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Bagnaia-Villa Lante

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Il proverbiale scorcio panoramico di Villa Lante della Rovere, presso Viterbo. Voluta dal cardinale Gambara alla metà del XVI secolo, ed attribuita al Vignola, è una delle più riuscite espressioni di giardino all’italiana e di villa manierista, ricca di fontane e giochi d’acqua, sculture ed architetture che dialogano in modo perfetto con il paesaggio silvestre dei Monti Cimini. Un piccolo capolavoro di armonia e raffinatezza che non smette di stupire.

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Alatri-Scorcio della Piazza di Santa Maria Maggiore

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Uno scorcio della bella Piazza di Santa Maria Maggiore ad Alatri, su cui prospettano l’omonima collegiata in stile romanico-gotico, l’elegante, ottocentesca Fontana Pia (in primo piano) ed altre nobili architetture, fra cui Palazzo Conti-Gentili, d’origine duecentesca, col suo monumentale orologio solare. 


Ronciglione-Campanile romanico di Sant’Andrea

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Il suggestivo campanile romanico della Chiesa di Sant’Andrea (XII sec.) a Ronciglione, bella cittadina alle pendici dei Monti Cimini.


Tarquinia-Chiesa di Santa Maria di Castello

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La stupenda Chiesa di Santa Maria di Castello, gioiello romanico di Tarquinia, vista dalla Torre di Matilde di Canossa. Siamo nella Maremma Viterbese, a marzo, e i colori della primavera iniziano ad affacciarsi sulle colline etrusche. Un momento perfetto per visitare questa cittadina d’arte con i suoi tesori architettonici ancora poco conosciuti.


La Morte

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Impressionante affresco nel Sacro Speco di Subiaco, di scuola umbro-laziale. La Morte è descritta come un orrendo cavaliere che colpisce a casaccio con la sua falce, lasciando spesso vivi i vecchi (che la invocano) e uccidendo i giovani (che mai sospetterebbero l’avvicinarsi della fine): un’impietosa metafora della precarietà della vita che ci fa riflettere sull’importanza spesso esagerata che diamo quotidianamente a cose vacue.


Roma-Crepuscolo dal Gianicolo

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Torniamo spesso a descrivere i panorami dal Gianicolo per la loro straordinaria bellezza e poesia. Roma appare da qui come una favolosa distesa di monumenti, torri, cupole e campanili, formando un complesso di imponente splendore artistico ed urbanistico. Sullo sfondo si innalzano i contrafforti del preappennino laziale e più oltre quelli dell’Appennino Centrale, con molte cime innevate d’inverno.


Alatri-Scorcio con Palazzo Conti

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Uno scorcio della piazza centrale di Alatri con l’elegante Fontana Pia (1870) e il quattrocentesco Palazzo Conti. Per approfondimenti sugli itinerari archeologici e misterici della cittadina vedi “Lazio. I luoghi del mistero e del’insolito”.


Roma-Luci mattutine in Via della Reginella

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Le luci di un mattino d’inverno filtrano in Via della Reginella, il vicolo che collega la splendida Piazza Mattei al Ghetto. Siamo in una delle zone più belle e suggestive di Roma, in cui il tempo pare essersi fermato.


Il presepe con le balle di fieno di Selci

Nel piccolo borgo sabino di Selci, perso in una valletta e invisibile dalle strade principali, letteralmente “si nasconde” una simpatica curiosità folkloristica. Nel periodo natalizio, nell’ambito della manifestazione “Balle di Natale”, fra le viuzze medievali vengono posizionate numerose rotoballe di fieno che ripropongono i personaggi tipici di un presepe. Se si va in mezzo alla settimana, l’atmosfera spopolata del paese può suscitare un’impressione fantastica, soprattutto nei bambini, poiché queste singolari sculture paiono esserne gli unici abitanti, osservando i visitatori con i loro grandi occhi. Si consiglia di contattare la Pro Loco di Selci per avere conferma dell’allestimento anche quest’anno. Qui di seguito alcune immagini tratte da un’edizione passata, assieme agli scorci del paese.

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Loggia del Palazzo dei Cavalieri di Rodi a Roma

Roma-Palazzo dei Cavalieri di Rodi, loggia RCRLB

L’elegante loggia quattrocentesca del Palazzo dei Cavalieri di Rodi a Roma, e sullo sfondo la Torre delle Milizie. Suggestive sovrapposizioni medievali e rinascimentali nello scenario unico del Foro di Traiano.


Ronciglione-Scorcio con il campanile della Provvidenza

Ronciglione-Chiesa di S. Maria della Provvidenza RCRLB

La suggestiva salita a Via Borgo di Sopra con lo slanciato campanile romanico della Chiesa di Santa Maria della Provvidenza a Ronciglione. Si tratta di uno degli scorci più caratteristici di questa pittoresca cittadina dei Monti Cimini, assai composita nella sua forma urbanistica per l’alternarsi di zone medievali e altre rinascimentali o barocche.


Scala Vignolesca nel Palazzo Alberti di Orte

Orte-Palazzo Mattei di Via Garibaldi 2, scala vignolesca RCRLB

Orte custodisce numerosi gioielli storici, artistici e architettonici. Uno di questi è la magnifica scala “a spirale” della scuola del Vignola, datata alla fine del XVI secolo, che si trova all’interno dell’elegante Palazzo Alberti, sulla bellissima Via Garibaldi.


Fontana del Mascherone di Santa Sabina a Roma

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Situata di fronte alla Basilica di Santa Sabina, la pittoresca Fontana del Mascherone venne realizzata intorno al 1593 su progetto di Giacomo della Porta: originariamente si trovava nell’area del Foro Romano, allora denominato “Campo Vaccino” poiché vi pascolavano i bovini. Egli riutilizzò un’antica vasca di granito circolare e fece arricchire la composizione con una maschera scolpita dal noto artigiano Bassi. La fontana venne più volte smembrata e collocata in diversi punti della città fino alla definitiva sistemazione sull’Aventino nel 1936, addossata al muro della Rocca Savella.


Sator di Trisulti

Certosa di Trisulti-Farmacia, Sator RCRLB
L’enigmatico “Sator” di Filippo Balbi presente nella farmacia della Certosa di Trisulti, luogo pregno di magia e mistero (per saperne di più: “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”). Ci troviamo presso Collepardo, borgo ciociaro situato nel cuore dei Monti Ernici, in una delle zone più affascinanti del Lazio dal punto di vista storico, culturale e paesaggistico.


Palazzo Chigi ad Ariccia

Ariccia-Palazzo Chigi RCRLB

L’elegante Palazzo Chigi ad Ariccia, ricostruito in forme barocche dal genio di Gian Lorenzo Bernini nella seconda metà del XVII secolo. Adibito a museo e visitabile, colpisce la perfezione del suo inserimento paesaggistico, in virtù della presenza di un vastissimo parco già decantato dai viaggiatori del Grand Tour per la ricchezza delle piante e per i numerosi ruderi di varie epoche. Situata nel cuore dei Colli Albani, la cittadina di Ariccia, oggi celebre per le sue “fraschette”, serba anche altri monumenti singolari, come ad esempio il solenne ponte ottocentesco: per saperne di più si consiglia di fare riferimento al nostro libro “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.


Fontana a fuso di Vitorchiano

Vitorchiano-Fontana a fuso

L’elegante fontana “a fuso” di Vitorchiano, che introduce al bellissimo borgo medievale. Di fattura duecentesca, deve il suo nome alla particolare forma a fiore della cuspide, secondo alcuni studiosi di derivazione etrusca. Vitorchiano e il suo territorio serbano numerose sorprese al visitatore: per saperne di più si faccia riferimento alla nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”. Per inserire invece il borgo in un itinerario più ampio si veda il nostro articolo “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia (parte 2: da Viterbo a Sermugnano”).


Il mondo fantastico di Calcata

Lo scenario offerto dalla Valle del Treja, in particolare nel punto in cui vi si affaccia il borgo di Calcata, è uno dei più splendidi e intatti paesaggi laziali. Siamo nella Bassa Tuscia, a poche decine di chilometri da Roma, per la precisione nell’ancora sconosciuto Agro Falisco, terra di profondi valloni che interrompono una pianura fatta di bucolici pascoli e ordinati noccioleti. Si arriva solitamente a Calcata tramite brevi deviazioni sulle statali Cassia e Flaminia, ma la strada più bella e meno trafficata per raggiungerla è quella che partendo da Campagnano, e passando per Magliano Romano, attraversa una campagna ancora “antica”, situata a cavallo fra due aree protette, il Parco di Vejo e il Parco Regionale della Valle del Treja.

Calcata-Veduta

La vista improvvisa dello sperone su cui si erge il piccolo villaggio, che in primavera e in estate appare come una penisola rossastra in un mare di smeraldo, rapisce lo spettatore e lo proietta in un’epoca indefinita, ove alle suggestioni ispirate dalla natura si aggiungono quelle di un’Età di Mezzo magica e arcana. Sulle vicine rupi poi, celati tra i meandri della vegetazione, sono i resti di insediamenti medievali (come quello di Santa Maria) e falisci (Pizzo Piede, Narce, ecc.), che aggiungono ulteriore interesse alla zona.

Calcata-Panorama

Al borgo vecchio si accede da un’unica porta che si apre tra le fortificazioni e che conduce alla pittoresca piazzetta, sulla quale prospetta il Castello degli Anguillara e dove sono posti tre curiosi troni di tufo. Da qui si snoda un dedalo di strette viuzze, che, talvolta attraversando buie arcate conducono tutte al ciglio del profondo precipizio, il quale rende, a sua volta, Calcata uno dei migliori esempi di paese “fortificato naturalmente”.

Calcata-Porta del borgo

Ricoperte da licheni e costruite in muratura o scavate nel tufo, le case si presentano come modeste e rustiche dimore ove si possono osservare sia antichi portali che resti di profferli. Ad esse si alternano, poi, buie cantine e silenziose grotte, adibite dagli estrosi abitanti a deliziose botteghe o a laboratori artigianali ed artistici. Il borgo è infatti popolato per lo più da artisti e artigiani, alcuni dei quali vennero fin dagli anni ’60 da diverse parti del mondo occupando il paese ormai completamente abbandonato dai Calcatesi, preoccupati, questi ultimi, dalla sua presunta instabilità. Quel che fino ad allora era definito il “paese che muore” (appellativo questo già della più nota Civita di Bagnoregio) ebbe così un’inaspettata quanto repentina “resurrezione”.

Calcata-Piazzetta

Calcata-Portali

Calcata-Casa nel borgo

Il silenzio e la solitudine delle viuzze, i romantici panorami aperti sul vuoto, il suono dolce e costante delle acque del Treja, le irte rupi che chiudono l’orizzonte: sono queste le suggestioni indefinibili che ancor oggi offre questo angolo segreto e nascosto d’Italia, antico punto d’incontro fra Etruschi, Falisci e Romani. Un luogo incantato reso ancor più affascinante dalle leggende che da sempre tracciano la storia di Calcata Vecchia. Una credenza assai diffusa è che il sito ove ora sorge l’abitato di Calcata Vecchia ospitasse un’ara falisca in cui si compivano misteriosi riti magici e propiziatori, forse legati ad arcaici culti astrali. Riti che, pare, vennero ripresi negli anni ’70-’80 del Novecento e che furono reiterati fino a poco tempo fa in qualche grotta nelle forre sottostanti.

Calcata-Vicolo de Il Granarone

Un’altra particolarità di Calcata è legata ad un “reperto” custodito fino a pochi decenni or sono presso la chiesa parrocchiale, e citato anche da documenti risalenti all’Ottocento. Esso consisteva nella più incredibile tra tutte le sacre reliquie: il prepuzio di Gesù. La storia attorno a tale reliquia è alquanto curiosa e animata: per saperne di più si faccia riferimento alla nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”.

Calcata-Vicolo 2 RCRLB

A dire il vero negli ultimi anni Calcata ha purtroppo perso un po’ della sua vivacità artistica: molti artisti ed intellettuali sono andati via per vari motivi, mentre l’età che avanza per i “pionieri” di quaranta anni fa non è controbilanciata da un “ricambio” generazionale; gli abitanti “stabili”, insomma, sono sempre di meno. Trattorie e attività ricettive abbondano in uno spazio fin troppo esiguo ma l’offerta artistica ed artigianale è divenuta assai minore che in passato. Inoltre non si è riusciti a risolvere l’enorme problema dell’afflusso sbilanciato e disarmonico dei visitatori, che alterna il sovraffollamento di certi week-end al “deserto” durante il resto della settimana.

Calcata-Madonnina 1 RCRLB

Calcata-Particolare con piccione

Forse Calcata sta diventando “fuori moda”? Forse si è definitivamente spenta quell’utopia di un “mondo ideale” che qui tanto venne perseguita in passato e che spinse a viverci? Fatto sta che una vera rinascita del borgo dovrebbe passare dalla riscoperta delle radici più autentiche del territorio, nonché dalla valorizzazione delle sue straordinarie valenze ambientali e archeologiche. E di certo tutto l’Agro Falisco, di cui Calcata è il cuore, se tutelato e reso fruibile nel suo complesso (si pensi al tracciato della Via Amerina), potrebbe non solo offrire spunti per una vera e propria vacanza, superando il misero “mordi e fuggi” delle gite domenicali “da abbuffata” e sviluppando un turismo di livello più alto, ma attrarre anche nuovi residenti alla ricerca di una maggiore qualità della vita, rivitalizzando così i paesi della zona che oggi rischiano di morire davvero.


La nobiltà decadente di Montecalvello, dimora segreta di Balthus

Ci troviamo nel cuore della Teverina Viterbese, in quella parte della Valle del Tevere che segna per qualche decina di chilometri il confine fra Lazio ed Umbria, in un suggestivo paesaggio ora dolce ora segnato da aspri calanchi. Giungere a Montecalvello è molto semplice facendo l’A1. Si esce al casello di Attigliano, si prende per Bomarzo, si attraversa il fiume entrando nel Lazio e si prosegue brevemente sulla SP Valle del Tevere in direzione di Civitella-Castiglione. Ad un certo punto un’indicazione a sinistra per Grotte di Santo Stefano permette di inoltrarsi in una campagna dall’aspetto “antico”, fra terre arate e verdi colline rigate da calanchi argillosi; superata la chiesetta rurale della Madonna dell’Aiuto, si inizia a risalire il colle fino ad arrivare al piccolo borgo, odierna frazione di Viterbo.

Campagna con nebbia

La storia di questo minuscolo insediamento fortificato è tuttora poco chiara. Si pensa che la sua edificazione avvenne tra il 774 ed il 776 su ordine del re longobardo Desiderio, ma le uniche notizie certe si hanno soltanto dalla prima metà del Duecento, quando il castello risulta sotto la potestà della viterbese famiglia ghibellina dei Calvelli, donde deriva l’attuale toponimo. Venne poi la signoria dei Monaldeschi del ramo del Cane, cui succedettero nella prima metà del Seicento i Pamphili con la figura di Donna Olimpia Maidalchini, la potente cognata del papa Innocenzo X, nel 1664 i Raimondi e poi i Doria-Pamphili.

Porta d'accesso

Montecalvello-Veduta da Piantorena bn RCRLB

Passato più recentemente in altre mani, nel 1970 il castello fu infine acquistato dal conte Balthasar Klossowski de Rola, pittore franco-polacco contemporaneo celebre con il nome di Balthus, la cui famiglia ne è tuttora proprietaria. Questo grande artista, dall’animo raffinatissimo, fu definito dall’amico Federico Fellini “un signore del Rinascimento”: e la percezione di arcana bellezza che si ha in molti luoghi del Lazio, dove visse per anni, lo colpiva profondamente.

Montecalvello-Porta interna bn RCRLB

Montecalvello-Arco con chiesetta bn RCRLB

Corridoio ad archi

Del resto, visitare Montecalvello significa, al di là delle frasi fatte, compiere un viaggio a ritroso nel tempo. Il castello, varcata la porta d’accesso, appare un luogo musealizzato in cui gli elementi della “modernità” non hanno mai avuto accesso. Come nella non lontana Civita Bagnoregio, vi si può avere la visione quasi perfetta di un villaggio del XVI secolo pervenutoci praticamente intatto.

Montecalvello-Piazza Castello 1 bn RCRLB

Nessun abitante fisso, o almeno così ci è parso, tranne forse un guardiano e i suoi gatti. Un guardiano per un paese? Strano, si potrebbe pensare. In realtà Montecalvello non è un “normale” paese ma un vero e proprio borgo-castello privato, in cui le poche abitazioni erano e sono esclusivamente a suo servizio: si vedono una chiesetta (dedicata a Santa Maria), alcune costruzioni in cui risiedevano gli operai che lavoravano per i proprietari e il grandioso palazzo signorile, elegante rifacimento quattro-cinquecentesco di un maniero più vetusto, che all’interno custodisce affreschi e mobili preziosi. L’angolo più affascinante è senza dubbio Piazza Castello, una sorta di corte interna ove prospettano la facciata del palazzo e quelle di casette assai più dimesse con i loro rustici portoni.

Montecalvello-Piazza Castello 3 bn RCRLB

Montecalvello-Piazza Castello 2 bn RCRLB

A Montecalvello, insomma, ci si trova immersi in un luogo rimasto fermo all’epoca rinascimentale (di cui si scorgono i dettagli di grottesche all’interno di una loggia affacciata sul vuoto), che emana quella “nobile decadenza” così tipica di certi centri della Tuscia cimina (Bomarzo, Vignanello, Caprarola, Soriano, ecc…). E’ un’attrazione che può essere fatale per lo spirito imbevuto di letture o ascolti romantici, ma che può addirittura respingere coloro i quali siano estranei a quel tipo di formazione culturale e di gusto estetico. Montecalvello è di certo inadatto a chi voglia “divertirsi” nell’accezione più pragmatica del termine: non ci sono negozi, non ci sono ristoranti; nulla, nemmeno un bar.

Montecalvello-Grata bn RCRLB

Montecalvello-Palazzo, finestre rinascimentali bn RCRLB

Loggetta rinascimentale

Montecalvello-Palazzo, stemma bn RCRLB

Anche il paesaggio offre sensazioni romantiche. Affacciandosi dalla piazza, si scopre un intricato bosco misto dai toni vagamente malinconici, la cosiddetta “Macchia di Piantorena”, ove un tempo sorgeva il villaggio etrusco-romano di Torena. Da lato opposto del borghetto, invece, un piccolo giardino su cui svetta una torre permette di godere una vista molto più ampia verso il Tevere, con i querceti che in basso lasciano il posto ad ordinati campi coltivati. Si scorge anche una robusta torretta sul pendio a noi prospiciente, segno che nel Medioevo la zona dovette essere munita e presidiata da una fitta rete di fortilizi.

Ingresso ai sotterranei

Per carpirne l’essenza, bisognerebbe andare a Montecalvello in una di quelle fredde mattine di nebbia autunnale, quando l’atmosfera è irreale e quasi ci si dimentica di essere nel XXI secolo. Alla vista si uniscono l’udito e l’olfatto, in un’osmosi di sensi difficile da provare nel vivere quotidiano: l’odore denso delle antiche pietre di tufo, pregne di umidità, convive con quello di piccoli camini accesi, di muschi e alberi dalle mille sfumature che invadono l’aria; su tutto domina il silenzio. E l’abbandono, la solitudine che ci circondano divengono occasione per pensieri e sensazioni speciali.


Il “Sacro Bosco” di Bomarzo

Il “Sacro Bosco”, meglio noto come “Parco dei Mostri”, rappresenta senza dubbio uno dei siti d’interesse artistico più singolari ed emozionanti d’Italia. Nato nel 1552 per volere di un personaggio stravagante del Cinquecento italiano quale Pier Francesco “Vicino” Orsini, e su progetto del famoso architetto ed antiquario napoletano Pirro Lagorio, il Sacro Bosco sorge in una solitaria valletta tufacea ai piedi di Bomarzo, piccolo borgo medievale della Tuscia Viterbese (vedi anche “La Piramide di Bomarzo” e “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia-parte 2: da Viterbo a Sermugnano“).

Veduta di Bomarzo

Giacciono nel parco statue e costruzioni scolpite in blocchi litici talvolta enormi, avvolte armoniosamente dalla vegetazione e da un’atmosfera estremamente romantica e suggestiva: un elefante da guerra, un drago, una tartaruga enorme, un gigante che squarcia il suo rivale, un orco dalle fauci aperte, una casa pendente e altre immagini stravaganti, rese ancor più pittoresche dal lavorio del tempo che ne ha arricchito le sfumature e le colorazioni. Un luogo, questo, assolutamente unico al mondo (paragonabile, ma soltanto in parte, alla settecentesca Villa Palagonía di Bagheria, in Sicilia) e tuttavia rimasto nell’oblio per circa quattro secoli, nel corso dei quali leggende del volgo lo popolarono di elfi, spettri e creature demoniache. Dopo la morte del “Vicino”, infatti, il parco cadde ben presto in uno stato di totale abbandono che perdurò fino alla prima metà del Novecento, quando la curiosità di artisti italiani e stranieri (come ad esempio il pittore olandese Carel Willink o il grande maestro surrealista Salvador Dalì) ne permise la riscoperta e ne favorì di conseguenza il recupero, avvenuto grazie all’impegno di Giovanni Bettini e della sua famiglia (peraltro proprietaria attuale del complesso). Il “Parco dei Mostri” iniziò così a richiamare l’attenzione di intellettuali e studiosi anche di fama internazionale (come ad esempio lo scrittore argentino Manuel Mújica Laínez, che ne trasse ispirazione per il suo romanzo “Bomarzo”) nonché di un numero sempre crescente di turisti.

Casa Pendente

A prima vista, l’estetica di questo luogo, ricco di citazioni classiche, pare conformarsi alla moda del grottesco, del mitico e del fantastico diffusasi in Italia durante il tardo Rinascimento (seconda metà del XVI sec.), e che caratterizzò ville, palazzi e ninfei dell’epoca, concepiti in forme tali da stupire e divertire il visitatore (si pensi ai fasti di Villa d’Este a Tivoli, di Villa Farnese a Caprarola e di Villa Lante a Bagnaia). Del resto su una lapide del parco si legge: «Voi che pel mondo gite errando, vaghi / di veder maraviglie alte et stupende, / venite qua, dove son faccie horrende / elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi». Tuttavia la straordinarietà del Parco di Bomarzo, con le sue “mostruose” figure e le sue bizzarre creazioni, abbinate ognuna a frasi e a pensieri di chiara impronta ermetica incisi sulla pietra, ha stimolato tra gli osservatori svariate ipotesi sulle ragioni del suo concepimento da parte dell’Orsini. E sicuramente tra le più affascinanti v’è quella secondo cui la “Villa delle Meraviglie” (come venne anche chiamato il Sacro Bosco dai suoi ideatori) costituirebbe un vero e proprio viaggio esoterico ed iniziatico, al quale soltanto i convenuti “illuminati” o i visitatori ben disposti nello spirito sarebbero invitati a prendere parte. Nel libro “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito” proponiamo una nostra personale interpretazione di questo percorso occulto.

L'Orco

Al di là dell’aspetto misteriosofico, rimane comunque piuttosto curioso il fatto che un uomo d’arme come Vicino Orsini abbia di punto in bianco abbandonato il mestiere del soldato per una vita riservata e contemplativa. Si pensa che ciò avvenne a causa dell’improvvisa morte della moglie Giulia Farnese di modo che l’intero significato dell’opera sarebbe da ricondurre al tema dell’amore («Sol per sfogar il core», come si legge su una lapide del misterioso teatro neo-romano situato poco prima della Casa Pendente). Allo stesso tempo però, la rilettura recente di documenti dell’epoca da parte di alcuni studiosi ha fatto pensare anche ad un episodio ben preciso che forse scatenò questo desiderio di isolamento e ripiegamento interiore. Nel 1557 Vicino Orsini partecipò alla distruzione di Montefortino (l’odierna Artena), sui Monti Lepini, e al massacro della sua intera popolazione, sotto il diretto ordine di papa Paolo IV, il quale voleva punire la cittadina del suo tradimento in favore degli Aragonesi, nell’ambito della guerra fra Papato e Regno di Napoli (al tempo governato dagli Spagnoli) del 1556-57. Tale orrore lo avrebbe convinto ad abbandonare la carriera militare.

Artena-Veduta

Saranno andate davvero così le cose? Non ne abbiamo la certezza. Ma di sicuro c’è che appare alquanto strano che un signore che da più di dieci anni esercitava l’arte della guerra, traendone profitti ed onori, ma anche indurendo il cuore e rendendo gretto l’animo, quasi d’improvviso si rendesse ispiratore di un’opera così profonda, sensibile ed evocativa come il Sacro Bosco. Tutto ciò rimane e rimarrà un mistero che il Vicino si è portato nella tomba. Quel che a noi rimane è tentare di carpire i messaggi nascosti dietro le pittoresche sculture di questo incredibile giardino oppure lasciarsi semplicemente incantare, come fanciulli, da un luogo che pare appartenere più ai sogni e alla fantasia che alla realtà.


Il Sacro Speco a Subiaco

Sacro Speco, Subiaco

Il Sacro Speco è il primo monastero fondato da San Benedetto in Italia. Questo luogo diede i natali al monachesimo, e conserva l’eremo dove si rifugiò il santo. Situato nella Valle dell’Aniene, conosciuta anche con il nome di sublacense, è un suggestivo luogo incastonato tra le ripide rocce che in questo punto si ergono alte sul fiume. Qui pare che il tempo sia fermato tra arte, storia, natura che si fondono mirabilmente infondendo al visitatore un profondo senso di spiritualità. Non lontano è il Monastero di Santa Scolastica, dedicato alla sorella di San Benedetto.
Per saperne di più si faccia riferimento alla guida Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito.