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Caprarola-Palazzo Farnese, Giardini Superiori

Uno scorcio dei magnifici Giardini Superiori di Palazzo Farnese a Caprarola, sublime esempio di “dimora filosofale”: un luogo unico, dove la bellezza incontra la sapienza. Per saperne di più: “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito – Vol. 1“.


Il Casino di Piacere di Villa Farnese a Caprarola

Caprarola-Palazzo Farnese, Casino di Piacere 1 RCRAO

L’elegante Casino di Piacere dei giardini superiori del cinquecentesco Palazzo Farnese a Caprarola. Ricco di riferimenti misteriosofici (tanto da essere ritenuto una vera e propria “dimora filosofale”), il vasto complesso farnesiano è un proverbiale esempio di armonia fra arte, architettura e natura: per saperne di più si consiglia la lettura della nostra guida “Lazio. I luoghi del mistero e dell’insolito”


Bartolomeo d’Alviano, un “Capitano di ventura” della Teverina umbro-laziale fra XV e XVI secolo.

Bartolomeo d’Alviano nacque probabilmente a Todi nel 1455 da un’antica famiglia feudale della Teverina Umbra, gli Alviano, che aveva il centro di potere nell’omonima cittadella, ubicata in posizione strategica al confine con l’attuale Lazio (al tempo “Patrimonio di San Pietro in Tuscia”).

Si trattava di un nobile casato di condottieri mercenari ma legato da un fortissimo vincolo di fedeltà con la potente famiglia baronale romana degli Orsini, che allora spadroneggiava nella Tuscia e ampliava i suoi domini in Umbria e in Toscana.

La formazione militare di Bartolomeo avvenne proprio nell’ambito dei conflitti feudali locali e dell’instabilità scatenata dai continui tentativi papali di ristabilire il controllo dei suoi territori, succedutisi dopo la fine della Cattività Avignonese (1377). Bartolomeo si trovò a vivere in pieno questo tragico mondo di conflitti, a causa, da un lato, dell’appartenenza – come già detto – della sua famiglia alla fazione degli Orsini – in lotta perpetua con i Savelli, gli Anguillara e i Colonna – e, dall’altro, per il legame da parte materna alla famiglia guelfa dei Degli Atti, coinvolta in innumerevoli episodi sanguinosi nell’area tuderte contro la famiglia rivale ghibellina dei Chiaravalle. In questi lunghi anni d’Alviano “si fece le ossa” anche al costo di massacri, come quello di Porchiano del Monte (estate del 1498), piccolo borgo nei pressi di Amelia, allorquando egli fece decimare la popolazione e razziare gli armenti.

Veduta del colle di Porchiano del Monte.

Il contesto storico più ampio in cui vanno inserite queste vicende è quello della Prima guerra d’Italia, con la discesa nel 1494 del re di Francia Carlo VIII alla volta della conquista del Regno di Napoli. Tale situazione minò i già precari equilibri italiani che erano stati sanciti dalla Pace di Lodi (1454), creando continui e complessi conflitti locali fra Papato, Comuni, famiglie e invasori francesi. Le scelte dei vari papi che in quegli anni turbolenti si avvicendarono, alternativamente favorevoli alla fazione degli Orsini o a quella dei Colonna, portarono a rapporti ambivalenti da parte degli Alviano con l’esercito francese e a scontri con le stesse truppe pontificie. Un esempio ne fu la brillante difesa fra il 1496 e 1497 da parte di Bartolomeo del Castello di Bracciano, roccaforte degli Orsini e dimora della sua prima moglie Bartolomea: l’assedio era stato ordinato dal papa “nepotista” forse per eccellenza, Alessandro VI, che appoggiava i Colonna e il cui figlio, il celeberrimo Cesare Borgia, fu assai inviso agli Orsini.

Il misterioso fascino notturno del Castello di Bracciano.

Altro trionfo dell’Alviano, di lì a poco, fu la Battaglia della Sanguetta (gennaio 1497), combattuta grosso modo tra Soriano, Bomarzo e Bassano in Teverina, in cui, alla guida delle truppe degli Orsini, egli sbaragliò la cavalleria pontificia capitanata dai Colonna e dai Savelli. Questi episodi guerreschi valsero a Bartolomeo il “salto di qualità” nella sua carriera militare, ossia l’ingaggio, l’anno successivo (settembre 1498), da parte della Repubblica di Venezia, che di colpo lo portò nel cuore degli eventi internazionali.

La fama a Bartolomeo giunse comunque piuttosto tardi, a quarantott’anni, allorquando, al soldo della corona spagnola assieme ad altri cavalieri della famiglia Orsini, fu il grande protagonista della vittoria nella Battaglia del Garigliano del 1503, che permise a Ferdinando il Cattolico di strappare il Sud Italia ai francesi: sotto il comando del Gran Capitano Gonzalo Fernàndez de Còrdoba, egli svelò il suo furioso e rapido quanto innovativo modo di combattere, che – interpretando la rivoluzione militare in atto in Europa – si fondava sulla celerità e sull’imprevedibilità degli attacchi della cavalleria pesante in netto contrasto con la lentezza tipica dell’epoca medievale. Ciò che sconvolse i francesi – che all’epoca si consideravano imbattibili e disprezzavano la “guerra all’italiana”, fatta di attendismo e scaramucce di logoramento, che di fatto cercava di risparmiare scontri troppo cruenti e campali – fu l’ardire di Bartolomeo, il quale in netta inferiorità passò all’alba il Garigliano con la sua compagnia tramite un ponte di barche ed attaccò gli accampamenti nemici facendo una strage e – sopraggiunto immediatamente il contingente spagnolo – costringendo l’esercito di Luigi XII ad un’inaspettata ritirata. Bartolomeo, del resto, si era formato come “capo-fazione” nelle sanguinose guerre locali sulle colline intorno ai Monti Amerini tra la parte guelfa di Todi (i Degli Atti, cui egli apparteneva) e quella ghibellina (i Chiaravalle): si trattava di assalti banditeschi e vendette quasi quotidiane che dovevano intimorire l’avversario, farlo cedere psicologicamente. Era la stessa strategia attuata dai “treni di cannoni” e dai massacri compiuti da Carlo VIII nel 1494 contro i deboli e sparuti contingenti che si ritrovò contro e che gli permise di arrivare rapidamente e senza difficoltà a Napoli.

Nel 1508 arrivava un’altra grande vittoria, stavolta sotto la bandiera veneziana e contro l’esercito imperiale, nella Battaglia di Cadore, grazie alla quale la Serenissima guadagnò il controllo di estesissimi territori nella terraferma. Essa fu però presto seguita, nel 1509, dalla cocente sconfitta nella Battaglia di Agnadello (presso Gera d’Adda) contro i francesi di Luigi XII (nell’ambito della Lega anti-veneziana di Cambrai) che costò all’Alviano addirittura la prigionia a Loches in Francia (durante la quale egli si dedicò alla letteratura), mentre la Serenissima perse gran parte dei possedimenti precedentemente acquisiti nell’entroterra lombardo-veneto: in seguito a quell’episodio piovvero su di lui critiche che mettevano in luce i limiti della sua strategia << impaziente della quiete >>, come la definì Guicciardini, fatta di assalti spesso frettolosi e sconsiderati. Ciò nonostante, dopo la liberazione di Bartolomeo (avvenuta grazie alla nascita di un’alleanza franco-veneziana), la fedeltà indiscutibile e il prestigio internazionale del capitano umbro spinsero la Serenissima a nominarlo nel 1513 comandante supremo del proprio esercito. Seguì però un’ulteriore sconfitta, nella Battaglia de La Motta (o di Vicenza), il 7 ottobre del 1513, contro la poderosa e soverchiante fanteria spagnola e tedesca.

Un particolare del Castello di Alviano, che rivela la cultura classica di Bartolomeo.

L’apice della celebrità fu raggiunto da Bartolomeo d’Alviano a poche settimane dalla morte, con l’epica e spaventosa Battaglia dei Giganti a Marignano (Melegnano, presso Milano), nel settembre del 1515. Essa vide (dopo due giorni di scontri e complessivamente 16.000 morti) il successo dell’armata francese di Francesco I – successore di Luigi XII, cui era venuta in supporto la Repubblica Veneziana capitanata proprio dall’Alviano, contro le truppe della Confederazione Elvetica (intenzionata a creare un’egemonia sul Ducato di Milano): per comprendere la stima di cui godeva al tempo l’Alviano, basti pensare che il re di Francia non si sentì tranquillo finché non ebbe la certezza di averlo a suo fianco. Il Trattato di pace di Friburgo, che seguì nel 1516, oltre a sancire il controllo francese della Lombardia, portò alla fine dei sogni espansionistici della Svizzera e all’inizio della sua proverbiale neutralità.

L’aspetto tozzo e grezzo e il carattere irascibile di Bartolomeo, che mal si addicevano all’immagine ideale del gentiluomo rinascimentale come a quella del condottiero, erano invece in accordo con uno stile di battaglia fatto di attacchi veloci e furibondi, che anticipò l'”arte della guerra” moderna (Giovanni dalle Bande Nere lo considerava il suo idolo) ma che non risultò sempre foriero di successi. Se egli infatti fu ed è tuttora considerato un precursore dagli studiosi di “scienza militare”, il suo stile venne assai criticato dai suoi contemporanei, in particolare da Guicciardini e Machiavelli, i quali ne sottolinearono rispettivamente il fatto di essere troppo istintivo sui campi di battaglia e quello di mantenere sempre la stessa strategia aggressiva senza adeguarsi alle diverse situazioni. Guicciardini scrisse che l’Alviano era stato un capitano di << di grande ardire ed esecutore con somma celerità delle cose deliberate, ma che molte volte, o per sua mala fortuna o, come molti dicevano, per essere di consiglio precipitoso, fu superato dagli inimici: anzi, forse, dove fu principale degli eserciti non ottenne mai vittoria alcuna >>.

E’ tuttavia possibile che gli autorevoli pareri dei due scrittori toscani fossero ispirati dall’antipatia che aleggiava a Firenze verso un personaggio così influente nella Repubblica di Venezia, con cui non sussistevano buoni rapporti. In realtà Bartolomeo seppe guadagnarsi la stima delle famiglie baronali e degli Stati per cui combatté in virtù della sua onestà e lealtà, peculiarità che lo distaccavano dalla tipica figura infìda del “capitano di ventura” e che già in vita gli permisero di essere celebrato alla stregua di Orlando dai cantori e dai cronisti veneti dell’epoca: nei componimenti poetici in ottava rima egli appare non soltanto come << el valoroso guerrier Dalviano >>, paragonato ad << un altro Hector troiano >> o agli << Scipioni >>, ma anche con il nome “latinizzato” di Bartholameo Livian, in omaggio a Marco Livio Salinatore, generale romano d’epoca repubblicana dall’indole simile alla sua, irruento ma fedele alla Patria. Omaggi che resero assai orgoglioso l’Alviano, uomo di letture classiche e che a Venezia si circondava di umanisti. Egli si ispirava dichiaratamente alle gesta di Giulio Cesare, di cui si sentiva quasi una “reincarnazione”, fino al delirio di onnipotenza che, alle luce delle sue vittorie, lo fece salire sul campanile di San Marco gridando: << io sono el più grande homo dil mondo >>!

In effetti la Serenissima – alla quale Bartolomeo fu sempre devoto, in primis per via della celeberrima precisione di tale ricchissimo Stato nei pagamenti delle prestazioni militari – lo seppe ringraziare dei suoi servigi, onorandolo di numerosi premi, fra cui la creazione a “patrizio” e l’ascrizione tra i membri del Maggiore Consiglio nonché la donazione del feudo di Pordenone: nella città sul Noncello, da ottimo mecenate, fondò l’Accademia Liviana, frequentata da illustri intellettuali e scrittori come Pietro Bembo, e “rampa di lancio” per artisti del calibro di Giovanni Antonio De Sacchis, detto “il Pordenone”, considerato il maggior pittore friulano del Rinascimento. Occorre a tal proposito sottolineare che fra le qualità per cui Bartolomeo seppe farsi apprezzare a Venezia (e non solo), oltre a quelle relative prettamente “al mestiere delle armi” (non si deve fra l’altro dimenticare la sua attenzione, maturata nel tempo, verso la disciplina militare, che vietava ai suoi soldati saccheggi ed inutili violenze verso le popolazioni sconfitte), vanno annoverate la sua cultura umanistica (che avrebbe ispirato, anni dopo il suo decesso, la costruzione della Biblioteca Marciana) e la sua sapienza architettonica. Quest’ultima si palesò nella realizzazione di un valido sistema di fortificazioni nell’entroterra veneziano nonché nella ristrutturazione del suo vecchio castello di famiglia ad Alviano, trasformato in un palazzo-fortezza: tali opere rivelano la sua capacità di comprendere le profonde trasformazioni introdotte proprio durante le guerre di predominio in Italia – ove oramai la faceva da padrone l’uso dell’artiglieria pesante.

Il d’Alviano fu abile anche nelle personali scelte matrimoniali, perfettamente in linea con le sue appartenenze politiche. Dopo la dipartita della prima moglie, Bartolomea Orsini, egli celebrò nella stessa Alviano – e previo permesso dei soliti Orsini – le nozze con Pantasilea Baglioni (20 gennaio 1498), sorella di un altro condottiero, ossia Giampaolo, rampollo del potente casato guelfo perugino. In pratica i suoi alleati coincisero sempre con i suoi parenti. Bartolomeo fu peraltro zio del giovane Pierfrancesco II Orsini, meglio conosciuto come il “Vicino”, ideatore del famoso “Sacro Bosco” di Bomarzo, il quale da “capitano di ventura” si trasformò – dopo la terribile esperienza militare e soprattutto in seguito alla morte della moglie Giulia Farnese – in sognatore e dotto mecenate. Personaggi straordinari – a quali poco più tardi si aggiungerà il meno noto Pirro Baglioni da Sipicciano – che segnarono in modi diversi la storia o addirittura il paesaggio di questa porzione così affascinante della Valle del Tevere.

Bartolomeo morì improvvisamente durante l’assedio di Brescia, il 7 ottobre del 1515, per una malattia, e gli furono riservate esequie solenni a Venezia. Il suo nome rimase impresso nella storia e fu celebrato dalla cultura patriottica e retorica nell’Ottocento (Carlo Pisacane) e poi in epoca fascista (Piero Pieri), quale eroe difensore dell’Italia dalle invasioni straniere.

Oggi, guardandolo nell’ottica del nostro interesse per il territorio locale, rimane il ricordo di una figura quasi mitica che aleggia con le sue gesta nel suggestivo paesaggio della Teverina umbro-laziale, ricco di palazzi gentilizi, castelli, torri ed epiche rovine medievali e rinascimentali e dominato dall’omnipresente visione dei calanchi che circondano la solenne Rocca di Alviano.


LB


Nota: si consiglia la lettura della raccolta di saggi “Impaziente della quiete. Bartolomeo d’Alviano, un condottiero nell’Italia del Rinascimento”, a cura di Erminia Irace ed edito da Il Mulino.


In cima a Rosa Crepante

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Esplorare la misteriosa Selva del Lamone in estate può essere assai difficile per via dell’umidità, del caldo e degli insetti e appare quasi simile all’inoltrarsi in una foresta mesoamericana. Anche se non è certo la stagione più indicata, questo magnifico bosco, posto ai margini settentrionali della Maremma Laziale, offre comunque un ottimo riparo nelle torride giornate di luglio e di agosto. Qui siamo un cima a Rosa Crepante, da cui si apre uno straordinario panorama verso Montalto di Castro: questo sito dal nome curioso altro non è che un grosso ammasso naturale di pietre vulcaniche, il più suggestivo forse fra le varie formazioni geologiche di questo tipo presenti nel Lamone.


Paesaggio nella Conca di Latera

Mti Volsini-Conca di Latera, paesaggio tra Farnese e Latera 1 RCRLB

Un paesaggio agreste di ampio respiro nella Conca di Latera, vasta depressione d’origine vulcanica nei pressi del Lago di Bolsena. Ci troviamo nel cuore dei Monti Volsini, tra gli abitati di Latera, Valentano e Farnese: nella zona passa il cosiddetto “Sentiero dei Briganti”, affascinante trekking nelle selvagge colline dell’Alta Tuscia. 


Campagna nei pressi di Castro

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La bucolica campagna che circonda le rovine di Castro, nel settore più settentrionale della Maremma Laziale, ai bordi della misteriosa Selva del Lamone, a poca distanza dai borghi di Farnese ed Ischia: sullo sfondo si innalzano i Monti di Castro, che fanno da confine con la Toscana. Un paesaggio stupendo, esemplare della rusticità modesta del Lazio, rimasto indenne dalle svariate alterazioni che purtroppo stanno interessando altri territori.


Borghi e paesaggi “segreti” della Tuscia (parte 3: da Bolsena a Centeno, con ritorno in Maremma)

Alla fine della seconda parte dell’itinerario alla scoperta dei borghi e dei paesaggi segreti della Tuscia ci trovavamo a Sermugnano, villaggio sospeso fra le romantiche campagne al confine fra Lazio ed Umbria. La terza ed ultima parte di questo emozionante itinerario parte da Bolsena, sulla Via Cassia: da Sermugnano si torna indietro per Lubriano e poi in direzione di Bolsena, attraversando uno dei paesaggi più particolari dell’Italia Centrale, fra ampie e ondulate praterie e antichi casali in pietra vulcanica costruiti spesso su siti etruschi.

Mti Volsini-Campagna bagnorese 15 MINLB

Nell’ultimo tratto appare improvvisamente il grande Lago di Bolsena, il cui stupendo scenario è stato purtroppo recentemente deturpato dalla delirante installazione, sul versante opposto, di numerose, gigantesche pale eoliche, a riprova di come siano ormai del tutto assenti le politiche di tutela del nostro patrimonio ambientale e culturale.

Bolsena-Veduta 4 MINLB

Ad ogni modo, soprassedendo questo ennesimo esempio dell’attuale degrado civile italiano e dell’ignoranza delle nostre amministrazioni, ci concentriamo su quanto di bello ci sia ancora sul lago che fu sacro agli Etruschi e che vanta fra l’altro il primato di essere il più grande bacino vulcanico d’Europa.

Tramonto sul Lago di Bolsena

Bolsena, città dei “miracoli di Santa Cristina”, non è certamente un “borgo segreto” e merita di certo una visita attenta, e per la sua particolare suggestione invita ad una passeggiata anche chi già lo conosce. Tutto il paese, dominato dalla Rocca Monaldeschi della Cervara, è molto grazioso (negozi e botteghe, trattorie e ristoranti, bar ed enoteche, case ben ristrutturate, ecc…) e tenuto in modo quasi impeccabile ma il borgo medievale alto, con le sue case in pietra ingentilite da fiori e stendardi, è davvero pittoresco.

Bolsena-Rocca Monaldeschi della Cervara

Bolsena-Vicolo con arco MINLB

Dopo Bolsena si prosegue verso nord  incrociando più volte il tracciato della medievale Via Francigena, frequentata un tempo da commercianti, pellegrini, soldati e avventurieri da Canterbury a Roma, e oggi da turisti-escursionisti di ogni parte del mondo. Immersi in una verde campagna e oltrepassato il “borgo ideale” di San Lorenzo Nuovo, si arriva (poco dopo un demenziale impianto fotovoltaico a terra proprio sulla Via Francigena!) alle prime case di Acquapendente, importante tappa del cammino romeo, dove si devia a destra verso Torre Alfina attraversando la porzione laziale dell’omonimo verde altopiano (Piano dell’Alfina) in condominio fra le province di Viterbo e Terni, in un paesaggio bellissimo di prati e boschi.

Torre Alfina-Arco nel borgo

Si tratta di un borgo dall’aspetto fiabesco per via di un maestoso castello rimaneggiato nell’Ottocento secondo il gusto romantico dell’eccentrico Conte Cohen-Tomei, il quale nel sottostante Bosco del Sasseto si fece costruire una tomba in stile neogotico.

Torre Alfina-Castello Cohen

Nei pressi è la Riserva Naturale del Monte Rufeno, un’importante area boschiva in cui poter percorrere rilassanti sentieri. Purtroppo nel 2017 è venuto a mancare il sig. Alessandro Fani, uno degli ultimi carbonai d’Italia, che era solito concedere una visita guidata alla scoperta di quest’antico mestiere ormai scomparso: lo ricordiamo con immensa stima ed affetto. Da Torre Alfina si torna ad Acquapendente e sulla Cassia, quindi si continua verso nord oltrepassando il Fiume Paglia ed entrando nel pieno del cosiddetto “Lazio Toscano”.

Valle del Paglia-Fiume Paglia 1 MINLB

Valle del Paglia-Fondovalle presso Acquapendente MINLB

Tramite una deviazione sulla destra, ormai in vista delle colline del Senese, si raggiunge Trevinano, il paese più settentrionale del Lazio: disteso su una possente rupe, ospita l’elegante Castello Boncompagni-Ludovisi ed offre indimenticabili panorami sull’Amiata, la Valle del Paglia, Radicofani e le prime ondulazioni della Valdorcia.

Trevinano-Scorcio con casale

Trevinano-Scorcio nel borgo

A valle di Trevinano sono i casali di Centeno, antica dogana che costituiva il confine fra lo Stato della Chiesa e il Granducato di Toscana, e oggi punto di partenza del tratto laziale della Via Francigena per chi proviene da nord.

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Centeno è frazione di Proceno, borgo dallo “skyline” già spiccatamente toscano, benché il suo monumento-simbolo, vale a dire il castello (oggi divenuto un prestigioso albergo), sia caratterizzato dalla tipica pietra tufacea rossastra della Tuscia: anche qui le vedute sulla splendida campagna circostante sono una delizia per gli occhi e per lo spirito.

Proceno-Panorama

Proceno-Scorcio del borgo

Da Proceno una strada secondaria (attenzione di notte ai cinghiali e agli istrici!) che passa proprio lungo il confine tosco-laziale (in alternativa si va per Acquapendente) porta ad Onano altro paesino praticamente sconosciuto ai più fatta eccezione per gli intenditori di prodotti agricoli di pregio, in quanto patria di un’eccellente produzione di lenticchie.

Mti Volsini-Campagna fra Onano ed Acquapendente 2 MINLB

Pure Onano possiede un maniero medievale, del Quattrocento, appartenuto ai Monaldeschi della Cervara. Da qui una deviazione conduce a Grotte di Castro e a Gradoli con il cinquecentesco Palazzo Farnese, sede del Museo del costume farnesiano: i due paesi hanno ottime produzioni rispettivamente di patate e fagioli.

Grotte di Castro-Veduta 1 MINLB

Grotte di Castro-Chiesetta di campagna MINLB

Siamo in qui nel fulcro di quella che fu fra i secoli XVI e XVII la Signoria dei Farnese. Si continua verso mare, ora a poca distanza dalla magnifica triade delle “città del tufo” – Sovana, Sorano e Pitigliano – appena al di là del confine regionale, poi si oltrepassano Latera o Ischia di Castro (entrambi le soluzioni sono possibili e raccomandabili), Farnese (che fece da set cinematografico all’indimenticabile “Pinocchio” di Comencini) e si inizia a bordare la selvaggia e solitaria Selva del Lamone, antica terra di briganti, superando poco avanti il bivio per la “città fantasma” di Castro.

Farnese-Scorcio

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Fu questa terra di santi e briganti: una zona che sembra quasi voler attrarre scelte di vita radicali, oggi come ieri. “Regno” di Tiburzi, il celebre brigante maremmano, ma anche dei monaci di Poggio Conte, uno degli eremi più suggestivi e misteriosi del Lazio, sul Fiume Fiora, a poca distanza dal Ponte San Pietro e dalla vecchia frontiera con il Granducato di Toscana.

Eremo di Poggio Conte-Chiesa rupestre 1 MINLB

Valle del Fiora-Ponte S. Pietro 2 MINLB

Siamo ormai sperduti in piena Maremma, e ai lati dei finestrini sfilano soltanto boschi e campi che riposano lo sguardo ed elevano lo spirito della persona sensibile ed intelligente: un patrimonio ambientale e culturale inestimabile, questo, che tuttavia negli ultimi anni sta subendo l’assalto ingordo ed arrogante di una speculazione energetica senza più limiti, drogata da incentivi statali altissimi (pagati con le tasche di noi ignari cittadini), che nulla ha a che fare con la tutela della natura.

Castro-Campagna 1 MINLB

E dei danni gravissimi, e forse irreparabili, che eolico industriale e fotovoltaico a terra – sviluppati praticamente a caso e senza alcuna pianificazione! – stanno arrecando al delicatissimo territorio dell’Etruria, ce ne siamo accorti più volte lungo il nostro viaggio; del resto, come si può pensare di beneficiare l’ambiente se si vanno a deturpare gli ecosistemi più intatti e preziosi? Ma lasciamo da parte per un attimo queste tristi considerazioni e da Ischia di Castro, seguendo le indicazioni per Canino e attraversando una zona solitaria e verdissima – la Valle del Timone -, giungiamo a Pianiano, minuscolo borgo (frazione di Cellere) rimasto immutato nel tempo e avvolto dal silenzio delle distese maremmane.

Veduta di Pianiano

Anche questo villaggio, senz’altro una delle più belle sorprese del nostro itinerario, appartenne ai Farnese e, dopo la sconfitta di questa famiglia nella guerra con lo Stato Pontificio (che portò alla distruzione completa della già citata Castro nel 1649), andò ben presto svuotandosi, anche a causa del proliferare della malaria; nel Settecento il paese fu ripopolato curiosamente da una piccola colonia albanese che, proveniente da Ancona e profuga dalle persecuzioni turche, ottenne dal papa il permesso di rifugiarvisi.

Pianiano-Porta d'ingresso

Varcata la porta in tufo, Pianiano ci accoglie con le sue casette piacevolmente ornate da fiori e piante: non a caso, ai primi di giugno qui si tiene “Al di là del giardino”, una mostra-mercato florovivaistica che sta riscuotendo un certo successo.

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Dopo Pianiano la discesa verso mare continua rapida, e presto appaiono le gobbette boscose dei cosiddetti “Monti di Canino”, che si innalzano dolcemente dai campi.

I Monti di Canino

Poco più in là è appunto Canino, paesone noto per un’eccezionale produzione d’olio extravergine, fra le migliori d’Italia, insignita già da anni dal marchio dop.

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Ce ne accorgiamo per le grandi distese di oliveti che ammantano quella che ormai è diventata quasi una pianura e che introduce alla vicinissima Vulci, luogo famoso per la storia e l’archeologia etrusca, ove spicca peraltro l’omonima suggestiva abbazia fortificata, che si erge a strapiombo sulla gola del Fiume Fiora, scavalcata dall’arditissimo Ponte del Diavolo d’epoca romana.

Valle del Fiora-Campagna fiorita presso Vulci 1 MINLB

Vulci-Ponte del Diavolo MINLB

Da Canino una strada tutte curve porta prima a Tessennano e poi ad Arlena di Castro: si tratta di due romiti e panoramici paesi della Maremma interna, privi di spunti artistici importanti ma che, per l’ubicazione estremamente tranquilla, potrebbero entrambi svilupparsi – se ben ristrutturati e valorizzati – come “albergo diffuso” dedicato al turismo ambientale e culturale.

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Tuttavia, anche qui la reale gestione da parte delle amministrazioni è molto lontana dalle vocazioni del territorio: si notano purtroppo qua e là impianti fotovoltaici a terra che compromettono l’integrità (per il resto eccezionale) del paesaggio agrario, mentre, scendendo da Arlena a Tuscania, le vicine pale eoliche di Piansano spezzano brutalmente un orizzonte altrimenti vuoto. Fino a pochissimi anni fa, prima di tali improvvise quanto improvvide aggressioni, vagare per queste plaghe intatte e solitarie era un’esperienza che davvero faceva dimenticare, almeno per un attimo, le brutture della vita metropolitana e dell’epoca contemporanea.

Tuscania-Belvedere di Torre Lavello, panorama 8 MINLB

Nella zona peraltro si stanno sviluppando estese coltivazioni di lavanda che in estate regalano scorci “provenzali”: iniziative coraggiose e lungimiranti in netto contrasto con l’anarchia concessa alla speculazione energetica. Continuando verso sud si giunge a Tuscania, stupenda cittadina medievale e rinascimentale, nota per le sue testimonianze etrusche, che da sola vale il viaggio (per un approfondimento dei suoi aspetti più misteriosi si faccia riferimento alla nostra guida “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”).

Veduta delle rovine del Rivellino

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Tuscania-Basilica di S. Pietro, rosone MINLB

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E’ anche possibile raggiungere in breve Tarquinia, altro scrigno architettonico e archeologico (toccando eventualmente la località Montebello, ove si trova una pinacoteca del pittore Giuseppe Cesetti), attraverso un paesaggio dolce e bucolico, punteggiato da tipici casolari in pietra, che già preannuncia quello toscano.

Valle del Marta-Paesaggio presso Montebello MINLB

Giunti a Tarquinia è poi ovviamente possibile tornare a Roma tramite la Via Aurelia e l’A12. Ma il nostro itinerario vuole regalare un’ultima chicca. Da Tuscania, seguendo le indicazioni per Vetralla, ci si dirige verso la consolare Cassia su una strada che procede a saliscendi nella bellissima campagna, fra prati, coltivi e boscaglie, fino trovarsi, sulla destra, i casali di Borgo Rio Secco, minuscolo insediamento rurale con annessa chiesetta moderna; da qui una polverosa sterrata fra mandrie di bovini allo stato brado conduce all’isolato ed elegante Castello di Respampani, sede di un’estesa azienda zootecnica.

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Castello di Respampani

Siamo in uno degli angoli più incantevoli del Lazio, apparentemente “fuori dal mondo”, in un paesaggio dagli spazi infiniti. Poco a valle della seicentesca fattoria fortificata, appartenuta all’Ospedale del Santo Spirito in Sassia, sono una diruta rocca medievale e il cosiddetto “Ponte di Fra’ Cirillo”, sul Torrente Traponzo, che la leggenda vuole costruito in una sola notte, nel 1661, al termine della sfida fra il Demonio e un frate: probabilmente però il ponte, su cui transitava la Via Clodia, ha origini anteriori al XVII secolo.

Ponte di Fra Cirillo, panorama

Visitato il complesso di Respampani, si torna alla Cassia o all’Aurelia e dunque a Roma, chiudendo questo lungo ed affascinante viaggio ad anello fra i borghi, le frazioni e i villaggi della Tuscia più segreta: consapevoli di conoscere meglio una terra assolutamente meravigliosa, che merita di essere esplorata ed amata.

APPUNTI DI VIAGGIO

Tempo stimato:

4-5 giorni, se ci si limita ai borghi e non si visitano le aree archeologiche e naturalistiche (altrimenti circa 10 giorni)

Periodo migliore:

ottobre-novembre-dicembre e marzo-aprile-maggio-giugno per i colori della campagna

Strutture consigliate:

Acquapendente – Agriturismo “Le Roghete”