Archivi tag: castelli

Castello di Poggio Poponesco

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Il Cicolano, “terra di mezzo” fra Sabina ed Abruzzo, possiede uno dei “paesaggi medievali” più suggestivi e meglio conservati del Lazio. Innumerevoli piccoli borghi arroccati come presepi punteggiano le fitte foreste di querce, faggi e castagni, donando spesso panorami superbi sul Lago del Salto. Molti anche i castelli, quasi sempre in rovina, come quello di Poggio Poponesco, dall’aspetto epico, posto a dominio della Valle del Salto e del paese di Fiamignano: per saperne di più si faccia riferimento alla nostra guida “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.

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Castello di Torre Alfina-Veduta tra i fiori di un glicine

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Il fiabesco Castello di Torre Alfina spicca tra un glicine in fiore. Senza dubbio questo borgo meraviglioso – sospeso fra Lazio, Umbria e Toscana – merita di essere visitato soprattutto nelle mezze stagioni.


Veduta del Castello dei Conti d’Aquino e di Roccasecca Vecchia

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Una suggestiva veduta del Castello dei Conti d’Aquino e di Roccasecca Vecchia dalla strada per Colle San Magno. Qui siamo davvero in uno dei “paesaggi segreti” del Lazio, ancora pressoché sconosciuto “al grande pubblico” malgrado la vicinanza con l’A1. Situati nei pressi dell’antico confine fra Stato della Chiesa e Regno di Napoli, questi affascinanti ruderi dominano la bassa Valle del Melfa e quella del Liri e sono legati alla figura di San Tommaso d’Aquino che qui, secondo una leggenda, ebbe i natali. Per approfondimenti: “I Castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.


Veduta romantica di Rota

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L’autunno inoltrato sulla Tolfa lascia senza fiato. Le infinite sfumature della vegetazione donano al paesaggio un aspetto romantico e vagamente malinconico. La strada fra Civitella Cesi e Rota permette velocemente di inoltrarsi da nord in questo scenario selvaggio ove l’impatto delle opere dell’uomo è rimasto bassissimo. Ad un certo punto la visione del borgo-castello di Rota, con ai suoi piedi il Fiume Mignone, dà l’impressione di ammirare un dipinto del XVIII secolo. 


Scorcio di Torre Alfina

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Un delizioso scorcio di Torre Alfina, magico borgo ai piedi del Monte Rufeno in una zona incantevole al confine con l’Umbria. Frazione di Acquapendente, il paese è dominato dalla mole maestosa e fiabesca del Castello Cahen, rifacimento ottocentesco in forme “romantiche” di un antico maniero medievale. In questo periodo, con il foliage autunnale al massimo del suo splendore, la visita a Torre Alfina assume connotati di somma poesia.


Il Castello Orsini-Odescalchi di Bracciano e la Stanza di Isabella

Situato a dominio del vulcanico Lago Sabatino, Bracciano spicca agli occhi del visitatore soprattutto per l’imponente castello, visibile sin da ragguardevoli distanze. Lo splendido maniero si erge maestoso nella deliziosa Piazza Mazzini con i suoi alti e poderosi torrioni circolari, quasi completamente avvolto dalle piante rampicanti, i cui colori mutano in ogni stagione, offrendo uno spettacolo assai romantico. Tutt’attorno si snodano i vicoli dell’antico borgo, uno tra i più pittoreschi della Tuscia Romana, caratterizzato com’è da abitazioni costruite con la locale pietra lavica.

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Edificato nel XV secolo dalla famiglia Orsini sopra i resti di una rocca medievale, appartenuta ai Prefetti di Vico, il Castello Odescalchi, che trae il suo nome dalla famiglia che lo possedette fin dal 1696, conserva all’interno, magnifici affreschi e mobili d’epoca, ed è considerato una tra le dimore signorili fortificate, più eleganti d’Italia. Di notte l’antico maniero assume un aspetto tetro ed oscuro che lo riporta alla mente quale scenario perfetto di quell’epoca estrosa e rivoluzionaria sì, ma anche frivola e violenta che fu il Cinquecento.

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Una delle stanze del castello più interessanti e misteriose è sicuramente la “Camera Rossa” detta anche Stanza di Isabella. Posta al primo piano, essa presenta, oltre alla notevole mobilia antica, un soffitto ligneo dipinto nel XV secolo da Antoniazzo Romano. Isabella de Medici era la controversa moglie di Paolo Giordano Orsini, con il quale si sposò proprio in questo castello. La tradizione vuole che in tale stanza la donna compì innumerevoli misfatti. La giovane sposa, aveva un temperamento alquanto impetuoso e focoso, tant’è si narra che in alcune frivole feste ella giungesse vestita di soli veli, proprio per sottolineare le linee del suo corpo. Ma la sua natura la spingeva ad attirare numerosi amanti con i quali s’intrattenne proprio sul baldacchino ancora presente nella stanza: da qui, dopo un’ardente notte di passione, venivano condotti in un salottino al quale si accedeva da una porta sita in un angolo della camera, con la promessa di raggiungerli non appena si fosse rivestita. In realtà dietro alla piccola porta non vi era nessuna sala, ma solo un tenebroso e angusto corridoio nel quale era un trabocchetto. I suoi ignari amanti non potendo vedere nulla per via del buio cadevano nella botola e precipitavano vorticosamente in un orribile pozzo a rasoio. I loro corpi esanimi e dilaniati precipitavano poi nella calce viva, appositamente collocata per dissolvere ciò che restava di loro.

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Paolo Giordano Orsini, pur essendo a conoscenza della disdicevole condotta della moglie Isabella, un giorno si recò segretamente in chiesa ad ascoltare le confessioni della moglie, ed ottenne così la sue conferme. La sera stessa quindi vendicò le umiliazioni subite strangolando Isabella con un nastro di seta rosa, nei loro appartamenti del Castello di Cerreto Guidi a Firenze. Il trabocchetto, frutto della mente oscura e enigmatica di Isabella, è ancora visibile nella camera, mentre il pozzo è stato murato. La sensazione che si percepisce nell’osservare i luoghi dove vennero compiute tali scelleratezze è talmente forte, che pare aleggi ancora, tra le mura del castello, la presenza della viziosa nobildonna. Ed infatti, la tradizione popolare vuole che una signora in abiti del Cinquecento di tanto in tanto vaghi ancora sulle sponde del bel Lago di Bracciano…

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati:

Tutte le stagioni con particolare attenzione all’autunno.

Nei dintorni:

Monterano Vecchia, Caldara di Manziana, Lago di Bracciano con Anguillara e Trevignano Romano, Galeria Antica.

Links:
www.odescalchi.it
www.comunedibracciano.it
www.fantasmitalia.it


Rocca di San Leonardo a Borghetto

La Rocca di San Leonardo (o Castello di Andosilla), meglio conosciuta come “Castello di Borghetto”, sorge nei diretti pressi dell’omonima frazione del Comune di Civita Castellana. Nata nel Quattrocento come nucleo di attività artigianali, Borghetto, un paio di file di rustiche case a schiera in tufo, è una vecchia stazione di posta della Via Flaminia, a poca distanza dal Fiume Tevere, in una storica zona di transizione fra la Tuscia e la Sabina umbro-laziale, che anticamente segnava il confine fra le popolazioni dei Falisci e dei Sabini.

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A vederlo dalla SS Flaminia, provenendo da Roma, il Castello di Borghetto appare all’improvviso con grande effetto scenografico: dal caldo color bruno tufaceo e dallo stile architettonico difficilmente definibile a causa dei vari crolli, si tratta di un unicum nel panorama dei “castelli perduti” del Lazio. Anche la campagna circostante è ricca di spunti romantici, ed è caratterizzata dalla confluenza della Valle del Treja con la Valle Tiberina, e quindi dal contrasto fra aspetti di natura selvaggia e “capricciosa” e riposanti scenari agresti. Sembrano risuonare le parole di Goethe che nel suo “Viaggio in Italia” descrisse con accenti di meraviglia questi paesaggi così particolari.

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Di certo, i rumori provenienti dalle strade e la relativa vicinanza con l’area industriale di Civita Castellana tolgono parecchio della poesia che questo luogo dovette avere sino a non molti decenni fa: ma, non appena risalita la collina sulla quale si adagiano i resti del poderoso castello, l’atmosfera d’improvviso diviene pregna di magia e sospesa nel tempo. Circondati da rigogliosa vegetazione, e raggiungibili tramite uno scomodo seppur ben visibile sentierino nella macchia, i resti della rocca di San Leonardo si scoprono mano a mano ai nostri occhi.

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Si può giungere ad uno spiazzo che probabilmente era l’antica corte, dove si può ammirare dal basso l’imponenza della struttura principale, rimasta quasi intatta all’esterno: tutt’intorno si ammira una spessa cortina muraria, aperta da un arco a tutto sesto, anch’esso invaso dalle piante, che dà sulle case di Borghetto; si notano anche alcune grotte, di incerta origine. Il sito fu abitato del resto in epoche remotissime, sicuramente dai Falisci, ma non sono ancora stati condotti studi accurati in tal senso e le fonti sono davvero scarse, anche rispetto all’epoca medievale.

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Situato in posizione strategica, il nucleo primitivo del castello (plausibilmente una torre di vedetta) venne edificato nel XII-XIII secolo, quando appare menzionato un Burgus o Burghettus S. Leonardi, ad opera dei monaci cistercensi della non lontana Abbazia di Santa Maria di Falleri. Alla fine del Trecento il fortilizio (assieme all’abbazia) viene ceduto da papa Bonifacio IX all’Ospedale romano di Santo Spirito in Sassia, che lo avrebbe tenuto fino al 1538 quando sarebbe passato alla Camera Apostolica; successivamente, per volontà di papa Paolo III Farnese, entrava di diritto nel “famigliare” Ducato di Castro. Dopo la disfatta dei Farnese ed il ritorno del maniero per molti anni nel patrimonio di San Pietro, nel 1790 esso fu ceduto alla famiglia spagnola degli Andosilla. Poco dopo, tuttavia, nel 1798 esso finì incendiato e distrutto dalle truppe napoleoniche, momento che segnò il suo inesorabile abbandono. In origine svettava sul castello un’altissima torre di 43 metri, purtroppo crollata in una notte del 1950, che permetteva una vista straordinaria a 360°.

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Leggermente staccata e rialzata dal corpo di fabbrica militare vero e proprio, si innalza la modesta mole della Chiesa di San Leonardo (da cui il nome della rocca), frutto plausibilmente della ristrutturazione di un preesistente edificio cistercense: a navata unica, si offre alla vista in condizione ormai di rudere, col tetto crollato e con il semplice campaniletto a vela a far da residua “decorazione” assieme alle misere tracce di affreschi; dal prato al lato della chiesetta si gode una bella vista sulla rocca e sulla vallata, uno scorcio che al tramonto assume toni fantastici, mentre alle sue spalle una recinzione vieta il passaggio verso dei campi vastissimi.

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Tutto il complesso del Castello di Borghetto è infatti inserito in una grande tenuta agricola, la Fattoria Lucciano, ove fra l’altro si possono acquistare prodotti biologici. L’azienda permette di effettuare escursioni nella splendida tenuta e saltuariamente organizza visite al castello, per le quali sta approntando un sentiero turistico. Per il suo aspetto misterioso, il castello ha stimolato nei secoli leggende popolari, che lo vorrebbero custode di inestimabili tesori: si dice che sotto al fortilizio si dipanino lunghe gallerie, i cui accessi d’altro canto sono ancora visibili qua e là, considerate dagli studiosi come cimiteri paleocristiani (per maggiori informazioni: “I castelli perduti del Lazio”).

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Al di tutto, il complesso meriterebbe senza dubbio un’attenzione maggiore da parte delle istituzioni, nonché interventi volti a svilupparne le potenzialità turistiche. Senza dimenticare che la vegetazione ha ormai colonizzato quasi completamente l’edificio, mettendo a serio rischio l’integrità delle mura e rendendo oltre modo difficile la visita.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati:
Tutte le stagioni tranne l’estate, allorquando la vegetazione diventa troppo invadente e il caldo può essere eccessivo.

Da visitare nei dintorni:
Calcata, Civita Castellana, Gallese, Via Amerina, Orte, Otricoli ed Ocriculum.

Links:
www.castellidelazio.com
www.comune.civitacastellana.vt.it
www.fattorialucciano.com


Profilo di Torre Astura al crepuscolo

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Il profilo sullo sfondo di Torre Astura, pittoresco castello sul mare a pochi km da Nettuno. Teatro di tragiche vicende storiche, il maniero e la sua spiaggia con i ruderi di una villa romana formano uno degli angoli più suggestivi del litorale laziale. Purtroppo questo magnifico tratto di costa, ricadente in un vastissimo poligono militare, non é stato finora mai tutelato né valorizzato adeguatamente e la sua fruibilitá rimane legata ad aperture straordinarie.


Veduta in lontananza del Castello di Seppie

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Una veduta in lontananza, a maggio, del Castello di Seppie: sorge in posizione spettacolare, “a balcone” sulla magnifica Valle dei Calanchi di Bagnoregio, nei pressi di Lubriano. Trasformato oggi in un’esclusiva casa per vacanze, l’antico maniero fa parte di un’ampia rete di fortilizi che presidiavano la zona, fra cui ricordiamo anche la vicina Torre di Santa Caterina.


Castel Cardinale, un maniero segreto fra Viterbo e Tuscania

L’immensa pianura ondulata che si estende fra Viterbo, Tuscania e Tarquinia si presenta disseminata di resti di fortilizi, che danno l’idea di come e quanto fosse presidiata militarmente durante tutto il Medioevo. Fra i tanti spicca Castel Cardinale, luogo noto agli agricoltori della zona anche con il nome di “Castello del Marchese”, poiché ricadente in una vecchia tenuta nobiliare, oggi divenuta una grande azienda zootecnica.

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Il castello si eleva a protezione di un piccolo fosso che corre quasi parallelo alla Strada Chirichea, la lunga sterrata che collega la Via Tuscanese e la Via Vetrallese sfiorando le rovine di Castel di Salce. La peculiarità di Castel Cardinale è tuttavia il fatto di non essere stato edificato sull’orlo di una rupe, come la maggior parte degli altri manieri della zona – quali ad esempio il vicino Castel d’Asso o il più distante Castello di San Giovenale -, bensì sulla sommità di una collinetta.

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Misteriose e solitarie, le rovine di Castel Cardinale, in blocchi di tufo bruno su base arenacea, colpiscono immediatamente il visitatore sensibile per la loro bellezza enigmatica, conferitagli sia dalla posizione insolita dell’incastellamento sia dalle pittoresche forme architettoniche e dalla particolare situazione ambientale: il colle ove esse si stagliano, coronato da alti pini, si mostra circondato da verdi prati a loro volta bordati dalla folta vegetazione che avvolge il corso d’acqua.

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L’assoluto silenzio del luogo, dolcemente spezzato dal gorgogliare del ruscello, aggiunge stupore in chi ammiri il rudere, ponendolo quasi fuori dal tempo. Tali caratteristiche rendono senza dubbio Castel Cardinale uno dei siti più curiosi, affascinanti fra quelli descritti nella nostra guida “I Castelli perduti del Lazio” (ove sono presenti le indicazioni su come arrivarci), la cui “segretezza” è oltre modo avvalorata dalle pressoché inesistenti fonti documentarie, che ci costringono a fare mere supposizioni sulla sua storia.

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L’altura ove sorge l’edificio, con le sue grotticelle, lascia pensare ad un sito di origine etrusca (o addirittura villanoviana), e del resto in tutta la campagna circostante si vedono cavità più o meno ampie, oggi utilizzate come ripostigli o fienili. Il toponimo “cardinale” potrebbe invece lasciar pensare alla sua appartenenza ad una famiglia con un esponente di rango, oppure a quell’Egidio Albornoz che tanto peso ebbe nelle vicende trecentesche di Tuscania. A parte i dubbi sul nome, quel che è molto probabile è che si tratti di un castrum longobardo di fondazione alto-medievale, rientrante nella rete di fortilizi di cui abbiamo parlato all’inizio.

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L’aspetto attuale del castello, a pianta irregolare con porzione semicircolare, sembra tuttavia il risultato di successivi rimaneggiamenti, che dal punto di vista architettonico lo accomunano a certe soluzioni di tipo tuscanese, databili fra il XII e il XIII secolo. All’interno, alti e massicci spezzoni di mura permettono di immaginare che vi fosse un possente e panoramico maschio centrale, mentre nulla rimane degli altri edifici.

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Meglio conservate le mura perimetrali, dalle quali spicca lo splendido torrione affianco alla porta d’accesso, che è l’elemento più caratteristico di Castel Cardinale. L’ampiezza dei volumi ricostruibili ipoteticamente osservando gli avanzi dei vani interni fa credere che il castello in un determinato periodo avesse anche una funzione residenziale. In ogni caso, Castel Cardinale fu abbandonato più o meno alla metà del Quattrocento, dopo essere stato legato alle vicende del Conte di Toscanella (l’odierna Tuscania) Angelo Broglio da Lavello, detto “Tartaglia”, spregiudicato condottiero di ventura che seppe ritagliarsi un’estesa signoria fra la Maremma ed il Tevere, giungendo a conquistare anche Tarquinia, Sutri ed Acquapendente: cadde allora sotto lo sguardo malevolo del papa e degli Sforza, da cui fu fatto arrestare e decapitare ad Aversa nell’ottobre del 1421.

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L’impatto visivo straordinario offerto dalla perfetta integrazione fra le antiche rovine ed il paesaggio agreste fa di Castel Cardinale un luogo non soltanto di profonda suggestione ma anche di enormi potenzialità turistiche: allo stato attuale, però, la mancanza totale di indicazioni stradali è il segno di una mancata volontà di valorizzare il monumento in tal senso; anzi, i folli progetti di eolico, fotovoltaico e biomasse che insistono nella zona (malgrado i danni già compiuti qui dalla speculazione energetica) lasciano supporre che una consapevolezza dell’importanza di questo paesaggio e dei siti archeologici ivi contenuti sia purtroppo ancora lontana nelle amministrazioni locali e soprattutto in quella regionale, che da alcuni anni rilascia autorizzazioni con una leggerezza a dir poco inquietante. Speriamo di non dover presto celebrare i vasti ed intatti orizzonti di Castel Cardinale come una cartolina dal passato.


Castello Cantelmo di Alvito

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Uno scorcio dell’imponente Castello Cantelmo ad Alvito, affacciato sulla splendida Val di Comino. Si tratta di una delle più importanti architetture militari del Lazio, di cui oggi rimangono romantiche rovine (per saperne di più: “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”).


Mura del Castiglione di Palombara

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Le mura del Castiglione di Palombara Sabina, luogo di straordinario fascino, sulle pendici dei Monti Lucretili. Ci troviamo nella Sabina Romana, in una zona ricca di ruderi medievali (vedi Stazzano Vecchio). Per saperne di più riguardo al Castiglione: “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.


La Rocca Guidonesca di Rocchettine: un “castello fantasma” a guardia della Valle del Leia

Le tranquille strade della Sabina Tiberina offrono un ininterrotto susseguirsi di scorci “medievali”, che in alcuni punti rendono il paesaggio simile ad un grande affresco dell’Età di Mezzo. Ma c’è un luogo speciale che porta questa sensazione al culmine. Guidando nei pressi di Torri in Sabina, Vacone o Montebuono – a seconda di dove si provenga – si è attratti da cartelli stradali che riportano un nome insolito e simpatico: “Rocchette”. Seguite le indicazioni, ci si inoltra presto in una zona isolata e dall’aspetto selvaggio, giungendo dunque ai piedi di un grazioso paesino che a prima vista parrebbe completamente disabitato: attorno solo boschi, campi, uliveti ed un silenzio quasi totale, se non fosse per l’ammaliante suono delle limpide acque del Torrente Leia.

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Antico lavatoio a Rocchette

Di fronte a noi si innalza un colle boscoso su cui si adagiano i resti imponenti di un antico maniero. E’ il borgo-castello di Rocchettine, paese “fratello” di Rocchette, che però – a differenza di quest’ultimo – non risulta da molto tempo ormai nemmeno più riportato sulle cartine stradali. Non solo: se ne ricava poco anche ricercando fra libri e documenti, tant’è che le fonti a proposito sono oltremodo scarse (per saperne di più si faccia riferimento alla nostra guida “I castelli perduti del Lazio… e i loro segreti”). Si può comunque affermare che l’abitato nelle sue forme attuali risalga al XIII secolo, mentre l’antropizzazione del sito sia collocabile nell’Alto Medioevo, epoca di profonda trasformazione per la Sabina, a causa del fenomeno dell’”incastellamento”.

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L’incastellamento di Rocchettine

Fu in quel tempo lontano che, approfittando di un territorio tanto ricco di alture acclivi e corsi d’acqua (e cioè grazie alla difendibilità dei luoghi e alla fertilità del suolo), nacquero i numerosi villaggi fortificati che tuttora conformano il paesaggio sabino. Rocchettine sorse contemporaneamente a Rocchette, ed assieme costituirono a lungo un importante complesso difensivo su una delle vie che univano i Monti Sabini alla Valle del Tevere, una sorta di alternativa alla Salaria per andare da Rieti a Roma e viceversa. Sappiamo che nel Basso Medioevo Rocchettine era chiamata “Rocca Guidonesca” e la sua dirimpettaia “Rocca Bertalda”.

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Veduta generale della Rocca Guidonesca

Oggi il divario fra i due borghi è eclatante: da una parte Rocchette sta vivendo una sorta di rinascita con il restauro di buona parte del centro storico. Dall’altra parte, l’intera Rocchettine sta subendo un progressivo degrado dovuto alla mancanza di iniziative volte ad un suo recupero. Se il castello è facilmente visitabile, essendo completamente aperto, le abitazioni sono purtroppo invase dalla vegetazione e soggette a crolli e di conseguenza costituiscono un pericolo per i visitatori.

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Casa in rovina a Rocchettine

Ad ogni modo l’effetto scenografico della Rocca Guidonesca è davvero notevole. Si consiglia di raggiungerla a piedi da Rocchette, passando accanto ai resti di un mulino e quindi risalendo il poggio fino alla base della fortezza, che si staglia maestosa di fronte a noi, ergendosi in maniera quasi naturale dalla bianca roccia sottostante.

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Veduta laterale

A Rocchettine la “voce del passato” è molto forte. Nell’estrema solitudine del luogo sembra di essere tornati indietro non tanto al Medioevo, ovviamente, date le condizioni del castello e del borgo, ma almeno ad un secolo fa. Una situazione non rara nella Sabina, ma qui accentuata dalla quasi totale mancanza di elementi che ricordino la modernità.

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Arco d’accesso al borgo-castello

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Porta del castello

Cortile antistante alla porta del castello RCRLB

Piazzetta antistante alla porta del castello

Pure il silenzio sicuramente gioca un ruolo fondamentale a creare questa atmosfera sospesa, e non ci vuole molta fantasia per immaginare come si potesse svolgere a Rocchette e Rocchettine la vita rurale di un tempo.

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Veduta di Rocchette

Girovagando fra le rovine del “paese fantasma”, affacciandosi dai “fori” più o meno ampi che offendono i muraglioni o dalle mura a volte sbriciolate, si rimane affascinati dalle suggestive vedute sul borgo di Rocchette e sull’amena campagna d’intorno: un “paesaggio romantico” perfettamente conservato, insomma, formato dal felice connubio fra natura e testimonianze del passato.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati: tutto l’anno è adatto alla visita ma forse ad aprile-maggio Rocchettine regala le situazioni più belle dal punto di vista ambientale.


Torre Alfina: dove il Lazio diviene fantasia

Quasi all’estremo nord del Lazio, proprio al confine con l’Orvietano, Torre Alfina incanta sin da lontano per le imponenti torri del suo scenografico maniero. Il borgo sorge sul Piano dell’Alfina, da cui prende il nome, territorio apparentemente ai margini di tutto, in realtà cuore di una più ampia zona umbro-laziale dai caratteri omogenei.

Torre Alfina-Veduta da Proceno

Torre Alfina in lontananza vista da Proceno

Panorama verso Torre Alfina da Ficulle

Panorama verso Torre Alfina da Ficulle

Siamo dunque nell’Alta Tuscia, o meglio in quel lembo di Lazio che dal Touring Club Italiano è stato definito “toscano” per via della continuità col paesaggio senese: espressione che però non piace ai locali, attaccati con forza ad un’identità “laziale” praticamente sconosciuta in buona parte della nostra regione (scaturita, com’è noto, da puri e semplici artifici amministrativi risalenti al periodo fascista).

Valle del Paglia-Paesaggio nella Valle del Paglia

Paesaggio del “Lazio toscano”

Fiume Paglia

Il Fiume Paglia

Tale atteggiamento non è soltanto il frutto di un puro e semplice campanilismo – qui comunque piuttosto spiccato – ma anche della non sopita memoria storica delle genti della Valle del Paglia. Poco più a settentrione di Torre Alfina correva infatti il confine fra lo Stato Pontificio ed il Granducato di Toscana, come testimonia ancor oggi la dogana pontificia costituita dal grazioso villaggio di Centeno sulla Via Cassia. Confini che non videro mai ostilità (quelle ci furono fra Siena e Firenze ed arrivarono al massimo a lambire la Tuscia) ma che da sempre marcano differenze fra popoli e culture, tant’è vero che subito oltre il dialetto cambia di colpo.

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I prati e i boschi dell’Alfina con il borgo sullo sfondo

Assente invece la competizione con la “sorella” Umbria, in virtù proprio della comune antica appartenenza “papalina”. Anzi si arriva spesso a Torre Alfina proprio da Orvieto, attraverso una strada che dapprima si snoda fra pregiati vigneti (con straordinarie visuali della rupe) e poi oltrepassa gli abitati di Castel Viscardo e Castel Giorgio. Tuttavia il modo più bello è quello di giungervi dal capoluogo comunale di Acquapendente, attraversando per nove chilometri una campagna stupenda. Ed ecco qui una sensazione straniante: i prati verdi, le querce solitarie e i boschi misti, le bianche greggi al pascolo, gli scuri casali in pietra vulcanica e poi sempre più vicino il paese, dominato sontuosamente dall’insolita architettura del castello, ricordano vagamente gli scenari rurali dell’Inghilterra piuttosto che l’Italia, non fosse per i pini, i cipressi, le vigne e qualche ulivo che ci ricordano che ci troviamo in ambito mediterraneo. Passando così accanto a ville e casolari dal tono elegante e rustico assieme, magari nel tardo autunno quando il fumo dei camini accesi si insinua nel cielo freddo e plumbeo, sembra quasi di essere immersi in un romanzo delle sorelle Brontë, come “Wuthering Heights” o “Jane Eyre”.

Torre Alfina-Veduta da lontano

Veduta da lontano

In realtà un paesaggio di questo tipo lascia spazio a molteplici interpretazioni ma di sicuro sa ispirare il visitatore imbevuto di letture romantiche. E di certo non è caso se, non appena si entra a Torre Alfina per uno splendido viale alberato, una tabella ci dice che siamo nel “paese della poesia” (oltre che in “uno dei borghi più belli d’Italia”).

Torre Alfina-Finestra

Finestra in cotto

Oggi come ieri questo piccolo gruppo di case solitario ed aristocratico attrae artisti e letterati, visionari e sognatori che nella vita vagheggiano beltà ed innocenza. Inoltre vi fanno visita i numerosi escursionisti ed amanti della natura che percorrono i sentieri della Riserva Naturale del Monte Rufeno: si consiglia a tal proposito di visitare il Museo del Fiore che offre un approfondimento sulla flora e sulla geo-morfologia dell’area protetta. Non ultimi, gli appassionati di produzioni tipiche conoscono bene Torre Alfina per il famoso gelato artigianale “Sarchioni”, che si può gustare nell’omonimo bar appena fuori dalle mura: un tocco di “prosa” che non fa male se è vero che la mente funziona meglio con la pancia piena.

Torre Alfina-Veduta

Torre Alfina-Veduta

Approfittiamone per un rapido cenno storico. Dapprima sorta forse come fortificazione longobarda (VIII secolo), la primitiva torre fu nel Medioevo sottoposta alla signoria dei Monaldeschi. L’abitato poi si sviluppò e visse una parentesi di relativa autonomia nel corso del ‘400, in ogni caso sotto l’influenza del potente Comune di Orvieto. Nella seconda metà del Seicento Torre Alfina passò per via ereditaria ai marchesi Bourbon del Monte ai quali appartenne sino al 1880, allorquando il borgo e le terre intorno vennero acquistati da un ricco banchiere francese: Edoardo Cahen d’Anvers. Già insignito del titolo di conte per aver finanziato le operazioni militari savoiarde nel corso delle guerre d’indipendenza, si guadagnò più tardi anche quello di marchese. Fu egli il protagonista della rinascita artistica di Torre Alfina, che conformò al suo spirito estroso.

Torre Alfina-Castello Cahen

Castello Cahen

Le viuzze del piccolo borgo, infatti, si mostrano nettamente sottomesse al gigante che sovrasta il tutto, e lì conducono in breve senza lasciar possibilità di smarrimenti labirintici: la stessa chiesa del paese sorge in posizione defilata quasi a temere di mettervisi in competizione. 

Torre Alfina-Porta Vecchia

Porta Vecchia

Torre Alfina-Scorcio nel borgo

Scorcio nel borgo

Torre Alfina-Scorcio nel borgo

Casa caratteristica

Parliamo ovviamente del Castello Cahen, costruzione nata dalla fantasia del Marchese Cahen, il quale alla fine dell’Ottocento, con l’ausilio di un architetto senese, ristrutturò la preesistente fortificazione trasformandola in una sorta di “dimora da fiaba”.

Torre Alfina-Castello Cahen, stemmi

Castello Cahen, stemmi

Torre Alfina-Castello Cahen, merli

Castello Cahen, merli

Torre Alfina-Castello Cahen, arco

Castello Cahen, arco

Torre Alfina-Castello Cahen, scorcio

Castello Cahen, scorcio

Recentemente la raffinata struttura è stata resa visitabile grazie all’interessamento della Boscolo Etoile Academy, ciò che sta producendo un ritorno turistico positivo per il paese dopo decenni di abbandono pressoché totale.

Torre Alfina-Salita al castello

Salita al castello

Torre Alfina-Castello Cahen, scorcio di torri

Castello Cahen, scorcio di torri

Torre Alfina-Scorcio di torri

La torre circolare

Figura enigmatica, bizzarra e misteriosa, il marchese creò altresì un suggestivo parco “romantico” o “all’inglese” (ed ecco che i conti tornano), ossia caratterizzato da vegetazione spontanea e disordinata, sistemando un sentiero all’interno del sottostante Bosco del Sasseto, che il National Geographic ha appellato come “il Bosco di Biancaneve”.

Torre Alfina-Bosco del Sasseto

Bosco del Sasseto

E non basta. Nel folto della selva – oggi tutelata come “monumento naturale” – egli si fece edificare una tomba in stile neo-gotico che oggi sorprende ed affascina creando un angolo di rara suggestione. Purtroppo l’ignoranza, la maleducazione e la stupidità di alcuni “turisti” poco rispettosi ha fatto sì che la tomba del marchese sia stata più volte vittima di atti di vandalismo: tant’è che il sentiero per arrivare al sepolcreto non è segnalato, proprio per evitare un afflusso eccessivo.

Torre Alfina-Tomba del Marchese Cahen

La misteriosa tomba del Marchese Cahen

Torre Alfina-Tomba del Marchese Cahen, scalini

Tomba del Marchese Cahen, scalini

Torre Alfina-Tomba del Marchese Cahen, stemma

Tomba del Marchese Cahen, stemma

Torre Alfina paradossalmente potrebbe anche risultare poco interessante o addirittura noiosa per molti. Nella nostra epoca scabra, fatta di archistar e grattacieli, “smart” e “2.0”, “manager” e “know how”, ma anche di turismo globalizzato e basato sullo shopping, il Romanticismo è un ricordo lontano. Cosa fare a Torre Alfina dove in pratica non esistono negozi? Arte e natura: “tutto qui”.

Torre Alfina-Porta Vecchia, targa

Particolari nel borgo

Torre Alfina-Opera d'arte contemporanea

Torre Alfina-Portale

Torre Alfina-Stemma

Si impone allora con tutta la sua potenza rivoluzionaria l'”anacronismo fantastico” di Torre Alfina, quale rifugio di cuori puri e forti che rifiutino il modello di sviluppo attuale, basato sul consumare cose, luoghi, terre, risorse e persone. Seguire la bellezza, vivere in essa e lottare per essa ci pare nella società odierna un vero e proprio “atto politico”, molto più incisivo di un voto dato a palesi cialtroni o a personaggi sconosciuti imposti alla popolazione dalle elite dirigenti e dai mass-media.

Mte Rufeno-Foliage 2 RCRLB

Foliage autunnale

Mte Rufeno-Foliage 1 RCRLB

Torre Alfina-Scorcio nel borgo

Emozionarsi guardando un’antica pietra color ruggine o una foglia di roverella che cade a novembre significa dare un calcio ad una società che vorrebbe l’accumular cose come metro della felicità.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati: da aprile a giugno, da ottobre a gennaio

Dove dormire:

Agriturismo Le Roghete


Labro, scorcio con torretta

Labro-Scorcio con torretta

Una delle “cartoline” più ricorrenti di Labro, magnifico borgo incastonato fra le foreste dei Monti Reatini, noto per il Castello Nobili-Vitelleschi. La torretta, facente parte delle fortificazioni che ancora cingono l’abitato, sorge alla fine di un curato terrazzo da dove lo sguardo spazia sulla profonda e selvaggia Valle del Fuscello e sulle propaggini del Terminillo. Dall’altra parte del terrazzo un altro belvedere permette di ammirare il suggestivo Lago di Piediluco.


Rovine del Castiglione presso Palombara Sabina

Palombara Sabina-Castiglione, cinta muraria 1 RCRLB

I suggestivi ruderi del Castiglione, presso Palombara Sabina, alle falde del Monte Gennaro. Si tratta di uno dei “manieri perduti” più affascinanti del Lazio, notevole esempio di castrum alto-medievale (forse longobardo). Per saperne di più si faccia riferimento al nostro libro “I castelli perduti del Lazio”.


Il Castello Longobardo di Vicalvi fra storia e mistero

Il possente Castello di Vicalvi si erge a circa 600 m. s. l. m. sulla sommità dell’omonimo paese della Bassa Ciociaria, alle cui spalle, come fosse l’ennesimo argine difensivo, si alzano i primi contrafforti degli Appennini.

Vicalvi-Castello, panorama 1 RCRLB

Vicalvi-Casali abbandonati ai piedi del borgo RCRLB

Situato su di un colle tra la Valle del Fibreno e la Val di Comino, prossimo ai confini con l’Abruzzo, rappresenta nel Lazio uno dei maggiori esempi di “incastellamento” nei secoli poi inglobato in un tessuto urbano (il “borgo”).

Vicalvi-Castello, Scorcio dalla prima cinta muraria RCRLB

Il fortilizio è munito di ben tre cinte murarie, intervallate da torri, mentre sul piano superiore si aprono numerose bifore, in parte murate. Venne fondato nell’Alto Medioevo a protezione della Val di Comino e, anche se le informazioni pervenuteci sono frammentarie, si suppone che abbia origini longobarde.

Vicalvi-Castello, scorcio dalla seconda cinta muraria 2 RCRLB

Le prime testimonianze risalgono infatti all’VIII secolo, periodo in cui era all’apice il dominio dei Longobardi nella nostra penisola. Nel secolo successivo, prima di diventare un possedimento del Monastero di Montecassino – che vide via via aumentare le proprie prerogative su quei territori, e quindi ridurli a vere e proprie dipendenze – Vicalvi subì le incursioni ed i saccheggi delle orde saracene prima e degli Ungari dopo.

Vicalvi-Castello, accesso al nucelo centrale 2 RCRLB

Nel Cinquecento, a causa della scoperta e dell’utilizzo della polvere da sparo, il castello fu giudicato troppo vulnerabile, e così si decise di fasciare la parte inferiore della cortina e dei torrioni con una scarpa, mentre una torre circolare fu addossata all’attuale rampa che conduce all’ingresso, probabilmente fungendo da pilone per un ponte levatoio ormai scomparso.

Vicalvi-Castello, arco d'accesso alla piazza d'armi 1 RCRLB

Vicalvi-Castello, bifora 3 RCRLB

Vicalvi-Castello, edificio interno principale 2 RCRLB

Durante il secondo conflitto mondiale, poiché non distante dalla Linea Gustav, le truppe tedesche decisero di trasformare il complesso difensivo in un ospedale da campo. Un triste periodo questo che ha lasciato una testimonianza indelebile sulle sue mura: una grande croce rossa, divenuta ormai il simbolo distintivo del castello.

Vicalvi-Castello, veduta con croce RCRLB

Vicalvi-Castello, affresco della cappella RCRLB

Luogo dal fascino lugubre e decadente, il castello di Vicalvi è avvolto da una leggenda un tempo molto nota agli abitanti locali ma ora destinata a cadere man mano nell’oblio. Si narra di una dama, Aleandra Maddaloni, che sarebbe qui vissuta nel XVIII secolo dedicandosi alla lussuria più spregiudicata: era solita, durante le lunghe assenze dello sposo, sedurre i giovani più belli del paese, facendoli poi uccidere da un suo fidato servo.

Vicalvi-Castello, particolari RCRLB

Scoperta infine dal coniuge, questi, furioso, la avrebbe fatta murare viva in una delle torri. Si dice che il suo fantasma vaghi ancora, al tramonto, fra i ruderi del maniero in cerca di nuovi amanti…

Vicalvi-Tramonto verso Posta Fibreno RCRLB

Si può effettuare una visita libera telefonando preventivamente al Comune di Vicalvi e richiedendo l’apertura del monumento. Per maggiori informazioni sulla storia del castello si faccia riferimento al nostro libro “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.


Rovine del Castello Longobardo di Vicalvi

Vicalvi-Castello Longobardo, accesso al nucleo centrale RCRLB

L’accesso al nucleo centrale del Castello Longobardo di Vicalvi, uno dei “manieri perduti” più suggestivi della Ciociaria, le cui vicende ebbero inizio con l’Alto Medioevo e videro il loro drammatico epilogo durante la Seconda Guerra Mondiale. Per maggiori informazioni si rimanda al nostro libro “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.


Castello di Borghetto (o di Andosilla)

Veduta del Castello di Borghetto

Una veduta del Castello di Borghetto, situato al confine fra i Comuni di Magliano Sabina e Civita Castellana. Leggende e misteri si sommano in questo luogo enigmatico e di difficile accesso, che con la sua mole possente domina l’omonimo villaggio e la ferrovia Roma-Firenze: per saperne di più si faccia riferimento alla nostra guida “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti“.


Rocchette e Rocchettine

Veduta di Rocchette

Veduta di Rocchette (foto di Susy Toma)

Scorcio di Rocchettine

Scorcio di Rocchettine (foto di Susy Toma)