

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E passeggiando in questo dedalo fatto di spazi inconsueti e di viuzze affacciate sul vuoto, lo sguardo è rapito qua e là da svariati scorci verso la Valle dei Calanchi, che al tramonto si colora di strane tonalità, offrendo curiosi giochi di luci ed ombre tra gli affilati crinali e la rada vegetazione, e formando un quadro paesistico ancor più surreale.

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Una buona parte dei turisti viene portata attualmente attraverso navette o va a lasciare l’auto nei grandi parcheggi intorno al Mercatello, il gruppo di case che precede il ponte, ove si trova la biglietteria. Peccato, perché ci si perde una passeggiata nel centro storico di Bagnoregio, con le sue stradine pittoresche e i bei palazzi nobiliari: il nostro consiglio è di parcheggiare fuori dalla rinascimentale Porta Albana (opera di Ippolito Scalza) e di seguire tutto il corso fino al Municipio proseguendo poi per il Belvedere di San Francesco in modo tale da avere una visione completa di questa particolare cittadina.

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Il percorso culmina così sull’ormai famoso punto panoramico da cui si ammira la “cartolina” di Civita e che dà accesso ad uno dei luoghi più venerati di Bagnoregio: la Grotta di San Bonaventura. Si tratta di un’antica tomba a camera etrusca, posta a strapiombo sulla valle, che venne utilizzata nel Medioevo come romitorio.

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Al luogo è legata la leggenda secondo la quale qui il piccolo Giovanni di Fidanza, futuro San Bonaventura, fu risanato da una malattia mortale da San Francesco, durante il suo soggiorno bagnorese. Nei pressi della grotta sorgeva, infatti, un convento francescano, di cui oggi, dopo i crolli del 1764, non rimangono che pochi resti. La madre di Giovanni, commossa dal miracolo, promise al Poverello d’Assisi che avrebbe consacrato la vita del proprio figlio al servizio di Dio. E così fu, tant’è che San Bonaventura (nome datogli dallo stesso San Francesco) scelse la veste francescana e si mise a diffondere tra i cristiani il messaggio caritatevole del suo maestro e guaritore. Costrettosi infine ad un rigido ascetismo, il Doctor seraphicus morì a soli 53 anni.

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Malgrado lo strepitoso successo turistico, l’incubo di crolli improvvisi avvolge pur sempre Civita, come elemento ineluttabile della sua storia: qualche tempo fa la foto di una grossa frana rossastra ai piedi del borgo, verificatasi dopo diversi giorni di pioggia, fece il giro del mondo. Il Comune sta cercando di correre ai ripari con interventi di consolidamento dei versanti argillosi che dalla rupe scendono a valle ma servirebbe un più ampio progetto di messa in sicurezza che allo stesso tempo non alteri questo delicato paesaggio. Urgono insomma ingenti fondi e la candidatura all’Unesco di Civita come “patrimonio dell’Umanità” è un atto decisivo per cercare di dare una visibilità internazionale alla paradossale situazione della Valle dei Calanchi, il cui splendore deriva proprio dalla sua carica distruttiva.

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Per approfondire e comprendere meglio il complicato rapporto fra “la città che muore” ed il suo territorio è d’uopo recarsi al Museo geologico e delle frane, in Piazza San Donato. Civita di Bagnoregio è situata su un colle tufaceo cuneiforme a 443 metri s. l. m., stretto fra due valloni dirupanti ove scorrono il Rio Chiaro e il Rio Torbido. Alle spalle dell’abitato si estende la grande vallata incisa dai calanchi. Il tufo della rupe di Civita, formatosi fra 700.000 e 125.000 anni fa a seguito di una serie di eruzioni vulcaniche, poggia sopra un insicuro strato di argille e di sabbia. Tale strato, essendo soggetto ad un processo di continua erosione da parte dei due suddetti torrenti e delle acque meteoriche, lascia pian piano “in sospensione” tratti più o meno ampi della soprastante rupe tufacea. Quindi essa, privata di un punto d’appoggio, cede e rovina a valle, trascinando con sé le case più esposte di Civita. Tale processo è ineliminabile ed è insito alla natura di questo terreno. Per questo Civita di Bagnoregio è chiamata “la città che muore”.

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Il “paesaggio instabile” della Valle dei Calanchi rappresenta, dunque, un esempio magniloquente di come l’ambiente muti continuamente forma. La caratteristica eccezionale dei calanchi è però quella di mostrare tali cambiamenti all’occhio umano anche nel giro di un paio di generazioni, e non, come solitamente avviene, lungo l’arco di centinaia o migliaia di anni. L’intima tragicità del paesaggio della “città morente” e della sua valle consiste, infatti, nella consapevolezza non soltanto che esso, d’un tratto, potrebbe scomparire ai nostri occhi, ma anche, e soprattutto, che tale eventualità forse noi non possiamo in alcun modo evitarla.

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C’è da dire che nonostante il fattore di distruzione che questo ambiente porta con sé, il suo effetto scenografico è davvero superbo. I calanchi formano crinali dalla forma ondulata e talvolta esilissima, torrioni enormi e stupende pareti d’argilla.

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Un’escursione a piedi tra queste sculture naturali è assolutamente indimenticabile, anche se non priva di ostacoli e pericoli. Qui le dimensioni reali sono falsate e all’occhio umano queste modeste colline d’argilla divengono rupi imponenti, offrendo immagini simili a quelle d’alta montagna.

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Tra le formazioni più celebri sono il solenne e dolomitico “Montione” e la cosiddetta “Cattedrale”, elegante erosione bianca, protesa misticamente con le sue guglie verso l’alto, quasi a voler ringraziare il cielo della sua stessa esistenza.

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Sculture“ che sembrano appartenere ad un altro pianeta o ad un sogno ad occhi aperti, poiché a nulla assomigliano, se non al frutto di una fantasia sconfinata o d’una visione onirica. E invece sono lì, veri, tangibili, ennesimo emblema dell’incomparabile arte della Natura.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori

Autunno e primavera.

Nei dintorni

Valle dei Calanchi, Lubriano, Civitella d’Agliano, Bolsena, Orvieto, Bomarzo.

Links

www.comune.bagnoregio.vt.it
www.museogeologicoedellefrane.it
www.borghitalia.it

Porta Santa Maria a Civita di Bagnoregio

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Uno scorcio ormai famosissimo: la rinascimentale Porta Santa Maria, accesso alla straordinaria Civita di Bagnoregio (cfr. “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”). Conosciuto come la “città che muore”, questo piccolo borgo della Teverina Viterbese è meta di turisti di tutto il mondo e in pochi anni è divenuto uno dei luoghi più visitati d’Italia. Merito sì della sua bellezza indiscutibile ma anche del contesto ambientale unico in cui si inserisce, costituito dalla magnifica Valle dei Calanchi. A breve dovrebbe giungere il riconoscimento dall’Unesco come “patrimonio dell’Umanità”.


Hamlets and landscapes of Tuscia: from Viterbo to Orvieto

This itinerary moves through in the area known as “Teverina” (wetted by river Tiber – click here for the gallery) and it starts from Viterbo. It is the “capital” of Tuscia, the “City of the Popes”, where the word “Conclave” was born: the town is stunning because of its perfectly preserved medieval squares. 

Viterbo-Piazza S. Pellegrino 6 RCRLB

In few minutes, thanks to a comfortable highway, we can reac the little medieval town of Vitorchiano, The centre preserves all the 1200s architectural elements of Viterbo’s S. Pellegrino and Piano Scarano hamlets and gives wonderful sights of the medieval life.

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From Vitorchiano on the way to Grotte Santo Stefano (on the Belvedere square) the tourist can find a Moai, the typical statue from the Easter Island.

Vitorchiano-Moai 1 RCRLB

From here we can follow two different paths: the first leads to Grotte Santo Stefano and the other one (shorter but not less intense) takes us to the highway Viterbo-Orte, direction Orte. 

Teverina-Paesaggio fra Bomarzo e Vitorchiano RCRLB

We leave the highway at the exit to Bomarzo which we reach and cross (whose ancient and medieval hamlet appears – inviting and intriguing – on the left).

Bomarzo-Veduta 6 RCRLB

Bomarzo – really worth a short visit – is well known and famous thanks to its Monsters’ Park (worth itself a trip) and many archaeological remains (the sites of Montecasoli and Santa Cecilia and the appreciable “Etruscan Pyramid”). Bomarzo is surrounded by misterious valleys that the tourists love to discover in spring and in late autumn to admire the wonderful colours of the woods and of the countryside.

Bomarzo-Palazzo Orsini, panorama 1 RCRLB

Following the road down a steep hill we reach the Tiber Valley and we cannot help noticing the lovely and fascinating hamlet of Mugnano in Teverina emerging with its tower on the top of a tufa hill and surrounded by green and peaceful lawns.

Mugnano in Teverina-Piazzetta RCRLB

Once visited this graceful hamlet, we go back to Bomarzo and to the highway which we do notenter: at the crossing, we turn to left and drive for a few kilometres until we meet the post “Chia” on the left. It is a very small and ancient burgh – pertaining to the municipality of Soriano nel Cimino – half of which in remains and under restoration. 

Chia-Veduta RCRLB

Chia is famous for being on the banks of Fosso Castello (Castello Stream) where some of the scenes of “Il Vangelo secondo Matteo” have been shot in 1964. “Il Vangelo” is one of the masterpieces of Pier Paolo Pasolini – one of the most famous and discussed italian cinema directors who decided to spend the rest of his life in this small village: he bought the famous “tower”, now known as Pasolini’s tower. Pasolini was found – dead – on Ostia beach, near Rome and his death is still object of arguments and discussions.

Castello di Chia 1 RCRLB

The road to Chia has no exits: we must go back to the main road where we turn left. We reach Bassano in Teverina, a very small and scarcely inhabited village which has been completely restored during the past decades because heavily damaged by an explosion of a train containing ammunitions during the Second World War.

Bassano in Teverina-Vicolo 1 RCRLB

Once visited Bassano, we can visit Orte, an ancient etruscan town, with Renaissance palaces and medieval towers, rich of interest for the underground itinerary (“Orte sotterranea”).

Orte-Vicolo con bandiere 3 RCRLB

Then we go back to Vitorchiano (via the highway to Viterbo) and continue our trip toward Grotte Santo Stefano. This area – known as “Teverina” because it develops on the banks of the Tiber – is dotted with ancient castles, fortresses and extensions of olive trees and vineyards producing excellent wine and oil. 

Castiglione in Teverina-Strada della Lega, paesaggio 1 RCRLB

From Grotte di Santo Stefano, a modern village, many archaeological and naturalistic hiking trails start (Ferento ruins, Infernaccio falls, The Ring Stone, Piantorena, etc.) in a very beautiful, almost wild, countryside. 

Ferento-Scorcio 2 RCRLB

Then the road leads to Montecalvello – a castle-hamlet completely uninhabited but still in perfect conditions, last dwelling of Balthus – and to Graffignano with its Baglioni-Santacroce castle (XIth century).

Montecalvello-Veduta da Vallebona RCRLB

From Graffignano we drive back to the Teverina main road and turn left – aiming to the North – and after some kilometres we find the ancient hamlet of Roccalvecce – under the municipality of Viterbo – with its magnificent Costaguti Palace-Castle.

Roccalvecce-Scorcio 1 RCRLB

The castle, the perfect place for weddings and social occasions, is also a good and appreciated solutions for holidays immersed in a silent and peaceful nature.

Roccalvecce-Veduta da lontano da Celleno RCRLB

In front of Roccalvecce – on the other side of the valley – there is a wonderful sight of Celleno Vecchio, an abandoned and a “ghost” village now being recovered and re-inhabited.

Celleno-Scorcio del borgo RCRLB

The area of Celleno is famous for the cultivation of cherries and houses one of the most interesting Sagre (Festivals) in April when the colorful branches make the village a real explosion of whites and pinks.

Celleno-Paesaggio ai piedi del borgo RCRLB

Castel Cellesi (a sort of colourful village-farm) is within easy reach and really worth a visit thanks to the nice area and the tall bell-tower (similar to those present in the North of Italy).

Castel Cellesi-Scorcio RCRLB

A little further we meet San Michele in Teverina, surrounded by peaceful sights and with the palace connected to the rest of the hamlet via a nice bridge.

S. Michele in Teverina-Scorcio 1 RCRLB

We are not far from Civitella d’Agliano. This is the area of wine and wheat thanks to the immense fields surrounded by woods of oaks, cypresses and pines trees. The landscape remembers the tuscan countryside.

Civitella d'Agliano-Panorama 1 RCRLB

Civitella d’Agliano is not the “usual” hamlet like all the other small villages we have met so far. It is a real Commune with its Mayor in spite of the fact that the inhabitants are no more than 1000 in total. The village is all gathered around a steep tufa block and grants a bird’s eye view on the Tiber Valley, the Calanchi of Bagnoregio and the mountains of Umbria.

Civitella d'Agliano-Veduta 3 RCRLB

Vaiano is a far and away burgh surrounded by “Calanchi” (starting point for most of the adventurous trekking paths) not far from Bagnoregio and its hamlet Civita, worldwide famous as “the dying town”.

Vaiano-Chiesa della SS Annunziata ARLB

“Heart” of the Calanchi Valley, Civita of Bagnoregio is visited by many thousands of tourists from all over the world…

Civita di Bagnoregio-Veduta 7 RCRLB

Once reached Lubriano (with its magnificent view of the Calanchi Valley) we continue to Sermugnano, near the border of the province of Viterbo and Orvieto.

Lubriano-Scorcio 1 RCRLB

Sermugnano is one of the many small villages with very few inhabitants (less than 100) and still in good conditions, immersed in the silence of nature, far from noise and confusion.

Valle dei Calanchi-Paesaggio ai piedi di Sermugnano

The next destination of this itinerary is Castiglione in Teverina, well known for its wines and offering superb sights of agricultural economy and of the Calanchi Valley.

Castiglione in Teverina-Vigneto verso Sermugnano 1 RCRLB

Now we are near Orvieto, with its wonderful monuments, as like as Saint’s Patrick’s Well and the gothic Cathedral, and also with its good wines: so we can finish the itinerary tasting a glass of Orvieto docg wine…

Orvieto-Veduta 1 RCRLB

Translation by Osvaldo Velo (http://flyfishingtuscia.com/) in collaboration with Luca Bellincioni and Arianna Federici.

Recommended accommodations

Roccalvecce – “Castello Costaguti”

Vitorchiano “Villa Lavinia”

Lubriano“Locanda Settimo Cielo”


Nella Valle dei Calanchi ad aprile, sulla “Via delle Creste”

Simboleggiata dalla famosissima e stravisitata Civita, la “città che muore”, la Valle dei Calanchi di Bagnoregio costituisce con le sue imponenti erosioni uno dei “paesaggi fantastici” più suggestivi d’Italia, in procinto di essere riconosciuto quale “patrimonio dell’umanità” dall’Unesco. Aprile e maggio sono in assoluto i mesi migliori per escursioni nella vallata poiché spesso le crete sono secche e ben percorribili, le temperature ancora miti, la vegetazione e le fioriture al massimo. Quelle che seguono sono immagini tratte dallo spettacolare percorso ad anello sulla “Via delle Creste”, con partenza da Lubriano, sosta al Pianale e passaggio a Civita di Bagnoregio. Grazie ad Emilio di Lubriano e agli altri ragazzi del gruppo “Calanchi Sessantatre” per aver tracciato questo sentiero, rendendo fruibile un patrimonio unico al mondo.

Valle dei Calanchi-Via delle Creste, paesaggio 6 RCRLB

Valle dei Calanchi-Via delle Creste, paesaggio 5 RCRLB

Valle dei Calanchi-Via delle Creste, paesaggio 4 RCRLB

Valle dei Calanchi-Via delle Creste, paesaggio 3 RCRLB

Valle dei Calanchi-Via delle Creste, paesaggio 2 RCRLB

Valle dei Calanchi-Via delle Creste, paesaggio 1 RCRLB

Valle dei Calanchi-Via delle Creste, Montijone 1 RCRLB

Valle dei Calanchi-Sentiero per il Pianale, paesaggio 3 RCRLB

Valle dei Calanchi-Sentiero per il Pianale, paesaggio 2 RCRLB

Valle dei Calanchi-Sentiero per il Pianale, paesaggio 1 RCRLB

Valle dei Calanchi-Pianale, pinnacolo 1 RCRLB

Valle dei Calanchi-Pianale, panorama verso Civita 1 RCRLB

Valle dei Calanchi-Pianale, panorama 1 RCRLB

Valle dei Calanchi-Duomo visto dal Pianale 1 RCRLB

Valle dei Calanchi-Via delle Creste, ponticelli 1 RCRLB

Valle dei Calanchi-Via delle Creste, paesaggio agreste 1 RCRLB

Valle dei Calanchi-Pianale, bosco e torrente alle pendici RCRLB

Civita di Bagnoregio-Veduta nei pressi di Lubriano RCRLB

Lubriano-Veduta dalla Via delle Creste 1 RCRLB


Veduta autunnale di Civita di Bagnoregio

Civita di Bagnoregio-Veduta 12 RCRLB

Una veduta autunnale di Civita di Bagnoregio. Novembre, insieme con aprile e maggio, è il periodo più bello per visitare questo magnifico borgo, in procinto di diventare “patrimonio dell’Umanità”. Per sapere delle leggende e dei misteri di Civita di Bagnoregio si faccia riferimento alla nostra guida “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”.