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Le colline della Tuscia da Monte Jugo

Torniamo a Monte Jugo dopo un paio di anni e ci meravigliamo per l’ennesima volta della bellezza del panorama che si ammira dalle pendici di questa modesta elevazione vulcanica, situata fra Montefiascone e Viterbo. Siamo sul tracciato della Via Francigena che collega i due suddetti centri, in una tappa famosa per la presenza di un lungo tratto di basolato romano ben preservato dell’antica Cassia. I pellegrini compiono questo percorso con gli occhi colmi di gioia per lo splendore di queste testimonianze e per la dolcezza della campagna viterbese, rivestita a maggio di magnifiche fioriture. Nel periodo primaverile la struggente “ruralità” della Tuscia si esalta ancor più mentre lo sfondo di Montefiascone con la Rocca dei Papi e la grande cupola di Santa Margherita arricchiscono il paesaggio con importanti dettagli architettonici.


Il ponte in ferro di Luni sul Mignone

Il caratteristico ponte in ferro che scavalca il Fiume Mignone visto dall’Altopiano di Luni, luogo di insediamenti protostorici. Faceva parte della ferrovia Capranica-Civitavecchia, dismessa molti decenni fa. Oggi la sede ferroviaria è l’unico accesso possibile (con fuoristrada) a questo magnifico sito archeologico e paesaggistico. Auspichiamo la sua trasformazione almeno parziale in una pista ciclabile, come sta accadendo per altre ex-ferrovie sparse per l’Italia, al fine di valorizzare e rendere fruibile in modo sostenibile una zona ancora incontaminata e di straordinario potenziale turistico, vanto del Lazio e dell’intera Etruria.


Colombario a Monte Casoli

Non ci sono opinioni concordi da parte degli studiosi circa l’origine dei colombari di Monte Casoli di Bomarzo: alcune ipotesi propendono per una funzione funeraria d’epoca etrusca e romana, altre – forse più attendibili – ad un ben più prosaico utilizzo a scopo di allevamento di colombi e piccioni nell’Alto Medioevo, allorquando il sito – la cui origine è probabilmente da datarsi a prima degli Etruschi – venne recuperato e “ristrutturato” con la costruzione di un castello.


“On the road” nei pressi di Bomarzo

Non siamo in una contea rurale degli USA ma nel cuore dell’Italia, nella fattispecie nella stupenda località di Marcolino a Bomarzo, con lo sfondo inconfondibile dei Monti Cimini: ben visibile da Palazzo Orsini, si tratta di un altopiano che non solo offre uno dei panorami più belli di tutta la Teverina umbro-laziale ma anche l’accesso a numerosi siti archeologici. Un luogo che dovrebbe essere conosciuto e valorizzato a livello sia escursionistico sia meramente turistico tramite l’inserimento in un’auspicabile “strada dei paesaggi” che farebbe la gioia di ciclisti e “bikers”.


L’Eremo di San Girolamo

Attraversando la monumentale Faggeta del Monte Fogliano, sui Cimini, ad un certo punto capita di imbattersi in un suggestivo quanto straniante cumulo di massi vulcanici, aperto da una porticina: è l’Eremo di San Girolamo, che fu abitato nel ‘500 dall’omonimo Santo, proveniente da una ricca famiglia senese.


La Rocca Respampani

Persa nella Maremma Viterbese, la solitaria Rocca Respampani, edificata nel XVII secolo, domina una storica tenuta papalina oggi proprietà della Regione e costituisce uno dei monumenti più affascinanti delle campagne del Lazio. Situata lungo l’antica Via Clodia, grosso modo fra Norchia e Tuscania, nel Comune di Monte Romano, meriterebbe di essere conosciuta visitata ed apprezzata di più. Auspichiamo diventi, in un futuro non troppo lontano, il cuore del Parco Nazionale dell’Etruria.


La porta di Castel d’Asso

Conosciuta per la sua monumentale necropoli etrusca, la località di Castel d’Asso – nei pressi di Viterbo – è qualificata anche dalla presenza delle pittoresche rovine di un castello medievale. Costruito su un pianoro circondato da burroni, nel più classico paesaggio etrusco, colmo di poesia, il fortilizio regala romantici panorami. Per saperne di più: “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.


Nella faggeta secolare del Monte Fogliano

Tutti conoscono la magnifica Faggeta del Monte Cimino, dichiarata dall’Unesco Patrimonio dell’Umanità, ma pochi frequentano un bosco altrettanto monumentale sempre sui Monti Cimini, ossia la Faggeta di Monte Fogliano. Vi si accede nei pressi di Cura di Vetralla, a pochi chilometri da Viterbo, e fu rifugio di monaci ed eremiti, come San Girolamo da Siena.


La Gorgone Medusa di Norchia

Il volto terrificante della Gorgone Medusa, simbolo delle Tombe Doriche (o a Tempio) nella Necropoli di Norchia: immagine giunta sino a noi intatta direttamente dalla mitologia etrusca, questa visione è il culmine emozionale di un solitario sentiero che, attraverso la macchia, porta al cospetto di questi monumentali sepolcri; stupore e meraviglia possono essere trattenuti a stento da chi raggiunge questo luogo fermo nel tempo. Gioielli architettonici inseriti in un paesaggio selvaggio e rurale per chilometri: un patrimonio inestimabile che da troppo tempo attende di essere tutelato e valorizzato con un grande Parco Nazionale dell’Etruria Laziale.


Le mura di Viterbo

Le spettacolari e ben conservate mura urbiche della Viterbo medievale sono tuttora un patrimonio poco conosciuto, celebrato e valorizzato. Sul lato ovest, a ridosso di Valle Faul, meriterebbero di certo un parco tematico che andrebbe ad unirsi ad un altro auspicabile parco archeologico, quello cioè della Cassia antica/Francigena.


Sulle “colline segrete” fra Celleno e Grotte Santo Stefano

Fra Celleno e Grotte di Santo Stefano, nel cuore della “valle magica della Teverina Viterbese”, si estende una vasta area collinare che custodisce un paesaggio di straordinaria bellezza, che però rimane curiosamente “invisibile” da ogni strada asfaltata così come dai paesi che la circondano. “Colline segrete” che costituiscono una rarità a livello geomorfologico per la Tuscia, presentando le argille al posto del consueto suolo litico di origine ignea senza però giungere agli “eccessi” dei calanchi. Un paesaggio dunque di alture coltivate esteticamente affine a quello dirimpettaio dell’Umbria e tuttavia unico nel suo genere poiché appunto circondato dal tipico scenario rupestre etrusco. Con questo articolo pertanto vogliamo invitare a recarsi sul posto i nostri “esigenti” lettori, di cui conosciamo il desiderio di scoprire sempre nuovi “luoghi segreti”.

Il Convento di San Giovanni Battista a Celleno Vecchio
La salita sul ponte di Celleno Vecchio
L’altopiano che cela l’area collinare fra Celleno e Grotte, con lo sfondo degli Appennini

Il percorso è magnifico in mountain bike (e forse anche per downhill), a piedi (per chi ama camminare per chilometri su sterrate) e a cavallo ma è sconsigliato a fuoristrada e moto da cross poiché ad un certo punto il reticolo viario a nostra disposizione attraversa una tenuta privata che – pur senza evidenti divieti – è regolarmente chiusa durante la giornata da sbarre (rosse) e ciò può costituire un serio rischio. Inutile dire che i fotoamatori paesaggisti trovano qui una specie di loro personale “paradiso perduto”, da cui trarre scatti certamente originali e di assoluto rilievo, senza il rischio di riprodurre la solita “cartolina” di scorci già strafotografati (pensiamo al celeberrimo boschetto di cipressi in Val d’Orcia o al Pian Grande a Castelluccio di Norcia). Ad ogni modo, ci troviamo dinanzi ad un patrimonio paesaggistico e culturale inestimabile, da tutelare, valorizzare e promuovere da parte delle istituzioni, in una zona che vede un crescente flusso turistico.

Un casale in rovina, sul ciglio di un burrone

Il percorso inizia dalla località di Acquaforte, che si raggiunge sia dalla Via Teverina (SP5) sia dalla strada che collega Celleno Nuovo con Celleno Vecchio (indicazioni). Da qui – ove si trovano un vistoso lavatoio/fontanile e una sorgente di acqua ferruginosa – si imbocca una carrareccia, sulla destra, che affianca dei campi. La si percorre in costante salita, costeggiando alla nostra sinistra un burrone, fino a giungere ad un bivio sull’altopiano, in vista di un casale che si staglia sullo sfondo. Si piega a sinistra e si rimane sulla strada principale evitando le deviazioni a destra che conducono ad alcune aziende agricole. Giunti sul crinale il panorama è immediatamente vastissimo con il profilo degli Appennini, innevati d’inverno e nel tardo autunno; a destra appare la vallata verso Grotte, tutta a prati e punteggiata da alberi camporili e rari casali; a sinistra si ammira invece una visione inedita e splendida del borgo di Celleno Vecchio, che sembra nascere dal terreno.

L’incantevole paesaggio di questo lembo di Teverina e di Lazio
Alcuni scorci della stupenda campagna fra Celleno e Grotte Santo Stefano
Celleno Vecchio sembra “sorgere” come una visione dal paesaggio coltivato

Superata una sbarra sempre aperta, si scende poi con un primo ottimo panorama a sinistra sulle sottostanti colline, in direzione delle alture di Sant’Angelo. Si arriva quindi ad un bivio, in prossimità di un antico e pittoresco casale.

Panorama sulle colline verso Sant’Angelo di Roccalvecce
Il casale presso il bivio sul percorso

Da qui ci sono possibilità: la prima è scendere a destra (e poi ancora a destra) inoltrandosi in una vallata ricca di fascino, raggiungendo un vecchio caseggiato rurale in abbandono e “girovagando” senza meta in questa ambientazione suggestiva, dominati dalle rupi del plateaux vulcanico sovrastante.

Il casale del bivio visto dalla valle sottostante
Immagini di un vecchio borgo rurale ormai in totale abbandono, sul fondo della vallata

La seconda opzione è prendere la sterrata di sinistra, che dona subito un panorama mozzafiato: si svela ai nostri occhi un paesaggio perfetto, di somma e struggente poesia, con la tipica campagna laziale che alterna seminativi, pascoli, boschi; un paesaggio semplice quanto indifeso, che soprattutto negli ultimi anni sta purtroppo rapidamente scomparendo a causa della diffusione di insediamenti ed opere di ogni tipo, avallata da scandalose politiche regionali volte escusivamente a favorire la speculazione ai danni dei beni comuni. A completare questo “dipinto vivente” concorrono i Monti Amerini, il Terminillo, la Valle del Tevere, il Soratte e i Monti Cimini mentre al centro della scena spicca una strana, piccola rupe solitaria: è la cosiddetta “Pietra dell’Anello”, luogo misterioso, pregno di leggende per gli abitanti locali, che sarà la meta finale del nostro “viaggio”.

Lo spettacolare panorama verso la Valle del Tevere il Terminillo
La grande bellezza del paesaggio della Teverina Viterbese scendendo verso la strada di Magugnano
La “Pietra dell’Anello” al centro del panorama

Ma non è finita qui: pochi passi sulla nostra sinistra ed ecco un’altra visione quasi irreale, ossia il borgo medievale di Roccalvecce incastonato fra i boschi, un’immagine ferma a tanti secoli fa. Tutto ciò ci catapulta in una dimensione senza tempo, arricchita anche da tanti dettagli, come ad esempio un’edicola religiosa in mattoncini che sorveglia la stradina e che per i contadini della zona era di sicuro un importante punto di riferimento.

Il borgo medievale di Roccalvecce nel paesaggio
Una visione ravvicinata della perfezione urbanistica di Roccalvecce
Un’edicola religiosa lungo la stradina di campagna

Il percorso continua fra bei casali purtroppo in rovina e persino una scuola rurale “fantasma”: una sorta di “mondo agricolo fossile” lasciato a se stesso come d’improvviso e conservatosi magicamente intatto. Interessante anche la veduta di Sant’Angelo, il “paese delle fiabe”. Inutile dire che se questi luoghi fossero resi fruibili e “messi in vista” farebbero la felicità di italiani e stranieri amanti del bello e attirerebbero ingenti investimenti immobiliari “di qualità”. Ma tant’è…

Un rudere di casale con lo sfondo di Sant’Angelo, il “borgo delle fiabe”
Altri casali in rovina
La scuola rurale “fantasma”

Dopo poche centinaia di metri la stradina scende ripida sino ad una sbarra, che si attraversa, sbucando poi sulla provinciale fra Grotte e Roccalvecce.

La campagna lungo la strada provinciale di fondovalle, fra Roccalvecce e Magugnano

Attraversata questa, ci si trova ai piedi della Pietra dell’Anello, all’altezza di un prato che si mostra avvolto da una bassa nebbiolina in certe mattine d’autunno: in questi momenti l’enigmatico torrione di tufo diviene quasi inquietante.

La Pietra dell’Anello dal prato immerso nella nebbia, in un pomeriggio di dicembre
Un’immagine ravvicinata della misteriosa rupe solitaria
La Pietra dell’Anello al crepuscolo

Senza farsi intimidire, si va a sinistra lungo la provinciale e dopo qualche metro si prende a destra un sentierino poco visibile che porta in lieve salita all’enigmatica rupe. Il ritorno può avvenire sulla via dell’andata se si è a piedi; se invece si è in mountain bike si consiglia di andare a Roccalvecce e da qui imboccare il “Sentiero dei castelli e delle fiabe” per Celleno ritornando infine al lavatoio di Acquaforte.


Veduta della Rocca Respampani

Una vista suggestiva in una fredda e nuvolosa giornata di gennaio: la seicentesca Rocca Respampani appare in mezzo alla selvaggia campagna della Maremma Laziale, nel Comune di Monte Romano e nei pressi dell’antica Via Clodia. Una vista senza tempo dal valore incommensurabile.


Scorci di Maremma che scompare

Si chiude un altro anno e la speranza è che si chiuda anche questa lunga e drammatica stagione – che dura da troppo tempo – di aggressione e distruzione, a causa della speculazione energetica, di uno dei territori più belli e affascinanti del Lazio: la Maremma Viterbese. Qui ci troviamo non lontano da Tuscania, in direzione di Montalto, ove alcuni panoramici crinali – in primis quello del Formicone – donano panorami mozzafiato sul paesaggio dell’Etruria interna.


Il “trono” del Cimino

La faggeta vetusta del Cimino – patrimonio Unesco dal luglio del 2017 – è uno dei boschi più suggestivi e misteriosi del Lazio. Fra i numerosi massi dalle forme più curiose che vi si scorgono, spicca ad un certo punto una grande roccia bucherellata avente la vaga forma di un trono con cinque protuberanze, quasi una sorta di stella o di mano: un luogo, come il resto dei Monti Cimini, da scoprire e assaporare con calma (per saperne di più “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito – vol. 1”).


Profili nella campagna viterbese: un requiem?

Soltanto se ci si “perde” in queste vaste campagne si può “carpire” il fascino misterioso della terra etrusca – tutt’oggi, come millenni or sono, fertile e laboriosa – con i suoi profili sfuggenti e struggenti. Purtroppo è questo un paesaggio “in via d’estinzione” poiché – come nei pressi di dove è stata scattata la foto, fra Viterbo e Tuscania – immensi impianti energetici lo stanno incessantemente divorando, riducendone – non già anno dopo anno ma mese dopo mese – il valore e la suggestione, in poche parole uccidendone l’anima.


Nel chiostro de La Quercia

L’atmosfera romantica del chiostro medievale-rinascimentale del Santuario di Santa Maria della Quercia, alle porte di Viterbo.


Il profilo medievale di San Pellegrino

Uno splendido scorcio turrito del quartiere medievale di San Pellegrino a Viterbo, visto dalla suggestiva salita a Pianoscarano dal Ponte del Paradosso.


La chiesa di Fastello

Tra i molti “borghi segreti” della Tuscia, di sicuro Fastello è uno dei più sconosciuti. Situato grosso modo fra Montefiascone e Celleno ma rientrante nel (vastissimo) Comune di Viterbo, è un piccolo agglomerato di case moderne sparse che cela un minuscolo centro storico databile al Sei-Settecento. Spicca la Chiesa di Santa Lucia Filippini (di origini probabilmente coeve) che dalle campagne circostanti emerge improvvisamente creando graziosi quadretti. La zona è oltremodo bucolica e perfetta per essere esplorata in bicicletta.


Rocca dei Prefetti di Vico a Vetralla

Un’inedita visione della trecentesca Rocca dei Prefetti di Vico a Vetralla.


San Pietro e il cielo

Le suggestive absidi della romanica Chiesa di San Pietro (XII sec.) a Norchia, viste dal basso.