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Bomarzo-La Sala dei Paesaggi

Uno scorcio della “Sala dei Paesaggi”, nel Palazzo Orsini di Bomarzo: un nome che è tutto un programma in quanto basta affacciarsi da una delle finestre della stanza per ammirare, oggi come ieri, un panorama magnifico, ora reso strepitoso dai colori tardo-autunnali. Il palazzo è sede di eventi a dicembre come “Tuscia deliziosa” fra arte, cultura ed enogastronomia.

Proceno: sguardo sul Medioevo

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Affacciato sulla Valle del Paglia e sulla Via Francigena, Proceno incanta il viaggiatore con il suo elegante profilo qualificato dal Castello Bisoni-Cecchini, uno dei più antichi della Tuscia. Ammirare questo delizioso borgo – che la leggenda vuole fondato dal re etrusco Porsenna – dalle colline che lo circondano equivale ad aprire una “finestra” sull’Italia feudale, fatta di torri e castelli in cima ai poggi e circondati da lande solitarie. La campagna di oggi ricorda però di più il paesaggio rinascimentale, con l’armonia dei campi coltivati e i casali sparsi qua e là. Un patrimonio storico-paesaggistico straordinario da tutelare e far conoscere.

 


Rinascimento a Stimigliano

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Un elegante particolare rinascimentale nel bel borgo di Stimigliano, affacciato sulla Valle del Tevere e sulle colline della Sabina Tiberina.


Scorcio temporalesco dell’Isola Bisentina

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Un suggestivo scorcio temporalesco della misteriosa Isola Bisentina, con in evidenza una delle svariate cappelle rinascimentali farnesiane che vi sorgono.


Tempietto nel Sacro Bosco di Bomarzo

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Un suggestivo scorcio del Sacro Bosco di Bomarzo durante le recenti nevicate, con il “Tempietto” cinquecentesco disegnato dall’architetto Pirro Ligorio.


Villa Lante a Bagnaia, particolare

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Un particolare scultoreo in una delle molte fontane di Villa Lante a Bagnaia (XVI secolo), presso Viterbo. Scene di profondo romanticismo con le sculture, che richiamano dei, miti e leggende della classicità, corrose dal tempo ed immerse in un giardino ricco d’acqua e di alberi, mutevole ad ogni stagione.


Roma-Fontana del Pantheon

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Progettata nel 1575 da Giacomo della Porta (e ristrutturata nel Settecento da Filippo Barigioni con l’aggiunta dell’obelisco egizio), la magnifica, rinascimentale Fontana del Pantheon impreziosisce lo spazio urbano già eccezionale di Piazza della Rotonda (o “Rotonna” in dialetto).


Bracciano, Castello Orsini-Odescalchi

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Uno dei gioielli architettonici del Lazio, il Castello Orsini-Odescalchi a Bracciano, affacciato sull’omonimo lago e visibile sin da lontano con la sua mole imponente. A metà fra una dimora fortificata ed un palazzo signorile, questo monumento fu edificato nel XV secolo per volere degli Orsini (ristrutturando un preesistente maniero) su iniziale progetto dell’architetto senese Francesco Di Giorgio Martini; in seguito vi lavorarono a più riprese grandi artisti, come ad esempio Antoniazzo Romano e i Fratelli Zuccari per quanto riguarda le decorazioni pittoriche. L’elegante castello, considerato fra i più belli al mondo, racconta non solo l’epopea del Rinascimento nel Lazio ma anche delle leggende e degli intrighi dell’aristocrazia romana. Per saperne di più. “Lazio. I luoghi del Mistero e dell’insolito”


Ponte Rotto a Roma

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Un magnifico incrocio di architetture sul Tevere a Roma, nei pressi di Ponte Rotto (o Ponte Emilio). Costruito nei pressi dell’Isola Tiberina, fu il primo ponte in muratura dell’Urbe. Fu colpito da numerose piene e crollò più volte in diverse epoche: venne ricostruito due volte nel XVI secolo sino al definitivo crollo nel 1598 che ne decretò lo stato di rudere in cui possiamo ammirarlo tutt’oggi. In primo piano lo stemma di Gregorio XIII Boncompagni che lo fece riedificare per il Giubileo del 1575. 


Bagnaia-Villa Lante

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Il proverbiale scorcio panoramico di Villa Lante della Rovere, presso Viterbo. Voluta dal cardinale Gambara alla metà del XVI secolo, ed attribuita al Vignola, è una delle più riuscite espressioni di giardino all’italiana e di villa manierista, ricca di fontane e giochi d’acqua, sculture ed architetture che dialogano in modo perfetto con il paesaggio silvestre dei Monti Cimini. Un piccolo capolavoro di armonia e raffinatezza che non smette di stupire.


Bolsena-Collegiata di Santa Cristina

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L’elegante facciata rinascimentale della Collegiata di Santa Cristina a Bolsena. La chiesa, situata lungo la Via Francigena, custodisce le memorie dei “miracoli” legati alla figura di Santa, da cui scaturì nel 1264 la festa del Corpus Domini. Per saperne di più: “Lazio: i luoghi del mistero e dell’insolito”.


Villa Falconieri a Frascati

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Villa Falconieri è una delle più belle residenze aristocratiche di Frascati. Di origine cinquecentesca, al suo progetto lavorarono diversi architetti fra cui Antonio da Sangallo il Giovane e successivamente Francesco Borromini. La villa, situata su una collina a poca distanza dal centro abitato, offre una straordinaria vista su Roma e sul territorio circostante e custodisce magnifiche sale affrescate. Fu cara a numerosi viaggiatori illustri del Grand Tour ed è oggi sede dell’Accademia Vivarium Novum a cui va il nostro ringraziamento per averci offerto una splendida visita guidata.


Porta Santa Maria a Civita di Bagnoregio

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Uno scorcio ormai famosissimo: la rinascimentale Porta Santa Maria, accesso alla straordinaria Civita di Bagnoregio (cfr. “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”). Conosciuto come la “città che muore”, questo piccolo borgo della Teverina Viterbese è meta di turisti di tutto il mondo e in pochi anni è divenuto uno dei luoghi più visitati d’Italia. Merito sì della sua bellezza indiscutibile ma anche del contesto ambientale unico in cui si inserisce, costituito dalla magnifica Valle dei Calanchi. A breve dovrebbe giungere il riconoscimento dall’Unesco come “patrimonio dell’Umanità”.


Il Castello Orsini-Odescalchi di Bracciano e la Stanza di Isabella

Situato a dominio del vulcanico Lago Sabatino, Bracciano spicca agli occhi del visitatore soprattutto per l’imponente castello, visibile sin da ragguardevoli distanze. Lo splendido maniero si erge maestoso nella deliziosa Piazza Mazzini con i suoi alti e poderosi torrioni circolari, quasi completamente avvolto dalle piante rampicanti, i cui colori mutano in ogni stagione, offrendo uno spettacolo assai romantico. Tutt’attorno si snodano i vicoli dell’antico borgo, uno tra i più pittoreschi della Tuscia Romana, caratterizzato com’è da abitazioni costruite con la locale pietra lavica.

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Edificato nel XV secolo dalla famiglia Orsini sopra i resti di una rocca medievale, appartenuta ai Prefetti di Vico, il Castello Odescalchi, che trae il suo nome dalla famiglia che lo possedette fin dal 1696, conserva all’interno, magnifici affreschi e mobili d’epoca, ed è considerato una tra le dimore signorili fortificate, più eleganti d’Italia. Di notte l’antico maniero assume un aspetto tetro ed oscuro che lo riporta alla mente quale scenario perfetto di quell’epoca estrosa e rivoluzionaria sì, ma anche frivola e violenta che fu il Cinquecento.

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Una delle stanze del castello più interessanti e misteriose è sicuramente la “Camera Rossa” detta anche Stanza di Isabella. Posta al primo piano, essa presenta, oltre alla notevole mobilia antica, un soffitto ligneo dipinto nel XV secolo da Antoniazzo Romano. Isabella de Medici era la controversa moglie di Paolo Giordano Orsini, con il quale si sposò proprio in questo castello. La tradizione vuole che in tale stanza la donna compì innumerevoli misfatti. La giovane sposa, aveva un temperamento alquanto impetuoso e focoso, tant’è si narra che in alcune frivole feste ella giungesse vestita di soli veli, proprio per sottolineare le linee del suo corpo. Ma la sua natura la spingeva ad attirare numerosi amanti con i quali s’intrattenne proprio sul baldacchino ancora presente nella stanza: da qui, dopo un’ardente notte di passione, venivano condotti in un salottino al quale si accedeva da una porta sita in un angolo della camera, con la promessa di raggiungerli non appena si fosse rivestita. In realtà dietro alla piccola porta non vi era nessuna sala, ma solo un tenebroso e angusto corridoio nel quale era un trabocchetto. I suoi ignari amanti non potendo vedere nulla per via del buio cadevano nella botola e precipitavano vorticosamente in un orribile pozzo a rasoio. I loro corpi esanimi e dilaniati precipitavano poi nella calce viva, appositamente collocata per dissolvere ciò che restava di loro.

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Paolo Giordano Orsini, pur essendo a conoscenza della disdicevole condotta della moglie Isabella, un giorno si recò segretamente in chiesa ad ascoltare le confessioni della moglie, ed ottenne così la sue conferme. La sera stessa quindi vendicò le umiliazioni subite strangolando Isabella con un nastro di seta rosa, nei loro appartamenti del Castello di Cerreto Guidi a Firenze. Il trabocchetto, frutto della mente oscura e enigmatica di Isabella, è ancora visibile nella camera, mentre il pozzo è stato murato. La sensazione che si percepisce nell’osservare i luoghi dove vennero compiute tali scelleratezze è talmente forte, che pare aleggi ancora, tra le mura del castello, la presenza della viziosa nobildonna. Ed infatti, la tradizione popolare vuole che una signora in abiti del Cinquecento di tanto in tanto vaghi ancora sulle sponde del bel Lago di Bracciano…

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati:

Tutte le stagioni con particolare attenzione all’autunno.

Nei dintorni:

Monterano Vecchia, Caldara di Manziana, Lago di Bracciano con Anguillara e Trevignano Romano, Galeria Antica.

Links:
www.odescalchi.it
www.comunedibracciano.it
www.fantasmitalia.it


Scorci di Orte fra agosto e settembre, aspettando l’Ottava Medievale

Affacciata sul Fiume Tevere, al confine con l’Umbria, Orte è una delle cittadine d’arte più importanti dell’Alto Lazio. Dopo decenni di abbandono, negli ultimi anni il centro storico ha favorito di numerosi restauri (tuttora in corso) che hanno “rispolverato” l’aspetto nobile di molti edifici e vie, valorizzando le architetture medievali e rinascimentali. Allo stesso tempo, però, l’anima elegante ed “aristocratica” di palazzi e case-torri convive con quella calda e “popolaresca” dei vicoli con i panni stesi popolati da gatti sornioni, degli intonaci sbrecciati con le edicole mariane e delle abitazioni in tufo ornate da gerani e surfinie. Tale commistione ne fa un luogo particolarmente pittoresco ed interessante per la fotografia, anche per la presenza di tanti dettagli come stemmi di antichi casati e portali di pregio; la limitazione o la chiusura al traffico di alcune strade inoltre permette finalmente al visitatore di passeggiare con sufficiente tranquillità “perdendosi” spesso in un ambiente suggestivo e apparentemente “fuori dal tempo”. Eppure, nonostante un tesoro come “Orte Underground” e l’oggettiva bellezza del centro storico (la cui qualità dell’ornato urbano è nel complesso assai elevata rispetto a certi paesi ben più celebrati del Viterbese – a cominciare da Caprarola, Sutri, Vignanello o Soriano…), Orte è snobbata dai più ed anzi sa risultare addirittura antipatica: sarà che è sempre stata considerata un posto di passaggio, sarà la vicinanza con l’Autostrada (che comunque incide sul paesaggio sicuramente di meno rispetto ai capannoni, ai viadotti, ai nuovi condomini nella piana sottostante e alla zona moderna), sarà che molti sentono poco “trendy” questa città così “a portata di mano”, sta di fatto che Orte non è apprezzata come merita. Con le foto che seguono vogliamo quindi farla conoscere meglio al pubblico italiano, tenendo conto che gli stranieri la stanno già riscoprendo da tempo… Si consiglia di andare a fare qualche scatto a fine agosto e a settembre, quando il centro storico viene addobbato dalle bandiere delle varie contrade per l’Ottava Medievale, uno degli eventi principali dell’anno. 

Orte-Ponte rinascimentale RCRLB

Orte-Scorcio con Palazzo dell'Orologio 1 RCRLB

Orte-Palazzo Alberti di Via Garibaldi, portale 1a RCRLB

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Orte-Via Garibaldi, scorcio 2 RCRLB

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Orte-Vicolo con bandiere 1 RCRLB

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Orte-Vicolo di S. Biagio RCRLB

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Orte-Finestra con bandiere RCRLB

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Orte-Scorcio con panni stesi RCRLB

Orte-Palazzo con torre, balcone fiorito RCRLB

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Orte-Balcone fiorito 2 RCRLB

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Orte-Edicola votiva RCRLB

Orte-Palazzo con torre RCRLB

Orte-Piazza d'Erba, targa RCRLB

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Orte-Chiesa di S. Silvestro, particolare 1 RCRLB

Orte-Chiesa di S. Biagio, particolare 2 RCRLB

Orte-Chiesa di S. Biagio, particolare RCRLB

Orte-Palazzo Mattei di Via Garibaldi 2, scala vignolesca RCRLB

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Orte-Palazzo Alberti, stemma sul portale RCRLB

Orte-Stemma pontificio RCRLB


Scala Vignolesca nel Palazzo Alberti di Orte

Orte-Palazzo Mattei di Via Garibaldi 2, scala vignolesca RCRLB

Orte custodisce numerosi gioielli storici, artistici e architettonici. Uno di questi è la magnifica scala “a spirale” della scuola del Vignola, datata alla fine del XVI secolo, che si trova all’interno dell’elegante Palazzo Alberti, sulla bellissima Via Garibaldi.


Villa Catena presso Poli

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Uno scorcio dell’elegante, cinquecentesca Villa Catena, appena emergente dalla fitta vegetazione che ormai sta ricoprendo il sito. Si tratta di una delle ville abbandonate più misteriose del Lazio, risalente al Seicento e soggetto di alcuni dipinti all’epoca del Grand Tour che la resero celebre fra i vedutisti di tutta Europa. Siamo nell’Agro Polense, un territorio ricco di fascino storico, artistico e paesaggistico a pochi chilometri dalla Capitale.


La nobiltà decadente di Montecalvello, dimora segreta di Balthus

Ci troviamo nel cuore della Teverina Viterbese, in quella parte della Valle del Tevere che segna per qualche decina di chilometri il confine fra Lazio ed Umbria, in un suggestivo paesaggio ora dolce ora segnato da aspri calanchi. Giungere a Montecalvello è molto semplice facendo l’A1. Si esce al casello di Attigliano, si prende per Bomarzo, si attraversa il fiume entrando nel Lazio e si prosegue brevemente sulla SP Valle del Tevere in direzione di Civitella-Castiglione. Ad un certo punto un’indicazione a sinistra per Grotte di Santo Stefano permette di inoltrarsi in una campagna dall’aspetto “antico”, fra terre arate e verdi colline rigate da calanchi argillosi; superata la chiesetta rurale della Madonna dell’Aiuto, si inizia a risalire il colle fino ad arrivare al piccolo borgo, odierna frazione di Viterbo.

Campagna con nebbia

La storia di questo minuscolo insediamento fortificato è tuttora poco chiara. Si pensa che la sua edificazione avvenne tra il 774 ed il 776 su ordine del re longobardo Desiderio, ma le uniche notizie certe si hanno soltanto dalla prima metà del Duecento, quando il castello risulta sotto la potestà della viterbese famiglia ghibellina dei Calvelli, donde deriva l’attuale toponimo. Venne poi la signoria dei Monaldeschi del ramo del Cane, cui succedettero nella prima metà del Seicento i Pamphili con la figura di Donna Olimpia Maidalchini, la potente cognata del papa Innocenzo X, nel 1664 i Raimondi e poi i Doria-Pamphili.

Porta d'accesso

Montecalvello-Veduta da Piantorena bn RCRLB

Passato più recentemente in altre mani, nel 1970 il castello fu infine acquistato dal conte Balthasar Klossowski de Rola, pittore franco-polacco contemporaneo celebre con il nome di Balthus, la cui famiglia ne è tuttora proprietaria. Questo grande artista, dall’animo raffinatissimo, fu definito dall’amico Federico Fellini “un signore del Rinascimento”: e la percezione di arcana bellezza che si ha in molti luoghi del Lazio, dove visse per anni, lo colpiva profondamente.

Montecalvello-Porta interna bn RCRLB

Montecalvello-Arco con chiesetta bn RCRLB

Corridoio ad archi

Del resto, visitare Montecalvello significa, al di là delle frasi fatte, compiere un viaggio a ritroso nel tempo. Il castello, varcata la porta d’accesso, appare un luogo musealizzato in cui gli elementi della “modernità” non hanno mai avuto accesso. Come nella non lontana Civita Bagnoregio, vi si può avere la visione quasi perfetta di un villaggio del XVI secolo pervenutoci praticamente intatto.

Montecalvello-Piazza Castello 1 bn RCRLB

Nessun abitante fisso, o almeno così ci è parso, tranne forse un guardiano e i suoi gatti. Un guardiano per un paese? Strano, si potrebbe pensare. In realtà Montecalvello non è un “normale” paese ma un vero e proprio borgo-castello privato, in cui le poche abitazioni erano e sono esclusivamente a suo servizio: si vedono una chiesetta (dedicata a Santa Maria), alcune costruzioni in cui risiedevano gli operai che lavoravano per i proprietari e il grandioso palazzo signorile, elegante rifacimento quattro-cinquecentesco di un maniero più vetusto, che all’interno custodisce affreschi e mobili preziosi. L’angolo più affascinante è senza dubbio Piazza Castello, una sorta di corte interna ove prospettano la facciata del palazzo e quelle di casette assai più dimesse con i loro rustici portoni.

Montecalvello-Piazza Castello 3 bn RCRLB

Montecalvello-Piazza Castello 2 bn RCRLB

A Montecalvello, insomma, ci si trova immersi in un luogo rimasto fermo all’epoca rinascimentale (di cui si scorgono i dettagli di grottesche all’interno di una loggia affacciata sul vuoto), che emana quella “nobile decadenza” così tipica di certi centri della Tuscia cimina (Bomarzo, Vignanello, Caprarola, Soriano, ecc…). E’ un’attrazione che può essere fatale per lo spirito imbevuto di letture o ascolti romantici, ma che può addirittura respingere coloro i quali siano estranei a quel tipo di formazione culturale e di gusto estetico. Montecalvello è di certo inadatto a chi voglia “divertirsi” nell’accezione più pragmatica del termine: non ci sono negozi, non ci sono ristoranti; nulla, nemmeno un bar.

Montecalvello-Grata bn RCRLB

Montecalvello-Palazzo, finestre rinascimentali bn RCRLB

Loggetta rinascimentale

Montecalvello-Palazzo, stemma bn RCRLB

Anche il paesaggio offre sensazioni romantiche. Affacciandosi dalla piazza, si scopre un intricato bosco misto dai toni vagamente malinconici, la cosiddetta “Macchia di Piantorena”, ove un tempo sorgeva il villaggio etrusco-romano di Torena. Da lato opposto del borghetto, invece, un piccolo giardino su cui svetta una torre permette di godere una vista molto più ampia verso il Tevere, con i querceti che in basso lasciano il posto ad ordinati campi coltivati. Si scorge anche una robusta torretta sul pendio a noi prospiciente, segno che nel Medioevo la zona dovette essere munita e presidiata da una fitta rete di fortilizi.

Ingresso ai sotterranei

Per carpirne l’essenza, bisognerebbe andare a Montecalvello in una di quelle fredde mattine di nebbia autunnale, quando l’atmosfera è irreale e quasi ci si dimentica di essere nel XXI secolo. Alla vista si uniscono l’udito e l’olfatto, in un’osmosi di sensi difficile da provare nel vivere quotidiano: l’odore denso delle antiche pietre di tufo, pregne di umidità, convive con quello di piccoli camini accesi, di muschi e alberi dalle mille sfumature che invadono l’aria; su tutto domina il silenzio. E l’abbandono, la solitudine che ci circondano divengono occasione per pensieri e sensazioni speciali.


Il “Sacro Bosco” di Bomarzo

   Il “Sacro Bosco”, meglio noto come “Parco dei Mostri”, rappresenta senza dubbio uno dei siti d’interesse artistico più singolari ed emozionanti d’Italia. Nato nel 1552 per volere di un personaggio stravagante del Cinquecento italiano quale Pier Francesco “Vicino” Orsini, e su progetto del famoso architetto ed antiquario napoletano Pirro Ligorio, il Sacro Bosco sorge in una solitaria valletta tufacea ai piedi di Bomarzo, piccolo borgo medievale della Tuscia Viterbese (vedi anche “La Piramide di Bomarzo” e “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia-parte 2: da Viterbo a Sermugnano“).

Veduta di Bomarzo

   Giacciono nel parco statue e costruzioni scolpite in blocchi litici talvolta enormi, avvolte armoniosamente dalla vegetazione e da un’atmosfera estremamente romantica e suggestiva: un elefante da guerra, un drago, una tartaruga enorme, un gigante che squarcia il suo rivale, un orco dalle fauci aperte, una casa pendente e altre immagini stravaganti, rese ancor più pittoresche dal lavorio del tempo che ne ha arricchito le sfumature e le colorazioni. Un luogo, questo, assolutamente unico al mondo (paragonabile, ma soltanto in parte, alla settecentesca Villa Palagonía di Bagheria, in Sicilia) e tuttavia rimasto nell’oblio per circa quattro secoli, nel corso dei quali leggende del volgo lo popolarono di elfi, spettri e creature demoniache. Dopo la morte del “Vicino”, infatti, il parco cadde ben presto in uno stato di totale abbandono che perdurò fino alla prima metà del Novecento, quando la curiosità di artisti italiani e stranieri (come ad esempio il pittore olandese Carel Willink o il grande maestro surrealista Salvador Dalì) ne permise la riscoperta e ne favorì di conseguenza il recupero, avvenuto grazie all’impegno di Giovanni Bettini e della sua famiglia (peraltro proprietaria attuale del complesso). Il “Parco dei Mostri” iniziò così a richiamare l’attenzione di intellettuali e studiosi anche di fama internazionale (come ad esempio lo scrittore argentino Manuel Mújica Laínez, che ne trasse ispirazione per il suo romanzo “Bomarzo”) nonché di un numero sempre crescente di turisti.

Casa Pendente

   A prima vista l’estetica di questo luogo, ricco di citazioni classiche, pare conformarsi alla moda del grottesco, del mitico e del fantastico diffusasi in Italia durante il tardo Rinascimento (seconda metà del XVI sec.), e che caratterizzò ville, palazzi e ninfei dell’epoca, concepiti in forme tali da stupire e divertire il visitatore (si pensi ai fasti di Villa d’Este a Tivoli, di Villa Farnese a Caprarola e di Villa Lante a Bagnaia). Del resto su una lapide del parco si legge: «Voi che pel mondo gite errando, vaghi / di veder maraviglie alte et stupende, / venite qua, dove son faccie horrende / elefanti, leoni, orsi, orchi e draghi». Tuttavia la straordinarietà del Parco di Bomarzo, con le sue “mostruose” figure e le sue bizzarre creazioni, abbinate ognuna a frasi e a pensieri di chiara impronta ermetica incisi sulla pietra, ha stimolato tra gli osservatori svariate ipotesi sulle ragioni del suo concepimento da parte dell’Orsini. E sicuramente tra le più affascinanti v’è quella secondo cui la “Villa delle Meraviglie” (come venne anche chiamato il Sacro Bosco dai suoi ideatori) costituirebbe un vero e proprio viaggio esoterico ed iniziatico, al quale soltanto i convenuti “illuminati” o i visitatori ben disposti nello spirito sarebbero invitati a prendere parte. Nel libro “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito” proponiamo una nostra personale interpretazione di questo percorso occulto.

L'Orco

   Al di là dell’aspetto misteriosofico, rimane comunque piuttosto curioso il fatto che un uomo d’arme come Vicino Orsini abbia di punto in bianco abbandonato il mestiere del soldato per una vita riservata e contemplativa. Si pensa che ciò avvenne a causa dell’improvvisa morte della moglie Giulia Farnese di modo che l’intero significato dell’opera sarebbe da ricondurre al tema dell’amore («Sol per sfogar il core», come si legge su una lapide del misterioso teatro neo-romano situato poco prima della Casa Pendente). Allo stesso tempo però, la rilettura recente di documenti dell’epoca da parte di alcuni studiosi ha fatto pensare anche ad un episodio ben preciso che forse scatenò questo desiderio di isolamento e ripiegamento interiore. Nel 1557 Vicino Orsini partecipò alla distruzione di Montefortino (l’odierna Artena), sui Monti Lepini, e al massacro della sua intera popolazione, sotto il diretto ordine di papa Paolo IV, il quale voleva punire la cittadina del suo tradimento in favore degli Aragonesi, nell’ambito della guerra fra Papato e Regno di Napoli (al tempo governato dagli Spagnoli) del 1556-57. Tale orrore lo avrebbe convinto ad abbandonare la carriera militare.

Artena-Veduta

   Saranno andate davvero così le cose? Non ne abbiamo la certezza. Ma di sicuro c’è che appare alquanto strano che un signore il quale da più di dieci anni esercitava l’arte della guerra, traendone profitti ed onori, ma anche indurendo il cuore e rendendo gretto l’animo, quasi d’improvviso si rendesse ispiratore di un’opera così profonda, sensibile ed evocativa come il Sacro Bosco. Tutto ciò rimane e rimarrà un mistero che il Vicino si è portato nella tomba. Quel che a noi rimane è tentare di carpire i messaggi nascosti dietro le pittoresche sculture di questo incredibile giardino oppure lasciarsi semplicemente incantare, come fanciulli, da un luogo che pare appartenere più ai sogni e alla fantasia che alla realtà.


Il fascino della Viterbo medievale

Posta nel cuore della Penisola italiana e nota per aver ospitato il primo interminabile “conclave” nella storia della Chiesa (1268-1271), Viterbo è stranamente ancora poco frequentata dal turismo culturale. La vicinanza con Roma, che tende a mettere in secondo piano tutto ciò che si trovi nei suoi diretti dintorni, di certo pesa in modo determinante. Eppure la “Città dei Papi” offre un complesso monumentale di grande interesse, con tracce artistiche forse ritenute “minori” ma continue ed omogenee che danno un tono nobile al paesaggio urbano.

Illuminazione artistica in Piazza San Lorenzo

Straordinario è soprattutto il fascino dei suoi quartieri medievali, in particolare quello di San Pellegrino, che costituiscono un unicum in Italia per l’integrità del tessuto urbanistico e dell’edilizia civile risalenti al Duecento. Epoca, questa, che rappresentò il momento di massimo splendore nelle vicende viterbesi (la città al tempo superava per abitanti la stessa Roma, viceversa ormai in decadenza): oltre alle opere promosse dai pontefici (che vi si trasferirono per 24 anni, a partire da Alessandro IV), la città si arricchì non solo di eleganti palazzi ma anche di numerose case-torri, tuttora visibili a chi abbia la voglia di girare per il centro storico “con il naso all’in su”; innumerevoli torri spuntano pure dalla cinta muraria, che avvolge interamente la città storica.

Scorcio di Piazza San Pellegrino

Ne scaturì un’urbanistica “a riccio” che ha pochi paragoni nel nostro Paese per lo stato di conservazione, e che può quasi competere con la ben più famosa San Gimignano o con la più vicina Tarquinia. Peccato solo che nessuna delle antiche torri sia attualmente visitabile (offrirebbero di sicuro panorami meravigliosi), cosa che la dice lunga sul ritardo della città a livello di valorizzazione turistica del patrimonio storico; a ciò si aggiunge il fatto – a nostro avviso di una gravità inaudita – che il centro storico non sia stato ancora inserito nella lista del patrimonio dell’umanità Unesco, da addebitare evidentemente alla mancanza di un’adeguata volontà politica indirizzata a tal fine.

Case-torri

Tuttavia, al di là di queste considerazioni, occorre ammettere che a Viterbo un’attenta salvaguardia del patrimonio architettonico storico nei caotici anni del dopoguerra ha permesso di mantenere quel che altrimenti sarebbe stato distrutto o alterato. E’ anzi da ricordare che una parte di quel che oggi ammiriamo è stato addirittura ricostruito dopo i danni dell’ultimo conflitto mondiale, secondo il concetto di “dov’era e com’era”, segno di un senso civico e di un profondo attaccamento alla propria città e alle proprie radici da parte dei Viterbesi (come testimonia anche l’evento della Macchina di Santa Rosa) di cui si parla poco: sentimenti che rischiano di non essere tramandati se non ci si sofferma mai a sottolinearne gli effetti positivi, come appunto l’averci lasciato un patrimonio storico, artistico, culturale ed estetico di inestimabile valore.

Lampione con piccione e rampicante

Ad ogni modo, fuori da una facile espressione retorica, perdendosi nel cuore della Viterbo medievale si ha la sensazione di un autentico “tuffo” nel Medioevo, perché spesso le case, i vicoli e i palazzetti sono rimasti più o meno gli stessi, con i tipici profferli viterbesi che salgono al primo piano delle abitazioni formando talora lunghe balconate squisitamente scolpite dagli antichi mastri scalpellini locali. E poi le numerose piazze, vera peculiarità di Viterbo, come l’ampia e scenografica Piazza di San Lorenzo col merletto gotico della loggetta papale, la più raccolta Piazza del Gesù (cuore della città due-trecentesca), la quieta e alberata Piazza della Morte ed infine l’indimenticabile scenario quasi “cinematografico” di Piazza San Pellegrino (per averne una completa visione occorre salire all’apice del sagrato della chiesetta), che costituiscono, tutte, spazi urbani di eccezionale pregio giunti a noi praticamente immutati.

Piazza San Lorenzo

Piazze quasi sempre accompagnate a fontane, perché Viterbo fu una delle prime città del Medioevo europeo a fornire acqua pubblica ai propri abitanti. Sono tutte diverse ed è piacevole fermarsi ad osservarne i particolari, fra i quali non manca mai il leone, simbolo di Viterbo. Poi il suono dolce dell’acqua invita al riposo: magari a leggere un buon libro, o più prosaicamente a prendersi un té, un caffé o un aperitivo, comodamente seduti con lo sguardo rapito verso una torre o verso la fontana stessa o, d’inverno, alla ricerca del sole che filtra fra i freddi palazzi di peperino.

Fontana in Piazza del Gesù

Ma a Viterbo, se si vuole, si cammina molto. Città perfetta per il trekking urbano, perché i saliscendi sono continui e il centro storico inaspettatamente vasto. Da non perdere la panoramica traversata da San Pellegrino al quartiere di Pianoscarano (altro gioiello di urbanistica medievale, sebbene purtroppo assai malandato e in via di lento recupero), che permette di comprendere la complicata orografia della città, formata da colli e vallette interne.

Loggia dei Papi

Le chiese di Viterbo, dal canto loro, per lo più di aspetto romanico o gotico, spoglie e grigie di peperino, rispecchiano fedelmente il carattere di spiccata austerità dugentesca: da non perdere Santa Maria della Verità, San Francesco, Santa Maria Nuova, San Sisto, San Giovanni in Zoccoli e il Duomo. Spesso vi si affiancano chiostri che paiono trascinare fuori dal mondo, spingendo alla meditazione, oppure vi si nascondono cripte pregne di spiritualità e mistero.

Chiesa di Santa Maria Nuova

Le aggiunte quattro-cinquecentesche invece, donano al tessuto prevalentemente medievale quell’eleganza stilistica propria della Tuscia farnesiana che si ammira in Piazza del Plebiscito con il porticato Palazzo dei Priori, sede del Comune, mentre l’altissima Torre Civica sancisce la fusione armoniosa fra Età di Mezzo e Rinascimento.  Da qui l’itinerario prosegue per le vie dello shopping mostrando altre testimonianze urbanistiche e architettoniche pregevoli come Piazza delle Erbe, la stupenda Casa Poscia (che la tradizione vuole dimora della”Bella Galiana”, personaggio leggendario viterbese), fino a Piazza Fontana Grande, che, come si evince da nome, sfoggia una monumentale e magnifica fontana, pure risalente al XIII secolo: essa, insieme alle altre, contribuì al mito di “Viterbo città delle belle donne e delle belle fontane”.

Torre civica

Anche l’atmosfera generale, più “reale” e “vissuta” rispetto a molte cittadine medievali toscane ed umbre (che l’assalto turistico sta trasformando in “Disneyland della cultura”, in testa San Gimignano ed Assisi), contribuisce a far immergere il visitatore in un ambiente “diverso”, pacato ed austero, spesso addirittura solitario in pieno giorno, che non ci si aspetterebbe oggi da una città dalle caratteristiche simili. Vi si trovano botteghe di artigiani, artisti ed antiquari e sempre più rivendite di prodotti tipici, ma niente cinghiali imbalsamati con gli occhiali da sole, negozi di chincaglierie, bottiglie di vino ed olio “tipici” (di scarsissima qualità) da souvenir.

Palazzo degli Alessandri e torri medievali

Viterbo è infatti incredibilmente fuori da qualsiasi flusso di massa (e quindi esente da usi turistici banalizzanti) ma non crediamo che rimarrà sconosciuta a lungo. Sempre più visitatori, anche e soprattutto dall’estero, giungono nel capoluogo della Tuscia attratti da questo spirito di “riscoperta” e ciò potrebbe portare finalmente la città ad una nuova fase di prestigio. E ce n’è bisogno, perché il patrimonio edilizio è vasto e fragile, e senza investimenti finalizzati a restaurarlo esso cadrà facilmente a pezzi: le cattive condizioni di Pianoscarano e dei quartieri minori ne sono un monito.

Palazzo Farnese, bifora

Ma terminiamo la nostra passeggiata. Al tramonto le piazze viterbesi diventano ombrose e le stradine laterali che scendono o salgono dalle vie principali hanno qualcosa di misterioso e inconsueto, come se percorrendole ci fosse già la promessa di una qualche emozionante sorpresa. Dai profferli, dalle finestre e dai balconi sembra che ad un tratto possano affacciarsi i volti visti nella Cappella Mazzatosta della Chiesa di Santa Maria della Verità. Suonano le campane delle tante chiese, le rondini svettano veloci mentre i piccioni fanno capolino sui coppi delle vecchie case. Il peperino emana odori particolari, che sanno di antico, e il crepuscolo lo indora, laddove la luce arriva, cangiandone il colore da grigio cenere in marrone vivo. Su tutto, poi, d’improvviso, si getta il silenzio.

Piazza San Pellegrino

E solo in quel momento ci si accorge di quanto sia vivo il legame con l’enigmatico mondo etrusco, di come il Medioevo qui non abbia negato la civiltà più remota. Così le cose appaiono di colpo più piccole, le tenebre si insinuano ovunque, i portali e gli archetti prendono le sembianze di grotte e cunicoli. La città medievale si tramuta inaspettatamente in una specie di necropoli: e probabilmente, sotto le case i tunnel e le cantine sono etruschi. La fantasia allora prende il sopravvento e il Duecento magico di Viterbo ci permette di chiudere gli occhi e di tornare a sognare un mondo sospeso ove l’immaginabile è possibile.