Civita di Bagnoregio, “la città che non muore più”

Al confine tra Lazio ed Umbria, nell’Alta Teverina Viterbesela Valle dei Calanchi e l’abitato di Civita di Bagnoregio (cfr. “Lazio, i luoghi del mistero e dell’insolito”) formano, senza dubbio, uno dei “paesaggi fantastici” più straordinari d’Italia. L’affaccio dal Belvedere della Grotta di San Bonaventura è semplicemente meraviglioso: il borgo di Civita si erge come un’isoletta nella fragile immensità dei calanchi, “mare” increspato ma immobile che dona la surreale sensazione di assistere ad una “quieta tempesta”. L’incanto avvolge così d’un tratto il visitatore sensibile, mentre l’animo suo si strugge al pensiero che queste rupi argillose ed instabili, modellate dalle acque dei torrenti e delle piogge, pian piano trascineranno a valle il borgo superstite, già smembrato e dimezzato dagli innumerevoli terremoti e franamenti avvenuti nel corso dei secoli.

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Con una calzante espressione, lo scenario della “città che muore” e della Valle dei Calanchi è stato definito un “paesaggio ai limiti dell’assurdo”. E del resto, pochi paesaggi al mondo potrebbero manifestare così perfettamente il labile rapporto che, dalla notte dei tempi, lega l’Uomo alla Natura, alla sua madre, alla sua fonte di vita. Pochi paesaggi potrebbero esprimere meglio la vanagloria e la fugacità delle opere umane, e la caducità della nostra stessa esistenza, di fronte all’infinità e all’eternità delle forze naturali ed universali.

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Patria del monaco-filosofo francescano San Bonaventura e del saggista-romanziere Bonaventura Tecchi, Civita di Bagnoregio ha origini antichissime. La zona, caratterizzata dall’abbondanza di acque e da una vegetazione rigogliosa, fu abitata sin dall’epoca villanoviana (IX-VIII secc. a. C.), come testimoniano vari ritrovamenti archeologici. In seguito vi si insediarono gli Etruschi, che fecero di Civita (di cui non conosciamo l’antico nome) una fiorente città, favorita dalla posizione strategica per il commercio, grazie alla vicinanza con le più importanti vie di comunicazione del tempo. Del periodo etrusco rimangono molte testimonianze: di particolare suggestione è il cosiddetto “Bucaione”, un profondo tunnel che incide la parte più bassa dell’abitato, e che premette l’accesso direttamente dal paese alla Valle dei Calanchi; in passato erano inoltre visibili molte tombe a camera, scavate alla base della rupe di Civita e delle altre pareti di tufo limitrofe, e che purtroppo furono in gran parte fagocitate, nei secoli, dalle innumerevoli frane.

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Già gli stessi Etruschi dovettero far fronte ai problemi di sismicità e di instabilità dell’area, che nel 280 a. C. si concretarono in scosse telluriche e smottamenti. All’arrivo dei Romani, nel 265 a. C., furono riprese le imponenti opere di canalizzazione delle acque piovane e di contenimento dei torrenti avviate precedentemente. Sicché, assicurata a Bagnoregio una certa tranquillità, la sua prerogativa di centro commerciale venne consolidata, anche in virtù della comodità d’accesso alla strada che da Bolsena portava al Fiume Tevere, allora solcato dalle navi mercantili.

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Tuttavia, la stessa prossimità alle maggiori vie del commercio decretò la crisi di questo ricco insediamento. Con il collasso dell’Impero Romano, Bagnoregio si trovò ad essere facilmente soggetta alle scorrerie delle orde barbariche, finendo man mano sottomessa, tra il 410 ad il 774, ai Visigoti, ai Goti, ai Bizantini e ai Longobardi, sino a quando Carlo Magno la liberò e la consegnò alla Chiesa. Proprio a cavallo tra i secoli VIII-IX iniziò peraltro ad affermarsi il toponimo di Balneum Regis (divenuto più in là Balneoregium, Bagnorea ed in ultimo Bagnoregio), letteralmente il “Bagno del Re”, dalla leggenda secondo cui il sito avrebbe ospitato già dall’epoca romana una stazione termale, frequentata in seguito dal re longobardo Desiderio per curare una grave malattia. Il Medioevo alternò momenti di pace a momenti drammatici, come quello legato alla tirannide dei Monaldeschi della Cervara, che finirono cacciati da una feroce rivolta popolare. La città divenne “libero comune” per un breve periodo (nel XII sec.), per poi entrare definitivamente nel patrimonio della Santa Sede.

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Ma nuovi pericoli erano in agguato. Venuto meno il grande sistema di opere pubbliche romane, ormai da centinaia di anni erano stati accantonati i lavori di regolarizzazione delle acque. Inoltre, l’intenso sfruttamento agricolo delle campagne nei pressi dei calanchi, con la sostanziale riduzione della copertura boschiva, aveva privato il terreno della sua naturale “armatura”, costituita appunto dalle radici degli alberi.

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La catastrofe, dunque, era ormai vicina. Solo con grandi difficoltà, vedendo oggi Civita di Bagnoregio, possiamo immaginare come essa si presentasse fino al XVII secolo. La città si estendeva allora su un vastissimo altopiano, di cui oggi rimangono soltanto due spezzoni, e possedeva ben cinque porte: Civita, che ne rappresentava il fulcro, era infatti congiunta all’attuale Bagnoregio, che al tempo non era altro che un quartiere e si chiamava Rota. Tutto ciò scomparve nel fatidico 1695, quando un terribile terremoto provocò il franamento delle parti più esposte a valle dell’abitato di Bagnoregio, nonché dell’unica via d’accesso che univa l’abitato a Rota. Ma non era finita. L’abitato, ormai decisamente ristretto e in via di spopolamento, ebbe nel 1764 un vero colpo di grazia, con il crollo di altre porzioni della cittadina. Iniziava, così, il suo inesorabile declino da nobile e vetusta cittadina ad umile borgo agricolo, semi-diruto, semi-abbandonato e vittima, più volte e fino a tempi recenti, di ulteriori distruzioni.

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Posta su un colle isolato, Civita è collegata alla sorella Bagnoregio, e al “resto del mondo”, da un sottilissimo e lunghissimo viadotto in cemento. Esso fu ricostruito due volte, dopo la distruzione del vecchio ponte in muratura, fatto saltare dai tedeschi durante la Seconda Guerra mondiale. La prima volta il lavoro non venne fatto in maniera accurata, tant’è che nel 1964, quando ennesimi smottamenti colpirono la collina di Civita e la Valle dei Calanchi, l’ardito cavalcavia appena edificato crollò a poche ore dalla sua inaugurazione. Fu quindi ricostruito ancora, e stavolta senza sorprese, riallacciando così l’antico borgo alla “terraferma”. Poi vennero realizzate importanti opere di sostegno alla rupe dove sorge l’abitato, che, ponendo un freno alla sua erosione, riportarono la “città che muore” alla vita. Almeno per ora. Ogni anno, e nonostante i moderni lavori di contenimento, il basamento tufaceo su cui sorge Civita subisce una pur minima erosione, mentre tutt’attorno gli inquietanti calanchi, suoi silenziosi e terribili aguzzini, mutano forma e consistenza.

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Intanto, però, la fine di Civita par essere fortunatamente lontana. Pubblicizzata ormai da decenni come la “città che muore”, in realtà Civita oggi vive eccome. Un flusso turistico ormai enorme e sempre crescente, anche di provenienza straniera ha riportato grande vitalità all’antico villaggio, che pian piano si sta ripopolando di attività commerciali. Eventi culturali e spettacoli dal vivo animano Civita in diverse occasioni dell’anno, ma non mancano manifestazioni tradizionali come il “Palio della Tonna”, una singolare corsa a dorso di asino che si tiene a giugno e a settembre nella piazzetta del paese. Anzi, in molti iniziano a guardare con preoccupazione questo afflusso turistico spropositato e “fuori scala” rispetto alle stesse dimensioni del borgo. Si è parlato, e secondo noi a ragione, di “snaturamento” di un luogo che aveva il suo “genius loci” nel silenzio e nella solitudine e che ora nei fine settimana e festivi implode nell’affollamento e nel caos di migliaia di persone stipate in uno spazio ristretto. Noi due anni fa, per scattare le foto che seguono, “senza gente”, ci siamo dovuti andare in un freddo pomeriggio di novembre: ma la situazione è cambiata e pure l’autunno inoltrato è divenuto una stagione ambita anche grazie allo splendore della vegetazione.

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Ha fatto anche discutere l’applicazione di un ticket d’ingresso al borgo di 1.50€. Al di là delle questioni di principio, per cui suona ridicolo – e in un certo senso lo è – far pagare per entrare in un luogo di fatto pubblico, non si può negare che tale “mossa” abbia avuto un duplice risultato positivo in termini materiali: da un lato ha conferito “valore” al luogo, rendendo cioè consapevoli i turisti che si sta visitando qualcosa che appunto “vale”; dall’altro, ancor più prosaicamente, ha permesso introiti prima inimmaginabili al Comune se solo pensiamo che in alcuni momenti dell’anno Civita ha registrato più visitatori del Colosseo…

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Del resto, sono tanti gli elementi ambientali ad attrarre il turista. Oltre ai meravigliosi panorami e alla bellezza del paesaggio agricolo e naturale, colpisce l’atmosfera incredibilmente suggestiva del borgo, che appare come un luogo “musealizzato”, un esempio, forse unico in Italia, di villaggio del XVI secolo immutato nel tempo.

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Vi si accede dalla scenografica Porta Santa Maria, un arco in peperino sormontato da una loggetta. Attribuita dalla tradizione alla scuola del Vignola, la porta reca due bassorilievi che raffigurano un leone che tiene un uomo con gli artigli, metafora della cacciata dei Monaldeschi.

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Oltrepassato il varco scavato nella roccia, subito si ammira una prima piazzetta, circondata da bei palazzi signorili e da casette più modeste: di un edificio rimane soltanto la facciata, con le finestre che lasciano intravedere il cielo. Continuando per la stradina, dopo pochi metri, si sbuca sulla pittoresca Piazza San Donato, che, altro caso sicuramente più unico che raro, al posto della pavimentazione presenta una breccia mista a terriccio, dando la sensazione di essere improvvisamente piombati indietro almeno di trecento anni. Qui spicca la mole dell’ex-Duomo di San Donato, sorto nel VIII secolo (probabilmente su un preesistente tempio pagano) ma dall’aspetto cinquecentesco. Al suo interno la chiesa conserva un pregevole crocifisso ligneo quattrocentesco, ritenuto miracoloso, cui è legata la singolare Processione del Cristo Morto: la sera del Venerdì Santo la scultura viene portata in processione a Bagnoregio e la tradizione vuole che essa ritorni assolutamente entro Mezzanotte a Civita, pena la sua acquisizione da parte dei bagnoresi.

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La visita continua fra gli stretti vicoli del borgo, caratterizzato da archetti, cortili e piccoli slarghi, e da case medievali e rinascimentali ornate da bifore, profferli e portali in peperino.

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E passeggiando in questo dedalo fatto di spazi inconsueti e di viuzze affacciate sul vuoto, lo sguardo è rapito qua e là da svariati scorci verso la Valle dei Calanchi, che al tramonto si colora di strane tonalità, offrendo curiosi giochi di luci ed ombre tra gli affilati crinali e la rada vegetazione, e formando un quadro paesistico ancor più surreale.

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Una buona parte dei turisti viene portata attualmente attraverso navette o va a lasciare l’auto nei grandi parcheggi intorno al Mercatello, il gruppo di case che precede il ponte, ove si trova la biglietteria. Peccato, perché ci si perde una passeggiata nel centro storico di Bagnoregio, con le sue stradine pittoresche e i bei palazzi nobiliari: il nostro consiglio è di parcheggiare fuori dalla rinascimentale Porta Albana (opera di Ippolito Scalza) e di seguire tutto il corso fino al Municipio proseguendo poi per il Belvedere di San Francesco in modo tale da avere una visione completa di questa particolare cittadina.

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Il percorso culmina così sull’ormai famoso punto panoramico da cui si ammira la “cartolina” di Civita e che dà accesso ad uno dei luoghi più venerati di Bagnoregio: la Grotta di San Bonaventura. Si tratta di un’antica tomba a camera etrusca, posta a strapiombo sulla valle, che venne utilizzata nel Medioevo come romitorio.

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Al luogo è legata la leggenda secondo la quale qui il piccolo Giovanni di Fidanza, futuro San Bonaventura, fu risanato da una malattia mortale da San Francesco, durante il suo soggiorno bagnorese. Nei pressi della grotta sorgeva, infatti, un convento francescano, di cui oggi, dopo i crolli del 1764, non rimangono che pochi resti. La madre di Giovanni, commossa dal miracolo, promise al Poverello d’Assisi che avrebbe consacrato la vita del proprio figlio al servizio di Dio. E così fu, tant’è che San Bonaventura (nome datogli dallo stesso San Francesco) scelse la veste francescana e si mise a diffondere tra i cristiani il messaggio caritatevole del suo maestro e guaritore. Costrettosi infine ad un rigido ascetismo, il Doctor seraphicus morì a soli 53 anni.

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Malgrado lo strepitoso successo turistico, l’incubo di crolli improvvisi avvolge pur sempre Civita, come elemento ineluttabile della sua storia: qualche tempo fa la foto di una grossa frana rossastra ai piedi del borgo, verificatasi dopo diversi giorni di pioggia, fece il giro del mondo. Il Comune sta cercando di correre ai ripari con interventi di consolidamento dei versanti argillosi che dalla rupe scendono a valle ma servirebbe un più ampio progetto di messa in sicurezza che allo stesso tempo non alteri questo delicato paesaggio. Urgono insomma ingenti fondi e la candidatura all’Unesco di Civita come “patrimonio dell’Umanità” è un atto decisivo per cercare di dare una visibilità internazionale alla paradossale situazione della Valle dei Calanchi, il cui splendore deriva proprio dalla sua carica distruttiva.

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Per approfondire e comprendere meglio il complicato rapporto fra “la città che muore” ed il suo territorio è d’uopo recarsi al Museo geologico e delle frane, in Piazza San Donato. Civita di Bagnoregio è situata su un colle tufaceo cuneiforme a 443 metri s. l. m., stretto fra due valloni dirupanti ove scorrono il Rio Chiaro e il Rio Torbido. Alle spalle dell’abitato si estende la grande vallata incisa dai calanchi. Il tufo della rupe di Civita, formatosi fra 700.000 e 125.000 anni fa a seguito di una serie di eruzioni vulcaniche, poggia sopra un insicuro strato di argille e di sabbia. Tale strato, essendo soggetto ad un processo di continua erosione da parte dei due suddetti torrenti e delle acque meteoriche, lascia pian piano “in sospensione” tratti più o meno ampi della soprastante rupe tufacea. Quindi essa, privata di un punto d’appoggio, cede e rovina a valle, trascinando con sé le case più esposte di Civita. Tale processo è ineliminabile ed è insito alla natura di questo terreno. Per questo Civita di Bagnoregio è chiamata “la città che muore”.

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Il “paesaggio instabile” della Valle dei Calanchi rappresenta, dunque, un esempio magniloquente di come l’ambiente muti continuamente forma. La caratteristica eccezionale dei calanchi è però quella di mostrare tali cambiamenti all’occhio umano anche nel giro di un paio di generazioni, e non, come solitamente avviene, lungo l’arco di centinaia o migliaia di anni. L’intima tragicità del paesaggio della “città morente” e della sua valle consiste, infatti, nella consapevolezza non soltanto che esso, d’un tratto, potrebbe scomparire ai nostri occhi, ma anche, e soprattutto, che tale eventualità forse noi non possiamo in alcun modo evitarla.

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C’è da dire che nonostante il fattore di distruzione che questo ambiente porta con sé, il suo effetto scenografico è davvero superbo. I calanchi formano crinali dalla forma ondulata e talvolta esilissima, torrioni enormi e stupende pareti d’argilla.

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Un’escursione a piedi tra queste sculture naturali è assolutamente indimenticabile, anche se non priva di ostacoli e pericoli. Qui le dimensioni reali sono falsate e all’occhio umano queste modeste colline d’argilla divengono rupi imponenti, offrendo immagini simili a quelle d’alta montagna.

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Tra le formazioni più celebri sono il solenne e dolomitico “Montione” e la cosiddetta “Cattedrale”, elegante erosione bianca, protesa misticamente con le sue guglie verso l’alto, quasi a voler ringraziare il cielo della sua stessa esistenza.

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Sculture“ che sembrano appartenere ad un altro pianeta o ad un sogno ad occhi aperti, poiché a nulla assomigliano, se non al frutto di una fantasia sconfinata o d’una visione onirica. E invece sono lì, veri, tangibili, ennesimo emblema dell’incomparabile arte della Natura.

APPUNTI DI VIAGGIO

Periodi migliori

Autunno e primavera.

Nei dintorni

Valle dei Calanchi, Lubriano, Civitella d’Agliano, Bolsena, Orvieto, Bomarzo.

Links

www.comune.bagnoregio.vt.it
www.museogeologicoedellefrane.it
www.borghitalia.it
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