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Rocchettine a novembre

Uno dei nostri soggetti preferiti, il borgo-castello “perduto” di Rocchettine, in una tipica veste novembrina. Per saperne di più: “I castelli perduti del Lazio… e i loro segreti”.


San Vito Romano-Castello Theodoli

La straordinaria struttura “a spigolo” del Castello Theodoli a San Vito Romano (di origine medievale ma ristrutturato nel Seicento), vista dal basso, ai piedi del cosiddetto “scoglio”. Domina uno dei borghi più spettacolari e meno conosciuti del Lazio, che meriterebbe una seria politica di valorizzazione e promozione.


Il Castello di Torre Astura

Torre Astura (Nettuno)-Veduta 2 RCRLB

Sorto nei pressi dei resti di una villa attribuita a Cicerone e memore di innumerevoli vicende storiche, il quattrocentesco Castello di Torre Astura con il suo ponte rappresenta una delle “cartoline” più celebri del litorale laziale.


Serrone-Rocca Colonna

Serrone-Rocca Colonna, scorcio panoramico 1 RCRLB

Simbolo del paese, la Rocca Colonna domina Serrone, all’estremo nord della Ciociaria. Il fortilizio, di cui rimane poco oltre alla torre, si sviluppa alle pendici del Monte Scalambra e offre un bellissimo panorama sull’Alta Valle del Sacco.


Tarquinia “metafisica”

Tarquinia-Veduta 1 RCRLB

Come in un “paesaggio metafisico” di De Chirico, la medievale Tarquinia si staglia con le sue nude e nette architetture in una campagna estiva altrettanto essenziale che fu celebrata dal poeta Cardarelli, mentre sullo sfondo appare il Tirreno. Quest’immagine è dunque un’esemplare sintesi fra paesaggio e richiami storici-pittorici-letterali, secondo “convivenze”, o meglio “simbiosi estetiche”, assai diffuse nella nostra regione e che andrebbero adeguatamente valorizzate e fatte conoscere al grande pubblico turistico tramite parchi culturali e letterari. Per sapere di più della Tarquinia misteriosa si faccia riferimento alla nuova edizione della nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito“.


Labro, vista sulla Valle del Fuscello

Labro-Panorama 3 RCRLB

Labro, vista sulla Valle del Fuscello sotto un cielo drammatico. Siamo sulla Via Romantica della Sabina, che da Labro a Collalto Sabino tocca numerosi castelli e incantevoli borghi, attraversando alcuni fra i più bei paesaggi del Lazio.


Castello Savelli a Moricone

Moricone-Castello Savelli 2 RCRLB

Il Castello Savelli nel borgo di Moricone, che con le case intorno crea una deliziosa piazzetta, alle falde dei Monti Lucretili.


Bartolomeo d’Alviano, un “Capitano di ventura” della Teverina umbro-laziale fra XV e XVI secolo.

Bartolomeo d’Alviano nacque probabilmente a Todi nel 1455 da un’antica famiglia feudale della Teverina Umbra, gli Alviano, che aveva il centro di potere nell’omonima cittadella, ubicata in posizione strategica al confine con l’attuale Lazio (al tempo “Patrimonio di San Pietro in Tuscia”).

Si trattava di un nobile casato di condottieri mercenari ma legato da un fortissimo vincolo di fedeltà con la potente famiglia baronale romana degli Orsini, che allora spadroneggiava nella Tuscia e ampliava i suoi domini in Umbria e in Toscana.

La formazione militare di Bartolomeo avvenne proprio nell’ambito dei conflitti feudali locali e dell’instabilità scatenata dai continui tentativi papali di ristabilire il controllo dei suoi territori, succedutisi dopo la fine della Cattività Avignonese (1377). Bartolomeo si trovò a vivere in pieno questo tragico mondo di conflitti, a causa, da un lato, dell’appartenenza – come già detto – della sua famiglia alla fazione degli Orsini – in lotta perpetua con i Savelli, gli Anguillara e i Colonna – e, dall’altro, per il legame da parte materna alla famiglia guelfa dei Degli Atti, coinvolta in innumerevoli episodi sanguinosi nell’area tuderte contro la famiglia rivale ghibellina dei Chiaravalle. In questi lunghi anni d’Alviano “si fece le ossa” anche al costo di massacri, come quello di Porchiano del Monte (estate del 1498), piccolo borgo nei pressi di Amelia, allorquando egli fece decimare la popolazione e razziare gli armenti.

Veduta del colle di Porchiano del Monte.

Il contesto storico più ampio in cui vanno inserite queste vicende è quello della Prima guerra d’Italia, con la discesa nel 1494 del re di Francia Carlo VIII alla volta della conquista del Regno di Napoli. Tale situazione minò i già precari equilibri italiani che erano stati sanciti dalla Pace di Lodi (1454), creando continui e complessi conflitti locali fra Papato, Comuni, famiglie e invasori francesi. Le scelte dei vari papi che in quegli anni turbolenti si avvicendarono, alternativamente favorevoli alla fazione degli Orsini o a quella dei Colonna, portarono a rapporti ambivalenti da parte degli Alviano con l’esercito francese e a scontri con le stesse truppe pontificie. Un esempio ne fu la brillante difesa fra il 1496 e 1497 da parte di Bartolomeo del Castello di Bracciano, roccaforte degli Orsini e dimora della sua prima moglie Bartolomea: l’assedio era stato ordinato dal papa “nepotista” forse per eccellenza, Alessandro VI, che appoggiava i Colonna e il cui figlio, il celeberrimo Cesare Borgia, fu assai inviso agli Orsini.

Il misterioso fascino notturno del Castello di Bracciano.

Altro trionfo dell’Alviano, di lì a poco, fu la Battaglia della Sanguetta (gennaio 1497), combattuta grosso modo tra Soriano, Bomarzo e Bassano in Teverina, in cui, alla guida delle truppe degli Orsini, egli sbaragliò la cavalleria pontificia capitanata dai Colonna e dai Savelli. Questi episodi guerreschi valsero a Bartolomeo il “salto di qualità” nella sua carriera militare, ossia l’ingaggio, l’anno successivo (settembre 1498), da parte della Repubblica di Venezia, che di colpo lo portò nel cuore degli eventi internazionali.

La fama a Bartolomeo giunse comunque piuttosto tardi, a quarantott’anni, allorquando, al soldo della corona spagnola assieme ad altri cavalieri della famiglia Orsini, fu il grande protagonista della vittoria nella Battaglia del Garigliano del 1503, che permise a Ferdinando il Cattolico di strappare il Sud Italia ai francesi: sotto il comando del Gran Capitano Gonzalo Fernàndez de Còrdoba, egli svelò il suo furioso e rapido quanto innovativo modo di combattere, che – interpretando la rivoluzione militare in atto in Europa – si fondava sulla celerità e sull’imprevedibilità degli attacchi della cavalleria pesante in netto contrasto con la lentezza tipica dell’epoca medievale. Ciò che sconvolse i francesi – che all’epoca si consideravano imbattibili e disprezzavano la “guerra all’italiana”, fatta di attendismo e scaramucce di logoramento, che di fatto cercava di risparmiare scontri troppo cruenti e campali – fu l’ardire di Bartolomeo, il quale in netta inferiorità passò all’alba il Garigliano con la sua compagnia tramite un ponte di barche ed attaccò gli accampamenti nemici facendo una strage e – sopraggiunto immediatamente il contingente spagnolo – costringendo l’esercito di Luigi XII ad un’inaspettata ritirata. Bartolomeo, del resto, si era formato come “capo-fazione” nelle sanguinose guerre locali sulle colline intorno ai Monti Amerini tra la parte guelfa di Todi (i Degli Atti, cui egli apparteneva) e quella ghibellina (i Chiaravalle): si trattava di assalti banditeschi e vendette quasi quotidiane che dovevano intimorire l’avversario, farlo cedere psicologicamente. Era la stessa strategia attuata dai “treni di cannoni” e dai massacri compiuti da Carlo VIII nel 1494 contro i deboli e sparuti contingenti che si ritrovò contro e che gli permise di arrivare rapidamente e senza difficoltà a Napoli.

Nel 1508 arrivava un’altra grande vittoria, stavolta sotto la bandiera veneziana e contro l’esercito imperiale, nella Battaglia di Cadore, grazie alla quale la Serenissima guadagnò il controllo di estesissimi territori nella terraferma. Essa fu però presto seguita, nel 1509, dalla cocente sconfitta nella Battaglia di Agnadello (presso Gera d’Adda) contro i francesi di Luigi XII (nell’ambito della Lega anti-veneziana di Cambrai) che costò all’Alviano addirittura la prigionia a Loches in Francia (durante la quale egli si dedicò alla letteratura), mentre la Serenissima perse gran parte dei possedimenti precedentemente acquisiti nell’entroterra lombardo-veneto: in seguito a quell’episodio piovvero su di lui critiche che mettevano in luce i limiti della sua strategia << impaziente della quiete >>, come la definì Guicciardini, fatta di assalti spesso frettolosi e sconsiderati. Ciò nonostante, dopo la liberazione di Bartolomeo (avvenuta grazie alla nascita di un’alleanza franco-veneziana), la fedeltà indiscutibile e il prestigio internazionale del capitano umbro spinsero la Serenissima a nominarlo nel 1513 comandante supremo del proprio esercito. Seguì però un’ulteriore sconfitta, nella Battaglia de La Motta (o di Vicenza), il 7 ottobre del 1513, contro la poderosa e soverchiante fanteria spagnola e tedesca.

Un particolare del Castello di Alviano, che rivela la cultura classica di Bartolomeo.

L’apice della celebrità fu raggiunto da Bartolomeo d’Alviano a poche settimane dalla morte, con l’epica e spaventosa Battaglia dei Giganti a Marignano (Melegnano, presso Milano), nel settembre del 1515. Essa vide (dopo due giorni di scontri e complessivamente 16.000 morti) il successo dell’armata francese di Francesco I – successore di Luigi XII, cui era venuta in supporto la Repubblica Veneziana capitanata proprio dall’Alviano, contro le truppe della Confederazione Elvetica (intenzionata a creare un’egemonia sul Ducato di Milano): per comprendere la stima di cui godeva al tempo l’Alviano, basti pensare che il re di Francia non si sentì tranquillo finché non ebbe la certezza di averlo a suo fianco. Il Trattato di pace di Friburgo, che seguì nel 1516, oltre a sancire il controllo francese della Lombardia, portò alla fine dei sogni espansionistici della Svizzera e all’inizio della sua proverbiale neutralità.

L’aspetto tozzo e grezzo e il carattere irascibile di Bartolomeo, che mal si addicevano all’immagine ideale del gentiluomo rinascimentale come a quella del condottiero, erano invece in accordo con uno stile di battaglia fatto di attacchi veloci e furibondi, che anticipò l'”arte della guerra” moderna (Giovanni dalle Bande Nere lo considerava il suo idolo) ma che non risultò sempre foriero di successi. Se egli infatti fu ed è tuttora considerato un precursore dagli studiosi di “scienza militare”, il suo stile venne assai criticato dai suoi contemporanei, in particolare da Guicciardini e Machiavelli, i quali ne sottolinearono rispettivamente il fatto di essere troppo istintivo sui campi di battaglia e quello di mantenere sempre la stessa strategia aggressiva senza adeguarsi alle diverse situazioni. Guicciardini scrisse che l’Alviano era stato un capitano di << di grande ardire ed esecutore con somma celerità delle cose deliberate, ma che molte volte, o per sua mala fortuna o, come molti dicevano, per essere di consiglio precipitoso, fu superato dagli inimici: anzi, forse, dove fu principale degli eserciti non ottenne mai vittoria alcuna >>.

E’ tuttavia possibile che gli autorevoli pareri dei due scrittori toscani fossero ispirati dall’antipatia che aleggiava a Firenze verso un personaggio così influente nella Repubblica di Venezia, con cui non sussistevano buoni rapporti. In realtà Bartolomeo seppe guadagnarsi la stima delle famiglie baronali e degli Stati per cui combatté in virtù della sua onestà e lealtà, peculiarità che lo distaccavano dalla tipica figura infìda del “capitano di ventura” e che già in vita gli permisero di essere celebrato alla stregua di Orlando dai cantori e dai cronisti veneti dell’epoca: nei componimenti poetici in ottava rima egli appare non soltanto come << el valoroso guerrier Dalviano >>, paragonato ad << un altro Hector troiano >> o agli << Scipioni >>, ma anche con il nome “latinizzato” di Bartholameo Livian, in omaggio a Marco Livio Salinatore, generale romano d’epoca repubblicana dall’indole simile alla sua, irruento ma fedele alla Patria. Omaggi che resero assai orgoglioso l’Alviano, uomo di letture classiche e che a Venezia si circondava di umanisti. Egli si ispirava dichiaratamente alle gesta di Giulio Cesare, di cui si sentiva quasi una “reincarnazione”, fino al delirio di onnipotenza che, alle luce delle sue vittorie, lo fece salire sul campanile di San Marco gridando: << io sono el più grande homo dil mondo >>!

In effetti la Serenissima – alla quale Bartolomeo fu sempre devoto, in primis per via della celeberrima precisione di tale ricchissimo Stato nei pagamenti delle prestazioni militari – lo seppe ringraziare dei suoi servigi, onorandolo di numerosi premi, fra cui la creazione a “patrizio” e l’ascrizione tra i membri del Maggiore Consiglio nonché la donazione del feudo di Pordenone: nella città sul Noncello, da ottimo mecenate, fondò l’Accademia Liviana, frequentata da illustri intellettuali e scrittori come Pietro Bembo, e “rampa di lancio” per artisti del calibro di Giovanni Antonio De Sacchis, detto “il Pordenone”, considerato il maggior pittore friulano del Rinascimento. Occorre a tal proposito sottolineare che fra le qualità per cui Bartolomeo seppe farsi apprezzare a Venezia (e non solo), oltre a quelle relative prettamente “al mestiere delle armi” (non si deve fra l’altro dimenticare la sua attenzione, maturata nel tempo, verso la disciplina militare, che vietava ai suoi soldati saccheggi ed inutili violenze verso le popolazioni sconfitte), vanno annoverate la sua cultura umanistica (che avrebbe ispirato, anni dopo il suo decesso, la costruzione della Biblioteca Marciana) e la sua sapienza architettonica. Quest’ultima si palesò nella realizzazione di un valido sistema di fortificazioni nell’entroterra veneziano nonché nella ristrutturazione del suo vecchio castello di famiglia ad Alviano, trasformato in un palazzo-fortezza: tali opere rivelano la sua capacità di comprendere le profonde trasformazioni introdotte proprio durante le guerre di predominio in Italia – ove oramai la faceva da padrone l’uso dell’artiglieria pesante.

Il d’Alviano fu abile anche nelle personali scelte matrimoniali, perfettamente in linea con le sue appartenenze politiche. Dopo la dipartita della prima moglie, Bartolomea Orsini, egli celebrò nella stessa Alviano – e previo permesso dei soliti Orsini – le nozze con Pantasilea Baglioni (20 gennaio 1498), sorella di un altro condottiero, ossia Giampaolo, rampollo del potente casato guelfo perugino. In pratica i suoi alleati coincisero sempre con i suoi parenti. Bartolomeo fu peraltro zio del giovane Pierfrancesco II Orsini, meglio conosciuto come il “Vicino”, ideatore del famoso “Sacro Bosco” di Bomarzo, il quale da “capitano di ventura” si trasformò – dopo la terribile esperienza militare e soprattutto in seguito alla morte della moglie Giulia Farnese – in sognatore e dotto mecenate. Personaggi straordinari – a quali poco più tardi si aggiungerà il meno noto Pirro Baglioni da Sipicciano – che segnarono in modi diversi la storia o addirittura il paesaggio di questa porzione così affascinante della Valle del Tevere.

Bartolomeo morì improvvisamente durante l’assedio di Brescia, il 7 ottobre del 1515, per una malattia, e gli furono riservate esequie solenni a Venezia. Il suo nome rimase impresso nella storia e fu celebrato dalla cultura patriottica e retorica nell’Ottocento (Carlo Pisacane) e poi in epoca fascista (Piero Pieri), quale eroe difensore dell’Italia dalle invasioni straniere.

Oggi, guardandolo nell’ottica del nostro interesse per il territorio locale, rimane il ricordo di una figura quasi mitica che aleggia con le sue gesta nel suggestivo paesaggio della Teverina umbro-laziale, ricco di palazzi gentilizi, castelli, torri ed epiche rovine medievali e rinascimentali e dominato dall’omnipresente visione dei calanchi che circondano la solenne Rocca di Alviano.


LB


Nota: si consiglia la lettura della raccolta di saggi “Impaziente della quiete. Bartolomeo d’Alviano, un condottiero nell’Italia del Rinascimento”, a cura di Erminia Irace ed edito da Il Mulino.


Scorcio crepuscolare a Tarquinia

Uno scorcio al crepuscolo di autentico sapore “medievale” a Tarquinia, nei pressi della Chiesa di San Pancrazio, dominato da una delle tante torri della città.

Scorcio di Montecalvello

Il borgo di Montecalvello si nasconde in una piccola valle formata da un affluente del Tevere e compare discreto e sornione, e ancora cinto da mura, a chi percorra la strada da o verso Grotte di Santo Stefano. Quasi completamente fermo al Cinque-Seicento, questo minuscolo borgo è uno dei più suggestivi della splendida Teverina Viterbese.


Ai piedi delle mura di Vitorchiano

Le affascinanti ed intatte mura di Vitorchiano, bellissimo borgo alle porte di Viterbo, immerso in una natura lussureggiante.


Proceno-Castello Cecchini

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Il bel Castello Cecchini a Proceno, nell’Alta Tuscia, su cui aleggiano storie di presenze spettrali…


Torre dei Piscoli-Veduta

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La solitaria e romantica Torre della Mola dei Piscoli (o de’ Piscopi) emerge dal bel paesaggio agreste dell’Alta Valle del Sacco, a pochi chilometri da Paliano.


Castello di San Vittorino Romano

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Uno scorcio del pittoresco castello di San Vittorino Romano: risalente al X secolo e costruito in blocchi di tufo, sorveglia un malandato borgo da troppo tempo in attesa di un giusto recupero. Siamo nell’estrema propaggine orientale del Comune di Roma, il cui centro dista una trentina di chilometri. Malgrado la vicinanza ad una delle aree più degradate della Capitale – la periferia est -, qui a San Vittorino si ormai in piena campagna, quasi isolati, in un paesaggio rurale che si sviluppa improvviso ed inaspettato appena oltrepassata la borgata di Giardini di Corcolle, procedendo sulla via di Poli. Davvero una chicca non soltanto storica ma anche ambientale e sociologica di Roma, che conferma la complessità e le contraddizioni della realtà romana, i suoi vizi e le sue virtù. San Vittorino fra l’altro è la “porta” del cuore del cosiddetto “Agro Romano Antico”, secondo una bella definizione di Italia Nostra, ed è nota agli escursionisti per la magnifica forra del Fosso di Ponte Terra, che si apre ai bordi del paese, caratterizzata da cascate e una vegetazione addirittura selvaggia.


Mura medievali di Vico nel Lazio

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Uno scorcio delle magnifiche mura medievali che cingono lo splendido borgo di Vico nel Lazio, in Provincia di Frosinone. Ci troviamo nell’Alta Ciociaria, ai piedi dei Monti Ernici: il contrasto fra queste antiche architetture e il paesaggio montano, dalle alte cime e ricco di foreste, crea una situazione assai suggestiva.


Rocca Guglielma ad Esperia

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L’epico ed arcigno paesaggio che circonda le rovine della Rocca di Esperia, sul versante ciociaro del Parco Regionale dei Monti Aurunci. Fu probabilmente edificata nel XII secolo per volere del normanno Guglielmo di Blosseville, Duca di Gaeta, in una zona per molti secoli storicamente campana, solo di recente inserita nell’ambito amministrativo di Frosinone. Per saperne di più: “I castelli perduti del Lazio… e i loro segreti”


Bracciano, Castello Orsini-Odescalchi

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Uno dei gioielli architettonici del Lazio, il Castello Orsini-Odescalchi a Bracciano, affacciato sull’omonimo lago e visibile sin da lontano con la sua mole imponente. A metà fra una dimora fortificata ed un palazzo signorile, questo monumento fu edificato nel XV secolo per volere degli Orsini (ristrutturando un preesistente maniero) su iniziale progetto dell’architetto senese Francesco Di Giorgio Martini; in seguito vi lavorarono a più riprese grandi artisti, come ad esempio Antoniazzo Romano e i Fratelli Zuccari per quanto riguarda le decorazioni pittoriche. L’elegante castello, considerato fra i più belli al mondo, racconta non solo l’epopea del Rinascimento nel Lazio ma anche delle leggende e degli intrighi dell’aristocrazia romana. Per saperne di più. “Lazio. I luoghi del Mistero e dell’insolito”


Veduta del Castello dei Conti d’Aquino e di Roccasecca Vecchia

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Una suggestiva veduta del Castello dei Conti d’Aquino e di Roccasecca Vecchia dalla strada per Colle San Magno. Qui siamo davvero in uno dei “paesaggi segreti” del Lazio, ancora pressoché sconosciuto “al grande pubblico” malgrado la vicinanza con l’A1. Situati nei pressi dell’antico confine fra Stato della Chiesa e Regno di Napoli, questi affascinanti ruderi dominano la bassa Valle del Melfa e quella del Liri e sono legati alla figura di San Tommaso d’Aquino che qui, secondo una leggenda, ebbe i natali. Per approfondimenti: “I Castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.


Rocca Guidonesca di Rocchettine

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L’imponente Rocca Guidonesca spicca fra le rovine del villaggio di Rocchettine e sorveglia – assieme al sottostante borgo di Rocchette – il corso del Torrente Aia, affluente del Tevere. Siamo in un angolo solitario e segreto della Sabina Tiberina ove eremi, castelli e paesi arroccati si susseguono dando al paesaggio un aspetto romantico.


Architetture fortificate dell’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata

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Le spettacolari architetture fortificate che inglobano l’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata e che la fanno assomigliare più ad una fortezza che a un luogo di culto. Siamo sui Castelli Romani, in una zona di grande fascino storico-paesaggistico: a poca distanza sono le suggestive rovine di Tusculum.