Panorama da Vallinfreda

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Al confine fra Lazio ed Abruzzo, si estende un’ampia zona di transizione fra le due regioni, appartenente alla catena dei Monti Carseolani ma compresa nell’ ex-Provincia di Roma (oggi identificata nella tronfia e demenziale espressione “Città Metropolitana di Roma”). Qui ammiriamo il bellissimo panorama da Vallinfreda, piccolo borgo affacciato sulla Piana del Cavaliere e sui Monti Simbruini, a metà marzo ancora in piena veste invernale.

 


Appena fuori dal Lazio-Itinerari bioregionali

Con la nuova rubrica “Appena fuori da Lazio” confermiamo e anzi rafforziamo l’approccio “bio-regionalistico” del nostro blog. Come sappiamo, i confini amministrativi “separano” spesso aree omogenee dal punto di vista culturale, ambientale e a volte addirittura turistico. E nel Lazio, regione “artificiale”, ciò è ancor più evidente, con territori uniti insieme o separati soltanto da un vincolo burocratico: pensiamo infatti alla Sabina Reatina, fortemente legata sì a Roma ma anche alla contigua Umbria; oppure al caso inverso di Orvieto e del Basso Orvietano, rivolti al Viterbese, o ancora al Sud Pontino, che da Terracina a Scauri costituisce un pezzo di Campania trapiantato nel Lazio; o infine al Cicolano, “terra di mezzo” fra Abruzzo e Reatino.

Uno sguardo sciolto dai confini amministrativi ci consente dunque di tracciare itinerari bio-regionali per zone omogenee, cosa che avviene già nei taccuini dei viaggiatori più colti e consapevoli (soprattutto stranieri) ma che stenta ad attuarsi a livello politico sempre per questioni puramente burocratiche che implicano difficoltà nel creare reti interregionali che possano offrire servizi appunto omogenei nei confronti del turista (ad esempio riguardo alla questione dei trasporti). Lascia ben sperare a tal proposito il recente accordo fra i Comuni di Orvieto, Bolsena e Bagnoregio che a quanto pare hanno deciso di fare squadra con un patto di collaborazione che è stato ribattezzato l’”Alleanza della Bellezza”.

L’obiettivo della nuova rubrica è duplice: da un lato, come già detto, proporre itinerari per aree omogenee valorizzando le zone “di confine” che sono spesso nel Lazio le più belle e a più alto potenziale nell’ambito del turismo di qualità; dall’altro catalizzare il bacino d’utenza di Roma, immenso e non pienamente sfruttato, segnalando itinerari in tutte le direzioni che possano prevedere non già il consueto “mordi e fuggi” dell’uscita domenicale bensì che suggeriscano soggiorni più lunghi.

In questa rubrica troverete insomma articoli o semplici foto che descrivono luoghi che si trovano nelle regioni circostanti il Lazio, comunque a poca distanza dal confine regionale, od itinerari che partendo dal Lazio includono tuttavia queste località.

La speranza è sempre quella di offrire contenuti utili e sempre più ricchi ai nostri lettori. Continuate a seguirci!


Tarquinia-Chiesa di Santa Maria di Castello

Tarquinia-Chiesa di S. Maria di Castello, veduta 1 RCRLB

La stupenda Chiesa di Santa Maria di Castello, gioiello romanico di Tarquinia, vista dalla Torre di Matilde di Canossa. Siamo nella Maremma Viterbese, a marzo, e i colori della primavera iniziano ad affacciarsi sulle colline etrusche. Un momento perfetto per visitare questa cittadina d’arte con i suoi tesori architettonici ancora poco conosciuti.


L’inverno pian piano se ne va sui Monti Lepini

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A monte del paese di Gorga, nel versante ciociaro dei Lepini, si estende una vasta zona di altopiani bellissimi utilizzati per il pascolo brado. Una delle caratteristiche principali è la presenza di numerosi recinti in pietra a secco che donano al paesaggio un aspetto molto suggestivo. L’escursione può terminare sul Piano del Lontro, ove sono diverse case di pastori. Interessante a marzo il fatto che ci siano alcuni bei ruscelli formati dal disgelo: del resto ci troviamo in una delle zone più ricche di acqua dei Lepini, altrove rara.


Roccalvecce, sogno romantico fra Viterbo ed Orvieto

La Teverina Viterbese è un angolo di Tuscia attualmente alla ribalta per la presenza di Civita di Bagnoregio, luogo straordinario che catalizza l’attenzione del turismo internazionale con la sua immagine surreale di “città che muore”. All’improvviso questa terra a lungo sconosciuta ed appartata sta vivendo una sorta di lenta rinascita sotto il segno non tanto del turismo “mordi e fuggi” (che continua a concentrarsi esclusivamente a Civita e a Bomarzo) ma soprattutto di investimenti in terreni e casali come non si era mai visto prima da queste parti. Tutto dun tratto si è “scoperto” che qui si nascondeva uno dei paesaggi più spettacolari d’Italia, la Valle dei Calanchi, oggi meta di un escursionismo avventuroso fra scenari mozzafiato o magnifico “quadro” naturale da gustare comodamente da Civita. Ci si è poi resi conto che la Teverina accanto a queste cose eccezionali (Civita e i Calanchi) offre anche un bel paesaggio agrario, a tratti addirittura “nobile”, florido di vigne, seminativi, frutteti, pascoli ed uliveti e punteggiato da numerosi borghi per lo più intatti a livello urbanistico, seppur spesso malmessi o addirittura abbandonati.

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Teverina-Campagna fra Roccalvecce e Grotte S. Stefano 1 RCRLB.JPG

E quando ai tempi d’oggi il turismo arriva su un territorio “vergine”, man mano esso finisce inevitabilmente con l’essere esplorato: i “temerari” che si spostano dai percorsi “obbligati”, e non si limitano a visitare la sola Civita, si trovano a “scoprire” altri borghi degni d’una attenzione finora mai data loro; la graziosa Civitella d’Agliano, anch’essa affacciata sui calanchi, o più a sud il borgo fantasma di Celleno sono forse quelli più “noti”.

Teverina-Panorama presso Piantorena con S. Angelo 2 RCRLB

Persi poi nelle valli nascoste di questo territorio morfologicamente capriccioso riposano tanti altri piccoli villaggi d’antico aspetto, talvolta nemmeno segnati sulle carte eppure capaci di stupire il visitatore. È il caso di Roccalvecce, solitaria frazione di Viterbo, persa fra le splendide colline della Teverina centrale: siamo a metà strada fra la blasonata Valle dei Calanchi ed il contrastato mondo di forre e altopiani della Bassa Teverina. Roccalvecce si innalza su un piccolo sprone arrotondato con sue casette in tufo sovrastate in modo imperioso dal Palazzo-Castello Costaguti. Intorno uno scenario d’incanto, fra campi coltivati, boschi e balze rocciose.

Roccalvecce-Veduta da lontano da Celleno RCRLB

Roccalvecce-Veduta dal basso 1 RCRLB

Pochissimi gli abitanti stabili di questo microcosmo urbano: fra loro il marchese Giovangiorgio Afan de Rivera, giovane proprietario del castello, che ha ereditato dal padre la passione per questa dimora storica, e, trasferitosi qui da Roma, l’ha trasformata in un elegante b&b dove poter trascorrere soggiorni romantici e all’insegna della quiete e dell’enogastronomia di qualità.

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Quasi come un mecenate del XXI secolo, Giovangiorgio ha puntato molto sulle potenzialità paesaggistiche di Roccalvecce, promuovendo al palazzo attività ed eventi di carattere culturale ed artistico di alto livello, impostando l’offerta turistica sul “modello toscano”, con l’unione di cultura, architettura e paesaggio. Insieme ad altri residenti sta inoltre avviando un progetto di ospitalità diffusa alla quale Roccalvecce sembra naturalmente vocato.

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza 2 RCRLB

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza 3 RCRLB

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza 4 RCRLB

Roccalvecce-Castello Costaguti, panorama dalla terrazza RCRLB

Il Palazzo Costaguti sorge sul sito di un castrum romano, sorto a sua volta su un insediamento etrusco. Nel corso del Medioevo venne edificata una rocca (nota come la “Rocca del Veccio”) che prima venne occupata dal potente Comune di Viterbo e poi passò fra le mani di diversi signori, fra cui il condottiero Ponzio, al servizio dei Monaldeschi di Bagnorea (Bagnoregio): terra di “capitani di ventura” la Valle del Tevere fra Basso Medioevo e Rinascimento, come testimonia la vicenda del famoso Bartolomeo d’Alviano. In seguito giunsero i Gatti di Viterbo, successivamente i Colonna di Roma e i Chigi di Siena che se ne divisero il possesso, sino al definitivo acquisto, nel corso del Seicento, da parte dei Costaguti, patrizi genovesi residenti a Roma.

Roccalvecce-Palazzo Costaguti RCRLB

Oggi il Palazzo Costaguti è la sola “impresa” presente a Roccalvecce. Qui non ci sono più attività commerciali. Un ufficio postale aperto in determinati giorni è l’unico servizio. Tuttavia, le potenzialità del posto balzano all’occhio di chi si “intenda” di piccoli borghi.

Roccalvecce-Fontana del Lavatoio RCRLB

Roccalvecce-Fontana 1 RCRLB

Per chi se ne innamori, infatti, Roccalvecce può suggerire qualche affare, comprando cioè immobili a prezzi davvero irrisori se pensiamo al valore al mq di Civita di Bagnoregio. Eppure questo ideale flusso di investimenti qui stenta a delinearsi: e non perché Roccalvecce sia meno bella o meno interessante di Civita (certo non è altrettanto ristrutturata, curata e valorizzata, non c’è dubbio), ma perchéin effetti – non la conosce nessuno. È anche il prestigio a fare il valore immobiliare di un luogo, non soltanto la sua oggettiva bellezza.

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Ad ogni modo ciò fa paradossalmente di Roccalvecce un paese speciale e privilegiato. Non ci sono i vip di Civita o i fricchettoni di Calcata, gli intellettuali di Pienza o gli inglesi e gli americani di San Quirico d’Orcia e San Gimignano. Eppure i suoi panorami sono altrettanto magnifici: a Roccalvecce anche la persona economicamente “normale” può ambire alla bellezza più cristallina. E non è poco.

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Inoltre questo borgo è un rifugio: per artisti in cerca di nuove ispirazioni, per anime angosciate, per chi brama solitudine romantica. Nessuno ti verrà a disturbare a Roccalvecce perché nessuno sa che esiste. Certo non è il primo l’ultimo dei paesi in Italia con queste caratteristiche di marginalità e al contempo valenza paesaggistica ma la sua peculiarità è il non essere de facto un luogo isolato: in mezzora scarsa si arriva a Viterbo o all’autostrada; in un’ora e un quarto si è a Roma

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Insomma, è strano che Roccalvecce – malgrado sia in fondo vicina alla Capitale e proprio ad un tiro di schioppo da Orvieto – sia ancora così negletta, e questo ce la dice lunga sul ritardo della Tuscia in fatto di promozione turistica. Ma forse questo può essere un vantaggio. Luoghi come Roccalvecce potrebbero sperimentare un turismo diverso. Eco-compatibile di sicuro ma non solo. Questo piccolo punto sullo stradario, circondato da ogni ben di Dio in fatto di arte, storia, natura, paesaggio ed enogastronomia, potrebbe divenire una comunità ideale di ricercatori di cose autentiche e di radici profonde. Quelle radici che lungi dal voler essere ricoperte da frivoli cliché alla moda (pensiamo alla Calcata resa “indiana” negli anni passati) vorrebbero essere riscoperte da che nel passato vuol ritrovare le ragioni e i modi di un futuro eticamente ed umanamente accettabile.

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Roccalvecce-Scorcio panoramico 4 RCRLB

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Roccalvecce come regno di un’utopia culturale e sociale? Chissà. Intanto, più concretamente, potrebbe ambire a trasformarsi in piccola “signoria del bello”. Basta ammirarla dal cimitero di Sant’Angelo, uno dei luoghi più evocativi del Lazio, per capire che stiamo parlando di qualcosa di speciale. Roccalvecce si innalza dalla sua collinetta ad ellisse affacciata su un territorio completamente intatto di boschi e coltivi che prosegue indisturbato sino ai Cimini.

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In mezzo, forre, valloni e l’enigmatica “Pietra dell’Anello” a dar vita a questo scenario da vedutismo sette-ottocentesco. Prima di scendere in paese, dunque, Roccalvecce va guardata e salutata da qui: fatelo, la visiterete sorridendole di gratitudine. 

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori: marzo, aprile, maggio e giugno; ottobre, novembre e primi di dicembre.

Strutture consigliate: b&b Castello Costaguti


Torre Truglia a Sperlonga

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Il fascino del mare d’inverno con una suggestiva veduta di Torre Truglia, nello splendido borgo marinaro di Sperlonga, lungo il litorale della Riviera d’Ulisse.


La Morte

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Impressionante affresco nel Sacro Speco di Subiaco, di scuola umbro-laziale. La Morte è descritta come un orrendo cavaliere che colpisce a casaccio con la sua falce, lasciando spesso vivi i vecchi (che la invocano) e uccidendo i giovani (che mai sospetterebbero l’avvicinarsi della fine): un’impietosa metafora della precarietà della vita che ci fa riflettere sull’importanza spesso esagerata che diamo quotidianamente a cose vacue.


Roma-Crepuscolo dal Gianicolo

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Torniamo spesso a descrivere i panorami dal Gianicolo per la loro straordinaria bellezza e poesia. Roma appare da qui come una favolosa distesa di monumenti, torri, cupole e campanili, formando un complesso di imponente splendore artistico ed urbanistico. Sullo sfondo si innalzano i contrafforti del preappennino laziale e più oltre quelli dell’Appennino Centrale, con molte cime innevate d’inverno.


Il Santuario della Mentorella in inverno

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Il suggestivo Santuario della Mentorella, uno dei più antichi cenobi d’Italia, in uno scatto invernale del collaboratore e grande escursionista Giovanni Cortiglia. Sullo sfondo, la bella Valle del Giovenzano.


Panorama dalla cima del Monte Calvilli

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Un altro scenario stupendo dall’Anti-Appennino Sud del Lazio: il panorama dalla cima del Monte Calvilli, “tetto” dei Monti Ausoni, sorprende l’escursionista per la wilderness delle montagne intorno, che conservano tutto il fascino del paesaggio pastorale arcaico. Qui la vista è sul borgo di Pastena, nota per le sue suggestive grotte carsiche, che si adagia con la sua caratteristica forma circolare nelle fertili pianure ausoniche: nel centro storico è la casa di famiglia dell’indimenticabile Nino Manfredi.


Scorcio della rupe di Norba

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Scorcio mozzafiato della rupe sulla quale giace la città morta di Norba, vista dalla strada che sale al contiguo borgo di Norma: luoghi ricchi di leggende  e misteri.


In volo sulla Valle del Vesca

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Uno stormo in volo punteggia la magnifica Valle del Vesca nel Parco Regionale di Marturanum, fotografata dall’antica Via Clodia, nei pressi di Barbarano. Sullo sfondo, le pendici dei selvaggi Monti della Tolfa che nascondono suggestivi insediamenti protostorici, etruschi e medievali, come Luni sul Mignone.


Alatri-Scorcio con Palazzo Conti

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Uno scorcio della piazza centrale di Alatri con l’elegante Fontana Pia (1870) e il quattrocentesco Palazzo Conti. Per approfondimenti sugli itinerari archeologici e misterici della cittadina vedi “Lazio. I luoghi del mistero e del’insolito”.


Paesaggio nel Parco Nazionale del Circeo

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Una romantica veduta in lontananza del Promontorio del Circeo (vedi: “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”), dalle spiagge che fronteggiano il Lago di Fogliano, a poca distanza da Latina: uno scenario emblematico del Parco Nazionale del Circeo.


La vecchia Toscanella, “tempio” del vedutismo nel cuore della Maremma Laziale

I verdi pascoli e le distese solitarie, le rovine etrusche, romane e medievali: nonostante le profonde ferite inferte dalla speculazione energetica negli ultimi anni (in primis le enormi pale eoliche di Piansano) che ha spezzato orizzonti rimasti “fino a ieri” vuoti, il paesaggio della Maremma Viterbese rimane in larga parte integro e struggente, soprattutto a sud di Tuscania.

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Questo contesto privilegiato fa da sfondo alla visita di una delle città d’arte più affascinanti del Lazio e di questa parte d’Italia. Celebre per le magnifiche basiliche romaniche di San Pietro e Santa Maria Maggiore, ma anche per un centro storico ben preservato, la “Toscanella” dei viaggiatori del passato ha tuttavia origini molto più antiche, risalenti ad epoche anteriori all’Età del Bronzo. Prima di divenire fiorente colonia romana (III sec. a. C.), Tuscania fu fiera e potente città etrusca, dedita al commercio marittimo (in virtù della vicinanza al porto dell’attuale Marina di Montalto), oltre che insediamento proto-storico, come hanno confermato i rinvenimenti nella zona di Colle San Pietro.

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Testimonianza evidente del periodo etrusco sono le numerose necropoli, che si aprono tutt’intorno all’abitato per alcuni chilometri (Peschiera, Pian di Mola, Castelluccio, Ara del Tufo, Madonna dell’Olivo, Scalette, Carcarello, Sasso Pizzuto, ecc…). Concentrate soprattutto a nord e a sud di Colle San Pietro, esse formano un patrimonio archeologico straordinario anche per la varietà delle tipologie architettoniche, in cui sono peraltro evidenti influssi stilistici dalle vicine Vulci, Tarquinia e Cerveteri.

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Tra questi complessi funerari spicca soprattutto la Necropoli della Madonna dell’Olivo, nei pressi del Fiume Marta, che presenta sepolture di differenti dimensioni, risalenti soprattutto all’età ellenistica (IV-I sec. a. C.): accanto alle tombe dei Curunas, è qui nota soprattutto la cosiddetta “Tomba della Regina” (o “Grotta della Regina”), che riprende, peraltro, una denominazione abbastanza diffusa nelle necropoli della Tuscia (si pensi, ad esempio, all’omonima tomba a dado di San Giuliano, presso Barbarano Romano). Ma a rendere unico questo luogo è il suo misterioso labirinto. Accostata spesso alla mitica Tomba di Porsenna a Chiusi, si tratterebbe del sepolcro della leggendaria e potentissima regina etrusca Hosa e della sua famiglia. Una tomba, questa, che probabilmente doveva avere anche la funzione di tempio, in cui venivano celebrati misteriosi riti sacri a noi ignoti, e che proprio le oscure gallerie avrebbero dovuto difendere da eventuali profanatori. Nel periodo romano Tuscania mantenne la propria floridezza essendo situata lungo la Via Clodia – tracciato già etrusco divenuto consolare nel 225 a. C. – che collegava Roma a Saturnia, di cui rimane ben visibile un tratto di lastricato. La ricchezza dell’età antica perdurò nell’Alto Medioevo, quando Tuscania divenne sede diocesale con un’amplissima giurisdizione fra i fiumi Fiora e Mignone ed i laghi di Bolsena e Vico, all’interno della cosiddetta “Tuscia Longobardorum”.

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In epoca comunale la popolazione aumentò e si determinò la necessità di allargare la cinta muraria e venne costruito il Rivellino, di cui oggi ammiriamo i pittoreschi ruderi. Nel XIII secolo la città fu stravolta dalle lotte fra Guelfi e Ghibellini, mentre la nobiltà si scontra anche per il predominio della campagna, punteggiata da numerosi castelli.

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Una maggiore stabilità fu letteralmente imposta a Tuscania nell’anno 1354 quando, dopo una parentesi di sottomissione al Comune di Roma, essa venne ridotta alle strette dipendenze dello Stato Pontificio dal feroce cardinale Egidio Albornoz. Ma già la Peste Nera del 1349 aveva decimato la popolazione: seguì una contrazione della cinta muraria che decretò, come si vede tuttora l’isolamento dell’area del Rivellino e di San Pietro.

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Tuttavia, sempre grazie alla sua posizione strategia, fra la costa e la Valle del Tevere e quindi l’Appennino, nel XVI secolo pian piano Tuscania riuscì a riprendersi: persa l’autonomia politica, mantenne d’altro canto una certa prosperità come importante centro agricolo, il che le permise una cospicua ripresa culturale, come testimoniano i tanti edifici ed ornamenti rinascimentali e barocchi, sfoggio delle famiglie di grandi proprietari terrieri. Il resto della sua storia è quello della classica, tranquilla città di provincia papalina che passò nel 1870 al neonato Regno d’Italia.

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Il 6 febbraio 1971, alle ore 19:09, un terribile terremoto colpì Tuscania, distruggendo in pochi minuti la vita di numerose persone ed una parte del patrimonio artistico della cittadina. Superato il trauma iniziale, fu avviata una mirabile opera di ricostruzione “per anastilosi” (dov’era e com’era), che riportò all’originario splendore i suoi monumenti e ridiede vita e dignità al centro storico, dimostrando un grande senso civico da parte della popolazione locale. Così, di fronte ai recenti eventi tellurici nell’Appennino centrale, la vicenda di Tuscania è presa ad esempio positivo per il futuro delle sfortunate genti delle nostre montagne.

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Oggi la cittadina vede un flusso crescente – anche se non certo invadente… – di turisti che vi giungono da ogni parte del mondo (accanto al folto numero di amatori che ci tornano costantemente) per ammirarne il peculiare connubio fra paesaggio ed urbanistica. Negli ultimi tempi si sono aggiunti altri motivi di attrazione con la nascita di una prestigiosa scuola internazionale di cucina, e con lo sviluppo delle coltivazioni di lavanda, verso Arlena di Castro, che a giugno danno ad alcuni scorci campestri un aspetto quasi “provenzale”. Al di là di tutto però, a Tuscania di fondamentale interesse sono le due celebri basiliche cristiane, erette entrambe nel VIII secolo sulle rovine di templi pagani e rimaneggiate nei secoli. In primo luogo la Chiesa di San Pietro, che rappresenta senza dubbio il monumento più illustre di Tuscania ed uno tra i più alti esempi dello stile romanico: notevoli la facciata con il rosone e le ricchissime decorazioni spesso di gusto fantastico, mentre l’interno a tre navate, suddivise da colonne romane, conserva affreschi bizantini del XII secolo, un pavimento cosmatesco, alcuni sarcofaghi e una cripta sorretta da 28 colonne in marmo, anch’esse di derivazione romana. 

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Inoltre la Chiesa di Santa Maria Maggiore, caratterizzata da una facciata chiusa da una tozza torre in tufo e arricchita da splendidi bassorilievi simbolici: meraviglioso, all’interno, l’affresco trecentesco del “Giudizio Universale”, con raffigurazioni macabre e raccapriccianti. Di notevole importanza sono poi il Museo Nazionale Archeologico, presso l’ex convento di Santa Maria del Riposo (che custodisce numerosi reperti delle necropoli etrusche e romane della zona, tra cui i sarcofaghi e i corredi funerari della famiglia etrusca dei Curunas), il rinascimentale Duomo di San Giacomo, la Chiesa di San Marco (una delle più vetuste della città), la Chiesa di Santa Maria delle Rose e la Chiesa di San Maria del Riposo (al cui interno è una tavola del Pastura).

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Ma, come dicevamo, è l’intera Tuscania – crocevia architettonico in cui sono ravvisabili richiami viterbesi, tarquiniensi ed orvietani – a meritare una visita attenta nel suo complesso, indugiando piacevolmente nelle piazzette e nei vicoli minori, spesso ornati da fontane e bei portali, scoprendo all’improvviso una chiesetta, un’edicola votiva, un profferlo fiorito, una torre medievale o un elegante palazzo del Quattro-Cinquecento.

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Da non perdere è il cosiddetto “Vicolo degli artigiani”, una specie di variopinta galleria medievale-rinascimentale, aperta da botteghe di antichi mestieri, che ricorda i borghi della Romagna.

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Poi c’è Piazza Basile, dove, su un muro di recinzione, alcuni inquietanti sarcofaghi etruschi sorvegliano dall’alto il passante: vi si godono altresì delle bellissime viste sulle case dell’abitato e sulla sognante Valle del Marta che da qui appare come uno sfumato dipinto.

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Non ultimo, il pittoresco slargo che ospita la Fontana delle Sette Cannelle, nelle cui vicinanze è il vecchio lavatoio pubblico. 

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Ma la cosa più irrinunciabile è l’affaccio dal Belvedere della Torre di Lavello, che offre un magnifico panorama sulla valle sottostante, sulle chiese di San Pietro e Santa Maria Maggiore e sulle rovine dell’antico Palazzo Comunale, il Rivellino.

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Ecco: qui si ha la sensazione di essere di fronte a qualcosa di davvero unico. Paesaggio rurale tradizionale e monumenti medievali si fondono alla perfezione creando uno scenario “cristallino” in cui natura e storia dialogano senza pesanti “alterazioni” moderne: una sorta di “tempio del vedutismo” del Lazio, dunque, che onora e perpetua i fasti della regione ai tempi del Grand Tour e che proprio per questo motivo – come accaduto per la non lontana Valdorcia – dovrebbe essere tutelato dall’Unesco come “patrimonio dell’Umanità”.

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La realtà però è ben diversa. Fino allo scorso anno era ancora in ballo l’ennesimo folle progetto (poi – a quanto pare – bloccato) per impiantare fra Tuscania, Tarquinia e Viterbo decine di pale eoliche alte più di cento metri. Senza contare il nuovo enorme depuratore che – pur utile nella sua intrinseca funzione – è stato edificato in piena area protetta, a due passi da Santa Maria Maggiore e ben visibile dal belvedere, senza che si sia provveduto a ricoprire in tufo le strutture di cemento o a creare una schermatura arborea. Questo per ricordare come la salvaguardia dei nostri beni ambientali e culturali sia attualmente allo sbando, e come la preparazione e la sensibilità degli amministratori non sia tuttora adeguata al valore immenso di un territorio che si presenta come una specie di “museo a cielo aperto”.

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La suggestiva campagna tuscanese “nasconde” infatti innumerevoli tesori storico-archeologici seppure manchi totalmente una segnaletica turistica, quasi a volerli celare agli occhi del mondo. In ogni caso, noi consigliamo almeno le seguenti quattro mete. Si consiglia innanzi tutto una passeggiata all’Abbazia cistercense di San Giusto, immersa in una splendida vallata nei pressi della Madonna dell’Olivo e ben restaurata da privati dopo un lungo abbandono, che costituisce un complesso di grande interesse ed è probabilmente legata alla presenza templare nel Lazio.

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Verso Tarquinia, in un paesaggio mozzafiato che anticipa quello toscano, possono invece essere raggiunti gli affascinanti ruderi del Castello dell’Ancarano, a balcone sul Fiume Marta, ed il borgo-fattoria di Montebello, sede della raccolta pittorica del Maestro Cesetti.

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In direzione di Viterbo è poi il misterioso e solitario Castel Cardinale, immerso in un’antica e vasta proprietà nobiliare: fu il cuore della drammatica vicenda storica del Tartaglia, “capitano di ventura” che agli inizi del XV secolo seppe ritagliarsi una signoria personale in Etruria.

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Raggiungibile infine dalla strada per Vetralla, al confine con il Comune di Monte Romano, è la Tenuta di Respampani, area archeologico-naturalistica di eccezionale valenza: qui si è conservato pressoché intatto il paesaggio “romantico” della campagna papalina preunitaria, con gli allevamenti bradi di bovini ed ovini, i manieri isolati, i ruderi di diverse epoche sparsi ovunque in un ambiente a tratti selvaggio di boschi, prati e torrenti.

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Concludendo, Tuscania può essere occasione di un’incantevole vacanza di tipo culturale e paesaggistico. Una vacanza “slow”, ovviamente: escursionismo, gite a cavallo o in bici, fotografia, disegno e pittura en plein air sono solo alcune delle attività più indicate, tenendo conto che la posizione ottimale della cittadina permette una visita completa a tutto il resto della Tuscia umbro-tosco-laziale.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati: aprile-maggio, novembre-dicembre per i colori della campagna; anche marzo ed ottobre sono ottimi per le escursioni mentre a giugno si possono ammirare le fioriture della lavanda.

Dove dormire: B&B Terziere di Valle


Tramonto invernale da Tarquinia

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Lo scenografico skyline del complesso di Santa Maria di Castello a Tarquinia in un crepuscolo invernale.


Tramonto sul Lago di Bolsena

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Un romantico tramonto dal lungolago di Bolsena


Un pensiero per le vittime del sisma del 18 gennaio

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Un pensiero per le vittime e per chi ha perso tutto nel sisma che il 18 gennaio è tornato a colpire duramente il nostro Appennino. Lutti e distruzioni immani ormai caratterizzano le genti e i luoghi di quest’angolo stupendo quanto sfortunato d’Italia. La foto descrive il meraviglioso territorio fra Amatrice e Campotosto, ove è stato l’epicentro, nella speranza che proprio l’incontaminata bellezza del paesaggio sarà la molla per far risorgere le montagne fra Abruzzo, Lazio, Umbria e Marche.


Anello di Luni sul Mignone

Reportage del magnifico anello percorso in gruppo a fine dicembre in collaborazione fra Explore Tuscia e Itinerari Laziali, intorno alle alture che sorvegliano da ovest i resti dell’abitato preistorico, etrusco e alto-medievale di Luni sul Mignone, con pausa panoramica nei pressi del suggestivo Casalone e visita finale all’area archeologica. Una passeggiata immersi in uno dei paesaggi, quello tolfetano, più incontaminati del Lazio e d’Italia, eppure oggi a rischio per il folle progetto della nuova superstrada che dovrebbe attraversare la Valle del Mignone, con gravissimo impatto ambientale. E’ stato proposto dalle associazioni locali un tracciato alternativo, lungo l’attuale Aurelia bis, con tratti in galleria, che avrebbe un impatto assai minore ma motivazioni economiche fanno sì che l’Anas spinga, attualmente con il benestare delle istituzioni regionali, per mantenere il tracciato da essa proposto, nettamente meno costoso. Se vuoi opporti a questo scempio firma la petizione per salvare il Fiume Mignone!

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Roma-Luci mattutine in Via della Reginella

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Le luci di un mattino d’inverno filtrano in Via della Reginella, il vicolo che collega la splendida Piazza Mattei al Ghetto. Siamo in una delle zone più belle e suggestive di Roma, in cui il tempo pare essersi fermato.