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Valle del Sacco-Tenuta de La Polledrara

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L’Alta Valle del Sacco intorno a Paliano, al confine fra Ciociaria e Campagna Romana, conserva per buona parte un paesaggio agrario “dai grandi spazi”, grazie alla sopravvivenza di estese tenute nobiliari, secondo una strutturazione del territorio che per secoli caratterizzò l’intero territorio intorno a Roma. Fra queste la Tenuta de La Polledrara merita una menzione speciale per la particolare integrità e per la cura che ne hanno i proprietari attuali, eredi dei Colonna. Nella zona sono numerosi ruderi antichi e medievali, come la pittoresca Torre dei Piscoli, già ben visibile dall’ottimo agriturismo che costituisce il cuore della tenuta.

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Scorcio di Magliano Sabina

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La cittadina di Magliano Sabina, ad una settantina di chilometri a nord dal centro di Roma, sorveglia l’autostrada col suo profilo al contempo elegante e rustico. Può essere considerata come la “seconda capitale” della Sabina Tiberina, dopo Poggio Mirteto, come importanza storica, artistica, demografica ed urbanistica, e di sicuro costituisce il punto di riferimento per il settore settentrionale di questo territorio, al confine con la Regione Umbria e quindi con la Sabina umbra.


Veduta di Roccantica

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Una veduta dal basso di Roccantica, splendido borgo medievale nel cuore della Sabina Tiberina. Il villaggio, dominato dai ruderi di un castello, si staglia in modo spettacolare fra i boschi di lecci e querce incutendo al visitatore un senso di ammirazione e rispetto. L’ambiente circostante racchiude due tesori, uno storico e l’altro naturalistico: rispettivamente l’Eremo di San Leonardo e la gigantesca dolina nota come il “Revotano”, del diametro di circa 250 metri, cui sono legate leggende popolari (per saperne di più si consiglia la nostra guida “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”).


Rovine di Cencelle-Veduta da lontano

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Le suggestive rovine medievali di Cencelle spiccano fra i campi della Valle del Mignone, verdissimi e fioriti fra aprile e la prima metà di maggio, nella magnifica zona conosciuta come le “Terre della Farnesiana”, ai piedi dei Monti della Tolfa, in cui confluiscono i confini dei Comuni di Civitavecchia, Allumiere e Tarquinia. La struttura turrita “a corona” ricorda la toscana Monteriggioni ma in questo caso non si tratta di un borgo turistico e vivo bensì di una cosiddetta “città morta”, una delle tante che costellano l’entroterra del Lazio. Per maggiori informazioni si consiglia la lettura di “Le città perdute del Lazio” dell’amico Emanuele Zampetti.


Veduta di Onano verso il tramonto

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Una veduta al tramonto di Onano, tranquillo e solitario borgo situato presso il confine con il Grossetano, in Maremma. Circondato da una bellissima campagna, il paese è rinomato per una produzione pregiata di lenticchie.


Roma-Crepuscolo dal Gianicolo

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Torniamo spesso a descrivere i panorami dal Gianicolo per la loro straordinaria bellezza e poesia. Roma appare da qui come una favolosa distesa di monumenti, torri, cupole e campanili, formando un complesso di imponente splendore artistico ed urbanistico. Sullo sfondo si innalzano i contrafforti del preappennino laziale e più oltre quelli dell’Appennino Centrale, con molte cime innevate d’inverno.


Veduta di Vitorchiano

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Il borgo di Vitorchiano sembra emergere in modo del tutto naturale dalla rupe di peperino su cui poggia. Tale straordinaria armonia fra ambiente naturale ed urbanistica, tipico della Tuscia Viterbese, è frutto di continui adattamenti del blocco roccioso sin da epoca etrusca (per saperne di più: “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”).


Scorcio di Leonessa con la Chiesa di San Pietro

Leonessa-Chiesa di S. Pietro, loggiato e campanile

Uno scorcio dal basso della bella cittadina di Leonessa, posta nel cuore dell’omonima piana, ai piedi dei Monti Reatini e del Terminillo. Emergono dall’abitato il campanile cuspidato e l’elegante loggiato della quattrocentesca Chiesa di San Pietro. Frequentata d’inverno per lo sci e caratterizzata da un insolito aspetto alpestre, Leonessa è anche punto di partenza di magnifiche escursioni alla scoperta dell’incontaminata natura circostante.


Veduta di Alvito

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Una veduta della bellissima cittadina di Alvito, ai margini settentrionali della splendida Val di Comino. Il centro storico emerge dai campi disposto a terrazze, sino all’apice della collina ove spicca il poderoso castello (per saperne di più: “I castelli perduti del Lazio”), che offre panorami spettacolari. Alvito fa parte del nostro itinerario “Borghi e paesaggi segreti della Ciociaria, parte: 3”. A chi volesse visitare la zona, si consiglia di contattare l’amico Bernardo Mattiucci dell’Associazione “Outdoor Emotions” (b.mattiucci@outdooremotions.com – 3493215261).


Palazzo Chigi ad Ariccia

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L’elegante Palazzo Chigi ad Ariccia, ricostruito in forme barocche dal genio di Gian Lorenzo Bernini nella seconda metà del XVII secolo. Adibito a museo e visitabile, colpisce la perfezione del suo inserimento paesaggistico, in virtù della presenza di un vastissimo parco già decantato dai viaggiatori del Grand Tour per la ricchezza delle piante e per i numerosi ruderi di varie epoche. Situata nel cuore dei Colli Albani, la cittadina di Ariccia, oggi celebre per le sue “fraschette”, serba anche altri monumenti singolari, come ad esempio il solenne ponte ottocentesco: per saperne di più si consiglia di fare riferimento al nostro libro “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.


Scorcio di Nazzano

Scorcio di Nazzano

Uno scorcio del piccolo borgo di Nazzano, gioiello urbanistico della Valle del Tevere, a poche decine di chilometri dalla Capitale: dall’apice del centro storico si gode uno dei panorami più spettacolari e suggestivi del Lazio. Ai suoi piedi si estende la bellissima Riserva Naturale Tevere-Farfa, importante area umida protetta, che permette di ammirare la flora e la fauna tipiche degli ambienti ripariali fluviali.


Il fascino della Viterbo medievale

Posta nel cuore della Penisola italiana e nota per aver ospitato il primo interminabile “conclave” nella storia della Chiesa (1268-1271), Viterbo è stranamente ancora poco frequentata dal turismo culturale. La vicinanza con Roma, che tende a mettere in secondo piano tutto ciò che si trovi nei suoi diretti dintorni, di certo pesa in modo determinante. Eppure la “Città dei Papi” offre un complesso monumentale di grande interesse, con tracce artistiche forse ritenute “minori” ma continue ed omogenee che danno un tono nobile al paesaggio urbano.

Illuminazione artistica in Piazza San Lorenzo

Straordinario è soprattutto il fascino dei suoi quartieri medievali, in particolare quello di San Pellegrino, che costituiscono un unicum in Italia per l’integrità del tessuto urbanistico e dell’edilizia civile risalenti al Duecento. Epoca, questa, che rappresentò il momento di massimo splendore nelle vicende viterbesi (la città al tempo superava per abitanti la stessa Roma, viceversa ormai in decadenza): oltre alle opere promosse dai pontefici (che vi si trasferirono per 24 anni, a partire da Alessandro IV), la città si arricchì non solo di eleganti palazzi ma anche di numerose case-torri, tuttora visibili a chi abbia la voglia di girare per il centro storico “con il naso all’in su”; innumerevoli torri spuntano pure dalla cinta muraria, che avvolge interamente la città storica.

Scorcio di Piazza San Pellegrino

Ne scaturì un’urbanistica “a riccio” che ha pochi paragoni nel nostro Paese per lo stato di conservazione, e che può quasi competere con la ben più famosa San Gimignano o con la più vicina Tarquinia. Peccato solo che nessuna delle antiche torri sia attualmente visitabile (offrirebbero di sicuro panorami meravigliosi), cosa che la dice lunga sul ritardo della città a livello di valorizzazione turistica del patrimonio storico; a ciò si aggiunge il fatto – a nostro avviso di una gravità inaudita – che il centro storico non sia stato ancora inserito nella lista del patrimonio dell’umanità Unesco, da addebitare evidentemente alla mancanza di un’adeguata volontà politica indirizzata a tal fine.

Case-torri

Tuttavia, al di là di queste considerazioni, occorre ammettere che a Viterbo un’attenta salvaguardia del patrimonio architettonico storico nei caotici anni del dopoguerra ha permesso di mantenere quel che altrimenti sarebbe stato distrutto o alterato. E’ anzi da ricordare che una parte di quel che oggi ammiriamo è stato addirittura ricostruito dopo i danni dell’ultimo conflitto mondiale, secondo il concetto di “dov’era e com’era”, segno di un senso civico e di un profondo attaccamento alla propria città e alle proprie radici da parte dei Viterbesi (come testimonia anche l’evento della Macchina di Santa Rosa) di cui si parla poco: sentimenti che rischiano di non essere tramandati se non ci si sofferma mai a sottolinearne gli effetti positivi, come appunto l’averci lasciato un patrimonio storico, artistico, culturale ed estetico di inestimabile valore.

Lampione con piccione e rampicante

Ad ogni modo, fuori da una facile espressione retorica, perdendosi nel cuore della Viterbo medievale si ha la sensazione di un autentico “tuffo” nel Medioevo, perché spesso le case, i vicoli e i palazzetti sono rimasti più o meno gli stessi, con i tipici profferli viterbesi che salgono al primo piano delle abitazioni formando talora lunghe balconate squisitamente scolpite dagli antichi mastri scalpellini locali. E poi le numerose piazze, vera peculiarità di Viterbo, come l’ampia e scenografica Piazza di San Lorenzo col merletto gotico della loggetta papale, la più raccolta Piazza del Gesù (cuore della città due-trecentesca), la quieta e alberata Piazza della Morte ed infine l’indimenticabile scenario quasi “cinematografico” di Piazza San Pellegrino (per averne una completa visione occorre salire all’apice del sagrato della chiesetta), che costituiscono, tutte, spazi urbani di eccezionale pregio giunti a noi praticamente immutati.

Piazza San Lorenzo

Piazze quasi sempre accompagnate a fontane, perché Viterbo fu una delle prime città del Medioevo europeo a fornire acqua pubblica ai propri abitanti. Sono tutte diverse ed è piacevole fermarsi ad osservarne i particolari, fra i quali non manca mai il leone, simbolo di Viterbo. Poi il suono dolce dell’acqua invita al riposo: magari a leggere un buon libro, o più prosaicamente a prendersi un té, un caffé o un aperitivo, comodamente seduti con lo sguardo rapito verso una torre o verso la fontana stessa o, d’inverno, alla ricerca del sole che filtra fra i freddi palazzi di peperino.

Fontana in Piazza del Gesù

Ma a Viterbo, se si vuole, si cammina molto. Città perfetta per il trekking urbano, perché i saliscendi sono continui e il centro storico inaspettatamente vasto. Da non perdere la panoramica traversata da San Pellegrino al quartiere di Pianoscarano (altro gioiello di urbanistica medievale, sebbene purtroppo assai malandato e in via di lento recupero), che permette di comprendere la complicata orografia della città, formata da colli e vallette interne.

Loggia dei Papi

Le chiese di Viterbo, dal canto loro, per lo più di aspetto romanico o gotico, spoglie e grigie di peperino, rispecchiano fedelmente il carattere di spiccata austerità dugentesca: da non perdere Santa Maria della Verità, San Francesco, Santa Maria Nuova, San Sisto, San Giovanni in Zoccoli e il Duomo. Spesso vi si affiancano chiostri che paiono trascinare fuori dal mondo, spingendo alla meditazione, oppure vi si nascondono cripte pregne di spiritualità e mistero.

Chiesa di Santa Maria Nuova

Le aggiunte quattro-cinquecentesche invece, donano al tessuto prevalentemente medievale quell’eleganza stilistica propria della Tuscia farnesiana che si ammira in Piazza del Plebiscito con il porticato Palazzo dei Priori, sede del Comune, mentre l’altissima Torre Civica sancisce la fusione armoniosa fra Età di Mezzo e Rinascimento.  Da qui l’itinerario prosegue per le vie dello shopping mostrando altre testimonianze urbanistiche e architettoniche pregevoli come Piazza delle Erbe, la stupenda Casa Poscia (che la tradizione vuole dimora della”Bella Galiana”, personaggio leggendario viterbese), fino a Piazza Fontana Grande, che, come si evince da nome, sfoggia una monumentale e magnifica fontana, pure risalente al XIII secolo: essa, insieme alle altre, contribuì al mito di “Viterbo città delle belle donne e delle belle fontane”.

Torre civica

Anche l’atmosfera generale, più “reale” e “vissuta” rispetto a molte cittadine medievali toscane ed umbre (che l’assalto turistico sta trasformando in “Disneyland della cultura”, in testa San Gimignano ed Assisi), contribuisce a far immergere il visitatore in un ambiente “diverso”, pacato ed austero, spesso addirittura solitario in pieno giorno, che non ci si aspetterebbe oggi da una città dalle caratteristiche simili. Vi si trovano botteghe di artigiani, artisti ed antiquari e sempre più rivendite di prodotti tipici, ma niente cinghiali imbalsamati con gli occhiali da sole, negozi di chincaglierie, bottiglie di vino ed olio “tipici” (di scarsissima qualità) da souvenir.

Palazzo degli Alessandri e torri medievali

Viterbo è infatti incredibilmente fuori da qualsiasi flusso di massa (e quindi esente da usi turistici banalizzanti) ma non crediamo che rimarrà sconosciuta a lungo. Sempre più visitatori, anche e soprattutto dall’estero, giungono nel capoluogo della Tuscia attratti da questo spirito di “riscoperta” e ciò potrebbe portare finalmente la città ad una nuova fase di prestigio. E ce n’è bisogno, perché il patrimonio edilizio è vasto e fragile, e senza investimenti finalizzati a restaurarlo esso cadrà facilmente a pezzi: le cattive condizioni di Pianoscarano e dei quartieri minori ne sono un monito.

Palazzo Farnese, bifora

Ma terminiamo la nostra passeggiata. Al tramonto le piazze viterbesi diventano ombrose e le stradine laterali che scendono o salgono dalle vie principali hanno qualcosa di misterioso e inconsueto, come se percorrendole ci fosse già la promessa di una qualche emozionante sorpresa. Dai profferli, dalle finestre e dai balconi sembra che ad un tratto possano affacciarsi i volti visti nella Cappella Mazzatosta della Chiesa di Santa Maria della Verità. Suonano le campane delle tante chiese, le rondini svettano veloci mentre i piccioni fanno capolino sui coppi delle vecchie case. Il peperino emana odori particolari, che sanno di antico, e il crepuscolo lo indora, laddove la luce arriva, cangiandone il colore da grigio cenere in marrone vivo. Su tutto, poi, d’improvviso, si getta il silenzio.

Piazza San Pellegrino

E solo in quel momento ci si accorge di quanto sia vivo il legame con l’enigmatico mondo etrusco, di come il Medioevo qui non abbia negato la civiltà più remota. Così le cose appaiono di colpo più piccole, le tenebre si insinuano ovunque, i portali e gli archetti prendono le sembianze di grotte e cunicoli. La città medievale si tramuta inaspettatamente in una specie di necropoli: e probabilmente, sotto le case i tunnel e le cantine sono etruschi. La fantasia allora prende il sopravvento e il Duecento magico di Viterbo ci permette di chiudere gli occhi e di tornare a sognare un mondo sospeso ove l’immaginabile è possibile.