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Paesaggio presso Torri in Sabina

Mti Sabini-Panorama presso Torri in Sabina RCRLB

Il bellissimo ed armonioso paesaggio della Sabina Tiberina nei pressi di Torri. Sullo sfondo lo splendido borgo di Casperia. Il verde rigoglioso della vegetazione rende la zona particolarmente accogliente (e fotogenica) anche in un’estate particolarmente calda e siccitosa come questa.


Veduta di Roccantica

Roccantica-Veduta 4 RCRLB

Una veduta dal basso di Roccantica, splendido borgo medievale nel cuore della Sabina Tiberina. Il villaggio, dominato dai ruderi di un castello, si staglia in modo spettacolare fra i boschi di lecci e querce incutendo al visitatore un senso di ammirazione e rispetto. L’ambiente circostante racchiude due tesori, uno storico e l’altro naturalistico: rispettivamente l’Eremo di San Leonardo e la gigantesca dolina nota come il “Revotano”, del diametro di circa 250 metri, cui sono legate leggende popolari (per saperne di più si consiglia la nostra guida “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”).


Paesaggio-giardino nella Valle del Farfa

Valle del Farfa-Paesaggio presso Castel S. Pietro 1 RCRLB.JPG

Mai come in questo periodo, quando la primavera esplode in mille colori, la Valle del Farfa offre un esempio eloquente di “paesaggio-giardino”. Siliquastri e ciliegi competono nel chiazzare rispettivamente di fucsia e bianco le colline, mentre i campi iniziano a punteggiarsi di fioriture spontanee: uno spettacolo da non perdere. 


Colline sabine presso Poggio Mirteto

Poggio Mirteto-Paesaggio in loc. Misericordia 1 RCRLB

Le dolci e variopinte colline della Sabina Tiberina dalla strada che sale dallo scalo di Poggio Mirteto all’omonimo paese. La primavera è ormai esplosa nelle valli sabine, punteggiate da borghi, ville e casali.


Rocca Guidonesca di Rocchettine

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L’imponente Rocca Guidonesca spicca fra le rovine del villaggio di Rocchettine e sorveglia – assieme al sottostante borgo di Rocchette – il corso del Torrente Aia, affluente del Tevere. Siamo in un angolo solitario e segreto della Sabina Tiberina ove eremi, castelli e paesi arroccati si susseguono dando al paesaggio un aspetto romantico.


Campagna ai piedi di Monteleone Sabino in autunno

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In autunno inoltrato le colline della Sabina interna si rivestono di mille sfumature grazie alla straordinaria varietà vegetazionale della zona: aceri, tigli, pioppi, noci, ciliegi, ornielli, querce, castagni e altre piante si sommano alle essenze sempreverdi come il leccio e l’olivo componendo una meravigliosa armonia di colori. Qui siamo nella splendida campagna ai piedi di Monteleone Sabino, luogo di importanti ritrovamenti archeologici.


Eremo di San Cataldo presso Cottanello

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Il suggestivo Eremo di San Cataldo presso Cottanello, ricavato nel X secolo dai monaci benedettini in una parete rocciosa dei Monti Sabini. Nelle sue vicinanze si apre un magnifico panorama sulla Sabina Tiberina.


Tramonto da Fara Sabina su Monte Acuziano

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La luce del tramonto indora le rovine dell’Abbazia di San Martino sul Monte Acuziano, viste da Fara Sabina; sullo sfondo il mistico Monte Soratte. La zona è colma di tesori archeologici ed artistici (basti pensare all’Abbazia di Farfa) ma anche di luoghi curiosi: per saperne di più cfr. “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”.

 


Lago del Turano da Colle di Tora

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Uno scorcio del Lago del Turano con lo sfondo di Castel di Tora. Ottenuto da uno sbarramento a fini idroelettrici del Fiume Turano negli anni ’30, oggi il lago costituisce uno dei “paesaggi fantastici” del Lazio, grazie alla commistione fra i borghi e i ruderi medievali – come il “paese fantasma” di Antuni – e una natura rigogliosa e pressoché intatta, in parte protetta dalla Riserva Naturale dei Monti Cervia-Navegna. Inoltre rappresenta al meglio la possibilità di coniugare lo sviluppo industriale con quello turistico, la produzione di energia rinnovabile, con la tutela-valorizzazione del paesaggio. 


La Rocca Guidonesca di Rocchettine: un “castello fantasma” a guardia della Valle del Leia

Le tranquille strade della Sabina Tiberina offrono un ininterrotto susseguirsi di scorci “medievali”, che in alcuni punti rendono il paesaggio simile ad un grande affresco dell’Età di Mezzo. Ma c’è un luogo speciale che porta questa sensazione al culmine. Guidando nei pressi di Torri in Sabina, Vacone o Montebuono – a seconda di dove si provenga – si è attratti da cartelli stradali che riportano un nome insolito e simpatico: “Rocchette”. Seguite le indicazioni, ci si inoltra presto in una zona isolata e dall’aspetto selvaggio, giungendo dunque ai piedi di un grazioso paesino che a prima vista parrebbe completamente disabitato: attorno solo boschi, campi, uliveti ed un silenzio quasi totale, se non fosse per l’ammaliante suono delle limpide acque del Torrente Leia.

Rocchette-Fontanile RCRLB

Antico lavatoio a Rocchette

Di fronte a noi si innalza un colle boscoso su cui si adagiano i resti imponenti di un antico maniero. E’ il borgo-castello di Rocchettine, paese “fratello” di Rocchette, che però – a differenza di quest’ultimo – non risulta da molto tempo ormai nemmeno più riportato sulle cartine stradali. Non solo: se ne ricava poco anche ricercando fra libri e documenti, tant’è che le fonti a proposito sono oltremodo scarse (per saperne di più si faccia riferimento alla nostra guida “I castelli perduti del Lazio… e i loro segreti”). Si può comunque affermare che l’abitato nelle sue forme attuali risalga al XIII secolo, mentre l’antropizzazione del sito sia collocabile nell’Alto Medioevo, epoca di profonda trasformazione per la Sabina, a causa del fenomeno dell’”incastellamento”.

Veduta di Rocchettine RCRLB

L’incastellamento di Rocchettine

Fu in quel tempo lontano che, approfittando di un territorio tanto ricco di alture acclivi e corsi d’acqua (e cioè grazie alla difendibilità dei luoghi e alla fertilità del suolo), nacquero i numerosi villaggi fortificati che tuttora conformano il paesaggio sabino. Rocchettine sorse contemporaneamente a Rocchette, ed assieme costituirono a lungo un importante complesso difensivo su una delle vie che univano i Monti Sabini alla Valle del Tevere, una sorta di alternativa alla Salaria per andare da Rieti a Roma e viceversa. Sappiamo che nel Basso Medioevo Rocchettine era chiamata “Rocca Guidonesca” e la sua dirimpettaia “Rocca Bertalda”.

Rocchettine-Rocca Guidonesca RCRLB

Veduta generale della Rocca Guidonesca

Oggi il divario fra i due borghi è eclatante: da una parte Rocchette sta vivendo una sorta di rinascita con il restauro di buona parte del centro storico. Dall’altra parte, l’intera Rocchettine sta subendo un progressivo degrado dovuto alla mancanza di iniziative volte ad un suo recupero. Se il castello è facilmente visitabile, essendo completamente aperto, le abitazioni sono purtroppo invase dalla vegetazione e soggette a crolli e di conseguenza costituiscono un pericolo per i visitatori.

Rocchettine-Vicolo RCRLB

Casa in rovina a Rocchettine

Ad ogni modo l’effetto scenografico della Rocca Guidonesca è davvero notevole. Si consiglia di raggiungerla a piedi da Rocchette, passando accanto ai resti di un mulino e quindi risalendo il poggio fino alla base della fortezza, che si staglia maestosa di fronte a noi, ergendosi in maniera quasi naturale dalla bianca roccia sottostante.

Rocchettine-Rocca Guidonesca 1b RCRLB

Veduta laterale

A Rocchettine la “voce del passato” è molto forte. Nell’estrema solitudine del luogo sembra di essere tornati indietro non tanto al Medioevo, ovviamente, date le condizioni del castello e del borgo, ma almeno ad un secolo fa. Una situazione non rara nella Sabina, ma qui accentuata dalla quasi totale mancanza di elementi che ricordino la modernità.

Arco della porta del borgo 1 RCRLB

Arco d’accesso al borgo-castello

Rocchettine-Porta del castello RCRLB

Porta del castello

Cortile antistante alla porta del castello RCRLB

Piazzetta antistante alla porta del castello

Pure il silenzio sicuramente gioca un ruolo fondamentale a creare questa atmosfera sospesa, e non ci vuole molta fantasia per immaginare come si potesse svolgere a Rocchette e Rocchettine la vita rurale di un tempo.

Veduta di Rocchette 2 RCRLB

Veduta di Rocchette

Girovagando fra le rovine del “paese fantasma”, affacciandosi dai “fori” più o meno ampi che offendono i muraglioni o dalle mura a volte sbriciolate, si rimane affascinati dalle suggestive vedute sul borgo di Rocchette e sull’amena campagna d’intorno: un “paesaggio romantico” perfettamente conservato, insomma, formato dal felice connubio fra natura e testimonianze del passato.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati: tutto l’anno è adatto alla visita ma forse ad aprile-maggio Rocchettine regala le situazioni più belle dal punto di vista ambientale.


Campagna novembrina ai piedi di Monteleone Sabino

Mti Sabini-Campagna ai piedi di Monteleone Sabino

La splendida campagna ai piedi di Monteleone Sabino. In questo periodo le colline e le vallate della Sabina esplodono con mille sfumature di colore che rendono il paesaggio magnifico. Casali in pietra si ornano non solo dei consueti pini e cipressi, ma anche dei colori struggenti degli alberi di cachi, dei melograni, dei noci, e dei ciliegi.


Casperia, la regina della Sabina Tiberina

Risalendo per la prima volta i colli sabini in direzione di Casperia, sia che si provenga da Passo Corese o dall’uscita autostradale Ponzano-Soratte, si può avere una sensazione di stupore nel constatare quanto piacevole sia lo scenario che corre ai lati dei finestrini, fra uliveti, pascoli, campi coltivati, casali, fattorie e agriturismi. Sembra di scoprire una sorta di “piccola Umbria” a due passi, che per negligenza o perché non si è soliti girovagare in zone defilate, non ci si era mai ritagliati il tempo di ammirare.

Ponte Sfondato, paesaggio

Campagna sabina a Ponte Sfondato

Magari ci si limita a visitare la meravigliosa Abbazia di Farfa col suo caratteristico borgo, ancor più a portata di mano dalla Capitale e senz’altro più conosciuta, ma difficilmente si procede oltre, verso nord, là dove si distende invece il grosso della cosiddetta Sabina Tiberina. 

Mti Sabini-Panorama presso Torri in Sabina RCRLB

Lo splendido scenario rurale che introduce a Casperia

Tuttavia chi lo fa ne rimane soddisfatto, soprattutto se, giungendo fin sotto al colle di Casperia, con le sue fitte case, gli ulivi e i tanti cipressi, decide di concedersi una passeggiata in questo paesino arroccato come un presepe. Mentre per chi si era informato prima esso conferma senz’altro le aspettative, agli occhi di chi non ne aveva mai sentito parlare prima rappresenta una gradevolissima sorpresa. L’aspetto rustico e assieme ordinato e curato del borgo fa capire subito che ci si trova in un posto speciale, amato dai residenti ed accogliente per chi viene a visitarlo.

Casperia-Veduta 2 RCRLB

Veduta di Casperia

Casperia non possiede monumenti di particolare statura o fama, tuttavia offre continuamente scorci di raro pregio ambientale. Da non perdere Via Massari, una delle strade più caratteristiche di Casperia, dove fa bella mostra di sé il Palazzo Forani, inconfondibile per i due orsi scolpiti ai due lati del portale che rivelano l’appartenenza un tempo al nobile casato degli Orsini; poco fuori delle mura, invece, merita una menzione l’elegante Chiesa dell’Annunziata, che custodisce un’Annunciazione del Sassoferrato.

Casperia-Chiesa dell'Annunziata RCRLB

Chiesa dell’Annunziata

Scorcio di Via Massari

Lo sbocco di Via Massari

Via Massari

Archetto in Via Massari

Palazzo Forani

Palazzo Forani su Via Massari

Le case ed i vicoli ornati da vasi di fiori e da rampicanti – che spesso rivelano il buon gusto dei proprietari – si susseguono in modo labirintico, apparentemente casuale, ma a ben vedere risultano strutturati “a spirale” (o “bulbo di cipolla”). In uno studio degli anni ’60 sui paesi del Lazio si rivelava come quasi ognuno di essi presenti una forma geometrica ben precisa o comunque una struttura-tipo (borghi a piramide, a cascata, di sprone, a spina di pesce, a spirale appunto, ecc…) e quella di Casperia segue una pittoresca strada selciata che risale l’abitato fino al grande leccio secolare che segna il suo skyline sin da lontano assieme al campanile romanico della Chiesa di San Giovanni Battista (all’interno è un gigantesco presepe che riproduce l’intero borgo, ad opera di Giannicola Mariani).

Una delle porte del borgo

Una delle porte del borgo

La serpentina di Via Garibaldi

La serpentina di Via Garibaldi

Scalinata con gatta

Scalinata con gatta

Tale urbanistica deriva probabilmente dallo sviluppo successivo all’incastellamento alto-medievale (forse longobardo), che cercò di adattarsi alla morfologia naturale del colle, a 397 m s. l. m., rafforzando le proprie difese. Nel 1189 Aspra si costituì in libero Comune, restando poi sotto l’influenza della Santa Sede: nel 1461 riuscì a resistere addirittura all’assedio di Federico da Montefeltro. Le origini del primo nucleo sono però sabino-romane come testimoniano i resti di ville rustiche disseminati nel territorio e diverse fonti letterarie. Non a caso il paese cambiò il nome nel 1946, sulla scia di una “moda” che si era imposta ai tempi del Fascismo, per cui si recuperavano toponimi d’epoca classica con l’intento di nobilitare le origini di città e paesi: “Casperia” infatti era il nome di un’antica città sabina citata da Virgilio nel Libro VII dell’Eneide.

Chiesa di S. Giovanni Battista, campanile

Chiesa di S. Giovanni Battista, campanile

Potremmo dire che Casperia, malgrado i suoi appena 1200 abitanti circa, stia diventando un po’ la “regina” della Sabina Tiberina, in quanto è il paese che più è riuscito a svilupparsi a livello turistico oltre al “mordi e fuggi” delle scampagnate domenicali dei Romani: lo testimonia il fatto che per le sue stradine non è raro sentir parlare persone anglofone (e non) le quali hanno creato una vera e propria piccola comunità.

Alcuni particolari nel borgo

Alcuni particolari nel borgo

Casperia-Particolare di un vecchio portone RCRLB

Fiore su una casa

Casperia-Finestra rossa RCRLB

Casperia-Finestrella RCRLB

Casperia-Via dei Massari, scultura di cavallo RCRLB

Casperia-Crocifissione in ceramica RCRLB

Casperia-Vicolo della Scalata, targa RCRLB

Casperia-Targa storica del 1793 RCRLB

Quest’atmosfera inaspettatamente internazionale e sempre più bohemienne contrasta con l’immaginario collettivo che vorrebbe il borgo di provincia come tipico microcosmo chiuso in se stesso. In realtà questi sono i segni di un profondo cambiamento non solo del modo di fare vacanza ma anche della società contemporanea in sé. Molti stranieri, per lo più di elevato livello culturale, preferiscono ad esempio visitare Roma o Firenze soggiornando non in città ma nelle campagne circostanti, per godere del genius loci del territorio che circonda questi grandi patrimoni storico-artistici. Sanno bene che ormai le grandi città d’arte sono diventate dei “divertimentifici” (pensiamo al caso-limite di Venezia) ove la cultura locale, quella genuina ed autentica, sta scomparendo del tutto; si ammirano l’arte, i monumenti, l’architettura certo, ma la gente del posto ha in gran parte perso usanze e tradizioni, per non dire di ristoranti e trattorie dove ormai trovare un italiano a cucinare è un’impresa. A Casperia, viceversa, gli “stringozzi” (una pasta tipica dell’Alto Lazio e dell’Umbria) sono tuttora appannaggio delle massaie del posto.

Scorcio nel borgo

Scorcio nel borgo

Vicolo

Vicolo

Insomma, destinazioni come Casperia, benedette dalla propria posizione strategica, costituiscono il modo per coniugare la fruibilità della vicina e facilmente raggiungibile “città eterna” con il godimento di un paesaggio agrario e naturale splendido e tuttora sconosciuto, di bontà eno-gastronomiche genuine, di un’ospitalità sana che esprime davvero lo spirito delle genti di quella che per gli stranieri è la leggendaria “Campagna di Roma”. Inoltre Casperia, per la vicinanza all’A1 e la presenza della Via Ternana, offre la possibilità di facili gite nella Tuscia e nella Bassa Umbria oltre che ovviamente nel resto della Sabina e del Reatino: con un approccio “bio-regionale” si possono così creare itinerari trasversali fra Lazio ed Umbria lungo l’asse della Valle del Tevere, conoscendo una vasta area dai caratteri omogenei pur nelle preziose diversità locali.

Palazzo Forani

Palazzo Forani

Case in pietra

Tipiche case in pietra

Ma il successo di Casperia è tutto nella felice collocazione geografica? Non solo: una campagna ancora in buono stato (e meritevole di una maggiore valorizzazione tramite sentieri segnati) ed un centro storico intatto, non rovinato da pesanti manomissioni moderne, sono il quid in più, quella bellezza incontaminata che ormai da una decina d’anni affascina soprattutto i visitatori anglosassoni, richiamati da un pugno di iniziali “scopritori” di questo tesoro che giaceva perduto fra le verdi e infinite distese di lecci e querce dei Monti Sabini. Altri borghi della zona possiedono caratteristiche simili, è ovvio, ma in Casperia esse assumono linee più decise e convincenti tanto da farne una sorta di “manuale” del borgo sabino.

Panorami

Panorami sui verdissimi Monti Sabini

Casperia-Panorama 5 RCRLB

Il paesaggio dolce e montuoso allo stesso tempo, i pini e i cipressi, le pievi medievali (Madonna della neve, Montefiolo, Santa Maria di Legarano, ecc…) e le rovine romane sparse nelle campagne, i bei casali oggi in via di recupero, le abitazioni in pietra e cotto del borgo hanno saputo far breccia nei cuori dei viaggiatori romantici del XXI secolo, che sulla scia del mito del “Grand Tour” in Italia cercano disperatamente di ritrovare nel nostro Paese quei “quadri” che ammiravano sui libri, nelle stampe o nei dipinti dei musei.

Le dolci colline di Casperia

Le dolci colline di Casperia

E allora, come non commuoversi di fronte a un tramonto fiammeggiante e multicolore dalle terrazze di Casperia, osservando i profili via via più morbidi delle colline che scendono verso il Tevere, che scorre placidamente a valle in una piana magnifica con le sue anse e i suoi campi coltivati, il tutto coronato dallo sfondo mistico del Soratte, monte sacro ai Falisci immortalato dai versi di Orazio? Letteratura, memorie artistiche, poesia visiva si fondono così in un unicum di raffinato valore culturale e di altissimo impatto emotivo per il visitatore di dotti studi.

Convento di Montefiolo

Convento di Montefiolo

Chiesa della Madonna della neve

Chiesa della Madonna della neve

Ma quali sono i periodi più indicati per andare a Casperia? In teoria ogni momento è adatto, ma forse sono l’autunno inoltrato, la primavera e l’inizio dell’estate le stagioni che regalano più emozioni. Se a fine ottobre inizia la raccolta delle olive e si può quindi osservare da vicino l’antica e radicata tradizione dell’olivicoltura sabina, novembre dal canto suo regala gli odori intensi dei roghi delle potature e i colori struggenti del foliage; ad aprile e maggio sono le esplosioni della ginestra e del siliquastro a chiazzare d’incanto la campagna mentre nel borgo glicini, rose e gerani colorano le grigie pietre calcaree; a giugno poi i campi si punteggiano di margherite, di papaveri e di altre fioriture spontanee. Luglio infine con il grano dorato, i girasole, il canto delle cicale e le serate tiepide incanta i sensi e lo spirito.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati: primavera, autunno, inizio estate.

Dove dormire: B&B La Torretta, Casa-vacanze Le pietre di Aspra


Veduta di Montenero Sabino

Montenero Sabino-Veduta

Veduta del borgo di Montenero Sabino, con in primo piano il Castello Orsini, recentemente restaurato. Il piccolo centro di sprone, sperduto nella Sabina interna, è noto agli studiosi di urbanistica medievale per al sua struttura “a poteri contrapposti”, in quanto, appunto, in un estremo dell’abitato sorge la chiesa mentre nell’estremità opposta il fortilizio, simboli rispettivamente del potere clericale e di quello laico.


Piazzetta nel borgo di Roccantica

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Una piazzetta nel delizioso borgo medievale di Roccantica, fra i meglio conservati della Sabina e del Lazio: case in pietra calcarea, scalette e selciati formano un quadro d’altri tempi. Il paese è noto ai geologi per la presenza, nelle sue immediate vicinanze, della gigantesca voragine carsica del Revòtano (per approfondire l’argomento: “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”).


La Sabina Tiberina: ritorno all’Arcadia

Il verde intenso delle leccete e i monti dalle sagome arrotondate, i colori dei campi coltivati, i vigneti, gli uliveti che rivestono i poggi, i borghi arroccati: la “Sabina Tiberina”, quell’area dell’Alto Lazio sabino rivolta alla Valle del Tevere, offre un paesaggio collinare di rara bellezza, fra i più suggestivi e caratteristici del Centro Italia, a poche decine di chilometri dalle meraviglie di Roma.

Ponte Sfondato, paesaggio

Cuore della ben più ampia sub-regione storica sabina, il versante tiberino dei Monti Sabini, con le sue vaste propaggini collinari, ha mantenuto elementi paesaggistici e culturali del tutto propri. Vera peculiarità di tutta Sabina è comunque la coltivazione dell’olivo, che caratterizza fortemente il paesaggio e che ha conservato la tradizionale importanza nell’economia locale, con la produzione di olio extravergine di oliva di altissima qualità e da tempo riconosciuto dal marchio dop: ne è simbolo il famoso “Ulivone di Canneto”, nella campagna di Fara in Sabina, albero ultra-millenario fra i più vetusti in Europa.

Mti Sabini-Valle del Farfa, paesaggio

Altri emblemi della Sabina Tiberina sono senza dubbio il Monte Soratte e, ovviamente, il Tevere. Il Soratte, decantato già da Orazio e descritto da numerosi pittori e letterati del Sette-Ottocento, fa da sfondo onnipresente e rassicurante, mentre il “Biondo Fiume” dimostra la sua magnificenza nelle anse da brivido (celebre il “fiasco”) e negli stupendi ambienti ripariali che attualmente si sta cercando di rivalutare con l’organizzazione di gite in canoa e a cavallo.

Nazzano-Riserva Tevere-Farfa 2b RCRLB

Il Fiasco presso Ponzano Romano

Uno dei migliori belvedere sulla Valle del Tevere è Stimigliano, la “porta” della Sabina per chi proviene dal casello autostradale Ponzano-Soratte; vedute ancor più interessanti si hanno però dall’altra parte della piana tiberina, ossia dai paesi di Ponzano Romano e Filacciano, adagiati sulle bellissime colline che fanno da cerniera fra la Sabina e l’Agro Falisco-Vejentano (e che si allungano a sud fino a Nazzano e Torrita Tiberina); ai loro piedi vigila sul Tevere l’antica Abbazia di Sant’Andrea in Flumine.

Stimigliano-Torre con orologio

Fiume Tevere ai piedi di Stimigliano

Stimigliano-Panorama sulla Valle del Tevere

Irrinunciabile è la salita alla cima del Soratte, da cui si ha una panoramica completa dei Monti Sabini. Si tratta di montagne molto ricche dal punto di vista geologico, ambientale e vegetazionale: numerosi i fenomeni carsici, fra cui spicca l’enorme voragine del Revotano, che si apre a poca distanza dal grazioso paese di Roccantica, mentre boschi di querce, lecci e faggi rivestono a quote diverse i rilievi talvolta lasciando spazio a verdi altopiani.

Mti Sabini-Mte Pizzuto, panorama

Valle Gemini, bosco

Più a sud, in una zona di transizione fra Monti Sabini e Lucretili, alle spalle di Poggio Mirteto, si allarga l’ampia e frastagliata Valle del Farfa, il cui fulcro è da secoli la celebre Abbazia di Farfa, uno dei simboli del monachesimo europeo e baluardo della civiltà cristiana, nonché potente avamposto della Chiesa in Età Feudale: il complesso, di antichissima e leggendaria origine, esistente già all’epoca di Carlo Magno, custodisce opere letterarie ed artistiche di inestimabile valore (per saperne di più: “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito“).

Abbazia di Farfa-Veduta

Roccabaldesca-Veduta

Valle del Farfa-Campagna con casale presso Mompeo

Notevole, del resto, il patrimonio storico, artistico e religioso della Sabina Tiberina, che cela aree archeologiche sabino-romane (Eretum, Cures, Forum Novum, ecc.), castelli, borghi fantasma, eremi (su tutti San Michele e San Leonardo entrambi presso Roccantica, San Cataldo a Cottanello e Sant’Orsola a Vacone), conventi e abbazie (oltre a Farfa, la venerata Cattedrale di Santa Maria in Vescovio a Torri in Sabina), e tanti piccoli centri storici, forse poveri in quanto a monumenti ma ben integrati nel paesaggio agrario circostante.

Torri in Sabina-Veduta

Fianello-Veduta

Roccantica-Veduta

Casperia-Veduta

Assai piacevole è visitare questi borghi, quasi sempre ben tenuti, per assaporare un’atmosfera d’altri tempi: Casperia (bandiera arancione del TCI), Bocchignano, Catino, Montasola, Tarano, Cottanello, Fianello o la stessa Roccantica sono soltanto alcune delle tappe che formano questo splendido itinerario alla scoperta del Medioevo sabino.

Casperia-Scalinata con gatta

Piazzetta nel borgo di Roccantica

Catino-Murales nel borgo

Casperia-Vicolo

Casperia-Panorama

Le strade della Sabina Tiberina sono tutto un susseguirsi di pittoreschi scorci medievali che in alcuni punti rendono il viaggiare in queste terre simile al vagare in un affresco dell’Età di Mezzo.

Casperia-Veduta

Catino-Veduta

Sensazione che forse raggiunge il proprio culmine quando ci si avvicina al minuscolo, semi-spopolato villaggio di Rocchette (Torri in Sabina), uno degli abitati più caratteristici della zona: di fronte è il colle ove sorge il “paese fantasma” di Rocchettine, sormontato dai ruderi di una poderosa fortezza; attorno solo boschi, campi, uliveti ed un silenzio quasi totale, se non fosse per l’ammaliante suono delle acque di un ruscello.

Rocchettine-Rocca Guidonesca

Rocchette-Fontanile

Scendendo sempre più a valle, il paesaggio, ormai dominato da vicino dalla mole solenne e solitaria del mitico Monte Soratte, si fa decisamente umbro, con i filari di cipressi ad ornare le bianche sterrate che salgono sui poggi, coronati da vecchi casali con i loro pini marittimi: è la zona di Montebuono, Collevecchio e Magliano Sabina, ove, in vista del Tevere, i confini fra Reatino e Ternano, Lazio ed Umbria, divengono sempre più labili.

Collevecchio-Panorama 6b RCRLB

Mti Sabini-Campagna fra Vacone e Cottanello

Collevecchio-Veduta da lontano

Mti Sabini-Paesaggio fra Vacone e Montasola RCRLB

Con il suo clima mite, la Sabina Tiberina può essere visitata tutto l’anno: che sia un soggiorno prolungato o un semplice week end, sarebbe un peccato perdere un’occasione del genere. Poche aree d’Italia come questa sanno offrire paesaggi ameni e sensazioni di assoluta quiete, insomma un’elevatissima qualità ambientale, essendo però praticamente sconosciuti al turismo.

Mti Sabini-Girasoli presso Cantalupo

Mti Sabini-Grano

In Sabina ci si può ancora sentire degli “esploratori”, alla ricerca di un qualche tesoro paesaggistico dimenticato. Come gli altopiani di Cottanello, un mondo bucolico che rimanda ai dipinti dei viaggiatori del Grand Tour che ritraevano la Campagna Romana.

Mti Sabini-Prati di Cottanello, gregge

Mti Sabini-Prati di Cottanello, mucche

Mti Sabini-Prati di Sopra, cavalli al pascolo

Vagando sul web alla ricerca di uno dei numerosi agriturismi e b&b, si noterà che le strutture ricettive della zona reclamizzano la Sabina quale ottimo punto di partenza per visitare l’Umbria, la Toscana e Roma.

Mti Sabini-Paesaggio presso Colle Sala 2 RCRLB.JPG

In realtà, chi viene nella Sabina Tiberina non se ne vorrebbe andare più. Seduti in una delle terrazze dei paesi e dei casolari, di fronte ad un piatto condito con l’olio locale, ad un buon bicchier di vino e magari ad un tramonto mozzafiato sul Soratte, chi avrebbe il coraggio di alzarsi?!

Mti Sabini-Panorama da Montasola verso il tramonto

Valle dell'Imelle, paesaggio

E allora, quando partire? Un’occasione è data dagli eventi in tema medievale o dalle manifestazioni volte alla riscoperta di antiche tradizioni. Certo, le stagioni intermedie, autunno e primavera, rimangono i periodi più indicati, anche per ammirare i meravigliosi colori della campagna sabina o per inoltrarsi in qualche sentiero collinare o montano alla ricerca di aria buona e panorami indimenticabili.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori:

autunno, primavera ed inizio-estate per i colori della campagna.

Dove dormire:

Montopoli di Sabina – Agriturismo La Casa dell’Abbazia

Casperia – B&B La Torretta

Dove comprare:

Fara in Sabina – Azienda Agricola Mei


Lungo il Cammino di Francesco, da Rieti ad Assisi

Introduzione

Quello che segue è il resoconto della tappa centrale del Cammino di San Francesco, da Rieti ad Assisi, trekking di 100 km da noi percorso dall’8 al 16 luglio 2013. Questo piccolo viaggio a piedi inizia nel Lazio per poi portarci alla scoperta di una porzione importante dell’Umbria, regione per tanti aspetti affine alla nostra: è infatti interessante notare come, al di là delle attuali suddivisioni amministrative, il paesaggio, il dialetto, l’enogastronomia e molti altri elementi mantengano una continuità lungo il percorso (seppure, è ovvio, da paese a paese e da valle a valle si possano riscontrare differenze). A ben vedere, del resto, si attraversa quello che fino al 1927 rappresentava un unico apparato amministrativo: la Provincia di Perugia, che a sua volta fu il cuore dell’ex Stato della Chiesa, con le sue peculiarità un po’ dimenticate ma ancora interessanti per rintracciare le vere identità dei territori in questione.

Rieti-Mura medievali

E in un’epoca di rivendicazioni pseudo-politiche, regionalistiche e localistiche (Grande Sud, Ladinia, ecc…) o sfacciatamente secessionistiche (Padania), non fa male secondo noi ricordare anche le identità di zone e di popolazioni dell’Italia Centrale di cui si parla sempre poco, se non nel contesto di banali stereotipi turistici (da un lato l’Umbria omologata e schiacciata dal concetto astratto, ma tanto caro ai tour operator e alle riviste patinate, di “Umbria & Tuscany” e dall’altro il Lazio annichilito dietro all’immagine ora celebrata ora bersagliata di Roma). Nel nostro viaggio invece, come si vedrà, conosceremo l’Umbria più vera, l’Umbria profonda dei minuscoli borghi sperduti e spopolati, grigie pietre preziose incastonate nelle foreste, dove vivere è oggi un atto di eroismo oltre che di fede nella propria terra; o quell’estremo lembo di Lazio che custodisce una delle più belle vallate montane d’Italia, la Piana Reatina, che per quanto bella sembra però condannata a rimanere “trasparente”.

Rieti-Chiesa di S. Agostino

Punto di partenza è appunto Rieti, l’antico “umbelicus Italie”, la sabina Reate, oggi città “umbro-laziale” per eccellenza: come detto, siamo in una delle zone più splendide della regione, la “Valle Santa”, cosiddetta per i suoi conventi francescani, custodi di una parte fondamentale della storia di San Francesco. Ma tale “santità”, nei fatti, è forse data anche dal suo incantevole paesaggio, ora aspro e montuoso ora dolcissimo e variopinto, su cui ci si potrebbe dilungare molto nella descrizione. Cercheremo allora di essere sintetici: grano, grano e grano, oro splendente e abbagliante ai nostri occhi, che, puntinato qua e là dai rossi papaveri, non ci ha abbandonato mai; e poi gli onnipresenti girasoli, anch’essi sorridenti e smaglianti, o i pioppi cipressini che hanno “suonato” per noi ad ogni soffio di vento… Un tripudio di colori, dal giallo dei coltivi al verde dei pascoli e dei boschi, dallo smeraldo del Fiume Velino… all’azzurro del cielo (quando la tempesta o la nebbia, terminato il loro necessario lavoro, gli hanno permesso di farsi vedere)… Un miscuglio fra Monet e Corot che ci ha emozionato e meravigliato ad ogni metro.

Rieti-Vicolo dell'Arco di S. Lucia

Teniamo a precisare che il nostro Cammino è avvenuto in modo del tutto “laico”: nostro unico scopo era quello di vivere un’esperienza di libertà e di semplicità a contatto con la natura e con la cultura genuina dei nostri borghi storici. In ogni caso, l’accrescimento spirituale, seppure a modo nostro, è stato comunque protagonista. E non avrebbe potuto non esserlo, visto che tuttora molti degli scenari da noi ammirati sembrano infusi dello spirito francescano di pace e semplicità, nonché d’amore e rispetto per la natura e per il prossimo: tutti valori che – al di là di una fede nei dogmi che può esserci o meno – costituiscono il meglio della nostra cultura occidentale e restano insegnamenti irrinunciabili per la formazione di ogni persona (e di una società) “sana”.

Convento di Fonte Colombo-Panorama

Anche il percorso “ufficiale” ha subìto da parte nostra notevoli variazioni. Avendo pochi giorni a disposizione, abbiamo evitato il giro “a corona” della Valle Santa, che prevede la visita dei Santuari di Greccio, Poggio Bustone, Fonte Colombo e La Foresta, luoghi che peraltro conoscevamo già bene. Durante l’itinerario, poi, alcuni immancabili contrattempi ci hanno costretto ad accorciare (o allungare) le tappe previste (tratte dal sito http://www.viadifrancesco.it). A proposito: fatta eccezione per il meteo, per alcuni giorni sfavorevole, le nostre difficoltà sono state per lo più dettate da nostri errori di valutazione sui tracciati o sui carichi da portare negli zaini. Speriamo che la loro ammissione da parte nostra possa essere d’aiuto, per non ripeterli, a chi volesse intraprendere il Cammino. In altri casi, l’incuria o la carenza dei segnavia ci ha creato grossi problemi nel trovare il sentiero giusto… e ciò, come vedrete, soprattutto fra Trevi e Foligno dove ci siamo temporaneamente persi e abbiamo fatto un incontro assai spiacevole… Auspichiamo che le istituzioni preposte sappiano garantire una segnaletica adeguata, operando una periodica manutenzione!

Conca di Rieti-Veduta dai Mti Sabini

Un’ultima cosa da dire è che non è stato di certo un Cammino fatto per noia o per “incontrare gente”. A parte che teniamo personalmente in grande considerazione la solitudine, ma davvero di gente non ne abbiamo incontrata praticamente mai, fatta eccezione per un paio di coppie di ragazzi e un gruppo di austriaci nella fase finale, da Spoleto in poi. Da Rieti a Spoleto non abbiamo incontrato un solo escursionista o pellegrino e abbiamo camminato completamente in solitaria. Ciò ha accresciuto la possibilità di immergerci completamente in un’atmosfera sospesa, come mai ci era capitato finora: l’attraversamento della Valle Santa e – dopo una sfortunata parentesi lungo una strada asfaltata – quello della Val Nerina rimarranno indimenticabili per i loro irreali, lunghi silenzi in cui i nostri stessi passi sembravano i protagonisti della scena.

Rieti-Duomo, campanile

La forma del diario, che abbiamo scelto per raccontare questa nostra esperienza, è quella che secondo noi riesce a coniugare meglio la volontà di divulgazione delle bellezze dei luoghi e quella di espressione delle nostre sensazioni personali. Buona lettura e… buon viaggio!

L’arrivo a Rieti in auto, 7 luglio 2013

Giornata molto particolare. Dopo aver raggiunto il Passo del Tancia attraverso le dolcissime colline sabine e poi fitti boschi di lecci, abbiamo trascorso circa quattro ore in macchina (e non) aspettando che finisse di tuonare. Anzi, ad essere precisi, lo spettacolo che ci è stato offerto è stato quello di una vera e propria “pioggia di fulmini”. Peccato, perché il posto, dominato dalla medievale e solitaria Osteria del Tancia, meritava di essere esplorato. Compreso infine che la situazione non sarebbe migliorata, si è preferito proseguire per Rieti, che da lì si raggiunge per la bella Val Canera.

Rieti-Porta Conca

La sera, poi, ci ha accolto calorosamente l’amica Rita Giovannelli, vera istituzione del turismo reatino, la quale ci ha ospitato in una delle sue graziose case adibite a b&b, che sorge al di sopra di antichi ambienti semi-sotterranei. Dopo la cena, una bellissima passeggiata per le vie di una Rieti che non conoscevamo e che non smette di stupire. Si va poi a dormire: domani inizia il nostro “Cammino di Francesco”.

Prima tappa: da Rieti a Settecamini, 8 luglio 2013. Settecamini, ore 22.00

Partenza poco dopo l’alba in vista di possibili temporali, poi effettivamente verificatisi: è stato magico “assaporare” le prime luci del mattino con le sue sensazioni uniche.

1-Rieti-Statua di S. Francesco

Abbiamo imboccato la ciclabile che subito ci ha regalato scorci deliziosi, in uno sfumare armonioso e progressivo della città in favore della campagna.

1-Campagna alle porte di Rieti

1-Pista Ciclabile prima Chiesa Nuova 1

Abbiamo seguito sempre la ciclabile, superando la frazione di Chiesa Nuova e proseguendo sempre lungo un canale, fino a sostare ai piedi di Colle Aluffi, in un angolo “paradisiaco” della pianura, ove il Velino scorre placido e smeraldino.

1-Pista Ciclabile dopo Chiesa Nuova 2

1-Chiesa Nuova (Rieti)-Campanile

1-Chiesa Nuova (Rieti)-Veduta

1-Gamberi di fiume

1-Pista Ciclabile ai piedi di Colle Aluffi

1-Terria (Rieti)-Veduta

1-Campagna presso Colle Aluffi

1-Fiume Velino presso Colle Aluffi

Vi è un’area di sosta, tenuta benissimo, con acqua potabile, e qui ci hanno fatto visita due cagnolini affamati ai quali abbiamo dato qualcosa del nostro pranzo… Tornando al “Cammino”, ci siamo resi conto che camminiamo più veloci di quanto credevamo, il che ci ha permesso di rallentare un po’ il passo e di goderci l’incantevole paesaggio della Valle Santa, ricco di grano, granturco e girasoli e punteggiato da suggestivi casali.

1-Campagna fra Chiesa Nuova e Colle Aluffi

1-Grano e papaveri

In certi punti la campagna è una vera “cartolina” e in generale dona sensazioni profonde di gioia e pace, secondo lo spirito più puro di San Francesco. Infine, l’assolato tratto finale verso Settecamini sperduti fra i campi e sotto l’incombere dell’ennesimo temporale dell’ora di pranzo (e che oggi si prolungherà fino a sera), favorendo negli ultimi 200 m. del provvidenziale passaggio della proprietaria del casale in cui alloggiamo.

1-RN Laghi Lungo e Ripasottile-Cartelli

1-Paesaggio temporalesco presso Settecamini MINLB - Copia

1-Settecamini, portali

Quindi riposo pomeridiano e serale con pennichella nell’attesa, come ieri, della fine della “solita” pioggia di fulmini, terminata la quale ci siamo potuti permettere soltanto una brevissima passeggiata crepuscolare nella campagna circostante. Tirando le somme, prima tappa pressoché perfetta, anzi troppo facile, almeno secondo le nostre preoccupazioni iniziali. Meno male! Ora ci godiamo la casa e la cena, col sottofondo di un gruppo folk-rock degli anni ’70 (i Crosby, Stills, Nash & Young). Domani mattina si riparte presto verso la non lontana Piediluco.

Seconda tappa: da Settecamini a Piediluco, 9 luglio 2013. Piediluco, ore 22.00

Oggi tappa più difficile di ieri come lunghezza e dislivelli, ma comunque breve e gradevole. La partenza da Settecamini rimarrà indimenticabile. L’omonimo borgo abbandonato, vicino al casale dove alloggiavamo, pareva abitato da spettri e provocava una strana sensazione mista di repulsione ed attrazione.

2-Settecamini. veduta nella nebbia

Complice anche la situazione metrologica: la nebbia fitta ricopriva i campi di grano e girasole, che sembravano infiniti; la guazza dal canto suo creava sulle spighe piccolissime gocce, mentre fra una spiga e l’altra si scorgevano ragnatele biancheggianti, anch’esse coi fili ricoperti di umidità.

2-Agro Reatino-Casaletto nella nebbia

2-Palo e uccelli nella nebbia

2-Cartelli del Cammino di Francesco

Il silenzio inquietante e l’atmosfera rarefatta ed estremamente solitaria rendevano quei momenti quasi surreali, sicuramente più “letterari” che “reali”, se con quest’ultimo termine siamo ormai abituati a considerare esperienze quotidiane prive di ogni poesia e significato emotivo.

2-Grano e girasoli nella nebbia

Dopo esser passati vicinissimi al Lago di Ripasottile, però, man mano la nebbia ha iniziato a diradarsi, lasciando scoprire un ubertoso paesaggio: ci trovavamo proprio al bordo settentrionale della Valle di Rieti.

2-Riserva Laghi Lungo e Ripasottile

2-Campagna nella nebbia

2-Canale presso Villa d'Assio

2-Paesaggio presso Villa d'Assio 2

Giunti a Villa d’Assio, un minuscolo villaggio completamente ristrutturato e trasformato in resort, siamo tornati indietro malgrado i dati in nostro possesso lo indicassero come punto di passaggio obbligato dell’itinerario odierno verso la Strada Provinciale 79.

2-Campagna a Villa d'Assio

La zona, del resto, è priva dei segnavia del Cammino di San Francesco, in quanto non facente parte della tappa canonica, che invece va a Piediluco da Poggio Bustone.

2-Strada presso Villa d'Assio

2-Strada presso Colli sul Velino

2-Chiesa di Colli sul Velino

Riusciremo a imboccare la SP79 soltanto a Colli sul Velino dopo attimi di nervosismo. Ci si preannuncia così il tratto più “trafficato” della strada, di cui esiste un tronco secondario più tranquillo per i pedoni che scende comunque alla Madonna della Luce, luogo di riferimento importante dell’itinerario odierno.

2-Paesaggio presso Colli sul Velino 1

2-Paesaggio presso Colli sul Velino 2

In fin dei conti il traffico è ben poco, e scendendo da Colli si apre un paesaggio da dipinto del Rinascimento, con i borghi arroccati, le montagne boscose, gli ariosi campi coltivati o lasciati al pascolo, in un armonioso e vivace alternarsi fra giallo e verde: verdi sono i monti e alcuni coltivi, mentre gialli sono sia i pascoli sia i grandi campi di grano che in questi giorni stanno allietando il nostro cammino.

2-Labro-Cartello comunale

Dopo un tratto piuttosto assolato (è l’ora di punta) giungiamo finalmente alla già citata piccola chiesa-santuario della Madonna della Luce, dove riposiamo qualche minuto e facciamo rifornimento d’acqua.

2-Santuario della Madonna delle Lacrime

Poi l’ultimo strappo verso il lago, passando affianco ad una grossa ed antica fattoria sulla destra o oltrepassando subito dopo il confine regionale (e provinciale) fra Lazio e Umbria (e cioè fra Rieti e Terni).

2-Paesaggio presso la Madonna delle Lacrime

2-Labro-Veduta

2-Piediluco-Rocca

Raggiungiamo finalmente il campeggio sotto un cielo improvvisamente iracondo, e non appena finito di montare la tenda, ecco l’immancabile “pioggia di fulmini” che già ci aveva falcidiato i due giorni precedenti. Dopo una chiacchierata con alcuni locali, riparati sotto la veranda del camping, ci facciamo una pennichella in tenda, abitudine che è in questi giorni divenuta “classica” tanto quanto i temporali.

2-Piediluco-Portale

2-Piediluco-Vicolo con rete da pesca

2-Piediluco-Chiesa di S. Francesco, campanile

2-Piediluco-Veduta

Poi, terminato il finimondo, si parte per una bellissima passeggiata a Piediluco (purtroppo la Chiesa di San Francesco è chiusa per restauri) con simpatica cenetta in una trattoria dal nome stranissimo. Infine, stremati, si va a dormire.

Terza tappa: da Piediluco a Ferentillo, 10 luglio 2013. Ferentillo, ore 22.00

La tappa di oggi si è rivelata più dura di quel che pensavamo: non solo perché l’abbiamo allungata di 5 km, dovendosi fermare l’itinerario ufficiale ad Arrone, ma anche a causa del sole cocente e della malaugurata scelta di “tagliare” per la Forca dell’Arrone: quasi 10 km di asfalto a saliscendi sotto l’arsura estiva potevano arrecarci danni piuttosto seri.

3-Partenza dal campeggio

3-Segnavia e cartello stradale

Ad attenuare i dolori è lo splendido scenario naturale ed agreste che si scorge sia in direzione retrospettiva, verso il sempre più lontano Lago di Piediluco, sia nello scendere verso la Val Nerina dove, guardando sulla destra, appare un paesaggio di “mezza montagna” ricco di boschi e uliveti e punteggiato da antichi casali e villaggi rurali.

3-Paesaggio presso la Forca dell'Arrone

3-Sulla Forca dell'Arrone

3-Val Nerina-Vista verso Arrone

3-Arrivo alla frazione Castiglioni

3-Castiglioni-Veduta

L’arrivo ad Arrone è in ogni caso stato liberatorio: spesa ad un minimarket e salita al Convento di San Francesco, che però troviamo chiuso e in stato di triste abbandono.

3-Arrone-Veduta

3-Arrone-Cartello Borghi più belli d'Italia

3-Arrone-Convento di S. Francesco

3-Arrone-Convento di S. Francesco, portale

Qui consumiamo un breve pranzetto a base di pizza e mortadella e succo di mela… Poi crema di caffè in un bar della parte bassa (da visitare il borgo medievale alto!), mentre ci rendiamo conto che uno di noi sta rischiando un’insolazione, aggravata da piaghe da ustione dietro il collo e le orecchie! Alla farmacia prendiamo un’alta protezione che si rivelerà ottima e fondamentale per la prosecuzione del cammino di oggi, senza eccessivi danni. Si continua in direzione di Ferentillo, che vogliamo assolutamente raggiungere per accorciare la tappa di domani, dopo le fatiche estenuanti di oggi.

3-Val Nerina dopo Arrone

3-Val Nerina fra Arrone e Ferentillo

3-Segnavia alternativi

All’inizio si cammina sotto alte rupi col Fiume Nera alla nostra sinistra e poi man mano il paesaggio si allarga, ricordando ad un certo punto, col suo aspetto selvaggio e pittoresco, i dipinti dei fiamminghi del Cinquecento: alte montagne interamente ricoperte di querce lasciamo in alcuni punti intravedere piccole pareti di roccia e grotte più o meno ampie. I lecci poi scompaiono per far spazio ai fitti uliveti e questi, a loro volta, digradano dolcemente ai prati del fondovalle, ornati da pioppi, salici ed alberi da frutto e sorvegliati dai caratteristici casali della zona, costruiti con la tipica pietra rosa umbra e spesso ospitanti una torre colombaia.

3-La valle si allarga

3-Ferentillo si avvicina

Giunti ai piedi di Ferentillo, il paese ci appare, d’un tratto, suddiviso in due distinti borghi (anzi tre, se contiamo l’abitato sviluppatosi in pianura, da qui poco visibile) entrambi sormontati da un castello in rovina che scende a mozziconi seguendo la ripida morfologia del declivio roccioso.

3-Campagna alle porte di Ferentillo

Tutt’attorno la valle rivela una corona di minuscoli borghi rimasti inalterati nel tempo (e in parte recentemente ristrutturati). Ecco: se la Valle Santa col suo tripudio di colori e la dolcezza delle sue forme poteva ricordate Monet, la Val Nerina qui sembra proprio uno di quegli aspri paesaggi interrotti da balze e ruscelli che si vedono come sfondo dei dipinti di certi fiamminghi o di molti autori del Rinascimento italiano come il Perugino o il Pinturicchio.

3-L'arrivo a Ferentillo

Saliamo quindi a Precetto, il borgo sulla nostra destra, e costeggiamo un’alta falesia (frequentata da arrampicatori di tutta Italia) fino ad arrivare, finalmente, al b&b che avevamo prenotato. Qui doccia e riposo per riparare alla fatica e alle scottature [nda: a proposito, un consiglio fraterno ai nostri lettori: non sottovalutate mai il sole estivo durante escursioni così lunghe, altrimenti davvero potreste correre il rischio non solo di rovinarvi la vacanza, ma anche – ed è la prospettiva ben peggiore – di finire in ospedale]. Dopo il riposo, passeggiata rilassante nel centro storico di Precetto, uno dei due paeselli che appunto formano “Ferentillo”, oggi parzialmente in restauro e noto per le sue misteriose mummie… Questa sera, invece, cenetta deliziosa alla trattoria del b&b, ricavato in un ambiente suggestivo – probabilmente un vecchio mulino – fatto di pietra e travi a vista: ordiniamo, oltre al resto, ciriole alla ternana e pizzichetti al guanciale e cipolla (molto buoni). Dopo cena, una corsa a prendere l’acqua per domani, sotto un cielo plumbeo vicinissimo alla pioggia… A terra una miriade di lumache che facendo i “salti mortali” si cerca di non schiacciare. Ora ci rimettiamo a dormire e domani si riparte con meta Ceselli.

Quarta tappa: da Ferentillo a Ceselli, 11 luglio 2013. Ceselli, ore 20.30

Tappa semplice e rilassante, non solo per la brevità del percorso, appena 10 km, ma per la tranquillità del sentiero, sterrato ed immerso nel verde. Partiamo da Ferentillo con calma dopo un lauta colazione. Lasciamo al locandiere la tenda e i sacchi a pelo: ci siamo resi conto che campeggiare era assurdo in questo tipo di viaggio, dove il riposo è essenziale. Gli zaini fra l’altro ora sono più leggeri (ma comunque non leggerissimi) e il cammino più fattibile.

4-Ferentillo-Segnavia del Cammino

4-Matterella-Veduta alla ripartenza

La Val Nerina è sempre bellissima ed ora si presenta abbastanza stretta, fra rupi incise da grotte e monti d’un verde cupo ma splendente. Oltrepassiamo Macenano, frazione di Ferentillo, dove prendiamo chi un caffè chi una gassosa in un’ex-antica osteria da poco recuperata: il barista ci intrattiene circa le difficoltà di vivere in un piccolo borgo sempre più spopolato e, a sua detta, privato dei servizi essenziali; qui incontriamo anche gli occhi innocenti di un bambino, prossimo alle scuole medie, che viene rimproverato dal barista (forse suo padre, forse suo zio, non si sa) che lo “accusa” di essere un “ozioso” e un “somaro”, ma al quale risponde di avere in pagella ben “due 9 e due 10”…

4-Il borgo di Macenano

4-Osteria di Macenano

Divertiti dai personaggi del posto – fra cui molte anziane signore che ci salutano, ci sorridono e ci augurano buon viaggio (pensando probabilmente che siamo pazzi) –, riprendiamo gli zaini e quindi il cammino: la Val Nerina si fa particolarmente solitaria e pittoresca. Presto compare sulla nostra sinistra, sul versante opposto della valle, l’Abbazia di San Pietro che si adagia elegantemente su un terrazzo ornato da cipressi e circondato da fitte selve: la struttura ricorda in parte l’Abbazia di Santa Scolastica a Subiaco e quella di Farfa, entrambe, pure, benedettine.

4-Abbazia di S. Pietro in Valle-Veduta

Dopo un ulteriore tratto in ambiente sempre bucolico, ecco comparire le case di Ceselli e dei vari borghi arroccati sulle alture circostanti, secondo la tipologia di insediamenti già vista a Ferentillo, che richiama in modo esemplare il fenomeno dell’incastellamento alto-medievale, qui probabilmente di matrice longobarda (siamo nel cuore del antico Ducato di Spoleto).

4-Segnavia del Cammino 2

4-Segnavia del Cammino 1

A questo punto vale una riflessione: il “Cammino” ci sta facendo scoprire un’Umbria “segreta” e quasi arcaica, senza dubbio lontana anni-luce dalle località più famose e turistiche della regione. Qui è Appennino vero, sperduto e spopolato, con i vecchietti con la “scoppoletta” e le signore coi vestiti a fiorellini che ancora lavano i panni insieme nei fontanili lungo le strade. Qui è l’Italia pastorale d’un tempo, ormai inevitabilmente in via d’estinzione, scomparendo la quale perderemo una parte importante della nostra cultura contadina e delle nostre tradizione più autentiche.

4-Casolare abbandonato

Qui è insomma ancora visibile una traccia di come vivevano i nostri nonni e i loro avi, e tutto ciò durerà per poco, in quanto le istituzioni (e interessi “superiori” ben intuibili) mirano con evidenza a far morire i piccoli paesi e gli stili di vita semplici e non consumistici, in una parola “umani”, ad essi connessi. A meno che i giovani non sappiano recuperare le tradizioni e renderle vive e attuali. Abbandonando magari il vestiario, mantenendo tuttavia saperi e mestieri. Ma questo è un altro discorso. Intanto ci rendiamo conto che siamo gli ultimi ad ammirare certe scene, che fra vent’anni o anche meno saranno definitivamente collocate nel passato.

4-Libellule

4-Cammino fra Ferentillo e Macenano

4-Fiume Nera presso Ceselli

4-La valle si allarga verso Ceselli

Ad ogni modo l’arrivo a Ceselli è piacevole e il riposo pomeridiano conseguente assolutamente necessario, non prima di aver fatto un pranzetto nella cucina della casa, con pane, formaggio e pomodoro.

4-Segnavia a Ceselli

Nel tardo pomeriggio facciamo spesa all’unico alimentari del paesino (con orari assolutamente variabili, per non dire disponibile “al bisogno” tramite una telefonata), un giro per i vicoli del borgo medievale (deserto) e poi cenetta con spaghetti allo sgombro, pane sciapo e prosciutto, senza farci mancare una birretta.

4-Ceselli-Arco nel borgo

4

4-Ceselli-Via di Spoleto

4-Panorama da Ceselli

La quiete è ora assoluta, ci sentiamo rilassati. Domani sveglia all’alba: affronteremo la tappa in teoria “più dura” del Cammino, ma in passato abbiamo fatto ben di peggio e non siamo certo preoccupati. Da Spoleto in poi sarà tutto più turistico e “movimentato”. Fin qui abbiamo camminato sempre in solitaria, senza mai incontrare nessuno. Dobbiamo comunque dire che il tratto della Val Nerina, che ci apprestiamo malinconicamente a salutare, è stato – e sicuramente rimarrà – quello più avventuroso e ricco di sorprese. Davvero una meravigliosa esperienza. Ora finiamo di preparare le nostre cose e ce ne andiamo a dormire presto.

Quinta tappa: da Ceselli a Spoleto, 12 luglio 2013. San Giacomo di Spoleto, ore 22.15

Stasera la stanchezza prevale sula voglia di scrivere. Tappa emozionante e faticosa, sperduti fra i monti dell’Umbria.

5-Piccolo villaggio dopo Ceselli

5-L'Alta Val Nerina

5-Sentiero esposto

5-Frazioni rurali

5-Un altro borgo perduto fra i boschi

5-Minuscolo borgo di montagna

5-Segnavia presso Sensati

5-Segnavia sulla pietra

Sensati-Casa in rovina MINLB

Continua la scoperta di una regione dai mille volti: dalle tante bellezze ma anche dalle tante, inaspettate contraddizioni.

5-Passo di Castelmonte

5-Si intravede la Valle Umbra

L’arrivo a Monteluco di Spoleto è splendido. Dopo la solitudine estrema dell’Alta Val Nerina e del Valicodi Castelmonte, eccoci di nuovo immersi nella “società”. Interessante è parlare con quelli del posto, sempre gentili e certe volte un po’ pazzi… Ma i “turisti” non sono da meno… Abbiamo infatti conosciuto sul Ponte delle Due Torri, un suonatore di flauto traverso tedesco, un po’ avvinazzato, che definisce il pubblico di “Spoleto Alta” (cioè del centro storico) con “la puzza sotto il naso”…

5-Arrivo all'Eremo di Monteluco

5-Segnavia nella lecceta di Monteluco

5-Discesa verso Spoleto

5-Le colline di Spoleto

5-Spoleto-Ponte delle Due Torri e Rocca d'Albornoz

Il pomeriggio abbiamo quindi sommato all’escursione, iniziata all’alba, un bel trekking urbano per le vie di Spoleto, attualmente piena di gente per il “Festival dei Due Mondi”.

5-Spoleto-Duomo, facciata

Questo è anche il motivo per cui non abbiamo trovato un alloggio (tutto prenotato!), sicché siamo costretti ad allungare fino al sobborgo di San Giacomo, estrema periferia di Spoleto, che raggiungiamo accompagnati dal proprietario del b&b. Egli ci accoglie in modo generoso e simpatico, facendoci assaggiare i suoi prodotti di norcineria, davvero unici e squisiti (nonché genuini visto che dormiremo come sassi), accompagnati da un ottimo vino rosso locale (probabilmente il famoso “Sagrantino”). La sera continua a base di insaccati locali e pomodori e poi caffè e dolcetto ad un bar di San Giacomo, piccolo paese della Valle Umbra, con un borgo medievale malmesso ora in via di ristrutturazione. Domani tappa breve e facile, anche perché, partendo da qui, l’accorceremo parecchio. Buonanotte.

Sesta tappa: da San Giacomo di Spoleto a Campello sul Clitunno, 13 luglio 2013, ore 23.00

Stamattina il proprietario del b&b ci dà un passaggio fin dove inizia l’aperta campagna, già in vista del borgo di Poreta, che appare sullo sfondo circondato da colline ricoperte da ulivi. Nel punto in cui veniamo lasciati però non ci sono segnavia di alcun tipo, ma non possiamo sbagliare perché l’abitato di Poreta è proprio di fronte a noi, diviso in una parte alta e in una bassa.

6-Paesaggio presso Poreta

6-Poreta-Veduta
6-Poreta-Scorcio

Raggiungiamo e attraversiamo quella bassa, molto graziosa con diversi casali ristrutturati, e siamo saliti su quella alta, assai suggestiva in quanto mantiene pressoché inalterato l’impianto dell’incastellamento longobardo.

6-Cartelli a Poreta Alta

6-Poreta Alta-Panorama 1

Da qui la vista spazia sulla Valle Spoletana e Umbra, nel complesso ancora bella da vedere nonostante nella zona ai piedi di Poreta risulti deturpata da due grosse cave e da un brutto “parco” fotovoltaico a terra. Il paesaggio collinare, che ben si apprezza durante la salita al borgo, è invece splendido ed intatto.

6-Poreta Alta-Panorama 2

Da Poreta ripartiamo (dopo un caffè nell’agriturismo che occupa il borghetto) in direzione di Campello Alto ma sopraggiunge un forte caldo che, arrivati nel villaggio di Lenano, proprio ad un passo dal suddetto paesino, ci costringe (per evitare i danni subiti ad Arrone) a chiamare la proprietaria del b&b che abbiamo prenotato a Campello Basso per venirci a prendere e portarci nella nostra camera. A Campello Alto saliremo nel tardo pomeriggio (magnifico tramonto), dopo una passeggiata alle vicine Fonti del Clitunno e un aperitivo, offerto dal proprietario del b&b, a base di bruschette letteralmente annaffiate del gustoso olio locale mentre i nostri calici vengono riempiti di Grechetto e Sagrantino…

6-Campello Alto-Veduta

6-Campello Alto-Panorama

La sera ceniamo in una pizzeria degli immediati dintorni, la cui pizza però si rivelerà poco digeribile ed infausta per la notte.

6-Un bicchiere di Sagrantino

Oggi siamo sempre rimasti sereni, malgrado il momento sotto il sole sia pesato un po’. Domani tappa più corta del canonico, che dovrebbe rivelarsi facile e che ci condurrà a Trevi. Ormai Assisi è vicina.

Settima tappa: da Campello sul Clitunno a Trevi, 14 luglio 2013, ore 23.00

Dopo un inizio un po’ difficoltoso nel trovare il sentiero segnato, la tappa di oggi si è rivelata molto piacevole. A Pissignano c’è stato un po’ di nervosismo poiché l’unico sentiero segnato, quello del CAI, si inerpica sulla collina superando numerosi terrazzamenti ad ulivo in un ambiente piuttosto arso e assolato.

7-Veduta all'alba da Campello sul Clitunno

7-Campello sul Clitunno-Chiesa in rovina

Chiediamo informazioni a un signore in un camioncino che ci indica una scorciatoia, seguendo la quale più tardi ci ricongiungeremo al “Cammino di Francesco” ufficiale.

7-Pissignano Alto-Torre

7-Valle Umbra-Paesaggio presso Pissignano

7-Si intravede Trevi

L’itinerario (che evidentemente corre più basso di quanto pensavamo: ma la segnaletica dov’è?!) si svolge poi tutto a mezza costa con piccoli sali-scendi, attraversando svariati villaggi di strada e case sparse. Forte è il profumo della campagna, fra timo, rosmarino e finocchio selvatico, mentre lo sguardo è rasserenato dal volo delle farfalle e dal celeste del cielo estivo. Ad un dosso, ove appunto ritroviamo i segnavia giallo-blu (era ora!), si inizia a vedere Trevi e la gioia sale.

7-Segnavia del Cammino

7-Santuario sulle colline

Siamo felici di raggiungere una meta così bella dove poter passare il pomeriggio e la notte: ci sentiamo anche abbastanza stanchi poiché, a differenza della prima fase del “Cammino”, i segnavia in questa zona sono scarsi e tutto ciò è snervante quando si hanno da macinare chilometri sotto il sole estivo a 30°C e si vuole evitare l’ora di punta (e una conseguente insolazione).

7-L'arrivo a Trevi

Appena arrivati a Trevi, visitiamo la Madonna delle Lacrime e poi, nel pomeriggio, le varie chiese di Trevi, godendo inoltre di affascinanti panorami che spaziano su tutta la Valle Umbra.

7-Trevi-Piazza

7-Trevi-Panorama

Le antiche mura di Trevi sono ricoperte di fiori di capperi e baciate da un sole meraviglioso.

7-Trevi-Scorcio

7-Trevi-Selciato

7-Trevi-Capperi in fiore

In serata, stupenda cenetta nella piazza del paese, e due passi fra i vicoli; infine si va a dormire in vista della tappa di domani (Foligno) che si preannuncia dura dovendoci avvicinare, per la prima volta dall’inizio del “Cammino”, ad una vera e propria città, con tutti gli ostacoli che normalmente ne conseguono per i camminatori…

Ottava tappa: da Trevi a Foligno, 15 luglio 2013, ore 23.00

La tappa di oggi è quella che più ha presentato problemi di ogni tipo. Il primo tratto dopo Trevi è rimasto bucolico e piacevole.

8-Trevi-Veduta
8-Convento di S. Francesco, cartello
8-Panorama dal Convento di S. Francesco
8-Un  breve tratto nel bosco

Si cammina ancora attraversi fitti uliveti e piccoli villaggi di strada: facciamo sosta ad uno di essi, dove la simpatica signora di un bar ci fa i complimenti per la nostra “impresa” e un mini-sconto per i nostri caffè.

8-Colline fra Trevi e Foligno

8-Pieve rurale fra Trevi e Foligno

Da qui in poi i segnavia iniziano ad essere assolutamente latenti. A leggere la descrizione sembra che il percorso sia quello giusto, ma per la prima volta dall’inizio del “Cammino” non ci sentiamo più letteralmente “accompagnati”… Ci inoltriamo in aperta campagna, ove i segnavia sono ormai rarissimi fino ad un bivio, presso il quale troviamo un segnavia messo in modo impreciso e quindi ingannevole.

8-Sentiero fra Trevi e Foligno

Seguiamo infatti lo stradello sbagliato: presto la campagna inizia inspiegabilmente a degradare, con i rumori di un cementificio, campi incolti e rifiuti sempre più numerosi, e con lo sfondo di una zona industriale, fino a ritrovarci… improvvisamente… in un campo-rom!!! Ce ne accorgiamo troppo tardi, sicché dobbiamo sorbirci la visione inaspettata e sconsolante di un terreno bruciato dove i bambini corrono e giocano fra le roulotte e l’immondizia e dove le persone fanno i propri bisogni in mezzo alla strada, come attestano numerosi loro “resti fisiologici”…. Increduli e “leggermente” infastiditi (le maledizioni si sprecano nei confronti degli autori della segnaletica nella zona!), facciamo subito dietro-front, salutiamo una “mamma-rom” incinta e torniamo al famigerato bivio dove ovviamente prendiamo l’altro viottolo che sale lievemente fra gli ulivi già in vista di Foligno, o meglio della sua periferia-sud.

8-Segnavia del Cammino di Francesco presso Foligno

8-S. Eraclio-Torre

Un tratto assolato su un’asfaltata a sali-scendi fra case ed ulivi ci porta ad un sobborgo di Foligno, Sant’Eraclio, dove passava l’antica Via Flaminia; qui facciamo una pausa-pranzo con una pizzetta e ripartiamo seguendo una sorta di pista ciclabile che in realtà è un marciapiede con su il disegno della bicicletta: dopo 2 km di traffico ed afa giungiamo finalmente nel centro storico di Foligno, ove, ormai all’ora di punta (e di pranzo), prendiamo la camera dell’ostello e mangiamo un po’ di pizza in una vicina rosticceria.

8-Foligno-Bandiera e campanile del Duomo

Poi riposo pomeridiano (davvero indispensabile dopo l’epopea di oggi) e giro serale per il centro, ricco di monumenti, con passaggio nella piazza dove San Francesco vendette le merci del padre per ricavarne i soldi per il restauro di San Damiano presso Assisi.

8-Foligno-Scorcio dalla piazza

8-Foligno-Costruzioni medievali

8-Foligno-Bandiera

In serata bella cenetta alla trattoria dell’ostello e poi a dormire, stremati. Domani ultima tappa e già sentiamo la malinconia di un’avventura stupenda che sta per finire.

Nona tappa: da Spello ad Assisi, 16 luglio 2013, ore 23.00

Finalmente ad Assisi! Però, che fatica… La tappa di oggi si è rivelata devastante perché concepita male dagli autori della segnaletica, con dislivelli praticamente inutili e segnavia in contrasto con la descrizione presa dal sito ufficiale del “Cammino” e in buona parte completamente inesistenti!

9-Spello-Scorcio dalla Stazione 1

9-Spello-Scorcio dalla Stazione 2

9-Spello-Scorcio

Arriviamo a Spello in treno per evitare i problemi di ieri nella periferia di Foligno. Superiamo il borgo in salita gustandoci le sue splendide case dai balconi fioriti e facendo piccole soste per ammirare le copiose vestigia romane e un magnifico dipinto del Pinturicchio (molto attivo a Spello assieme al Perugino) ed infine sbuchiamo da Porta Montanara. Da qui i segnavia ci costringono ad una salitaccia fra gli ulivi assolati con magnifica vista retrospettiva di Spello e della Valle Umbra.

9-Scorcio di Spello

9-Valle Umbra-Segnavia del Cammino di S. Francesco presso Spello

9-Valle Umbra-Campagna presso Spello

L’umore è alto malgrado la fatica: abbiamo ancora energie da vendere. Il Cammino del resto ci ha insegnato molte cose come il fatto che la fatica in certi casi viene sempre ricompensata e come le acquisizioni spirituali ed esistenziali, che si hanno con tali esperienze, vadano messe al di sopra dei problemi momentanei e risolvibili. Ad ogni modo, la salita continua, inoltrandosi nella macchia e poi, ad un passetto, trasformandosi in una lentissima discesa, sempre nel bosco, nella quale i segnavia man mano si diradano fino a diventare del tutto assenti…

9-Bosco fra Spello e Assisi

Da qui cerchiamo di orientarci ma il nostro sentiero sbuca sull’asfalto molto prima di Assisi. Oltrepassiamo la frazione di Viole, dove una sosta per bere e mangiare qualcosa è ormai indispensabile: è infatti l’ora di punta e fanno 32°C, c’è parecchia umidità e i chilometri già percorsi, coi loro dislivelli, si fanno sentire…

9-L'Arrivo nel Comune di Assisi

9-Pieve di collina presso Viole di Assisi

L’ultimo tratto è dunque su asfalto e sotto il sole cocente: un tizio gentile si ferma con la macchina e ci chiede se vogliamo un passaggio; noi ci guardiamo in faccia e subito ci capiamo, rispondendogli che dobbiamo entrare ad Assisi a piedi!

9-Sguardo su S. Maria degli Angeli

9-L'apparizione di Assisi

L’arrivo alla città di Francesco è emozionante, anche se la fatica e la sete paiono voler rivaleggiare con la gioia. Il pomeriggio riposiamo e facciamo un giro per la cittadina e, a seguire, un’abbondante cena in un ristorante panoramico.

9-Il cartello di Assisi

9-L'ingresso alla città di Francesco

9-Assisi-Basilica di S. Francesco

Spira stasera un vento tiepido meraviglioso. Tutto è bellissimo. Il tramonto sulla città è stato spettacolare. Ora la Basilica Superiore si staglia di fronte a noi illuminata contro il cielo nero. Ma la cosa più splendida e indescrivibile sono le nostre sensazioni private, che né la semplice penna né alcuna parola “prestabilita” può pienamente descrivere.

9-Panorama al tramponto su Assisi

Ripensiamo continuamente alla nostra piccola “impresa”. Quel che è certo, sintetizzando, è che nel camminare giorni e giorni di seguito si conosce più se stessi, ci si sente davvero vivi, si prende confidenza col proprio corpo, si scopre la vera essenza delle cose. E’ stato un “vero viaggio”. Non importa se breve come distanze, non importa se vicino casa, se nel proprio Paese, ma sono stati 100 km vissuti nel più profondo dell’animo.

9-Basilica di S. Chiara, campanile

Abbiamo conosciuto davvero i territori attraversati, con le loro bellezze, spesso con le loro solitudini, talvolta con tutti i loro problemi, venendo a contatto realmente con le genti che li abitano, sempre (o quasi) accolti con grande benevolenza, comprensione e qualche volta ammirazione. Ci rendiamo conto solo ora che questo per noi è stato forse il primo “vero viaggio” della nostra vita. Del resto, camminando non si vive appieno soltanto la destinazione, bensì il tragitto diviene la parte fondamentale. Non è la meta ma “il durante” a rimanerti dentro. E’ un capovolgimento dell’anti-viaggio rappresentato dal “mordi e fuggi” dei week end nelle capitali estere sui voli “low cost” a fare “shopping”, a visitare mega-musei rinomati (magari esibendo un look “fashion”), a mangiare in locali “trendy”…

9-Tramonto ad Assisi

Questo non è viaggiare, è consumare: è l’ennesimo tassello di quel processo di lavaggio del cervello di massa propugnato dal capitalismo iper-consumista e globalizzante che tende a costruire una società di “automi”, stereotipi e pregiudizi, status symbol, modi prestabiliti di vivere e pensare (e parlare!), allontanando il più possibile le persone dalla scoperta di se stessi e dal contatto col territorio, di cui oscuri interessi economici hanno così la possibilità di fare ciò che vogliono. E non è un caso se le persone che più ricorrono ai week end “mordi e fuggi” nelle grandi metropoli sono proprio quelle che meno conoscono e meno amano le zone in cui risiedono. In questo senso, percorrere a piedi – e quindi a monitorare – un territorio contribuisce a salvaguardarlo. Buona notte.

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

8-9 giorni

Periodo migliore:

settembre-ottobre e aprile-maggio-giugno-luglio per trovare le condizioni climatiche ottimali

Dove dormire:

Rieti – B&B La Terrazza Fiorita


Rieti Sotterranea, la magia di una scoperta

Inauguriamo oggi con questo interessante articolo di Rita Giovannelli i contributi di amici e collaboratori esterni al blog. Andremo alla scoperta di un aspetto poco noto di Rieti, elegante cittadina dell’Alto Lazio vicina al confine umbro, conosciuta più per le piste da sci del vicino Terminillo che per le sue valenze storiche, artistiche e culturali: le quali, oltre ad essere notevoli, hanno radici antichissime, risalenti all’epoca sabina e dunque pre-romana. Buona lettura e un grazie all’amica Rita!

Il campanile romanico del Duomo di Rieti

“Io credo che la causa prima di tutte le cose sia stata l’acqua e che essa abbia in sé una mente divina che tutto produce, e che, non diversamente dal modo con cui per noi inumidisce le piante, così dall’abisso, mandate fuori le sorgenti fino al cielo, formò con l’umida mano le stelle e tutto il rimanente splendore del cielo” (Talete di Mileto).

Porta Conca

Questa è la risposta che il più importante tra i sette uomini, famosi per la loro sapienza, dà a Giovanni Boccaccio nel Proemio delle Genealogie deorum gentilium , interrogato sul dio pagano più antico. Anche Goethe ricorda Talete in un significativo passo del secondo atto del Faust  dove il filosofo ionico esclama: …“ E’ dall’acqua che tutto scaturisce! E’ nell’acqua che tutto si conserva! Oceano, dacci la tua azione esterna. Se tu non mandassi le nuvole, se tu non gonfiassi i ruscelli, se tu non guidassi i torrenti, se tu non portassi acqua ai grandi fiumi, che sarebbero i monti, che le pianure e il mondo? Sei tu che conservi la vita più florida”. Per apprezzare gli straordinari benefici dell’acqua, la valle di Rieti, sembra essere il luogo elettivo.  Qui il predominio dell’uomo sulla natura è rappresentato dalla bonifica fatta dal console Manio Curio Dentato nel III secolo a.C. La fecondità della terra è rappresentata dalla straordinaria ubertosità del territorio reatino. Infine il paesaggio, mai pura espressione naturalistica ma creato dal lavoro, dalla fatica e dalla fantasia dell’uomo. Un Eden, quello della valle di Rieti, considerata una delle più belle d’Europa per l’architettura del paesaggio, dove l’uomo ha agito con mano d’artista e dove dopo l’abbandono dell’agricoltura può ritornare per ritrovare: un ruscello, un fiume pulito, le rive  un lago ma anche  uno stagno abbellito da ninfee in un percorso paesaggistico dove  i torrenti, i canali, gli spazi arborei consentono incontri ravvicinati con la fauna,  dove i paesaggi artificiali che egli ha tracciato non devono andare perduti, uno spazio da offrire ai visitatori più attenti per passeggiare alla ricerca di positive suggestioni.

Conca di Rieti-Veduta dai Mti Sabini

Ricca di torrenti e sorgenti, la pianura dominata dal monte Terminillo è considerata la zona più ricca di acqua d’Europa. Grazie alla canalizzazione delle sorgenti del Peschiera, mirabile opera di ingegneria idraulica, realizzata negli anni Trenta, fornisce infatti l’85 per cento delle acque consumate a Roma. La ricchezza delle acque, caratteristica del territorio, è riscontrabile nella città di Rieti ma anche nei dintorni, nel rapido fluttuare dei corsi d’acqua di campagna e nei numerosi segnali stradali che indicano la strada per i laghi, sparsi nella pianura. Il fiume Velino attraversa la città con acque così trasparenti che un pescatore dalla vista acuta può vedere la sua preda prima che il pesce abbocchi all’esca. Liberata dalle acque dai romani con un’opera di ingegneria idraulica, la zona divenne famosa per la fertilità dei campi. Tanto erano fertili i campos rosae  dell’agro reatino che Cicerone li paragonò a quelli della valle di Tempe, nel nord della Tessaglia in Grecia, celebrata dai poeti greci come uno dei luoghi favoriti da Apollo e dalle Muse. Alla fertilità della valle di Rieti fece riferimento anche  lo storico Flavio Vopisco che definì i campi reatini,  Italiae sumen. Il concetto della fertilità del territorio ricorre anche nell’ Umbilicus Italiae , ombelico d’Italia, segnalato da Plinio nelle Naturalis Historia ed identificato nel lago di Cotilia da Marco Terenzio Varrone. “Ombelico d’Italia” è l’appellativo dato in seguito  alla città di Rieti, considerata al centro geografico della penisola italica.

Ingresso di Rieti Sotterranea

L’ acqua in particolare ed il sale sono stati gli ingredienti della storia della città che resero necessaria la costruzione del  viadotto romano che scopriremo durante l’itinerario sotterraneo. La passeggiata inizia da piazza Cavour, all’inizio del nuovo ponte sul Velino tra le acque del quale si  osservano i resti del ponte romano, costruito nel III secolo a.C. Il cartello che invita alla scoperta della Rieti Sotterranea,  mostra una sezione della via Roma, nel passato via Salaria l’antica via del sale, sostenuta da una serie di archi crescenti costruiti dai romani per evitare allagamenti ed impaludamenti della consolare.

Rieti sotterranea

La denominazione dell’importante arteria si deve alla sua funzione originaria che consentiva alle popolazioni dell’entroterra sabino e dell’agro reatino di raggiungere Roma per rifornirsi di sale nel Foro Boario, trasportato qui dalle saline della foce del Tevere ed alle popolazioni del Piceno di trasportare il sale e numerosi prodotti verso la capitale. Il sale è stato l’oro bianco dell’antichità, essenziale per la conservazione del cibo, oltre che per il loro condimento, indispensabile per pagare i soldati, un vero e proprio genere di lusso per chi abitava lontano dalle coste. Nelle Naturalis Historia Plinio affermava che non era possibile concepire una vita civilizzata senza di esso. I romani furono i primi a capirne la necessità e il valore tant’è che costruirono la più antica via consolare, che congiungeva Roma a Porto d’Ascoli e bonificarono la piana reatina. La strada attraversava la città di Rieti, la cui valle era occupata dalle acque del lacus Velinus. Croce e delizia del territorio reatino, l’acqua ha reso sempre difficile la vita della popolazione locale, costretta a combattere con il fiume Velino che nel passato usciva spesso dagli argini. Oggi l’acqua di Rieti produce vantaggi e benefici straordinari per gli abitanti di Roma, che hanno a disposizione più di 500 litri di acqua al giorno pro-capite provenienti dalle sorgenti dell’acquedotto Peschiera-Capore, situato in località Cittaducale a pochi chilometri da Rieti, principale fonte di approvvigionamento idrico per Roma.

Rieti sotterranea

Per la capitale si tratta di un grande vantaggio se si pensa che parigini e londinesi possono usufruire di meno della metà della quantità citata con una differenza sostanziale dovuta al fatto di utilizzare acqua purificata della Senna e del Tamigi. I romani al contrario utilizzano acque che hanno caratteristiche potabili naturali provenienti direttamente dalla sorgente. Pochi a Roma percepiscono questo vantaggio e neppure conoscono le difficoltà affrontate dalla popolazione reatina per difendersi dall’abbondanza delle acque che affiorano copiose in prossimità della città di Rieti. Inizialmente l’antica via Salaria doveva giungere a  Rieti e solo successivamente venne prolungata fino all’Adriatico, forse in seguito all’assoggettamento del Piceno avvenuto nel 268 a.C. Le modifiche e l’ampliamento dell’originario percorso richiesero un notevole dispendio di energie e di risorse economiche, se si pensa che per aprirsi un varco in direzione del mare, i romani furono costretti a realizzare subito dopo l’abitato di Interocrium,  Antrodoco, tagli verticali nelle rocce che ancora oggi caratterizzano le “gole del Velino. Questi ed altri interventi, di sostanziale importanza, furono necessari per rendere la Salaria, la principale via di comunicazione per l’intero territorio sabino, utilizzabile in qualsiasi periodo dell’anno.

Rieti sotterranea

La zona compresa tra il bordo della collina sulla quale si era sviluppata Rieti e l’alveo del Velino infatti, era costantemente impaludata a causa dell’abbondanza delle acque del fiume,  nel periodo delle piogge ed in primavera per lo  scioglimento delle nevi delle montagne circostanti. Questa fascia di terreno di circa 200 metri di profondità sulle riva destra del fiume poteva essere superata solamente grazie alla costruzione di una strada di collegamento tra il ponte ed il foro situato parte più alta della collina, superando il dislivello mediante la realizzazione di un viadotto inclinato ad arcate di notevole impegno costruttivo e grandioso effetto architettonico. Il primo arco di questa struttura era rappresentato dal ponte romano che consentiva alla via Salaria di superarare il fiume Velino.  Questo ponte in origine ad un solo arco, sembra essere stato rimaneggiato nel corso del I secolo d.C., con tutta probabilità durante l’epoca Claudia. Superato il ponte, a sinistra si incontra via del Porto. In loco era ubicato l’attracco più importante del tratto urbano del fiume Velino, sistemato a valle del ponte romano e quindi più protetto dalle piene del fiume. Una piccola ansa, arretrata rispetto all’argine, veniva colmata dalle acque del Velino, nei periodi di piena, acqua che frequentemente si addentrava per diversi metri lungo la strada trasformandola in canale navigabile. In loco la presenza di alcuni archi ribassati è testimone dei continui aumenti di livello delle rive del fiume, tesi ad evitare l’annoso problema delle inondazioni delle case, che rendevano difficile la vita agli abitanti della zona.

Rieti-Mura medievali

L’acqua trasformava così la città Rieti, con stretti canali, formati da case-torre costruite verticalmente al viadotto romano, in una piccola “Venezia di acqua dolce” per poi tornare per brevi periodi alla praticabilità delle sue strade. Una interazione in continua evoluzione del rapporto città- acqua- fiume- viadotto romano. Un rapporto di odio ed amore dove tutti hanno trovato vantaggi quotidiani e problemi da risolvere. Oggi dopo i lavori di sistemazione del Velino degli anni Trenta, con nuove arginature, costruzioni di muraglioni ed interramenti delle zone basse, dopo la costruzione delle dighe che hanno formato i laghi Salto e Turano, l’acqua non costituisce più una minaccia per la popolazione ma un bene da salvaguardare ed uno strumento di studio attraverso il quale comprendere le vicende del passato. A metà di via del Porto si incontra la parte retrostante di palazzo Napoleoni che presenta dei grandi archi tamponati nei muri. Gli archi, nel passato fungevano da darsene alle barche che trasportavano le merci nei magazzini mercantili dei palazzi gentilizi reatini. All’interno del palazzo un pannello mostra una ricostruzione della Reate romana tra il IV-II secolo a.C.  Più antica di Roma, Reate, risalente all’VIII secolo a.C., fu un’importante città dei Sabini. Deriva il suo nome da Rea, madre di tutti gli dei o, secondo un’altra versione, da Rea Silvia, genitrice di Romolo e Remo. Nei sotterranei di palazzo Napoleoni, è raggiungibile attraverso locali di epoca seicentesca, quattrocentesca e medievale, uno dei fornici del viadotto romano. L’insieme degli ambienti costituisce l’asse del percorso di visita attualmente  proposto ai turisti ed agli esperti, per gli importanti lavori effettuati negli anni dai proprietari e per la perfetta conservazione del fornice.

Rieti sotterranea

Da qui si giunge nei sotterranei di Palazzo Vecchiarelli il più prestigioso della città, costruito da Carlo Maderno. L’architetto con misurato gioco di fantasia operato per armonizzare il proprio intervento con gli edifici preesistenti, ideò per la corte interna una architettura scenografica capace di esaltare le qualità dell’insieme ottenendo al contempo una maggiore profondità dello spazio. La corte con portico e loggia fronteggiati da una  bella fontana e quinte sceniche, considerata il “teatro di pietra”, si è rivelata possedere un’ottima acustica. Realizzata sopra possenti volte appoggiate in parte su grandi pilastri, in parte su strutture medievali preesistenti ed in parte sul vicolo Coarone, la corte nasconde un complesso sotterraneo ricco di fascino e di storia all’interno del quale si possono vedere  un pozzo di origine medievale   ancora funzionante ed un muro con balcone sostenuto da mensole di pietra. Negli ambienti sotterranei del palazzo si osservano le Sculture Sonore di Immacolata Datti  realizzate con l’utilizzo di materiali eterogenei ed impiego di tecniche varie. Ritornando sulla via del Porto si può ammirare l’ambiente di palazzo Rosati che mostra un fornice seminterrato ma ben conservato. Il muro  laterale di contenimento a monte dell’arco, realizzato in opera quadrata, mette in evidenza il piano di inclinazione della via consolare dalle rive del fiume Velino fino alla rupe di travertino. La visita della Rieti Sotterranea si conclude negli ambienti della casa torre di via Pellicceria dove è possibile ammirare i resti della rupe di travertino dove si è sviluppata l’antica Reate. Da qualche tempo è possibile visitare la Rieti Sotterranea attraverso visite guidate organizzate in loco. INFO e Prenotazioni:  www.rietidascoprire.it  tel. 347 7279591 oppure 0746-296949.

APPUNTI DI VIAGGIO

DOVE DORMIRE: B&B “La Terrazza Fiorita”


Il Revòtano di Roccantica

Sulle pendici dei Monti Sabini, nei pressi del grazioso borgo di Roccantica, si trova uno straordinario “monumento naturale”. E’ il cosiddetto “Revòtano”, una gigantesca voragine carsica di circa 250 metri di diametro, fra le più grandi dell’Appennino, la cui profondità non è stata ancora accertata. E’ visibile sin da lontano come una larga depressione fra le leccete che ricoprono questo versante montano.

Il Revòtano

Difficile è raggiungerlo: all’oggi, purtroppo, non esiste un sentiero ben segnato che guidi l’escursionista nell’intrico di selve con la massima sicurezza; del resto, i fianchi strapiombanti della dolina si aprono improvvisamente nel bosco e possono costituire un serio pericolo. Questo luogo romito mantiene però intatto il fascino che da sempre possiede, e al quale è legata un’antica leggenda popolare. Si narra infatti che dove si trova il Revòtano sorgesse, in un’epoca imprecisata, il nucleo originario della medievale Roccantica: a causa della scarsa religiosità dei suoi abitanti, il villaggio sarebbe sprofondato dando vita all’immenso inghiottitoio. Forse fu anche il carattere maestoso e solitario del Revòtano e delle valli che lo circondano ad attrarre sin dall’Alto Medioevo gruppi di monaci o singoli eremiti, come testimoniano i molti cenobi sorti nella zona: se ne conoscono almeno due, San Leonardo e l’assai venerato San Michele. Entrambi molto affascinanti, i due eremi,  scavati nella nuda roccia, narrano di un antico connubio fra le forze dello spirito e quelle della natura, molto diffuso nel Lazio.

Il Revotano con un scorcio di Roccantica fra i boschi

Una visita a Roccantica non dovrebbe quindi tralasciare i suoi splendidi dintorni. Ma mentre San Michele è piuttosto frequentato, San Leonardo rimane ben più sperduto, poiché, come per il Revòtano, anche in questo caso manca la segnaletica. La solitudine di questi luoghi è comunque un motivo di attrazione particolare per chi abbia gusti avventurosi e voglia godere di spazi di natura integra e selvaggia, non ancora toccata dal turismo di massa, ritrovando così atmosfere e sensazioni di arcana bellezza. Per saperne di più, il lettore può far riferimento alla guida Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito (Eremon Edizioni, 2006).


I castelli perduti della Sabina

Questo lungo itinerario inizia da Roma e va ad esplorare alcuni fra i territori più belli e intatti del Lazio. Si può scegliere di prendere la Via Nomentana o la Via Tiburtina e, rispettivamente, superati i centri di Mentana o Guidonia, il paesaggio inizia a rivelare i tratti peculiari della Sabina Romana: prati, boschi e soprattutto uliveti si alternano fino a raggiungere la prima tappa, proprio alle pendici dei Monti Lucretili, Palombara Sabina, cittadina che conserva un pittoresco borgo medievale.

Castiglione di Palombara

A poca distanza, in posizione panoramica, sorgono le rovine del Castiglione, uno dei “manieri perduti” più affascinanti del Lazio, notevole esempio di castrum longobardo. Si riparte in direzione nord in una verde campagna e, appena superato il moderno abitato di Stazzano, una stradina a sinistra ci conduce alle semisconosciuto “paese fantasma” di Stazzano Vecchio, su cui spicca il turrito Castello Orsini; il complesso, attualmente in fase di restauro, offre un’atmosfera sospesa nel tempo.

Stazzano Vecchia

L’itinerario prosegue sempre verso Nord, toccando Moricone e Montelibretti, sempre immersi in un paesaggio bucolico ove protagonisti sono i fitti uliveti terrazzati, con numerose piante secolari. Si valica poi la Via Salaria e si prendono le indicazioni per l’Abbazia di Farfa che merita di certo una sosta: siamo ormai nella Valle del Farfa e in Provincia di Rieti, e a poca distanza dal complesso religioso, ai piedi di Mompeo, i poco visibili ruderi di Roccabaldesca arricchiscono un quadro paesistico di grande fascino, in particolare durante la primavera per le fioriture dei frutteti. Il nostro percorso ora risale le dolci colline sabine passando prima per il piccolo villaggio medievale di Bocchignano e poi per Poggio Mirteto fino al suggestivo borgo di Catino, subito riconoscibile per l’alta torre del castello.

Castello di Catino

È una delle tappe più emozionanti dell’itinerario: si risale il paese attraverso vicoli ed archetti fino ai resti del castello longobardo dove l’orizzonte si apre immenso allo sguardo sulla Sabina Tiberina e buona parte dell’Alto Lazio. Oltrepassato un varco superstite nelle mura del castello, voltandosi si può avere un colpo d’occhio stupendo sul monumento e ci si rende conto di essere sull’orlo di un profondo burrone, il “Catino” appunto, che si apre alle spalle del paese. Tornati sulla strada pedemontana (SS 313), si attraversa un lungo tratto del sistema collinare ai piedi dei Monti Sabini in un paesaggio sempre più splendido che offre molti scorci “medievali”, avendo mantenuto quasi inalterata la tipologia di urbanizzazione risalente all’epoca dell’incastellamento (fra IX e XI secolo), con una miriade di borghi situati sulle alture (da non perdere Casperia).

Castello di Rocchettine

Addentratisi in una zona solitaria si giunge quindi a Rocchettine, altro paese “perduto” della Sabina, situato di fronte al borgo di Rocchette, quest’ultimo però ancora abitato da una manciata di abitanti. La Rocca Guidonesca di Rocchettine è una delle più imponenti del Lazio ed è circondata dai resti delle vecchie case. Lasciate Rocchette e Rocchettine, si prosegue verso Cottanello in un ambiente agreste di eccezionale serenità: viene da chiedersi allora come mai un paesaggio così splendido a due passi da Roma sia ancora così poco visitato! Giunti a Cottanello, piccolo paese in pietra completamente circondato dal verde, una stradina porta alla frazione di Castiglione di Cottanello, ove, proprio al confine con l’Umbria, sorgono le omonime rovine del fortilizio che offre un panorama meraviglioso.

Veduta di Cottanello

Per gli appassionati di natura, si consiglia una passeggiata sui vicini Piani di Cottanello, praterie ricche di animali al pascolo e di enormi cerri secolari. Da Cottanello si riparte in direzione di Rieti per una strada tutta montana che dopo un percorso tortuoso scende a Contigliano, ennesimo borgo sabino da visitare assieme alla vicina Greccio. Siamo nella Conca Reatina, detta “Valle Santa” per le memorie di San Francesco che vi soggiornò per parecchi anni maturando il suo pensiero e lasciando una traccia indelebile della sua predicazione d’amore e pace.

Paesaggio della Valle Santa

Come per l’Abbazia di Farfa, anche in questo caso vale certamente la pena effettuare una sosta per visitare i conventi della vallata (in primis quello di Greccio) e per godere degli incantevoli panorami sulla grande piana, una delle più belle conche montane d’Italia, tutelata da una riserva naturale. Si riprende l’itinerario attraversando Rieti (l’antica Reate, odierno capoluogo di provincia della Sabina, considerata come il centro geografico d’Italia) e poi si prende la superstrada per la Valle del Salto. Ci si addentra così nella sub-regione del Cicolano, una zona di transizione fra Lazio e Abruzzo, selvaggia e quasi disabitata, che offre paesaggi magnifici: dai grandi boschi di castagno e faggio, al frastagliato bacino artificiale del Lago del Salto con i suoi fiordi e le sue penisolette, dai vasti altopiani montani coi loro laghetti alle sperdute cime dai panorami mozzafiato. Dopo qualche decina di chilometri la superstrada passa ai piedi di Petrella Salto, coi modesti ruderi della Rocca Cenci che fu teatro del celebre dramma di Beatrice, e infine sale a Fiamignano. Il toponimo forse è il ricordo dell’incendio che distrusse il primitivo nucleo abitativo, di cui oggi non rimane quasi nulla, se non le rovine della rocca di Poggio Poponesco, caratterizzata da una svettante ed austera torre.

Castello di Poggio Poponesco

E’ questa una tappa importante dell’itinerario, poiché dà la possibilità di scoprire una zona fra le più incontaminate del Lazio, che meriterebbe certamente una maggiore considerazione turistica. Il Cicolano, del resto, è ricolmo di fortilizi, spesso ridotti a ruderi, come lo sperduto Castello della Piscignola o la poderosa Rocca di Corvaro. Se quest’ultima è facilmente visitabile risalendo l’omonimo semi-abbandonato paese nel Comune di Borgorose, il primo si raggiunge meglio a piedi che in auto, viste le pessime condizioni della carrareccia che lo collega “al resto del mondo”. Ad ogni modo, dopo la visita di Piscignola, sul versante opposto dei Monti del Cicolano rispetto a Fiamignano, si può ritrovare la Via Salaria all’altezza di Antrodoco. Da qui si prosegue in direzione Nord attraverso la stupenda Valle del Velino, ricca di acque, laghetti e fenomeni carsici, e si fa tappa al borgo medievale di Castel Sant’Angelo coi ruderi del suo maniero. Più avanti, quasi arrivati alla conca di Amatrice, si svolta a sinistra per Cittareale, cittadina posta a pochi chilometri dal confine umbro-laziale, ove con la visita alla Rocca Angioina, da poco restaurata, si chiude il nostro itinerario. Per saperne di più, il lettore può far riferimento alla guida I castelli perduti del Lazio e i loro segreti (Eremon Edizioni, 2011).

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

5-6 giorni.

Periodo migliore:

ottobre-novembre-dicembre e aprile-maggio-giugno-luglio per i colori della campagna.

Dove dormire:

Montopoli di Sabina – Agriturismo La Casa dell’Abbazia

Casperia – B&B La Torretta

Rieti – B&B La Terrazza Fiorita