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Castello di Poggio Poponesco

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Il Cicolano, “terra di mezzo” fra Sabina ed Abruzzo, possiede uno dei “paesaggi medievali” più suggestivi e meglio conservati del Lazio. Innumerevoli piccoli borghi arroccati come presepi punteggiano le fitte foreste di querce, faggi e castagni, donando spesso panorami superbi sul Lago del Salto. Molti anche i castelli, quasi sempre in rovina, come quello di Poggio Poponesco, dall’aspetto epico, posto a dominio della Valle del Salto e del paese di Fiamignano: per saperne di più si faccia riferimento alla nostra guida “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.


Rovine di Cencelle-Veduta da lontano

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Le suggestive rovine medievali di Cencelle spiccano fra i campi della Valle del Mignone, verdissimi e fioriti fra aprile e la prima metà di maggio, nella magnifica zona conosciuta come le “Terre della Farnesiana”, ai piedi dei Monti della Tolfa, in cui confluiscono i confini dei Comuni di Civitavecchia, Allumiere e Tarquinia. La struttura turrita “a corona” ricorda la toscana Monteriggioni ma in questo caso non si tratta di un borgo turistico e vivo bensì di una cosiddetta “città morta”, una delle tante che costellano l’entroterra del Lazio. Per maggiori informazioni si consiglia la lettura di “Le città perdute del Lazio” dell’amico Emanuele Zampetti.


Veduta di Ninfa

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La classica veduta delle rovine medievali di Ninfa dall’omonimo laghetto sorgivo, da cui emerge la torre “alla ghibellina” del Castello Caetani. I suggestivi ruderi – ribattezzati nell’Ottocento dal Gregorovius “la Pompei del Medioevo” – sono immersi in un meraviglioso giardino “all’inglese” considerato fra i più belli e curati al mondo. 


Castello di Vicalvi, scorcio interno

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Le tetre rovine del misterioso Castello di Vicalvi sorvegliano il Lago di Posta Fibreno e l’accesso alla Val di Comino, stupenda plaga che in primavera si veste di mille colori. Di origini longobarde, il poderoso maniero è visitabile purtroppo solo sporadicamente ma per chi abbia la fortuna di entrarvi resta un ricorso indelebile. Per maggiori informazioni: “I castelli perduti del Lazio… e i loro segreti”


Riflessi nel laghetto di Ninfa

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La primavera è senza dubbio la stagione della vita en plein air. E quindi ville, parchi e giardini storici diventano luoghi speciali da visitare in questo periodo, sperando nella clemenza del meteo. Qui siamo a Ninfa, la “Pompei del Medioevo” come la definì il Gregorovius nell’Ottocento, oggi considerata uno dei giardini “all’inglese” più belli del mondo: le torri merlate alla ghibellina del Castello Caetani si specchiano nel rigoglioso laghetto sorgivo sul quale sorgono le rovine di questa affascinante “città morta”. Si consiglia vivamente la visita di questo straordinario luogo fra aprile e maggio.


Rocca Guidonesca di Rocchettine

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L’imponente Rocca Guidonesca spicca fra le rovine del villaggio di Rocchettine e sorveglia – assieme al sottostante borgo di Rocchette – il corso del Torrente Aia, affluente del Tevere. Siamo in un angolo solitario e segreto della Sabina Tiberina ove eremi, castelli e paesi arroccati si susseguono dando al paesaggio un aspetto romantico.


Tramonto da Fara Sabina su Monte Acuziano

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La luce del tramonto indora le rovine dell’Abbazia di San Martino sul Monte Acuziano, viste da Fara Sabina; sullo sfondo il mistico Monte Soratte. La zona è colma di tesori archeologici ed artistici (basti pensare all’Abbazia di Farfa) ma anche di luoghi curiosi: per saperne di più cfr. “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”.

 


Castell’Araldo presso Marta

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Una veduta da lontano del complesso di Castell’Araldo, presso Marta, di cui rimangono pochi ruderi affiancati da una chiesetta. L’insediamento appartenne ai Cavalieri Templari, posto a controllo del traffico sulla strada di collegamento fra il Mar Tirreno e il Lago di Bolsena.


Rocca di San Leonardo a Borghetto

La Rocca di San Leonardo (o Castello di Andosilla), meglio conosciuta come “Castello di Borghetto”, sorge nei diretti pressi dell’omonima frazione del Comune di Civita Castellana. Nata nel Quattrocento come nucleo di attività artigianali, Borghetto, un paio di file di rustiche case a schiera in tufo, è una vecchia stazione di posta della Via Flaminia, a poca distanza dal Fiume Tevere, in una storica zona di transizione fra la Tuscia e la Sabina umbro-laziale, che anticamente segnava il confine fra le popolazioni dei Falisci e dei Sabini.

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A vederlo dalla SS Flaminia, provenendo da Roma, il Castello di Borghetto appare all’improvviso con grande effetto scenografico: dal caldo color bruno tufaceo e dallo stile architettonico difficilmente definibile a causa dei vari crolli, si tratta di un unicum nel panorama dei “castelli perduti” del Lazio. Anche la campagna circostante è ricca di spunti romantici, ed è caratterizzata dalla confluenza della Valle del Treja con la Valle Tiberina, e quindi dal contrasto fra aspetti di natura selvaggia e “capricciosa” e riposanti scenari agresti. Sembrano risuonare le parole di Goethe che nel suo “Viaggio in Italia” descrisse con accenti di meraviglia questi paesaggi così particolari.

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Di certo, i rumori provenienti dalle strade e la relativa vicinanza con l’area industriale di Civita Castellana tolgono parecchio della poesia che questo luogo dovette avere sino a non molti decenni fa: ma, non appena risalita la collina sulla quale si adagiano i resti del poderoso castello, l’atmosfera d’improvviso diviene pregna di magia e sospesa nel tempo. Circondati da rigogliosa vegetazione, e raggiungibili tramite uno scomodo seppur ben visibile sentierino nella macchia, i resti della rocca di San Leonardo si scoprono mano a mano ai nostri occhi.

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Si può giungere ad uno spiazzo che probabilmente era l’antica corte, dove si può ammirare dal basso l’imponenza della struttura principale, rimasta quasi intatta all’esterno: tutt’intorno si ammira una spessa cortina muraria, aperta da un arco a tutto sesto, anch’esso invaso dalle piante, che dà sulle case di Borghetto; si notano anche alcune grotte, di incerta origine. Il sito fu abitato del resto in epoche remotissime, sicuramente dai Falisci, ma non sono ancora stati condotti studi accurati in tal senso e le fonti sono davvero scarse, anche rispetto all’epoca medievale.

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Situato in posizione strategica, il nucleo primitivo del castello (plausibilmente una torre di vedetta) venne edificato nel XII-XIII secolo, quando appare menzionato un Burgus o Burghettus S. Leonardi, ad opera dei monaci cistercensi della non lontana Abbazia di Santa Maria di Falleri. Alla fine del Trecento il fortilizio (assieme all’abbazia) viene ceduto da papa Bonifacio IX all’Ospedale romano di Santo Spirito in Sassia, che lo avrebbe tenuto fino al 1538 quando sarebbe passato alla Camera Apostolica; successivamente, per volontà di papa Paolo III Farnese, entrava di diritto nel “famigliare” Ducato di Castro. Dopo la disfatta dei Farnese ed il ritorno del maniero per molti anni nel patrimonio di San Pietro, nel 1790 esso fu ceduto alla famiglia spagnola degli Andosilla. Poco dopo, tuttavia, nel 1798 esso finì incendiato e distrutto dalle truppe napoleoniche, momento che segnò il suo inesorabile abbandono. In origine svettava sul castello un’altissima torre di 43 metri, purtroppo crollata in una notte del 1950, che permetteva una vista straordinaria a 360°.

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Leggermente staccata e rialzata dal corpo di fabbrica militare vero e proprio, si innalza la modesta mole della Chiesa di San Leonardo (da cui il nome della rocca), frutto plausibilmente della ristrutturazione di un preesistente edificio cistercense: a navata unica, si offre alla vista in condizione ormai di rudere, col tetto crollato e con il semplice campaniletto a vela a far da residua “decorazione” assieme alle misere tracce di affreschi; dal prato al lato della chiesetta si gode una bella vista sulla rocca e sulla vallata, uno scorcio che al tramonto assume toni fantastici, mentre alle sue spalle una recinzione vieta il passaggio verso dei campi vastissimi.

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Tutto il complesso del Castello di Borghetto è infatti inserito in una grande tenuta agricola, la Fattoria Lucciano, ove fra l’altro si possono acquistare prodotti biologici. L’azienda permette di effettuare escursioni nella splendida tenuta e saltuariamente organizza visite al castello, per le quali sta approntando un sentiero turistico. Per il suo aspetto misterioso, il castello ha stimolato nei secoli leggende popolari, che lo vorrebbero custode di inestimabili tesori: si dice che sotto al fortilizio si dipanino lunghe gallerie, i cui accessi d’altro canto sono ancora visibili qua e là, considerate dagli studiosi come cimiteri paleocristiani (per maggiori informazioni: “I castelli perduti del Lazio”).

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Al di tutto, il complesso meriterebbe senza dubbio un’attenzione maggiore da parte delle istituzioni, nonché interventi volti a svilupparne le potenzialità turistiche. Senza dimenticare che la vegetazione ha ormai colonizzato quasi completamente l’edificio, mettendo a serio rischio l’integrità delle mura e rendendo oltre modo difficile la visita.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati:
Tutte le stagioni tranne l’estate, allorquando la vegetazione diventa troppo invadente e il caldo può essere eccessivo.

Da visitare nei dintorni:
Calcata, Civita Castellana, Gallese, Via Amerina, Orte, Otricoli ed Ocriculum.

Links:
www.castellidelazio.com
www.comune.civitacastellana.vt.it
www.fattorialucciano.com


La “città perduta” di Tuscolo e le sue romantiche vedute

Luogo pregno di storia, le rovine di Tusculum assieme all’ambiente in cui sono inserite formano uno dei paesaggi più “classici” del Lazio, già immortalato da alcune pitture fra XVIII e XIX secolo. I resti della cittá romana e alto-medievale si estendono sulla dorsale del Monte Tuscolo, una delle maggiori elevazioni prodotte dal Vulcano Laziale, posta praticamente a balcone su Roma e prodiga di tramonti spettacolari che giungono fino al mare, mentre verso l’interno si allarga la Valle del Vivaro con i suoi boschi, i suoi pascoli e le sue vigne del Frascati docg.

Colli Albani-Valle del Vivaro, paesaggio ai piedi di Tusculum RCRLB

Mte Tuscolo-Vigne 2 RCRLB

Mte Tuscolo-Vigne 1 RCRLB

L’insediamento urbano, di origini assai vetuste (età del ferro), venne sviluppato dai Latini (secondo la leggenda Tusculum venne fondata dal pronipote di Enea Latino Silvio) e deve il suo nome verosimilmente al Tuscus amnis, corso d’acqua importante per le popolazioni del Latium Vetus le cui sorgenti si trovavano su questa altura. Il termine “tuscus” sarebbe riferibile al fatto che il fiume lambiva due centri che erano caduti sotto l’influenza diretta dei Tarquini (e dunque degli Etruschi), ossia Gabii e Collatia, prima di confluire nell’Aniene; pare invece definitivamente tramontata l’ipotesi – per secoli rimasta in auge – di una fondazione etrusca. Ad ogni modo, Tusculum fece parte della Lega Latina, e con essa fu sconfitta dai Romani nella famosa battaglia del Lago Regillo del 496 a. C.. In epoca repubblicana ed imperiale Tusculum fu prediletta per costruirvi ville con giardini stupendi, ove illustri personaggi amavano vivere o soggiornare soprattutto in estate. Una città florida ed elegante, in cui lo stesso Cicerone fissó la sua dimora, che la tradizione individua in un rudere tuttora visibile.

Tusculum-Mausoleo RCRLB

Tusculum-Colline alle pendici del Mte Tuscolo 1 RCRLB

Tusculum-Campagna sull'altopiano 4 RCRLB

Nell’Alto Medioevo Tusculum, trasformatasi in cittadella fortificata, fu feudo della potente famiglia dei Conti di Tuscolo. Nel 1004 essa donò a San Nilo da Rossano un terreno su cui poi sarebbe sorta l’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata. Nel 1167 i tuscolani tuttavia fecero un passo falso: ospitarono sul proprio territorio le truppe dell’imperatore Federico Barbarossa, le quali sconfissero le milizie del Comune di Roma. I romani allora ruppero i rapporti con Tusculum, che nel 1191 assediarono e rasero al suolo. Dell’antica, splendida città, ridotta ad una mera cava di materiali, rimase ben poco e presto la natura iniziò a reimpossessarsi del sito, che si trasformò in una vasta zona di boschi e pascoli (grosso modo il paesaggio “bucolico” che si può ancora osservare sul crinale del Monte Tuscolo). Ceduta da Roma al papa (e da quest’ultimo frazionata in favore di chiese e conventi della zona), su questa immensa tenuta in seguito si sarebbero sviluppati i borghi di Monte Porzio Catone, Monte Compatri, Frascati e Grottaferrata.

Tusculum-Campagna sull'altopiano 2 RCRLB

Tusculum-Campagna sull'altopiano 3 RCRLB

Oggi il fascino romantico di Tusculum consiste nell’aver mantenuto il connubio fra le antiche rovine, dalle quali spiccano un teatro romano e una magnifíca strada a basoli, e la tipica campagna laziale dei prati solcati dalle greggi e punteggiati da querce: il tutto contornato da piccole rupi e spuntoni rocciosi che aggiungono un particolare fascino allo scenario naturale. Il parco archeologico é assai frequentato per le passeggiate e dagli amanti di fotografia, lettura e pittura.

Tusculum-Rudere 1 RCRLB

Tusculum-Rudere 2 RCRLB

Gli scavi hanno messo in luce una porzione importante dell’abitato intorno al teatro e negli ultimi tempi hanno interessato anche il periodo medievale di Tuscolo (tratti di mura ed una chiesa), a lungo sottovalutato. Si auspica tuttavia che si giunga presto ad una sistemazione definitiva del sito rispettosa delle sue peculiarità ambientali, visto che da troppi anni l’area dei rinvenimenti maggiori – quella intorno al teatro – é chiusa da un’orribile recinzione industriale e che tanti altri interventi di dubbia utilità rischiano di rovinare la delicatissima armonia di un paesaggio “chiave” per il vedutismo laziale.

Tusculum-Rudere presso la cima del Mte Tuscolo RCRLB

La visita completa a Tusculum non può escludere la facile salita alla spianata sommitale del Monte Tuscolo (a 670 m. s. l. m., segnalata da una croce), che corrisponde all’antica acropoli. Da qui si scorgono altri ruderi di difficile identificazione (per lo più medioevali) ma é lo straordinario panorama a restare del massimo interesse.

Tusculum-Panorama dalla cima del Mte Tuscolo RCRLB

A nord e ad ovest si scorgono gli Appennini e le catene pre-appenniniche, mentre guardando a sud appaiono in primo piano il sinuoso profilo vulcanico dei Colli Albani (con le fitte foreste che dalle Faete scendono nella bella Valle del Vivaro), e, sullo sfondo, il mare che – assieme alla pianura – al tramonto sembra infiammarsi dando vita a visioni memorabili con in controluce il marcato profilo di colli ornati da pini e cipressi, seppur densamente edificati.

Tusculum-Quercia 2 RCRLB

Tusculum-Quercia 1 RCRLB

Dall’altro lato appare non solo il centro storico di Roma sorvegliato dal Cupolone ma anche l’impressionante espansione urbanistica della cittá verso est, con il contrasto netto fra i boschi, le vigne e le ville che digradano sulla pianura letteralmente “macchiata” da fitte borgate di palazzoni, in una lotta purtroppo impari fra la campagna che resiste e la cementificazione senza senno.

Tusculum-Panorama sui Colli Albani RCRLB

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A maggior ragione perciò si impone una tutela rigorosa di questo luogo meraviglioso, che è una grande risorsa non soltanto turistica ma anche in termini di qualità della vita per i residenti, oltre che una finestra aperta sul nostro passato più prestigioso.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati:
tutto l’anno, con particolare attenzione al tardo autunno e ai mesi di aprile-maggio per la bellezza della vegetazione.

Link:
http://www.tuscolo.org/Parco-archeologico.aspx


La Torre delle Frattocchie

Agro Romano-Via Appia Antica, Torre Leonardo RCRLB

Semi nascosta dal disordine edilizio dell’omonimo sobborgo, sul tratto meno curato e visitato dell’Appia Antica, la Torre di Frattocchie costituisce uno dei tanti gioielli archeologici che si incontrano lungo questo magnifico percorso storico-paesaggistico. Ristrutturata nell’Ottocento come punto geodetico, la torre si innalza sui resti di un sepolcreto romano a dominio di un breve tratto di basolato, regalando un quadretto bellissimo ed inaspettato in una zona piuttosto degradata. Una curiosità: nei pressi del monumento, di fronte ad un punto informazioni del parco, si trova una fontanella, celebre e amatissima fra i locali, da cui sgorga un’ottima acqua minerale.


Castel Cardinale, un maniero segreto fra Viterbo e Tuscania

L’immensa pianura ondulata che si estende fra Viterbo, Tuscania e Tarquinia si presenta disseminata di resti di fortilizi, che danno l’idea di come e quanto fosse presidiata militarmente durante tutto il Medioevo. Fra i tanti spicca Castel Cardinale, luogo noto agli agricoltori della zona anche con il nome di “Castello del Marchese”, poiché ricadente in una vecchia tenuta nobiliare, oggi divenuta una grande azienda zootecnica.

Castel Cardinale-Facciata 3 RCRLB

Il castello si eleva a protezione di un piccolo fosso che corre quasi parallelo alla Strada Chirichea, la lunga sterrata che collega la Via Tuscanese e la Via Vetrallese sfiorando le rovine di Castel di Salce. La peculiarità di Castel Cardinale è tuttavia il fatto di non essere stato edificato sull’orlo di una rupe, come la maggior parte degli altri manieri della zona – quali ad esempio il vicino Castel d’Asso o il più distante Castello di San Giovenale -, bensì sulla sommità di una collinetta.

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Misteriose e solitarie, le rovine di Castel Cardinale, in blocchi di tufo bruno su base arenacea, colpiscono immediatamente il visitatore sensibile per la loro bellezza enigmatica, conferitagli sia dalla posizione insolita dell’incastellamento sia dalle pittoresche forme architettoniche e dalla particolare situazione ambientale: il colle ove esse si stagliano, coronato da alti pini, si mostra circondato da verdi prati a loro volta bordati dalla folta vegetazione che avvolge il corso d’acqua.

Castel Cardinale-Veduta da lontano 1 RCRLB

L’assoluto silenzio del luogo, dolcemente spezzato dal gorgogliare del ruscello, aggiunge stupore in chi ammiri il rudere, ponendolo quasi fuori dal tempo. Tali caratteristiche rendono senza dubbio Castel Cardinale uno dei siti più curiosi, affascinanti fra quelli descritti nella nostra guida “I Castelli perduti del Lazio” (ove sono presenti le indicazioni su come arrivarci), la cui “segretezza” è oltre modo avvalorata dalle pressoché inesistenti fonti documentarie, che ci costringono a fare mere supposizioni sulla sua storia.

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L’altura ove sorge l’edificio, con le sue grotticelle, lascia pensare ad un sito di origine etrusca (o addirittura villanoviana), e del resto in tutta la campagna circostante si vedono cavità più o meno ampie, oggi utilizzate come ripostigli o fienili. Il toponimo “cardinale” potrebbe invece lasciar pensare alla sua appartenenza ad una famiglia con un esponente di rango, oppure a quell’Egidio Albornoz che tanto peso ebbe nelle vicende trecentesche di Tuscania. A parte i dubbi sul nome, quel che è molto probabile è che si tratti di un castrum longobardo di fondazione alto-medievale, rientrante nella rete di fortilizi di cui abbiamo parlato all’inizio.

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L’aspetto attuale del castello, a pianta irregolare con porzione semicircolare, sembra tuttavia il risultato di successivi rimaneggiamenti, che dal punto di vista architettonico lo accomunano a certe soluzioni di tipo tuscanese, databili fra il XII e il XIII secolo. All’interno, alti e massicci spezzoni di mura permettono di immaginare che vi fosse un possente e panoramico maschio centrale, mentre nulla rimane degli altri edifici.

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Meglio conservate le mura perimetrali, dalle quali spicca lo splendido torrione affianco alla porta d’accesso, che è l’elemento più caratteristico di Castel Cardinale. L’ampiezza dei volumi ricostruibili ipoteticamente osservando gli avanzi dei vani interni fa credere che il castello in un determinato periodo avesse anche una funzione residenziale. In ogni caso, Castel Cardinale fu abbandonato più o meno alla metà del Quattrocento, dopo essere stato legato alle vicende del Conte di Toscanella (l’odierna Tuscania) Angelo Broglio da Lavello, detto “Tartaglia”, spregiudicato condottiero di ventura che seppe ritagliarsi un’estesa signoria fra la Maremma ed il Tevere, giungendo a conquistare anche Tarquinia, Sutri ed Acquapendente: cadde allora sotto lo sguardo malevolo del papa e degli Sforza, da cui fu fatto arrestare e decapitare ad Aversa nell’ottobre del 1421.

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L’impatto visivo straordinario offerto dalla perfetta integrazione fra le antiche rovine ed il paesaggio agreste fa di Castel Cardinale un luogo non soltanto di profonda suggestione ma anche di enormi potenzialità turistiche: allo stato attuale, però, la mancanza totale di indicazioni stradali è il segno di una mancata volontà di valorizzare il monumento in tal senso; anzi, i folli progetti di eolico, fotovoltaico e biomasse che insistono nella zona (malgrado i danni già compiuti qui dalla speculazione energetica) lasciano supporre che una consapevolezza dell’importanza di questo paesaggio e dei siti archeologici ivi contenuti sia purtroppo ancora lontana nelle amministrazioni locali e soprattutto in quella regionale, che da alcuni anni rilascia autorizzazioni con una leggerezza a dir poco inquietante. Speriamo di non dover presto celebrare i vasti ed intatti orizzonti di Castel Cardinale come una cartolina dal passato.


Le rovine di Cencelle ad aprile

La “città morta” di Cencelle giace su un solitario altopiano nella Bassa Valle del Mignone, in una delle zone più belle ed intatte dell’intero Lazio. Sorvegliata dai selvaggi Monti della Tolfa, appare al visitatore come un luogo malinconico e desolato, con i suoi mozziconi di torri che a raggiera spuntano dal perimetro dell’abitato, facendola idealmente assomigliare alla toscana Monteriggioni. Come in quest’ultimo caso, infatti, si tratta di un esempio eloquente di “terra murata” i cui ruderi, nelle loro forme architettoniche, sono rimasti immutati dall’inizio del XV secolo, epoca del suo definitivo abbandono in favore della più comoda e fiorente Civitas Vetulas (l’odierna Civitavecchia). Qui di seguito alcune immagini che testimoniano lo splendore paesaggistico del sito, incorniciato dallo struggente scenario della Maremma Laziale che fra aprile e maggio esprime il suo meglio. Ricordiamo che Cencelle fa parte del nostro itinerario “Borghi e paesaggi segreti della Tuscia, parte 1”.

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Valle del Mignone-Campagna ai piedi di Cencelle 1 RCRLB

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Veduta della Rocca Frangipane di Tolfa

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La Rocca Frangipane, già descritta nel nostro libro “I castelli perduti del Lazio”, è uno dei siti più romantici del Lazio in virtù di diversi elementi: le drammatiche vicende storiche; l’aspra posizione su un pietroso colle di trachite già abitato dagli Etruschi; gli immensi panorami, che spaziano dalla Toscana alla Ciociaria; e non ultimo il magnifico paesaggio dei Monti della Tolfa, estremo lembo meridionale della Maremma. Nei pressi sono i ruderi dell’Abbazia di Piantangeli, sulla cima dell’omonima altura.


Castello Cantelmo di Alvito

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Uno scorcio dell’imponente Castello Cantelmo ad Alvito, affacciato sulla splendida Val di Comino. Si tratta di una delle più importanti architetture militari del Lazio, di cui oggi rimangono romantiche rovine (per saperne di più: “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”).


Rovine al tramonto nella “città perduta” di Norba

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Alcuni resti della “città perduta” di Norba, sul versante pontino dei Monti Lepini. L’abitato, di fondazione volsca, fu abbandonato in epoca repubblicana in seguito ad un episodio fra i più tragici della storia antica, nel contesto della Guerra Civile fra Mario e Silla (per una descrizione completa: “Lazio. I luoghi del Mistero e dell’Insolito”). Le rovine si caratterizzano per l’imponente opera megalitica (o poligonale), con giganteschi blocchi di pietra perfettamente incastrati a secco. La visita offre sensazioni molto particolari, soprattutto al tramonto.


Mura del Castiglione di Palombara

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Le mura del Castiglione di Palombara Sabina, luogo di straordinario fascino, sulle pendici dei Monti Lucretili. Ci troviamo nella Sabina Romana, in una zona ricca di ruderi medievali (vedi Stazzano Vecchio). Per saperne di più riguardo al Castiglione: “I castelli perduti del Lazio e i loro segreti”.


Il “borgo perduto” di Stazzano Vecchio

Luogo segreto e dimenticato, il paese “fantasma” di Stazzano Vecchio sorge in una solitaria valletta della Sabina Romana, nelle vicinanze del borgo agricolo di Stazzano, frazione di Palombara. Immersi fra boschi, ulivi e ciliegi a perdita d’occhio che danno forma ad una campagna magnifica, i pittoreschi ruderi rimangono invisibili dalla Via Maremmana Inferiore.

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Del resto, tutt’oggi Stazzano Vecchio non è citato né tanto meno descritto su nessuna guida turistica dedicata al Lazio, complice anche la condizione di “proprietà privata”che caratterizza il sito (malgrado l’accesso sia di fatto libero tranne che per il castello) e che non permette una sua fruibilità da parte del pubblico. Difficile peraltro arrivarci a causa della mancanza di indicazioni sulla strada: informazioni dettagliate a riguardo si trovano nel nostro libro “I castelli perduti del Lazio”.

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Scarse anche le fonti storiche sul sito: la sua antropizzazione dovrebbe risalire all’epoca costantiniana mentre le fortificazioni vennero realizzate nell’Alto Medioevo, forse per iniziativa della non lontana Abbazia di Farfa, e successivamente ristrutturate dai Savelli e dagli Orsini. Del castello rimangono l’antico mastio quadrato e quattro torri circolari con un fossato sul lato dell’abitato.

Stazzano Vecchio-Castello Orsini, scorcio fra gli alberi RCRLB

Stazzano Vecchio-Castello Orsini, maschio RCRLB

Stazzano Vecchio-Castello Orsini, torrione circolare RCRLB

Dopo un periodo di declino durato secoli, causato anche da una serie di epidemie malariche, Stazzano venne abbandonato definitivamente per via del terremoto del 24 aprile 1901, calcolato all’VIII grado della Scala Mercalli, l’ultimo di una fitta lista di scosse storicamente documentate dal XVIII al XX secolo.

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La visita alle rovine di Stazzano Vecchio e al suo maniero risulta estremamente piacevole ed interessante in virtù della bellezza dell’ambiente naturale e della relativa integrità del tessuto urbano originario, in cui si riconoscono bene la zona absidale della diroccata Chiesa di Santa Maria e i due corsi principali, bordati da edifici in vario stato di degrado.

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Un’escursione al Parco Naturale dei Monti Lucretili può completare degnamente una gita a Stazzano Vecchio, magari puntando proprio sulle emergenze storiche e architettoniche dell’area protetta: a tal proposito imperdibili sono le passeggiate che raggiungono le rovine di Montefalco presso Monteflavio e quelle, spettacolari, del Castiglione di Palombara Sabina, anche al fine di avere una visione d’insieme dell’intensa urbanizzazione che in epoca medievale ebbe questo territorio e di cui rimangono copiose vestigia.

APPUNTI DI VIAGGIO
Periodi consigliati:
aprile (per le fioriture di ciliegio) e maggio; l’autunno inoltrato per i colori della campagna.
Link utili:
Strada dell’olio della Sabina 
Parco dei Monti Lucretili


Torre Busson presso Rignano Flaminio

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Una veduta della misteriosa Torre Busson, situata nei pressi di Rignano Flaminio. Risalente forse al X secolo e nota anche come Castello di Morolo, le sue rovine dominano una zona di elevato pregio ambientale, fra le più solitarie della Campagna Romana, raggiungibile in breve dalla Via Flaminia.


La Rocca Guidonesca di Rocchettine: un “castello fantasma” a guardia della Valle del Leia

Le tranquille strade della Sabina Tiberina offrono un ininterrotto susseguirsi di scorci “medievali”, che in alcuni punti rendono il paesaggio simile ad un grande affresco dell’Età di Mezzo. Ma c’è un luogo speciale che porta questa sensazione al culmine. Guidando nei pressi di Torri in Sabina, Vacone o Montebuono – a seconda di dove si provenga – si è attratti da cartelli stradali che riportano un nome insolito e simpatico: “Rocchette”. Seguite le indicazioni, ci si inoltra presto in una zona isolata e dall’aspetto selvaggio, giungendo dunque ai piedi di un grazioso paesino che a prima vista parrebbe completamente disabitato: attorno solo boschi, campi, uliveti ed un silenzio quasi totale, se non fosse per l’ammaliante suono delle limpide acque del Torrente Leia.

Rocchette-Fontanile RCRLB

Antico lavatoio a Rocchette

Di fronte a noi si innalza un colle boscoso su cui si adagiano i resti imponenti di un antico maniero. E’ il borgo-castello di Rocchettine, paese “fratello” di Rocchette, che però – a differenza di quest’ultimo – non risulta da molto tempo ormai nemmeno più riportato sulle cartine stradali. Non solo: se ne ricava poco anche ricercando fra libri e documenti, tant’è che le fonti a proposito sono oltremodo scarse (per saperne di più si faccia riferimento alla nostra guida “I castelli perduti del Lazio… e i loro segreti”). Si può comunque affermare che l’abitato nelle sue forme attuali risalga al XIII secolo, mentre l’antropizzazione del sito sia collocabile nell’Alto Medioevo, epoca di profonda trasformazione per la Sabina, a causa del fenomeno dell’”incastellamento”.

Veduta di Rocchettine RCRLB

L’incastellamento di Rocchettine

Fu in quel tempo lontano che, approfittando di un territorio tanto ricco di alture acclivi e corsi d’acqua (e cioè grazie alla difendibilità dei luoghi e alla fertilità del suolo), nacquero i numerosi villaggi fortificati che tuttora conformano il paesaggio sabino. Rocchettine sorse contemporaneamente a Rocchette, ed assieme costituirono a lungo un importante complesso difensivo su una delle vie che univano i Monti Sabini alla Valle del Tevere, una sorta di alternativa alla Salaria per andare da Rieti a Roma e viceversa. Sappiamo che nel Basso Medioevo Rocchettine era chiamata “Rocca Guidonesca” e la sua dirimpettaia “Rocca Bertalda”.

Rocchettine-Rocca Guidonesca RCRLB

Veduta generale della Rocca Guidonesca

Oggi il divario fra i due borghi è eclatante: da una parte Rocchette sta vivendo una sorta di rinascita con il restauro di buona parte del centro storico. Dall’altra parte, l’intera Rocchettine sta subendo un progressivo degrado dovuto alla mancanza di iniziative volte ad un suo recupero. Se il castello è facilmente visitabile, essendo completamente aperto, le abitazioni sono purtroppo invase dalla vegetazione e soggette a crolli e di conseguenza costituiscono un pericolo per i visitatori.

Rocchettine-Vicolo RCRLB

Casa in rovina a Rocchettine

Ad ogni modo l’effetto scenografico della Rocca Guidonesca è davvero notevole. Si consiglia di raggiungerla a piedi da Rocchette, passando accanto ai resti di un mulino e quindi risalendo il poggio fino alla base della fortezza, che si staglia maestosa di fronte a noi, ergendosi in maniera quasi naturale dalla bianca roccia sottostante.

Rocchettine-Rocca Guidonesca 1b RCRLB

Veduta laterale

A Rocchettine la “voce del passato” è molto forte. Nell’estrema solitudine del luogo sembra di essere tornati indietro non tanto al Medioevo, ovviamente, date le condizioni del castello e del borgo, ma almeno ad un secolo fa. Una situazione non rara nella Sabina, ma qui accentuata dalla quasi totale mancanza di elementi che ricordino la modernità.

Arco della porta del borgo 1 RCRLB

Arco d’accesso al borgo-castello

Rocchettine-Porta del castello RCRLB

Porta del castello

Cortile antistante alla porta del castello RCRLB

Piazzetta antistante alla porta del castello

Pure il silenzio sicuramente gioca un ruolo fondamentale a creare questa atmosfera sospesa, e non ci vuole molta fantasia per immaginare come si potesse svolgere a Rocchette e Rocchettine la vita rurale di un tempo.

Veduta di Rocchette 2 RCRLB

Veduta di Rocchette

Girovagando fra le rovine del “paese fantasma”, affacciandosi dai “fori” più o meno ampi che offendono i muraglioni o dalle mura a volte sbriciolate, si rimane affascinati dalle suggestive vedute sul borgo di Rocchette e sull’amena campagna d’intorno: un “paesaggio romantico” perfettamente conservato, insomma, formato dal felice connubio fra natura e testimonianze del passato.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi consigliati: tutto l’anno è adatto alla visita ma forse ad aprile-maggio Rocchettine regala le situazioni più belle dal punto di vista ambientale.