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Fiume Tevere fra Baschi e Castiglione in Teverina

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Il Fiume Tevere fra Baschi e Castiglione in Teverina, antico confine storico-naturale fra Umbria ed Etruria e nei secoli dell’Alto Medioevo “autostrada d’acqua” di collegamento del “Corridoio Bizantino”, e successivamente cuore dello Stato Pontificio.


La Valle del Vezza dal megalite

Valle del Vezza-Panorama presso il Secondo Sasso del Predicatore RCRLB

Il profilo della verdissima e selvaggia Valle del Vezza, cuore della Teverina Viterbese, da uno degli innumerevoli megaliti vulcanici lungo il percorso per i “Sassi dei Predicatori”. Qui per la precisione siamo nei pressi del cosiddetto “Secondo Sasso del Predicatore”: angoli di pura magia fra storia, mistero e natura.


Veduta di Montecasoli di Bomarzo

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Una veduta dello spettacolare insediamento rupestre etrusco-romano di Montecasoli, cuore dell’omonima riserva naturale nei pressi di Bomarzo.


Case colorate a Castel Cellesi

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Castel Cellesi è uno di quei tanti “borghi segreti” che punteggiano la splendida Teverina Viterbese, la cui “capitale” è ormai indiscutibilmente Bagnoregio. Questo minuscolo villaggio è caratterizzato da una struttura urbanistica unica nel Lazio, con due piazze consecutive rettangolari (divise da una bella porta), e spicca soprattutto per le sue case tutte intonacate di vivaci colori: quasi una “piccola Burano” collinare del Lazio!


Valle dei Calanchi-Scorcio di primavera

Valle dei Calanchi-Valle Segreta, paesaggio 1 RCRLB

La primavera è il periodo più indicato per visitare la Valle dei Calanchi di Bagnoregio, tenendo conto però che occorre sempre evitare le giornate successive alle piogge. Qui siamo in una valle “segreta” nei pressi del borgo rurale (privato) di Sociano. Numerose vacche maremmane popolano questo suggestivo paesaggio.


All’inizio della primavera sulla Strada dei vini e dei sapori della Teverina Viterbese

Anche se l’exploit dei vigneti (che ad ottobre si tingono di arancio e rubino) è ancora lontano, nel periodo primaverile è comunque assai piacevole percorrere la cosiddetta “Strada del Vino e dei Sapori della Teverina Viterbese”, che, snodandosi lungo la Valle del Tevere, collega la zona di Bomarzo a quella di Castiglione e ad Orvieto. La strada, che in parte ricalca il tracciato della SP Teverina (ossia il suo tratto pianeggiante), offre un piacevole e rilassante paesaggio agreste, prima prevalentemente a pascolo e seminativo, poi caratterizzato da estesi vigneti. Interessanti le varie deviazioni possibili che, al di là della celebre Bomarzo, portano a conoscere numerosi altri borghi di un certo interesse (Mugnano, Montecalvello, Roccalvecce, Civitella d’Agliano, Sermugnano, ecc.) e soprattutto paesaggi straordinari, come la Valle dei Calanchi che si può raggiungere deviando per Vaiano all’altezza della località Pian della Breccia (Civitella d’Agliano), per terminare infine ad Orvieto passando per le magnifiche colline di Tordimonte.

Teverina-Tenuta di Castelvecchio di Bomarzo 1 RCRLB

Teverina-Casale fra Mugnano e Sipicciano RCRLB

Teverina-Campagna presso Sipicciano 1 RCRLB

Teverina-Casale presso Sipicciano 1 RCRLB

Teverina-Campagna presso Monte Pimpia 2 RCRLB

Teverina-Strada del vino, campagna presso Civitella d'Agliano 1 RCRLB

Teverina-Casale presso Civitella d'Agliano RCRLB

Civitella d'Agliano-Veduta da lontano RCRLB

Teverina-Stradina ai piedi di Civitella d'Agliano RCRLB

Teverina-Campagna presso Case Nuove 1a RCRLB

Castiglione in Teverina-Veduta da lontano 3 RCRLB

Teverina-Chiesetta rurale presso Castiglione 1 RCRLB

Castiglione in Teverina-Veduta 1 RCRLB

Teverina-Strada del vino, campagna presso Castiglione 1a RCRLB

Castiglione in Teverina-Chiesa della Madonna delle Macche 1 RCRLB

Valle dei Calanchi-Strada della Lega, paesaggio 15 RCRLB

Valle dei Calanchi-Strada della Lega, paesaggio 1 RCRLB

Teverina-Strada del vino, campagna presso Castiglione 2 RCRLB

Teverina-Strada del vino, paesaggio fra Castiglione e Tordimonte 1 RCRLB

Teverina-Campagna presso Tordimonte 2 RCRLB

Teverina-Paesaggio presso Tordimonte RCRLB


Bassano in Teverina-Chiesa di Santa Maria dei Lumi

Bassano in Teverina-Chiesa di S. Maria dei Lumi 2 RCRLB

La romanica Chiesa di Santa Maria dei Lumi si trova nello splendido borgo medievale di Bassano in Teverina ed è caratterizzata da una peculiarità straordinaria. Nelle vicinanze si eleva infatti un’alta e massiccia torre civica, edificata nella seconda metà del Cinquecento, che ingloba l’antico campanile a bifore e trifore dell’XI-XIV secolo. Il “campanile segreto”, riscoperto soltanto in tempi recenti, è visitabile normalmente la domenica oppure in occasione del Presepe Vivente, uno dei più suggestivi della Tuscia. 


Campagna fiorita nella Valle del Tevere

Teverina-Campagna nella Valle del Tevere 1 RCRLB

Anche nella Valle del Tevere è giunta la primavera. Se le querce sono ancora (ma lo saranno per breve) nella spoglia veste invernale, i campi sono spesso fioriti o di un verde smeraldino. Qui siamo nella nostra amata Teverina Viterbese, ai piedi delle colline di Civitella d’Agliano.


Auguri di Buon Anno da Bassano in Teverina

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Fino all’Epifania, il piccolo ed incantevole borgo medievale di Bassano in Teverina farà da cornice naturale ad un presepe vivente fra i più suggestivi della Tuscia. Con questa immagine auguriamo ai nostri lettori un felice anno nuovo. 


Panorama da Civitella d’Agliano

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Il magnifico panorama da Civitella d’Agliano sulla Valle dei Calanchi. Di certo meno conosciuto e celebrato della vicina Civita di Bagnoregio, questo borgo della Teverina conserva tuttavia un eccezionale interesse urbanistico e paesaggistico.


Campagna tardo-autunnale ai piedi di Celleno Vecchio

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I caldi colori della campagna tardo-autunnale ai piedi del “borgo fantasma” di Celleno Vecchio. Ci troviamo nel cuore della Teverina, in un paesaggio che più volte abbiamo descritto nel nostro blog per il suo fascino romantico.


Celleno Vecchia, l’altra Civita

A pochi chilometri da Civita di Bagnoregio – la famosa “città che muore” che per fortuna non è morta più – si nasconde un altro piccolo borgo colpito nel corso dei secoli dagli stessi problemi di natura idrogeologica (terremoti, frane, smottamenti), tuttavia completamente sconosciuto al turismo: se Civita è anzi sostanzialmente ringiovanita, Celleno Vecchia oggi dovrebbe letteralmente resuscitare. Immersa in uno dei piú suggestivi paesaggi della Tuscia, al limitare della Valle dei Calanchi vera e propria, nel cuore della Teverina Viterbese, Celleno Vecchia appare infatti come un borgo del tutto disabitato, almeno nella parte più antica, quella cioè al di sopra del ponte che la collega con resto del paese storico (e quindi con quello moderno).

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La origini di Celleno sono assai vetuste e pare siano collocabili in un piccolo abitato etrusco del VII secolo a. C.. Per la sua posizione strategica fra le importanti città di Ferento ed Orvieto, fu una florida colonia romana ma con la caduta dell’Impero questa stessa caratteristica ne fece la vittima delle scorribande barbare. Il borgo vide dunque il dominio dei Goti e dei Longobardi mentre più tardi fu conteso dal papa, dai Monaldeschi della Cervara, da Viterbo e da Orvieto per tornare definitivamente nell’ambito dello Stato della Chiesa.

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Nel 1696, un devastante terremoto debilitò parecchio il paese e nel 1789 un eccidio avvenuto durante l’occupazione francese diminuì ulteriormente la popolazione. Nel 1855 una serie di scosse telluriche decretò la fine di Celleno Vecchia che andò sempre più spopolandosi ed i suoi abitanti iniziarono ad edificare nuove case al di fuori della rupe, lungo la strada verso l’odierna provinciale Teverina.

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Appena oltrepassata la porta del borgo medioevale la sensazione di desolazione sembra prevalere sulla gaiezza del panorama goduto dal ponte, ossia una dolce campagna che ripete gli elementi tipici di quella della vicinissima Umbria.

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Si entra in un ambiente sostanzialmente ibrido a livello edilizio ma col denominatore comune della mancanza totale di presenza umana: da un lato alcune case ben restaurate seppur vuote quale timido tentativo di recuperare il centro storico; dall’altro abitazioni in rovina o già cadute a pezzi, di cui rimangono o una parete o qualche mozzicone di mura.

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Addirittura cambia anche il panorama: affacciandosi dalla parte opposta del paese esso non è più così rassicurante, poiché invece delle ondulate colline appare l’inconfondibile scenario delle forre etrusche rivestite di boschi che tagliano vasti altopiani coltivati. Al confine fra questi due “mondi” si staglia Roccalvecce come un gioiello immerso in un paesaggio di romantica bellezza che sembrerebbe uscito da un dipinto del Perugino. 

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Al momento la passeggiata a Celleno dura poco, o pochissimo, se lo si visita con l’intento di vedere “dei monumenti”. In pratica, dopo uno sguardo fugace al Convento di San Giacomo (che ospita una “comunità” di famiglie) e la salita al borgo medievale non rimane che fare due passi per ammirare il panorama e nulla più.

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Il Castello Orsini, che domina la piazzetta, è privato e purtroppo non visitabile (è sede del laboratorio del pittore Enrico Castellani), la Chiesa di San Carlo è perennemente chiusa e la vegetazione ha reso inaccessibili molti vicoli.

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Urge palesemente un progetto omogeneo e “globale” di valorizzazione di Celleno Vecchia che ne incrementi l’attrattività e l’offerta turistica. Celleno Vecchia dovrebbe ambire non ad imitare Civita (cosa del resto difficile e al contempo poco sensata) ma a costituirne una “sana” alternativa, cercando di attrarre un turismo meno spasmodicamente ansioso di fare “selfie” davanti a qualche icona turistica (la stessa Civita di Bagnoregio appunto, o il Duomo d’Orvieto o il Colosseo…) ma più attento alle peculiarità di un territorio unico nel suo genere, ricco di spunti letterari, pittorici e in generale artistici ancora da esplorare. Andrebbe altresì sfruttato anche il potenziale escursionistico visto che Celleno si trova immerso in un territorio intatto: dalla splendida campagna a prati, ulivi e ciliegi alle misteriose gole vulcaniche colme di cascate (come quella magnifica dell’Infernaccio) e siti etruschi da scoprire.

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Intanto ecco che indugiando in tali pensieri il sole sta scomparendo alle nostre spalle accecando il paesaggio con i bagliori del tramonto. Si cerca allora di immaginare la vita che fu tra queste misere ma vetuste pietre.

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L’ultimo tintinnio della bottega ottocentesca di un fabbro prima di chiudere, il grido di un bimbo e il rimprovero della mamma, le risate di qualche vecchio all’osteria. Ci ritroviamo avvolti dalla magica luce crepuscolare.

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Di blu, azzurro e viola si colorano i monti e i colli umbro-laziali e gli odori dei tufi e delle piante divengono più forti.

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Di fronte a tanta bellezza necessaria e ristoratrice, ci accorgiamo per l’ennesima volta di quanto siano preziosi, forse indispensabili, questi piccoli luoghi dimenticati.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori:

aprile per la fioritura dei ciliegi e novembre per i colori della campagna; ottimi momenti anche maggio, ottobre e dicembre.

Strutture consigliate:

Roccalvecce – Residenza d’epoca Castello Costaguti

Links:

www.lazionascosto.it

www.cittadelleciliege.it

discoverytuscia.blogspot.it


Civita di Bagnoregio, “la città che non muore più”

Al confine tra Lazio ed Umbria, nell’Alta Teverina Viterbesela Valle dei Calanchi e l’abitato di Civita di Bagnoregio (cfr. “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”) formano, senza dubbio, uno dei “paesaggi fantastici” più straordinari d’Italia. L’affaccio dal Belvedere della Grotta di San Bonaventura è semplicemente meraviglioso: il borgo di Civita si erge come un’isoletta nella fragile immensità dei calanchi, “mare” increspato ma immobile che dona la surreale sensazione di assistere ad una “quieta tempesta”. L’incanto avvolge così d’un tratto il visitatore sensibile, mentre l’animo suo si strugge al pensiero che queste rupi argillose ed instabili, modellate dalle acque dei torrenti e delle piogge, pian piano trascineranno a valle il borgo superstite, già smembrato e dimezzato dagli innumerevoli terremoti e franamenti avvenuti nel corso dei secoli.

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Con una calzante espressione, lo scenario della “città che muore” e della Valle dei Calanchi è stato definito un “paesaggio ai limiti dell’assurdo”. E del resto, pochi paesaggi al mondo potrebbero manifestare così perfettamente il labile rapporto che, dalla notte dei tempi, lega l’Uomo alla Natura, alla sua madre, alla sua fonte di vita. Pochi paesaggi potrebbero esprimere meglio la vanagloria e la fugacità delle opere umane, e la caducità della nostra stessa esistenza, di fronte all’infinità e all’eternità delle forze naturali ed universali.

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Patria del monaco-filosofo francescano San Bonaventura e del saggista-romanziere Bonaventura Tecchi, Civita di Bagnoregio ha origini antichissime. La zona, caratterizzata dall’abbondanza di acque e da una vegetazione rigogliosa, fu abitata sin dall’epoca villanoviana (IX-VIII secc. a. C.), come testimoniano vari ritrovamenti archeologici. In seguito vi si insediarono gli Etruschi, che fecero di Civita (di cui non conosciamo l’antico nome) una fiorente città, favorita dalla posizione strategica per il commercio, grazie alla vicinanza con le più importanti vie di comunicazione del tempo. Del periodo etrusco rimangono molte testimonianze: di particolare suggestione è il cosiddetto “Bucaione”, un profondo tunnel che incide la parte più bassa dell’abitato, e che premette l’accesso direttamente dal paese alla Valle dei Calanchi; in passato erano inoltre visibili molte tombe a camera, scavate alla base della rupe di Civita e delle altre pareti di tufo limitrofe, e che purtroppo furono in gran parte fagocitate, nei secoli, dalle innumerevoli frane.

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Già gli stessi Etruschi dovettero far fronte ai problemi di sismicità e di instabilità dell’area, che nel 280 a. C. si concretarono in scosse telluriche e smottamenti. All’arrivo dei Romani, nel 265 a. C., furono riprese le imponenti opere di canalizzazione delle acque piovane e di contenimento dei torrenti avviate precedentemente. Sicché, assicurata a Bagnoregio una certa tranquillità, la sua prerogativa di centro commerciale venne consolidata, anche in virtù della comodità d’accesso alla strada che da Bolsena portava al Fiume Tevere, allora solcato dalle navi mercantili.

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Tuttavia, la stessa prossimità alle maggiori vie del commercio decretò la crisi di questo ricco insediamento. Con il collasso dell’Impero Romano, Bagnoregio si trovò ad essere facilmente soggetta alle scorrerie delle orde barbariche, finendo man mano sottomessa, tra il 410 ad il 774, ai Visigoti, ai Goti, ai Bizantini e ai Longobardi, sino a quando Carlo Magno la liberò e la consegnò alla Chiesa. Proprio a cavallo tra i secoli VIII-IX iniziò peraltro ad affermarsi il toponimo di Balneum Regis (divenuto più in là Balneoregium, Bagnorea ed in ultimo Bagnoregio), letteralmente il “Bagno del Re”, dalla leggenda secondo cui il sito avrebbe ospitato già dall’epoca romana una stazione termale, frequentata in seguito dal re longobardo Desiderio per curare una grave malattia. Il Medioevo alternò momenti di pace a momenti drammatici, come quello legato alla tirannide dei Monaldeschi della Cervara, che finirono cacciati da una feroce rivolta popolare. La città divenne “libero comune” per un breve periodo (nel XII sec.), per poi entrare definitivamente nel patrimonio della Santa Sede.

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Ma nuovi pericoli erano in agguato. Venuto meno il grande sistema di opere pubbliche romane, ormai da centinaia di anni erano stati accantonati i lavori di regolarizzazione delle acque. Inoltre, l’intenso sfruttamento agricolo delle campagne nei pressi dei calanchi, con la sostanziale riduzione della copertura boschiva, aveva privato il terreno della sua naturale “armatura”, costituita appunto dalle radici degli alberi.

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La catastrofe, dunque, era ormai vicina. Solo con grandi difficoltà, vedendo oggi Civita di Bagnoregio, possiamo immaginare come essa si presentasse fino al XVII secolo. La città si estendeva allora su un vastissimo altopiano, di cui oggi rimangono soltanto due spezzoni, e possedeva ben cinque porte: Civita, che ne rappresentava il fulcro, era infatti congiunta all’attuale Bagnoregio, che al tempo non era altro che un quartiere e si chiamava Rota. Tutto ciò scomparve nel fatidico 1695, quando un terribile terremoto provocò il franamento delle parti più esposte a valle dell’abitato di Bagnoregio, nonché dell’unica via d’accesso che univa l’abitato a Rota. Ma non era finita. L’abitato, ormai decisamente ristretto e in via di spopolamento, ebbe nel 1764 un vero colpo di grazia, con il crollo di altre porzioni della cittadina. Iniziava, così, il suo inesorabile declino da nobile e vetusta cittadina ad umile borgo agricolo, semi-diruto, semi-abbandonato e vittima, più volte e fino a tempi recenti, di ulteriori distruzioni.

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Posta su un colle isolato, Civita è collegata alla sorella Bagnoregio, e al “resto del mondo”, da un sottilissimo e lunghissimo viadotto in cemento. Esso fu ricostruito due volte, dopo la distruzione del vecchio ponte in muratura, fatto saltare dai tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale. La prima volta il lavoro non venne fatto in maniera accurata, tant’è che nel 1964, quando ennesimi smottamenti colpirono la collina di Civita e la Valle dei Calanchi, l’ardito cavalcavia appena edificato crollò a poche ore dalla sua inaugurazione. Fu quindi ricostruito ancora, e stavolta senza sorprese, riallacciando così l’antico borgo alla “terraferma”. Poi vennero realizzate importanti opere di sostegno alla rupe dove sorge l’abitato, che, ponendo un freno alla sua erosione, riportarono la “città che muore” alla vita. Almeno per ora. Ogni anno, e nonostante i moderni lavori di contenimento, il basamento tufaceo su cui sorge Civita subisce una pur minima erosione, mentre tutt’attorno gli inquietanti calanchi, suoi silenziosi e terribili aguzzini, mutano forma e consistenza.

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Intanto, però, la fine di Civita par essere fortunatamente lontana. Pubblicizzata ormai da decenni come la “città che muore”, in realtà Civita oggi vive eccome. Un flusso turistico ormai enorme e sempre crescente, anche di provenienza straniera ha riportato grande vitalità all’antico villaggio, che pian piano si sta ripopolando di attività commerciali. Eventi culturali e spettacoli dal vivo animano Civita in diverse occasioni dell’anno, ma non mancano manifestazioni tradizionali come il “Palio della Tonna”, una singolare corsa a dorso di asino che si tiene a giugno e a settembre nella piazzetta del paese. Anzi, in molti iniziano a guardare con preoccupazione questo afflusso turistico spropositato e “fuori scala” rispetto alle stesse dimensioni del borgo. Si è parlato, e secondo noi a ragione, di “snaturamento” di un luogo che aveva il suo “genius loci” nel silenzio e nella solitudine e che ora nei fine settimana e festivi implode nell’affollamento e nel caos di migliaia di persone stipate in uno spazio ristretto. Noi due anni fa, per scattare le foto che seguono, “senza gente”, ci siamo dovuti andare in un freddo pomeriggio di novembre: ma la situazione è cambiata e pure l’autunno inoltrato è divenuto una stagione ambita anche grazie allo splendore della vegetazione.

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Ha fatto anche discutere l’applicazione di un ticket d’ingresso al borgo di 1.50€. Al di là delle questioni di principio, per cui suona ridicolo – e in un certo senso lo è – far pagare per entrare in un luogo di fatto pubblico, non si può negare che tale “mossa” abbia avuto un duplice risultato positivo in termini materiali: da un lato ha conferito “valore” al luogo, rendendo cioè consapevoli i turisti che si sta visitando qualcosa che appunto “vale”; dall’altro, ancor più prosaicamente, ha permesso introiti prima inimmaginabili al Comune se solo pensiamo che in alcuni momenti dell’anno Civita ha registrato più visitatori del Colosseo…

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Del resto, sono tanti gli elementi ambientali ad attrarre il turista. Oltre ai meravigliosi panorami e alla bellezza del paesaggio agricolo e naturale, colpisce l’atmosfera incredibilmente suggestiva del borgo, che appare come un luogo “musealizzato”, un esempio, forse unico in Italia, di villaggio del XVI secolo immutato nel tempo.

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Vi si accede dalla scenografica Porta Santa Maria, un arco in peperino sormontato da una loggetta. Attribuita dalla tradizione alla scuola del Vignola, la porta reca due bassorilievi che raffigurano un leone che tiene un uomo con gli artigli, metafora della cacciata dei Monaldeschi.

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Oltrepassato il varco scavato nella roccia, subito si ammira una prima piazzetta, circondata da bei palazzi signorili e da casette più modeste: di un edificio rimane soltanto la facciata, con le finestre che lasciano intravedere il cielo. Continuando per la stradina, dopo pochi metri, si sbuca sulla pittoresca Piazza San Donato, che, altro caso sicuramente più unico che raro, al posto della pavimentazione presenta una breccia mista a terriccio, dando la sensazione di essere improvvisamente piombati indietro almeno di trecento anni. Qui spicca la mole dell’ex-Duomo di San Donato, sorto nel VIII secolo (probabilmente su un preesistente tempio pagano) ma dall’aspetto cinquecentesco. Al suo interno la chiesa conserva un pregevole crocifisso ligneo quattrocentesco, ritenuto miracoloso, cui è legata la singolare Processione del Cristo Morto: la sera del Venerdì Santo la scultura viene portata in processione a Bagnoregio e la tradizione vuole che essa ritorni assolutamente entro Mezzanotte a Civita, pena la sua acquisizione da parte dei bagnoresi.

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La visita continua fra gli stretti vicoli del borgo, caratterizzato da archetti, cortili e piccoli slarghi, e da case medievali e rinascimentali ornate da bifore, profferli e portali in peperino.

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E passeggiando in questo dedalo fatto di spazi inconsueti e di viuzze affacciate sul vuoto, lo sguardo è rapito qua e là da svariati scorci verso la Valle dei Calanchi, che al tramonto si colora di strane tonalità, offrendo curiosi giochi di luci ed ombre tra gli affilati crinali e la rada vegetazione, e formando un quadro paesistico ancor più surreale.

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Una buona parte dei turisti viene portata attualmente attraverso navette o va a lasciare l’auto nei grandi parcheggi intorno al Mercatello, il gruppo di case che precede il ponte, ove si trova la biglietteria. Peccato, perché ci si perde una passeggiata nel centro storico di Bagnoregio, con le sue stradine pittoresche e i bei palazzi nobiliari: il nostro consiglio è di parcheggiare fuori dalla rinascimentale Porta Albana (opera di Ippolito Scalza) e di seguire tutto il corso fino al Municipio proseguendo poi per il Belvedere di San Francesco in modo tale da avere una visione completa di questa particolare cittadina.

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Il percorso culmina così sull’ormai famoso punto panoramico da cui si ammira la “cartolina” di Civita e che dà accesso ad uno dei luoghi più venerati di Bagnoregio: la Grotta di San Bonaventura. Si tratta di un’antica tomba a camera etrusca, posta a strapiombo sulla valle, che venne utilizzata nel Medioevo come romitorio.

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Al luogo è legata la leggenda secondo la quale qui il piccolo Giovanni di Fidanza, futuro San Bonaventura, fu risanato da una malattia mortale da San Francesco, durante il suo soggiorno bagnorese. Nei pressi della grotta sorgeva, infatti, un convento francescano, di cui oggi, dopo i crolli del 1764, non rimangono che pochi resti. La madre di Giovanni, commossa dal miracolo, promise al Poverello d’Assisi che avrebbe consacrato la vita del proprio figlio al servizio di Dio. E così fu, tant’è che San Bonaventura (nome datogli dallo stesso San Francesco) scelse la veste francescana e si mise a diffondere tra i cristiani il messaggio caritatevole del suo maestro e guaritore. Costrettosi infine ad un rigido ascetismo, il Doctor seraphicus morì a soli 53 anni.

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Malgrado lo strepitoso successo turistico, l’incubo di crolli improvvisi avvolge pur sempre Civita, come elemento ineluttabile della sua storia: qualche tempo fa la foto di una grossa frana rossastra ai piedi del borgo, verificatasi dopo diversi giorni di pioggia, fece il giro del mondo. Il Comune sta cercando di correre ai ripari con interventi di consolidamento dei versanti argillosi che dalla rupe scendono a valle ma servirebbe un più ampio progetto di messa in sicurezza che allo stesso tempo non alteri questo delicato paesaggio. Urgono insomma ingenti fondi e la candidatura all’Unesco di Civita come “patrimonio dell’Umanità” è un atto decisivo per cercare di dare una visibilità internazionale alla paradossale situazione della Valle dei Calanchi, il cui splendore deriva proprio dalla sua carica distruttiva.

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Per approfondire e comprendere meglio il complicato rapporto fra “la città che muore” ed il suo territorio è d’uopo recarsi al Museo geologico e delle frane, in Piazza San Donato. Civita di Bagnoregio è situata su un colle tufaceo cuneiforme a 443 metri s. l. m., stretto fra due valloni dirupanti ove scorrono il Rio Chiaro e il Rio Torbido. Alle spalle dell’abitato si estende la grande vallata incisa dai calanchi. Il tufo della rupe di Civita, formatosi fra 700.000 e 125.000 anni fa a seguito di una serie di eruzioni vulcaniche, poggia sopra un insicuro strato di argille e di sabbia. Tale strato, essendo soggetto ad un processo di continua erosione da parte dei due suddetti torrenti e delle acque meteoriche, lascia pian piano “in sospensione” tratti più o meno ampi della soprastante rupe tufacea. Quindi essa, privata di un punto d’appoggio, cede e rovina a valle, trascinando con sé le case più esposte di Civita. Tale processo è ineliminabile ed è insito alla natura di questo terreno. Per questo Civita di Bagnoregio è chiamata “la città che muore”.

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Il “paesaggio instabile” della Valle dei Calanchi rappresenta, dunque, un esempio magniloquente di come l’ambiente muti continuamente forma. La caratteristica eccezionale dei calanchi è però quella di mostrare tali cambiamenti all’occhio umano anche nel giro di un paio di generazioni, e non, come solitamente avviene, lungo l’arco di centinaia o migliaia di anni. L’intima tragicità del paesaggio della “città morente” e della sua valle consiste, infatti, nella consapevolezza non soltanto che esso, d’un tratto, potrebbe scomparire ai nostri occhi, ma anche, e soprattutto, che tale eventualità forse noi non possiamo in alcun modo evitarla.

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C’è da dire che nonostante il fattore di distruzione che questo ambiente porta con sé, il suo effetto scenografico è davvero superbo. I calanchi formano crinali dalla forma ondulata e talvolta esilissima, torrioni enormi e stupende pareti d’argilla.

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Un’escursione a piedi tra queste sculture naturali è assolutamente indimenticabile, anche se non priva di ostacoli e pericoli. Qui le dimensioni reali sono falsate e all’occhio umano queste modeste colline d’argilla divengono rupi imponenti, offrendo immagini simili a quelle d’alta montagna.

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Tra le formazioni più celebri sono il solenne e dolomitico “Montione” e la cosiddetta “Cattedrale”, elegante erosione bianca, protesa misticamente con le sue guglie verso l’alto, quasi a voler ringraziare il cielo della sua stessa esistenza.

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Sculture“ che sembrano appartenere ad un altro pianeta o ad un sogno ad occhi aperti, poiché a nulla assomigliano, se non al frutto di una fantasia sconfinata o d’una visione onirica. E invece sono lì, veri, tangibili, ennesimo emblema dell’incomparabile arte della Natura.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori

Autunno e primavera.

Nei dintorni

Valle dei Calanchi, Lubriano, Civitella d’Agliano, Bolsena, Orvieto, Bomarzo.

Links

www.comune.bagnoregio.vt.it
www.museogeologicoedellefrane.it
www.borghitalia.it

Porta Santa Maria a Civita di Bagnoregio

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Uno scorcio ormai famosissimo: la rinascimentale Porta Santa Maria, accesso alla straordinaria Civita di Bagnoregio (cfr. “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”). Conosciuto come la “città che muore”, questo piccolo borgo della Teverina Viterbese è meta di turisti di tutto il mondo e in pochi anni è divenuto uno dei luoghi più visitati d’Italia. Merito sì della sua bellezza indiscutibile ma anche del contesto ambientale unico in cui si inserisce, costituito dalla magnifica Valle dei Calanchi. A breve dovrebbe giungere il riconoscimento dall’Unesco come “patrimonio dell’Umanità”.


Veduta dell’antico Vulcano Cimino

Mti Cimini-Veduta presso Corviano 3 RCRLB

Il bel profilo vulcanico dei Monti Cimini visto dalla campagna nei pressi dell’area archeologica di Corviano, in questo romantico periodo di transizione fra l’inverno e la primavera.


La Pietra dell’Anello di Grotte Santo Stefano

Teverina-Pietra dell'Anello RCRLB

La Pietra dell’Anello è una suggestiva guglia tufacea che sorge solitaria nella splendida campagna di Grotte Santo Stefano in direzione di Roccalvecce. Ci troviamo nel cuore della Teverina Viterbese, in un paesaggio d’altri tempi ricco di vestigia archeologiche cui stiamo dedicando notevole attenzione. Al sito, in virtù della sua particolare posizione, sono legate numerose leggende, come quella della “Chioccia con le uova d’oro”, che affonda probabilmente le proprie radici nella cultura etrusca. 


Paesaggio della Teverina nei pressi di Piantorena

Teverina-Panorama presso Piantorena con S. Angelo 2 RCRLB

La magnifica campagna nei pressi del sito archeologico di Piantorena (Grotte Santo Stefano), ove sorgono il Santuario del SS. Salvatore e diversi resti etrusco-romani e medievali. La zona, particolarmente suggestiva per la presenza della misteriosa “Pietra dell’Anello” , fu battuta, prima dell’Unità d’Italia, dai briganti di Luigi Rufoloni, ladro e ricattatore. Oggi è uno dei più bei paesaggi della Teverina Viterbese, in parte percorso da un lungo sentiero-natura.


Ferento: architettura e paesaggio

Ecco una “sintesi” fotografica di Ferento, gioiello archeologico alle porte di Viterbo, immerso in una campagna di straordinaria bellezza: le rovine, risalenti per lo più all’epoca romana, si fondono mirabilmente con il paesaggio circostante dando forma ad uno degli scenari più caratteristici e rappresentativi del Lazio, che ricorda da vicino i dipinti del Grand Tour sette-ottocentesco. Potremmo dilungarci molto sulla descrizione di Ferento, ma in questi casi le immagini valgono più di mille parole.

Ferento-Campagna 1 RCRLB

Ferento-Campagna panorama presso le rovine RCRLB

Ferento-Panorama 1 RCRLB

Ferento-Panorama 3 RCRLB

Ferento-Rudere 1 RCRLB

Ferento-Scorcio 2 RCRLB

Ferento-Teatro romano 2 RCRLB

Ferento-Teatro romano 3 RCRLB

Ferento-Scorcio 4 RCRLB

Link utili:

Video di Mauro Sciambi “Ferento e le sue bellezze”


Castiglione in Teverina, piccola “capitale del vino” del Lazio

Situato al margine della Valle dei Calanchi di Bagnoregio e al confine con l’Orvietano, Castiglione in Teverina è uno dei principali centri vitivinicoli del Lazio. Seppur meno nota di Frascati e Marino, di Piglio e Olevano o della vicina Montefiascone, solo queste località possono contenderle il titolo di “capitale del vino del Lazio”. Un primato letteralmente guadagnato “sul campo”, poiché da qualsiasi parte vi si giunga sono i vigneti –  alternati a coltivi, pascoli, uliveti e boschi – a dominare lo splendido paesaggio agreste, punteggiato da casali in pietra ornati da cipressi. Siamo infatti sulla “Strada del vino della Teverina” e qui a differenza di altre “strade del vino” (a cominciare da quella dei Castelli Romani) le vigne si vedono davvero: periodo perfetto per ammirarle è ovviamente quello successivo alla vendemmia, quando i filari si colorano di giallo oro, arancio e rosso carminio.

Castiglione in Teverina-Vigneto sulla Strada del Vino

Castiglione in Teverina-Campagna sulla Strada del Vino

Erede di una pluri-millenaria tradizione vinicola risalente agli Etruschi, Castiglione, assieme ai Comuni limitrofi (Civitella d’Agliano in primis), contribuisce sensibilmente alla produzione dell’Orvieto doc (da non confondere con l’Orvieto “classico”, che si produce soltanto nei diretti dintorni della rupe), un bianco pregiato di vetuste origini caduto nel dimenticatoio negli ultimi anni ma capace di indiscutibili eccellenze; altra perla è il Grechetto, vino anch’esso di origine umbro-laziale, mentre meritano una menzione il Colli Etruschi Viterbesi (o Tuscia) doc e il Lazio igt; se ci si informa bene prima di partire si possono acquistare delle autentiche chicche enologiche dalle aziende situate sul percorso. Evento sovrano di Castiglione è la “Festa del vino dei colli del Tevere”, che ormai da decenni rallegra alcune serate estive.

Castiglione in Teverina-Strada della Lega, vigneto 1 RCRLB

Castiglione in Teverina-Strada della Lega-Vigneto ai piedi di Sermugnano RCRLB

Appena entrati nel paese colpiscono l’ordine, la pulizia e la dignità dell’abitato moderno, che ospita un interessante Museo del Vino (MUVIS), a quanto pare uno fra i più grandi d’Italia; annesso vi si trova un centro-informazioni turistiche sempre aperto, che conferma lo sforzo delle amministrazioni locali di accogliere i visitatori nel migliore dei modi.

Castiglione in Teverina-Museo del Vino RCRLB

Castiglione in Teverina-Centro visite RCRLB

Poco dopo si apre la piazza principale di Castiglione, in fondo a cui troneggia il turrito Castello dei Monaldeschi, edificato a cavallo fra XIII e XIV secolo: questo dà accesso al piccolo borgo medievale, attualmente un po’ malandato ma che sta favorendo di numerosi lavori di ristrutturazione finalizzati a riportarlo all’antico splendore. Stupendi gli affacci panoramici sulla Valle del Tevere, oltre la quale si innalzano i Monti Amerini, con le macchie bianche dei “paesi cugini” della Teverina umbra.

Castiglione in Teverina-Vicolo 1 RCRLB

Castiglione in Teverina-Vicolo 3 RCRLB

Castiglione in Teverina-Vicolo 4 RCRLB

Visitata Castiglione, ecco però che è ancora la sua campagna a regalarci le sorprese più belle. Procedendo in direzione di Orvieto si giunge ad un punto particolarmente pittoresco della Strada del Vino della Teverina, ove spicca l’elegante chiesetta rurale della Madonna delle Macchie con annesso casolare.

Castiglione in Teverina-Chiesa della Madonna delle Macchie

Proprio di fronte inizia una sterrata in discesa dal fondo ottimamente percorribile (segnalata da un cartello in legno come la “Strada della Lega”) che permette di inoltrarsi inaspettatamente in una sorta valle “segreta”: dinnanzi ai nostri occhi il paesaggio finora dolce e rassicurante muta all’improvviso nel deciso contrasto fra le onnipresenti vigne e i caratteristici ventagli ocra dei calanchi, mentre candide greggi fanno capolino fra i verdi prati. Se percorsa tutta, inoltre, la Strada della Lega conduce con una piacevolissima passeggiata direttamente alla parte antica di Castiglione, che da qui si offre alla vista nella sua perfetta forma di incastellamento. Anche in questo caso occorre ammettere che il Comune di Castiglione ha un altro pregio raro, quello cioè di aver reso fruibile quasi per intero il suo ambiente agricolo e di avergli così dato la giusta importanza.

Castiglione in Teverina-Strada della Lega, cartello RCRLB

Castiglione in Teverina-Strada della Lega, paesaggio 1 RCRLB

Castiglione in Teverina-Strada della Lega, filare di cipressi RCRLB

Dal lato opposto della valle, all’apice di una collina, appare come una visione il minuscolo villaggio di Sermugnano, frazione di Castiglione. Lo si può raggiungere in pochi minuti tramite una strada che attraversa uno dei paesaggi agrari più nobili ed intatti del Lazio, impreziosito da un ricco patrimonio di edilizia rurale. Il piccolo borgo non presenta edifici di pregio architettonico e le case hanno un tono piuttosto dimesso: anche qui però i panorami valgono di per sé la deviazione; nella zona, peraltro, sono rilevanti le tracce del passato etrusco.

Sermugnano-Scorcio fra le vigne RCRLB

Valle dei Calanchi-Paesaggio ai piedi di Sermugnano 2 RCRLB

Valle dei Calanchi-Paesaggio ai piedi di Sermugnano

Sermugnano e Castiglione fanno parte del nostro itinerario “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia, parte 2”, che disegna una vera e propria vacanza di più giorni nella Teverina laziale, stupenda plaga ricca di luoghi “fuori dal tempo” nonché di veri e propri tesori archeologici, storici e ambientali: una zona insomma che può rivelarsi come una sorta di “terra delle  meraviglie” per chi ami il viaggio lento e “di scoperta”.